Partito Comunista Internazionale

Dalla fogna elettorale uscirà un altro governo borghese, con o senza il PCI, per ingannare e reprimere gli operai

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Anticipiamo il «verdetto» delle urne: non prevarranno le maggioranze! Bestemmia democratica dunque? Certo. Si confermeranno gli interessi delle classi borghesi, quale che sia il colore o i colori del governo che scaturirà dal totovoto. Governo di «destra» o di «sinistra»? Sarà comunque un governo controrivoluzionario.

Governo controrivoluzionario significa governo che rappresenta gli interessi nazionali, che nella attuale congiuntura mondiale di crisi generale dell’economia capitalistica coincidono con l’offensiva delle classi padronali contro la classe dei salariati, con la pressione crescente e perfida sui salari, sulle condizioni di lavoro, di salute, di esistenza degli operai. Il governo che sarà chiamato dal capitalismo a rappresentarne gli interessi dovrà svolgere questa funzione o dal capitalismo stesso sarà rovesciato per far posto ad un ministero inflessibile agli ordini del padronato. Tutto il resto è paccottiglia, fumo, colore, per confondere i proletari.

Ciò premesso, i partiti che aspirano al «potere» e quelli che li affiancano, si accingono a recitare la parte di fedecommessi della borghesia, di esecutori degli interessi padronali, sulla cui abilità, moralità e fedeltà sarà la borghesia stessa a decidere, non certo il numero delle schede, e sui nomi dei grandi pagliacci nella vetrina elettorale.

L’innumere esercito della piccola borghesia, dei bottegai, degli intellettuali, della pleiade dei nullafacenti ansiosi di carriera, delle aristocrazie del lavoro avvinghiate a miseri privilegi, ed anche di parte di borghesia media e di contadini, presi nel vortice del dissesto economico generale, stritolati dall’onnipotenza fiscale dello Stato, fiduciosi di poter sfuggire al crollo inevitabile, sembrano spostarsi a «sinistra», dalla parte dei partiti «operai», che promettono il ritorno al «benessere» per tutti, la funzionalità dello Stato, la tranquillità sociale, un «mondo nuovo». Non sarebbe la prima volta. È sempre stato così da quando il grande capitale finanziario domina la società civile. Ebbene, una oscillazione a «sinistra» può ben produrre un governo di «sinistra», nel quale si riconoscerebbero tutti, dal capitalista «onesto», all’industriale «operoso», dal banchiere non usuraio al funzionario integerrimo, ma anche dal bottegaio semirovinato al contadino sommerso da debiti e ipoteche, dal padrone senza soldi e divorato dagli interessi bancari all’aspirante carrierista inacidito dalla lunga attesa, dall’operaio disoccupato in cassa integrazione al proletario il cui salario è quotidianamente sbriciolato dal vertiginoso aumento dei prezzi.

Qualsiasi governo, soprattutto un governo di «sinistra», dovrà soddisfare le contraddittorie aspirazioni di queste classi, dovrà a ciascuna riconoscere il «suo» diritto di sopravvivenza economica, sociale e politica.

Cosa darà, allora, agli operai stretti nella morsa della disoccupazione e della fame quando le fabbriche si svuoteranno e le casse saranno vuote? I lavoratori sperano che una volta al governo i partiti «operai» possano andare oltre il linguaggio della diplomazia elettorale, oltre i loro programmi buoni per tutti, che servirebbero da specchietto per le allodole, per attrarre voti; sperano, insomma, che questi partiti attuino il vero programma comunista, che l’opportunità politica consiglia di tenere in serbo, dietro le scene della grande parata elettorale. E allora con quali mezzi questo governo di «sinistra» potrà far valere leggi che, nella speranza dei proletari, dovrebbero sancire i loro diritti? Le leggi non basta farle, ammesso e non concesso che si possano varare leggi a favore dei lavoratori in un regime dominato dal capitalismo, ma è indispensabile farle applicare. Ora, l’apparato statale, in cui risiede il potere effettivo, reale, vale a dire la forza dell’esercito, della polizia, della magistratura, apparato di forza del capitalismo e non del proletariato, è l’unico strumento pratico per far rispettare le disposizioni governative, le leggi emesse dal ministero. Senza questo apparato di violenza organizzata e di coercizione la legge resterebbe lettera morta.

