«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.5
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TRADIZIONE DI COMPORTAMENTO DEL PARTITO NELLE LOTTE OPERAIE
La polemica sull’atteggiamento dei comunisti nelle lotte economiche risale a Marx, incoraggiatore, contro Proudhon, delle coalizioni operaie, a Lenin, sostenitore della necessità dei sindacati economici aperti a tutti i proletari, alla III Internazionale in lotta contro il consiliarismo gramsciano e kapedeista fondatore di sindacati «rivoluzionari». L’Internazionale viene ancora oggi accusata dagli spontaneisti di aver tirato indietro il proletariato tedesco per avere impedito la scissione dei grandi sindacati diretti dagli opportunisti ed aver costretto i comunisti a rimanere in essi per lavorare alla loro conquista. In effetti nel primo dopoguerra si contrapposero in seno al movimento operaio due linee: la comunista marxista con la parola di «conquista dei sindacati», l’anarchia e spontaneità con la parola di «distruzione dei sindacati». Contemporaneamente, e non a caso il comunismo marxista fu per la netta distinzione del partito nei confronti degli altri organismi di classe, l’anarchismo spontaneista, al contrario, per una progressiva «proletarizzazione», cioè diluizione del partito negli organismi operai. La polemica si ripresenta oggi chiara e netta e per questo tutte le nostre tesi avvertono che l’azione sindacale del partito è un tratto distintivo di esso contro tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito marxista è il più accanito sostenitore della necessità di tutti gli operai di organizzarsi sul terreno della difesa economica, della necessità degli organismi operai «apolitici», cioè aperti a tutti i proletari che vogliono combattere contro il capitale per la loro difesa fisica, senza preclusioni di ordine ideologico o politico; nello stesso tempo, e proprio per questo, il marxismo è il sostenitore più accanito della «chiusura» del partito politico, della sua intransigenza dottrinaria e teorica, della sua rigida selezione organizzativa.
Questa linea storica percorre tutte le vicende del movimento operaio, perché è legata alla concezione marxista stessa della lotta di classe; mentre l’altra è legata ad una concezione idealista, educazionista e culturalista della classe. Per il partito marxista la lotta delle classi nasce sul materiale terreno economico delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico. È lo svolgersi di queste contraddizioni che porta, costringe la classe operaia a combattere. Ed è nel corso di questo combattimento, che gli operai sono costretti ad ingaggiare per non condannare se stessi alla fame, alla miseria, alla morte, che viene alimentata e rafforzata la visione del superamento rivoluzionario della società attuale, visione che si compendia nel partito, cioè in un organo la cui caratteristica è il possesso della coscienza storica della classe. Questa coscienza non è dei proletari per la loro posizione nella produzione, né degli organismi che essi formano per la loro difesa nei confronti del sistema capitalistico: è di un organo speciale a visione completa del processo storico, cioè del partito di classe. Ma fra lotta della classe operaia e potenza del partito politico esiste un nesso inscindibile: è nella misura in cui gli operai ingaggiano il combattimento per la difesa del loro pane quotidiano, nella misura in cui questa difesa urta sempre più contro le strutture capitalistiche, nella misura in cui si generalizza e si estende, che l’indirizzo totalitario del partito penetra per mille legami in seno alla classe, che il partito costruisce la sua potenza organizzativa accogliendo nel suo seno i migliori proletari, quei proletari che l’azione stessa ha condotto all’altezza della visione generale e storica del partito. Così le nostre tesi hanno sempre tracciato questo parallelo: man mano che la lotta operaia sul terreno economico decresce e si affievolisce, l’organo partito si restringe e perde i suoi collegamenti con la massa proletaria; l’estendersi della lotta proletaria di difesa economica fornisce, al contrario, al partito di classe il terreno del suo rafforzamento e del suo collegamento con il grosso del proletariato. Il marxismo, infatti, non è una ideologia: è la descrizione scientifica del percorso della classe proletaria verso la sua totale emancipazione. E questo percorso diventa accessibile ai proletari nella misura in cui essi sono capaci di ingaggiare il combattimento per la difesa delle proprie condizioni di vita. La potenza della lotta operaia economica è, perciò, garanzia di rafforzamento del partito, alimento al ritessersi della sua potente organizzazione di battaglia. Senza questa base, fin dai tempi di «Lavoro salariato e Capitale», i comunisti hanno affermato che la classe operaia si rende impotente a combattere per qualsiasi superiore esigenza.