Ammesso e non concesso che questo governo disponga la confisca di tutte le terre dei proprietari fondiari senza indennizzo, che è una delle rivendicazioni elementari del socialismo, chi eseguirà questo ordine perentorio? Forse la polizia statale da secoli diretta da funzionari al servizio del padronato, composta da elementi scelti ed educati al culto della sacra proprietà privata? Quale magistrato condannerà all’esproprio il proprietario fondiario recalcitrante? Chi arresterà condannerà imprigionerà i banchieri, i capitalisti per non aver fornito capitali alle aziende, per non aver assunto tutti i disoccupati? Perché un governo che dovesse riscuotere la fiducia proletaria, o realizza questi minimi presupposti per una seria e sicura «riforma» o questa fiducia sarebbe mal riposta. Tanto varrebbe che restassero gli attuali furfanti.

Dobbiamo onestamente dare atto a PCI, PSI e consorti che sinora non hanno raccontato frottole circa le loro intenzioni: essi sono per il mantenimento dei privilegi della proprietà privata, essi non promettono nulla agli operai che sia in contrasto con lo stato attuale delle cose.

IL TERRORISMO DELLA BORGHESIA

Ma il problema della borghesia è molto più serio e tragico del varo di un nuovo governo. La borghesia è cosciente che la sua sopravvivenza è strettamente legata all’inesorabile dispotismo sulla classe operaia e che la sua dittatura, democratica o meno, non può cessare di esercitarla, quale che sia l’esecutivo governativo. La borghesia non può sfuggire al suo terrore perché non può rinunciare ad intensificare la sua offensiva economica sociale e politica contro le condizioni degli operai.

Non siamo nel 1946, quando il capitalismo mondiale, uscito vittorioso sulla crisi del suo sistema economico con la guerra distruttrice di sovrapproduzione relativa di ricchezza, base materiale della guerra imperiale, e dominante sulla classe operaia internazionale per mezzo del tradimento degli ex partiti operai e dei sindacati di classe, aveva di fronte un lungo periodo di ricostruzione economica e di sviluppo produttivo. Nel 1976 questo ciclo di accumulazione capitalistica sta per chiudersi di nuovo, stanno risorgendo le stesse ragioni economiche e produttive che determineranno la seconda guerra. Allora la classe operaia fu costretta a rinunciare a liberarsi dal capitalismo in cambio di promesse di un po’ di pane e di un po’ di lavoro e della fine del massacro con cui era stata sanguinosamente terrorizzata. Le classi proprietarie promisero un lungo periodo di relativa stabilità. Oggi la prospettiva vicina non è la stabilità, né lo sviluppo produttivo, nemmeno pane e lavoro, ma la loro progressiva perdita spinta sino alla minaccia di un terzo conflitto mondiale.

A che valgono allora i «sacrifici», continuamente offerti dai partiti e dai sindacati al regime capitalista, sulla pelle dei salariati, se la salvezza del regime, sempre più ingordo e insaziabile, riposa esclusivamente sullo schiacciamento del tenore di vita e delle condizioni di lavoro delle masse proletarie? Nella propaganda dei falsi partiti operai e dei falsi sindacati di classe, in questo ben sostenuta dai partiti costituzionali tutti, «governo popolare», governo di «salute pubblica», con la partecipazione di tutti i partiti in un rinnovato patto di «unità nazionale» di tutte le classi, dovrebbe scongiurare la dittatura aperta ed esplicita. L’appello all’«unità nazionale» e ai governi di emergenza è la classica direttrice della borghesia quando intravede l’eventualità che il proletariato si muova in modo indipendente, sotto la spinta di eventi materiali che possono mettere in discussione il potere stesso delle classi ricche, quali la guerra, la crisi economica. Puntualmente, raggiunto lo scopo di bloccare la classe operaia nella difesa del regime borghese, in pace o in guerra, il regime non si è indebolito, la classe operaia non ha avuto modo di riprendere il suo cammino. Le condizioni posteriori offerte al proletariato sono state sempre più feroci e oppressive.

Che si nasconde, allora, dietro l’appello solenne alla «solidarietà nazionale», lanciato da tutti i partiti, ma in particolare dai partiti «operai» e dai sindacati? «Solidarietà nazionale» significa comunanza di interessi delle classi. Quale comunanza può esservi tra il salario operaio e il profitto capitalista, che per definizione si affrontano in perenne contrasto? Quale solidarietà quindi può esservi tra le due classi che incarnano il salario e il profitto, tra operai e borghesi? Nessuna! Allora chiamare gli operai a solidarizzare con i padroni e con il loro Stato, sotto la formula dell’«unità nazionale» o di altra formula più suggestiva, significa soltanto mantenere la classe operaia ai piedi del potere borghese, potenziarne la difesa indebolendo la pressione operaia, in breve significa sollecitare la borghesia ad intensificare la sua azione offensiva contro la condizione degli operai, tenuti prigionieri dalla politica di conciliazione sociale. Ecco quello che significa l’appello dei partiti e dei sindacati del tradimento!

PCI E SOCI GUARDIA BIANCA DEL CAPITALE

L’esperimento del PCI per un governo di «sinistra» non è nuovo, anzi è preceduto da illustri esempi. Nel primo dopoguerra in Germania, come si rileva dal nostro studio sulla tattica comunista, la socialdemocrazia tedesca, che si era guadagnata, anch’essa come il PCI e C., la fiducia delle classi possidenti sul campo del massacro mondiale su cui aveva trasportato la formidabile classe operaia tedesca, si presenta al proletariato come il partito del «rinnovamento», della ricostruzione, anzi, di più, addirittura della «rivoluzione». Ebbene la socialdemocrazia partorì Noske, cioè la funzione più spregevole che si possa immaginare di un partito «operaio», «socialista», «rivoluzionario»: l’uso feroce da parte di questo partito dello Stato politico del capitale contro gli operai e i comunisti rivoluzionari. Noske fu il profeta di Hitler. La socialdemocrazia fu l’evocatrice del nazismo.

È possibile, oggi, in Italia, il noskismo, la difesa del regime borghese cioè da parte dei partiti «operai» con la violenza repressiva dell’apparato statale? Sì! Il metodo politico dei falsi partiti e sindacati operai, basato sulla solidarietà con lo Stato del capitale, è identico a quello della socialdemocrazia tedesca e dei suoi Noske e va verso la confluenza nel fascismo, sintetizzatore di tutti i metodi di oppressione sulla classe operaia. Al PCI e soci manca soltanto l’elezione al governo dello Stato per esprimere il noskismo che portano in seno.

Le continue insistenti esibizioni lealiste di questi organi ex operai verso lo Stato, come l’appoggio incondizionato alla politica dei sindacati costituzionali di intesa col padronato per tamponare le falle dell’economia, come la direttiva pacifista e collaborazionista con le classi possidenti, falsamente contrapposta alla posizione detta di «muro contro muro», in assenza di una situazione rivoluzionaria, peraltro costantemente impedita proprio da PCI e compagni, significano che si debba soltanto collaborare col nemico, anziché incalzarlo per strappare condizioni che favoriscano e radicalizzino la classe operaia.

Questi atteggiamenti portano il PCI ad un fronte comune con lo Stato capitalista e, al contrario, ad adottare proprio esso una politica di «muro contro muro» verso gli interessi generali del proletariato, e di conseguenza verso l’avanguardia rivoluzionaria comunista, oggi contro le posizioni programmatiche del comunismo rivoluzionario. È da questo indirizzo noskista che sorge l’attitudine da «guardia bianca» del PCI e dei suoi alleati, che lo abilita a carnefice della rivoluzione, sia che conquisti o meno la maggioranza dei suffragi cartacei, sia che venga o meno cooptato nel governo della Repubblica borghese.

IL PARLAMENTARISMO DEL PCI E CAMERATI

Nel movimento internazionale comunista, sorto nel 1919, si discussero due temi di tattica circa la posizione da tenere verso il parlamento borghese. Nessuna divergenza sul modo di considerare la democrazia, che restava, comunque imbellettata, una forma della dittatura capitalista. Le due linee, come si sa, furono dette di «parlamentarismo rivoluzionario» e di «astensionismo tattico».