Le nostre tesi di Roma del 1922 presentano di questo inscindibile nesso un quadro chiaro e definitivo:
- Il partito comunista, partito politico della classe proletaria, si presenta nella sua azione come una collettività operante con indirizzo unitario. I moventi iniziali pei quali gli elementi ed i gruppi di questa collettività sono condotti ad inquadrarsi in un organismo ad azione unitaria sono gli interessi immediati di gruppi della classe lavoratrice suscitati dalle loro condizioni economiche. Carattere essenziale della funzione del partito comunista è l’impiego delle energie così inquadrate per il conseguimento di obbiettivi che, per essere comuni a tutta la classe lavoratrice e situati al termine di tutta la serie delle sue lotte, superano attraverso la integrazione di essi gli interessi dei singoli gruppi e i postulati immediati e contingenti che la classe lavoratrice si può porre.
- La integrazione di tutte le spinte elementari in una azione unitaria si manifesta attraverso due principali fattori: uno di coscienza critica, dal quale il partito trae il suo programma, l’altro di volontà che si esprime nello strumento con cui il partito agisce, la sua disciplinata e centralizzata organizzazione.
- Presentando il massimo di continuità nel sostenere un programma e nella vita della gerarchia dirigente (al di sopra delle sostituzioni personali di capi infedeli o logorati) il partito presenta anche il massimo di efficace ed utile lavoro nel guadagnare il proletariato alla causa della lotta rivoluzionaria. Non si tratta qui semplicemente di un effetto di ordine didattico sulle masse e tanto meno della velleità di esibire un partito intrinsecamente puro e perfetto, ma proprio del massimo rendimento nel processo reale per cui, come meglio si vedrà innanzi, attraverso il sistematico lavoro di propaganda, di proselitismo e soprattutto di attiva partecipazione alle lotte sociali, si effettua lo spostamento dell’azione di un sempre maggior numero di lavoratori dal terreno degli interessi parziali e immediati a quello organico e unitario della lotta per la rivoluzione comunista.
- La delimitazione e definizione dei caratteri del partito di classe, che sta alla base della sua struttura costitutiva di organo della parte più avanzata della classe proletaria, non toglie, anzi esige, che il partito debba essere collegato da stretti rapporti col rimanente del proletariato.
- La natura di questi rapporti discende dal modo dialettico di considerare la formazione della coscienza di classe, e della organizzazione unitaria del partito di classe che trasporta una avanguardia del proletariato dal terreno dei moti spontanei parziali suscitati dagli interessi dei gruppi su quello della azione proletaria generale, ma non vi giunge con la negazione di quei moti elementari, bensì consegue la loro integrazione ed il loro superamento attraverso la viva esperienza, con l’incitarne la effettuazione, col prendervi parte attiva, col seguirli attentamente in tutto il loro sviluppo.
- L’opera di propaganda della sua ideologia e di proselitismo per la sua milizia che il partito continuamente compie è dunque inseparabile dalla realtà dell’azione e del movimento proletario in tutte le sue esplicazioni; ed è un banale errore il considerare contraddittoria la partecipazione a lotte per risultati contingenti e limitati con la preparazione della finale e generale lotta rivoluzionaria. La esistenza stessa dell’organismo unitario del partito con le indispensabili condizioni di chiarezza di visione programmatica e di saldezza di disciplina organizzativa, dà la garanzia che mai verrà attribuito alle parziali rivendicazioni il valore di fine a sé medesime, e si considererà soltanto la lotta per raggiungerle come un mezzo di esperienze e di allenamento per la utile e fattiva preparazione rivoluzionaria.