Il PCI, che vanta i nostri stessi natali – Livorno, gennaio 1921 – e pretende continuità leninista, ha scoperto una terza linea tattica, quella… borghese-socialdemocratica, ovvero il parlamentarismo senza aggettivi, quello liberale, nemmeno giacobino, oggi velleitario ma meno irrispettabile, che sosteneva i rappresentanti del popolo alla tribuna dell’Assemblea mostrando picche, sciabole e ghigliottina, se mai avessero disatteso i bisogni delle folle rivoluzionarie. Con questa terza via, al «socialismo», anche il PCI vanta di aver «completato» il marxismo-leninismo, ritornando indietro, nel passato remoto della storia della borghesia, che oggi rivoluzionaria più non è ma reazionaria.

Di qui il parlamentarismo democratico legalitario della «sinistra» costituzionale ha dato ad intendere che tutto venga deciso nell’Assemblea nazionale, mostrando una fervida attività parlamentare che trae in inganno i proletari. Il fatto gli è che, mentre le decisioni vengono sistematicamente prese dal governo e dai partiti, e attuate dall’amministrazione statale, con un meccanismo tipicamente extraparlamentare caratterizzato da Decreti Legge, da accordi preventivi tra vertici di partiti, da atteggiamenti ritardatori o acceleratori a seconda dei casi dell’apparato burocratico, il Parlamento, per bocca dei suoi pappagalli sgonfioni, avalla il già deciso e nulla può fare per realizzarlo. Mentre la borghesia manovra i suoi interessi in siffatto modo, coprendoli con la finzione democratica e maggioritaria, il proletariato viene suggestionato dalle finzioni che gli vengono propinate come sostanza. In sintesi, la borghesia non crede da tempo nel parlamentarismo per se stessa ed è pronta a disfarsene anche con la violenza, come Benito insegnò; il proletariato, invece, resta ancora abbacinato dalla regia costituzionale chiamato da PCI e affini a difenderla e praticarla.

Il parlamentarismo è stato affossato dal fascismo nel 1924. Ne è rimasto soltanto un guscio vuoto, una parodia macabra, recitata con sussiego dai capi del tradimento e dai politicanti borghesi, soddisfatti che la classe operaia sia ancora invischiata nella legalità democratica, e consapevoli di doverla difendere con le armi dal vero pericolo per le istituzioni legali, dal pericolo della rivoluzione comunista. «Siamo contro ogni attacco alla legalità repubblicana», proclamano arditamente i partiti costituzionali, capofila il PCI. Quindi, commentiamo noi, vi ritroverete tutti assieme con le armi in pugno quando la vostra legalità sarà presa d’assalto dal proletariato rivoluzionario.

Il parlamentarismo è una trappola tesa al proletariato. E per parlamentarismo intendiamo non solo le recite teleguidate di Montecitorio e Palazzo Madama, ma anche tutti gli altri e più sconci teatrini regionali, provinciali, comunali, ora anche rionali o di quartiere, costituiti per corrompere i lavoratori «chiamati» a «partecipare» alla «vita del paese», allo stesso modo che i padroni chiamano gli operai a «partecipare» alla «vita dell’azienda».

Per questo gli interessi proletari sono antidemocratici, perché non coincidono con quelli delle altre classi, anzi ne sono antitetici, contrapposti. Di conseguenza proclamiamo la nostra antidemocrazia e indichiamo nella separazione netta e nella contrapposizione delle classi la condizione elementare e necessaria per l’affermazione del proletariato e dei suoi interessi. Da ogni parte vengono gettati «ponti» tra la classe operaia e le altre classi, al fine di vincolare il proletariato.

IL NOSTRO ANTIPARLAMENTARISMO

Nel 1976 più che di «astensionismo tattico», che fu nostro nel 1919, si tratta di «antiparlamentarismo» strategico, cioè di rifiuto totale ad utilizzare una «tribuna» che la presenza, impossibile, dei comunisti rivoluzionari nobiliterebbe, incrementando l’inganno democratico, vera catena che lega il proletariato al regime capitalista. Ma questa sarebbe sterile posizione e vaniloquio letterario, se non si accompagnasse ad un’azione metodica, per piccola che possa essere, allo scopo di ritessere una rete di classe, sotto la spinta al soddisfacimento dei bisogni materiali immediati degli operai. Perché il comunismo non resti un «bell’ideale», occorre aver sempre presente che esso è innanzitutto «libertà dal bisogno» economico, e pertanto irrealizzabile senza l’abbattimento del regime presente che, invece, del bisogno economico fa una ragione d’esistenza e di oppressione. È questa verità concreta che lega l’azione istintiva delle masse operaie all’azione cosciente del partito, e non una sorta di fatalismo oggettivo né di taumaturgica predisposizione del partito.