- Il partito comunista partecipa, quindi, alla vita organizzativa di tutte le forme di organizzazione economica del proletariato aperte a lavoratori di ogni fede politica (sindacati, consigli di azienda, cooperative, ecc.). Posizione fondamentale per l’utile svolgimento dell’opera del partito è il sostenere che tutti gli organi di tal natura debbono essere unitari, cioè comprendere tutti i lavoratori che si trovano in una specifica situazione economica. Il partito partecipa alla vita di questi organi attraverso la organizzazione dei suoi membri che ne fanno parte in gruppi o cellule collegate alla organizzazione del partito. Questi gruppi, partecipando in prima linea alle azioni degli organi economici di cui fanno parte, attirano a sé e quindi nelle file del partito politico quegli elementi che nello sviluppo dell’azione si rendono maturi per questo. Essi tendono a conquistare nelle loro organizzazioni il seguito della maggioranza e le cariche direttive divenendo così il naturale veicolo di trasmissione delle parole d’ordine del partito. Si svolge, così, tutto un lavoro che è di conquista e di organizzazione, che non si limita a fare opera di propaganda e di proselitismo e campagne elettorali interne nelle assemblee proletarie, ma si addentra soprattutto nel vivo della lotta e dell’azione, assistendo i lavoratori nel trarne le più utili esperienze.
- Tutto il lavoro e l’inquadramento dei gruppi comunisti tende a dare al partito il definitivo controllo degli organi dirigenti degli organismi economici, e in prima linea delle centrali sindacali nazionali che appaiono come il più sicuro congegno di direzione dei movimenti del proletariato non inquadrato nelle file del partito. Considerando suo massimo interesse l’evitare le scissioni dei sindacati e degli altri organi economici, fino a quando la dirigenza ne resterà nelle mani di altri partiti e correnti politiche, il partito comunista non disporrà che i suoi membri si regolino nel campo della esecuzione dei movimenti diretti da tali organismi in contrasto con le disposizioni di essi per quanto riguarda l’azione, pur svolgendo la più aperta critica dell’azione stessa e dell’opera dei capi.
- Oltre a prendere parte in tal modo alla vita degli organismi proletari naturalmente sorti per la pressione dei reali interessi economici, e all’agevolare la loro diffusione e rafforzamento, il partito si sforzerà di porre in evidenza con la sua propaganda quei problemi di reale interesse operaio che nello svolgimento delle situazioni sociali possono dar vita a nuovi organismi di lotta economica. Con tutti questi mezzi il partito dilata e rafforza la influenza che per mille legami si estende dalle sue file organizzate a tutto il proletariato approfittando di tutte le sue manifestazioni e possibilità di manifestazioni nella attività sociale.
- Totalmente erronea sarebbe quella concezione dell’organismo di partito che si fondasse sulla richiesta di una perfetta coscienza critica e di un completo spirito di sacrificio in ciascuno dei suoi aderenti singolarmente considerato e limitasse lo strato della massa collegato al partito ad unioni rivoluzionarie di lavoratori costituite nel campo economico con criterio secessionista e comprendendo solo quei proletari che accettano dati metodi di azione.
Questo modo dialettico del formarsi della coscienza di classe, secondo il quale i migliori operai si selezionano all’altezza del partito attraverso la lotta e l’esperienza in essa acquisita e la propaganda del partito non è «pedagogia rivoluzionaria», ma poggia sul dato materiale dell’appoggio e dell’intervento in ogni lotta spontanea, dell’incitamento a condurla, nel suo essere in prima fila nelle lotte economiche.
Questo entusiastico appoggio che il partito mostra verso ogni episodio anche minimo di reazione operaia all’oppressione borghese, l’entusiasmo per ogni episodio in cui il proletariato o reparti anche limitati di esso ingaggiano la lotta per la difesa del pezzo di pane dall’ingordigia padronale, senza sapere, senza conoscere, spinti solo dalle determinazioni del loro stomaco o della loro sopravvivenza, questa lealtà per cui l’operaio comunista non è il «sapiente, il cosciente, l’apostolo o l’eroe», ma il migliore compagno di lotta dei suoi fratelli sfruttati e li assiste nel trarre le più utili esperienze dalle loro lotte stesse, è un tratto distintivo del partito di classe, da Marx in poi: è Carlo Marx che in «Lavoro salariato e Capitale», dimostra la validità delle lotte proletarie per il pezzo di pane, la loro necessità e distrugge il falso scientificismo dell’economia borghese per la quale, ogni aumento di salario determinando un conseguente aumento dei prezzi, avrebbe reso inutile la lotta e l’organizzazione economica degli operai. Marx dimostra che ciò non è vero, che i rapporti di forza fra le classi determinano la divisione del prodotto sociale, che l’operaio non deve accettare come un dato di fatto inevitabile l’abbassamento dei salari, ma deve difendere la sua vita fisica contro l’assalto quotidiano delle classi avversarie e conclude con l’ammissione che la lotta economica è sì lotta contro gli effetti e non contro le cause stesse dello sfruttamento capitalistico, ma, afferma, questo non per diminuirla o per prenderne le distanze, bensì per affermare che, se gli operai «rinunciassero per viltà a questa lotta», si chiuderebbero con ciò stesso la strada per le lotte più grandi e più generali. Ogni episodio in cui un gruppo seppur minimo di operai è capace di non «rinunciare per viltà» alla difesa del pane quotidiano, in cui una parte anche limitata della classe è disposta a fare argine, anche nelle forme più imperfette e contraddittorie, per la difesa di se stessa e della sua vita fisica, non è visto dal partito con la sufficienza dell’intellettuale che vorrebbe vedere la classe muoversi per motivi un po’ meno meschini, un po’ più ideali, e che, secondo le tesi di Roma, richiede «perfetta coscienza critica e completo spirito di sacrificio in ciascuno dei suoi aderenti singolarmente considerato», altra faccia dell’intellettualistico «fondare associazioni operaie nel campo economico con criterio secessionista, cioè accogliendo solo quei proletari che accettano determinati metodi di azione»; è visto con l’entusiasmo proprio del militante rivoluzionario che sa come ciò costituisca una garanzia della ripresa futura in grande del moto di classe, una manifestazione anche piccola, di ciò che la classe potrà essere in situazioni più favorevoli e più esplosive, e potrà esserlo proprio perché non è vile, fosse pure in uno solo dei suoi reparti, nella battaglia quotidiana contro le classi possidenti. Tutte le nostre tesi tendono a mettere in evidenza uno spirito, una fisionomia che è tipica del partito di classe contro tutti gli altri. «I proletari non ci giudicano da quello che diciamo, ma da quello che facciamo!» dicemmo nel 1922 e quello che i comunisti fanno, da quando il marxismo è nato si riassume così:
«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che rivendica un tozzo di pane e lo difende dall’ingordigia padronale, ma contro lo stato presente, le sue istituzioni i suoi partiti».
L’anarco-sindacalismo non ha mai rappresentato una sopravvalutazione dell’azione difensiva del proletariato sul terreno economico contrapposta all’azione generale politica; è consistito in una negazione di tutte e due le azioni contemporaneamente: è solo il partito marxista che, chiuso e dogmatico nel suo indirizzo politico, esalta la lotta del proletariato anche sul terreno puramente economico e «corporativo».
È questo lo spirito che distingue il Partito e dà a tutta la sua azione un carattere particolare, attraverso il quale i proletari saranno portati a riconoscerlo ed a seguirlo. Perché i proletari non faranno un esame di marxismo ai raggruppamenti politici esistenti, ma sentiranno e vedranno il loro partito in prima linea nelle loro lotte, nei posti più avanzati e pericolosi della trincea di classe.
Questo spirito proletario del partito, questo entusiastico appoggio ai più limitati movimenti degli operai si ritrova anche nelle Tesi della Internazionale Comunista. Intendiamo metterlo in rilievo, perché è essenziale per il partito il quale non sbaglierà mai per insufficienza di preparazione teorica individuale dei suoi militanti, non sbaglierà per aver male interpretato un versetto di un testo, ma, per quanto piccolo, organizzativamente inesistente, deve mantenere il suo spirito di battaglia in seno alla classe operaia perché la perdita di esso costituirebbe errore irreparabile.