In questo clima di euforia elezionistica generale, in cui domina il «civismo», il perbenismo politico, in sintesi l’«ordine» (è questa la lettera di credito del PCI e consorti) noi, perché sappiamo che queste etichette estetiche e morali coprono la paura e l’odio per il ritorno del proletariato alla lotta di classe, noi ripetiamo agli operai la necessità inderogabile della separazione netta dei loro interessi economici sociali e politici da quelli delle altre classi e sottoclassi. In tal modo il nostro partito deve presentarsi autonomo e indipendente da tutti gli altri non solo quanto a programma, indirizzo e organizzazione, ma anche nella tattica, perché soltanto così il partito rivoluzionario di classe può far valere gli interessi contingenti e generali della classe operaia in contrapposizione a quelli delle altre categorie sociali e agire, di conseguenza, senza avere le mani legate.

Com’è vero, che la semplice difesa classista del pane e del lavoro dei salariati è in aperto e irriducibile contrasto con la difesa dell’economia aziendale, locale, nazionale, è altrettanto vero che la lotta per la difesa di questi bisogni minimi degli operai non è rappresentata né da chi cerca di renderla compatibile con l’economia del profitto, con gli interessi padronali, con la sopravvivenza del regime esistente, né è rappresentata dalle centrali sindacali ufficiali, né dai partiti «operai» esistenti, né tanto meno dai partiti dichiaratamente borghesi. Il paradosso è che più precarie sono le condizioni degli operai, e più sacrifici vengono richiesti ai proletari da parte dei loro falsi rappresentanti, che si spingono sino a giustificare il sacrificio di «pochi» operai per salvaguardare gli interessi della «comunità» nazionale, che significa sacrificare le condizioni dei proletari a favore del mantenimento del regime di sfruttamento degli operai stessi: i sacrifici degli operai, per mantenere in vita la macchina oppressiva degli operai! È il colmo! Dinanzi a queste constatazioni sarebbe cecità non trarre la conclusione che nessun partito attualmente esistente, nessun sindacato, nessun altro gruppo politico è al servizio della classe operaia, né per i suoi immediati interessi né tanto meno per i suoi interessi storici.

IL VERO DOPPIO GIOCO DEL PCI

Solo i cretini sono convinti che il PCI faccia il doppio gioco: democratico, liberale, «pluralista», nella divisa ufficiale; dittatoriale intollerante, egemone nella sua vocazione, che esprimerebbe in pieno al momento opportuno. Ogni serio borghese sa che questo partito è strenuo difensore e fedele assertore del regime e che non solo non nasconde velleità proletarie ma nemmeno giacobine, ché se anche le avesse avute, quelle del 1848, con la farsa del secondo risorgimento sarebbe già scomparso. Il PCI non è neppure un partito rivoluzionario piccolo-borghese, perché la borghesia si è ormai assuefatta a vivere degli avanzi del grande capitale e odia la rivoluzione che rompe questo andazzo e si vergogna persino di quella a cui fu costretta nel secolo scorso. Il PCI – e lo dimostra continuamente con i fatti – è il più coerente sostenitore dell’equilibrio tra le classi, come lo è dell’equilibrio tra gli Stati; acerrimo nemico, per contro, di chiunque osi alterare anche minimamente questo equilibrio. In sostanza, il PCI offre al potere capitalistico non una politica «nuova», ma una organizzazione efficiente, più efficiente di quella degli altri partiti, non logorata da decenni di responsabilità governative, mobilitando la quale promette che il rapporto di dipendenza del proletariato dalla borghesia non si arrovesci, né muti. Le sviolinate all’integrità morale, alla probità e all’onestà, ecc. sono motivi di pubblicità elettorale, di polemica contingente; per suggestionare i lavoratori e accaparrarsi i voti dei bottegai.