Bisogna condurre l’agitazione comunista tra le masse proletarie in modo tale che i proletari militanti riconoscano la nostra organizzazione comunista come quella che deve dirigere lealmente e coraggiosamente, con previdenza ed energia, il loro movimento verso un fine comune. A tal fine i comunisti devono prendere parte a tutte le lotte spontanee a tutti i movimenti della classe operaia e prendersi cura della salvaguardia degli interessi operai in tutti i conflitti contro i capitalisti a proposito della giornata lavorativa ecc. Facendo ciò i comunisti devono occuparsi energicamente delle questioni concrete della vita degli operai, aiutarli ad affrontare tutti i problemi che hanno, attirare la loro attenzione sui più clamorosi abusi, aiutarli a formulare esattamente, in forma pratica, le loro rivendicazioni ai capitalisti e allo stesso tempo sviluppare fra loro lo spirito di solidarietà e la coscienza della comunanza dei loro interessi e di quelli degli operai di tutti i paesi, perché interessi di una classe unica, che costituisce una parte dell’esercito mondiale del proletariato. Soltanto prendendo costantemente parte a questo lavoro quotidiano capillare assolutamente necessario, impegnando tutto il suo spirito di sacrificio in tutte le lotte del proletariato, il partito comunista può svilupparsi in un vero partito comunista. Sarà soltanto grazie a questo lavoro che i comunisti si distingueranno dai partiti socialisti puramente propagandistici e reclutatori, che hanno fatto il loro tempo e la cui attività consiste soltanto in riunioni dei membri, in discussioni sulle riforme e nell’utilizzazione delle possibilità offerte dal parlamentarismo. La partecipazione cosciente e devota di tutta la massa dei membri di un partito alla scuola delle lotte e degli scontri quotidiani tra sfruttati e sfruttatori è non soltanto la premessa indispensabile per conquistare, ma in misura ancora più larga per realizzare la dittatura del proletariato. Soltanto ponendosi alla testa delle masse operaie nelle costanti scaramucce contro gli attacchi del capitale il partito comunista può diventare capace di trasformarsi in tale avanguardia della classe operaia, di imparare sistematicamente a dirigere di fatto il proletariato e di acquistare i mezzi per preparare coscientemente l’abbattimento della borghesia. I comunisti devono essere mobilitati in gran numero per prendere parte al movimento degli operai soprattutto durante gli scioperi, le serrate e gli altri scontri di massa. I comunisti commettono un errore assai grave se si richiamano al programma comunista e ai temi della battaglia decisiva per giustificare un atteggiamento passivo o negligente o anche ostile nei confronti delle lotte quotidiane che gli operai ingaggiano oggi per miglioramenti anche poco importanti delle loro condizioni di lavoro. Per quanto limitate e modeste possano essere le rivendicazioni per soddisfare le quali l’operaio è già pronto, oggi, a scendere in campo contro i capitalisti, i comunisti non devono mai prenderle a pretesto per tenersi fuori dallo scontro. La nostra attività di agitazione non deve dar luogo all’idea che i comunisti siano istigatori ciechi di scioperi stupidi e di altre azioni insensate; dobbiamo invece guadagnarci dappertutto, tra gli operai militanti, la fama dei migliori compagni di lotta (Tesi del III Congresso).
Questo atteggiamento del partito verso le lotte proletarie è valido per tutti i paesi e per tutti i tempi e non subisce variazioni con il variare delle situazioni storiche.
LOTTA ECONOMICA E LOTTA POLITICA
Infatti per il marxismo, il trapasso fra la mera e limitata difesa del pane quotidiano e le forme difensive ed offensive più ampie della lotta operaia non è il prodotto di soggettiva volontà, ma di dati oggettivi: la profondità delle contraddizioni capitalistiche, l’estensione del movimento operaio economico, la sua durata, il suo resistere alle pressioni capitalistiche, il suo urtare contro la impossibilità del regime capitalistico a mantenere in vita la massa degli operai, la tradizione combattiva dei salariati e delle loro organizzazioni, la presenza del partito; sono questi gli elementi che determinano l’ampiezza ed anche la «coscienza relativa» del moto di classe.
I proletari europei del I dopoguerra erano in grado di impostare la difesa delle loro condizioni di vita in forme ed a livelli oggettivamente rivoluzionari, avevano una chiara nozione non solo del combattimento in sparsi gruppi per il pane ed il lavoro, ma anche della necessità di azioni più ampie, difensive ed offensive, contro la reazione padronale e statale, avevano netta l’idea dell’uso della violenza e delle armi nella lotta di classe e furono sul punto di ingaggiare la lotta aperta per la conquista del potere politico. Ma questo avveniva non nella negazione o nel superamento del mero terreno rivendicativo economico, sindacale, bensì nell’approfondirsi della lotta su questo terreno. Più la lotta per la difesa del pane divampava ed urtava contro le terribili difficoltà del regime capitalistico, più si faceva aspra la necessità di difendere un posto di lavoro, più gli operai acquistavano la nozione di essere una classe, più si presentava alla loro stessa esperienza la questione del potere politico. Agivano in questo senso tradizioni di battaglia entrate da decenni nella carne e nel sangue anche dell’ultimo degli operai, tradizioni tradite, ma non spente di lotta feroce contro lo sfruttamento capitalistico a prezzo di morti sulle piazze e di anni di galera comminati ad operai e scioperanti, agiva in questo senso il ricordo vicino del fucile impugnato per combattere sui fronti di guerra e che pure l’operaio aveva così imparato a maneggiare secondo la meravigliosa espressione di Lenin.