Il prossimo turno elettorale, quindi, non sovvertirà l’ordine costituito, né tanto meno segnerà l’«avanzata» dei lavoratori, perché non è in gioco il potere del capitale, ma soltanto si sorteggerà un probabile avvicendamento dei partiti al governo della Repubblica borghese. Cosicché l’unico a soffrire del doppio gioco del PCI e soci è il proletario, al quale viene fatto balenare un «nuovo» modo di governare che sfocerebbe addirittura nel «socialismo», mentre invece, di nuovo nulla ci sarà, se non la recrudescenza del totalitarismo statale sulla classe operaia.

I borghesi illuminati sono preoccupati per come potrà essere colmato il «vuoto» di opposizione che si potrebbe creare con il PCI nella maggioranza. È una tesi annunciata dalla stampa internazionale della grande borghesia, la quale riconosce la funzione di contenimento a «sinistra» dei lavoratori. Essi dicono giustamente che non esiste allo stato attuale un partito di opposizione leale al regime in grado di svolgere il ruolo del PCI. Sotto questo aspetto, trovare un argine a «sinistra» robusto ed elastico, la borghesia non ha molta scelta; ma la vocazione di sostituire il partito di Palmiro sono in tanti ad averla, soprattutto nel campo del sinistrume velleitario, dove pullulano bande affittabili ad ogni prezzo. Basti pensare all’accoppiata PSIUP-Lotta Continua, o al «blocco» delle «sinistre», che stanno dando saggi di sabotaggio nelle rare lotte operaie, collaborando attivamente con PCI e centrali sindacali nello spezzare i tentativi operai di ricostruire una organizzazione di classe. E che la si finisca una buona volta di considerare questi guazzabugli come «fermenti» della «spontaneità operaia». Spontanei sono gli operai che si ribellano all’ordine sindacale, politico, partitico, costituito anche nelle forme più impensate, e non questi democratici falliti.

Preoccupati, ma a soli fini elettorali, sono anche i partiti borghesi tradizionali che sostengono, ma con scarso vigore invero, che un PCI governativo comprometterebbe la stabilità e la sicurezza delle alleanze internazionali del capitalismo italiano, segnatamente il Patto Atlantico, sul cui in verità il PCI ha espresso più volte il parere di non contestarlo, ma di lavorare alla abrogazione di questo e del Patto di Varsavia. Che la borghesia italiana sia disponibile per un voltafaccia è nelle sue secolari tradizioni e sarebbe ingiusto addebitare soltanto al PCI un tale colpa. Ma le chiavi dell’economia italiana sono in mano agli USA e gli USA orientano la politica statale di questa avida repubblichetta. Nemmeno il PCI potrebbe, in definitiva, osare tanto se vuol mantenere il consenso delle classi borghesi, cui da decenni cerca con ogni mezzo di compiacere. E le declamazioni di indipendenza dello Stato italiano dagli imperialismi maggiori è acqua sporca perché la borghesia italiana e quindi il suo Stato sono dichiarati vassalli dell’imperialismo americano. Per intraprendere una politica indipendente dagli USA e dall’imperialismo internazionale occorre un coraggio e una forza di classe, che la borghesia esercita soltanto contro il proletariato. Soltanto la sollevazione rivoluzionaria della classe operaia può sconfiggere in Occidente l’imperialismo. Il PCI, al massimo, può tentare di sollevare l’animo del filisteo borghese… mettendogli in mano una scheda elettorale tricolore.

Questa lunga sequela di argomentazioni contro il comunsocialdemocratismo dei falsi partiti operai, letto in maniera dialettica vuol significare, in sintesi, che per la classe proletaria non c’è salvezza fuori del programma rivoluzionario comunista, da questi partiti ferocemente combattuto. Che questo gli operai constatino in maniera pratica, subendo fatti e avvenimenti che non mancheranno di manifestarsi concretamente nei prossimi mesi e anni, non esclude, anzi implica, la propaganda rivoluzionaria del nostro partito, sinché potrà farsi pubblicamente, la sua azione pratica, sebbene limitata quantitativamente. Senza questa azione complessiva ed estesa dell’unico partito politico di classe del proletariato, potranno passare anche le crisi economiche, senza che la sana ribellione operaia al regime trovi la direzione giusta verso la liberazione sociale.