Di conseguenza il proletariato del primo dopoguerra fornì partiti comunisti a centinaia di migliaia di effettivi e fu capace di reazione classista organizzando la sua difesa contro le bande fasciste e le forze statali. Non era questo qualcosa di più della lotta economica, era la lotta economica assurta a lotta generale e, perciò, di classe, ad una profondità e ad un livello di radicalità che si esprimeva particolarmente nella forza del partito politico.
La lotta rivoluzionaria di classe non è un superamento della lotta economica: è la lotta economica giunta ad un grado di asprezza e di estensione determinati ed in presenza di un partito politico al quale le vicende della lotta stessa hanno dato la possibilità di esercitare un’influenza su tutta la classe operaia, ricostituendo tra l’altro in questa lotta la sua propria rete organizzativa. Ci serviamo di questi semplici elementi della nostra dottrina per ricacciare nel ridicolo le scoperte gruppettare di «comitati di autodifesa proletaria contro il fascismo» e simili. Ha ben risposto il nostro giornale che i proletari che non riescono a difendere il loro pane quotidiano contro il padronato, a svolgere un’azione, seppur minima, sul terreno salariale ed economico non possono esprimere nessuna autodifesa contro nessun fascismo.
La rinascita degli organismi economici di classe è premessa indispensabile alla possibilità di una lotta talmente ampia della classe che trapassi dal terreno puramente difensivo all’offensiva rivoluzionaria.
DESCRIZIONE DELLA TRAGEDIA STORICA DI CINQUANTA ANNI
Termini della situazione nel I dopoguerra: il proletariato europeo dotato di una tradizione di battaglia formidabile, di organizzazioni economiche di classe a milioni di effettivi, di organismi politici che mai hanno cessato, almeno verbalmente, una certa preparazione anche psicologica all’attacco contro lo Stato borghese, si trova precipitato nella catastrofe della guerra ad opera dei suoi capi traditori. Il dopoguerra segna immediatamente una ripresa della lotta di classe che, poggiata sulla base di una crisi generale del sistema capitalistico, raggiunge vertici di radicalità rivoluzionaria. I sindacati, diretti da opportunisti e socialdemocratici, ma con tradizioni e strutture classiste, divengono i veri focolai della resistenza operaia. L’indirizzo opportunista si scontra quotidianamente con la vivacità delle reazioni operaie che tendono ad approfondire e generalizzare le lotte economiche. L’influenza internazionale del partito insieme alla profondità della crisi economica pone oggettivamente la questione del trapasso dalla lotta di difesa economica all’assalto rivoluzionario armato e generale. I sindacati operai passano sul terreno rivoluzionario, si trasformano in sindacati rossi e questo esprime l’imminenza della battaglia finale.
Questa battaglia il proletariato europeo l’ha perduta. Si sono concatenati vari fattori che hanno contribuito alla sconfitta: il riflusso delle lotte proletarie demoralizzate dal disfattismo socialdemocratico, e già visibile nel 1921, gli errori tattici dell’Internazionale che non solo hanno favorito questo riflusso, ma hanno deformato lo stesso partito ricacciandolo nella palude opportunista, il crollo della dittatura proletaria nella Russia isolata e l’affermarsi dello stalinismo nel movimento operaio mondiale.
Questa colossale e totale vittoria capitalistica sulla classe proletaria ha fatto sì che le tendenze già insite nello svolgersi del modo di produzione capitalistico e nella politica dell’opportunismo socialdemocratico non abbiano più trovato ostacoli al loro realizzarsi. Parallelamente al dissolversi del partito di classe, alla rottura dei mille fili che lo legavano alla classe si è potuta svolgere, senza remore ed ostacoli, la vicenda della trasformazione degli organismi economici di classe in sindacati tricolori in tutti i paesi industriali del mondo; parallelamente si è potuta potenziare la funzione, non a noi sconosciuta, del riformismo statale, della creazione di spesse stratificazioni di aristocrazia operaia, delle mille forme assistenziali con cui lo Stato borghese ha potuto circondare la classe operaia, auspice e maestro il fascismo italiano e tedesco.
Da cinquanta anni si svolge in maniera totalitaria una azione di demolizione della tradizione di classe in tutte le forme in cui essa si manifestava nel primo dopoguerra. Non è solo una demolizione di ordine ideologico e psicologico che il nemico compie, ma di ordine pratico, materiale, organizzativo anche, finanziario perfino. L’espressione più chiara di questa opera di demolizione che in Italia dovette compiersi a mano armata dalle bande fasciste, ma che si è compiuta, purtroppo pacificamente o quasi, in tutti i paesi europei, sono i sindacati operai del II dopoguerra. In essi è scomparsa ogni ombra del vecchio sindacalismo di classe. Anche in questo senso il fascismo ha vinto la II guerra mondiale: lasciando in eredità ai vincitori il suo sindacalismo tricolore subordinato in politica ed in prassi ed anche in organizzazione agli interessi «generali» dell’economia nazionale e dello Stato borghese. «Gli interessi operai entro i limiti della Nazione!» era il grido dei riformisti del 1922, realizzato dal fascismo ed ereditato da tutte le organizzazioni operaie del post-fascismo.
Che cosa significa questo? Il partito è il solo a comprendere che questo è un risultato storico dello svolgersi sfavorevole dei rapporti di forza fra le classi a livello mondiale non una «novità» del sistema capitalistico. La classe proletaria riempita di ideologismi patriottici e nazionali, le sue riserve materiali e psicologiche, i mille legami che la uniscono psicologicamente e materialmente al resto del popolo, al «proprio» Stato, alla «propria» economia da una parte, la riduzione del partito di classe ad un piccolo raggruppamento senza collegamenti con la classe operaia e senza nessuna influenza su di essa dall’altra, sono due facce della stessa medaglia.
Questa situazione reale è stata sempre riconosciuta dal partito il quale in tutte le sue tesi si è posto il compito di trasportare la fiaccola della rivoluzione attraverso l’arco storico di cinquant’anni di sconfitta e di ritirata. Il trasporto non è di sole nozioni teoriche, il che sarebbe assurdo, ma di indirizzo e di metodi d’azione, cioè del partito in quanto tale anche se i suoi ranghi sono ristretti e la sua influenza è nulla e che sarà compito delle vicende materiali rafforzare organizzativamente e ricollegare con le masse in lotta. Perciò la ripresa, sotto la spinta della crisi capitalistica, avverrà anch’essa su tutti e due i fronti sui quali si è operata la sconfitta: la classe si doterà di nuovo di una rete economica associativa di classe e del partito politico, termini inscindibili del processo rivoluzionario.
Il proletariato non salterà lo stadio rivendicativo economico della lotta e della organizzazione per passare a pretese «forme superiori» di azione. I percorsi possono essere accelerati non saltati. L’importante è, per noi, il postulato della rinascita, dal seno delle contraddizioni economiche capitalistiche, della lotta operaia per la difesa delle materiali condizioni di vita e di lavoro e della conseguente organizzazione economica di classe, dei sindacati di classe che si contrapporranno frontalmente al sindacalismo tricolore attuale. Tutte le nostre tesi parlano in questo senso e ripropongono la posizione già citata, di Marx: la classe proletaria deve superare la «viltà storica» in cui è stata gettata in questi cinquant’anni. La ripresa delle lotte e dell’organizzazione sul terreno economico da parte proletaria creerà il terreno favorevole al rafforzamento autonomo del partito rivoluzionario di classe che, nelle vicende della lotta, riorganizzerà le sue file e ristabilirà la sua influenza sul proletariato.
Non c’è altra strada, non ci può essere altra strada senza che tutta la costruzione marxista crolli. E l’aver menomamente confuso questa prospettiva ha danneggiato fino a spezzarle la nostra organizzazione nel 1973. Perché fuori da questa prospettiva non c’è altro che l’extraparlamentarismo intellettualistico e falsamente rivoluzionario.
Siamo in una situazione arrovesciata rispetto al primo dopoguerra, ma questo non cambia i compiti e l’atteggiamento del partito verso la classe operaia. E definire i termini della situazione attuale deve servire al partito per comprendere quali siano i modi e gli strumenti adatti a ripercorrere una strada che non può essere che quella di sempre. Non si cambierà strada!