I provocatori
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Secondo la stampa, la televisione, la radio e, soprattutto, secondo gli opportunisti del P.C.I. ed i bonzi sindacali la situazione italiana non andrebbe poi troppo male se non ci fossero in giro i soliti «provocatori». La Fiat, secondo l’Unità, è piena di «provocatori», «elementi sospetti» penetrano nelle assemblee dei turnisti della Mirafiori, sputano addosso a Trentin e sobillano gli operai a non accettare il contratto. Provocatori si incontrano dappertutto, ma soprattutto nelle assemblee operaie e nelle manifestazioni per cui i dirigenti sindacali hanno sempre pronto un «servizio d’ordine» che deve «isolare i provocatori» ed invitano gli operai alla «vigilanza contro i provocatori». Come sta questa faccenda? Chi è questa gente misteriosa che «minaccia di far degenerare la situazione italiana?».
La borghesia come tutte le classi decadenti si è sempre sentita «provocata». Incapace di comprendere e di dominare le cause del malessere sociale generato dalle contraddizioni del suo proprio modo di produzione essa si affanna a spiegarlo con l’azione di alcuni uomini se non ci fossero i quali tutto andrebbe bene. Gli «untori» del Medioevo avevano lo stesso significato: la classe dominante incapace a trovare le cause reali del suo disastro immaginava individui che andavano in giro a spargere la peste. Ed oggi esistono, secondo la borghesia e l’opportunismo, individui che vanno spargendo la peste della violenza, della illegalità, della sovversione in una società che, senza di loro, se la caverebbe magnificamente nella pacifica convivenza fra le classi. Ogni operaio che non accetta la politica opportunista, ogni lavoratore che non vuol vedersi ridotto il salario diventa così un «provocatore».
Ma la realtà è del tutto opposta: è la società borghese, il modo di produzione capitalistico che va in pezzi sotto la spinta delle sue proprie contraddizioni e che condanna periodicamente, nelle sue crisi, il proletariato e tutta l’umanità alla disoccupazione, alla fame, alla guerra. Di fronte al disastro periodico della sua economia il modo di produzione capitalistico ha una sola speranza di sopravvivenza: che le classi sociali, gli interessi opposti ed inconciliabili sulla cui base vive la società borghese non vengano al conflitto aperto per la conquista del potere politico. O meglio che la classe proletaria giunga al momento del conflitto finale, a cui sarà spinta dalla necessità stessa della sua sopravvivenza fisica, impreparata materialmente e moralmente e perciò facile vittima della repressione delle classi dominanti. A questo compito di salvataggio ad ogni costo della società attuale lavorano tutte le forze del campo borghese, la più importante delle quali è l’opportunismo dei falsi partiti operai annidati ai vertici dei sindacati. E questo compito poggia appunto sulla tesi che la classe operaia dovrebbe continuare a difendere ad ogni costo la «pacifica e civile coesistenza», fare i necessari sacrifici per il «bene comune», difendere i «superiori interessi dell’economia nazionale» ed «allontanare da sé i provocatori». Se questo avverrà, la classe operaia, a costo dei più inauditi sacrifici, a costo dei bassi salari, della fame, del macello dei suoi figli in un prossimo conflitto mondiale, salverà di nuovo la società borghese, i profitti, le rendite, le cedole e tutto quanto il mondo dello sfruttamento capitalistico. A questo mira la campagna contro i «provocatori», cioè contro tutti coloro che a questo gioco non intendono stare, contro gli operai ai quali la situazione economica comincia a far aprire gli occhi.
Ma siccome il vero «provocatore», la crisi economica mondiale, non è dominabile da parte della borghesia e del suo Stato per quanti governi si cambino e per quante misure si studino, c’è sempre la possibilità che il suo acuirsi moltiplichi il numero dei provocatori fino ad identificarli con tutta la classe operaia scesa finalmente in lotta per la difesa delle sue condizioni di vita e nuovamente dotata di un partito politico che veda come unico possibile completamento di questa difesa la distruzione dello Stato e delle forme economiche e sociali della borghesia. A questa evenienza risponde l’armamento sempre più esteso in tutti i sensi dello Stato borghese, la creazione di una rete sempre più vasta di forze extralegali al servizio di questo Stato e rivolte contro ogni tentativo degli operai di uscire dalla cappa di piombo della collaborazione di classe. La lotta contro la «provocazione» si identifica perciò con la lotta della borghesia contro la classe operaia; la figura del «provocatore» dovrebbe esorcizzare lo spettro della lotta di classe e paralizzare la preparazione materiale e psicologica della classe operaia a questa lotta.
Noi comunisti a questa preparazione lavoriamo.
E mentre i partiti opportunisti, P.C.I. alla testa, si battono strenuamente perché, nonostante la crisi, rimanga intatta la pacifica convivenza delle classi che non può significare altro che intensificata oppressione e sfruttamento bestiale della classe operaia; e mentre il P.C.I. si prepara ad assumere in prima persona la difesa della società borghese ed il maneggio dello Stato borghese contro la classe operaia per imporle i sacrifici necessari, diciamo ai proletari che la crisi capitalistica rappresenta per loro una magnifica possibilità reale di distruggere per sempre il regime dello sfruttamento, della disoccupazione, della guerra e per entrare nella società senza classi, nella società comunista, a patto che essi rompano la pace sociale, a patto che essi non accettino nessun sacrificio delle loro condizioni di vita e di lavoro per la salvezza della società attuale, a patto che essi dedichino tutte le loro forze e tutti i loro sacrifici alla ricostituzione dei loro sindacati di classe, al potenziamento del loro partito rivoluzionario di classe. A patto che la classe proletaria senta di nuovo in sé la forza e la volontà di scatenare la guerra aperta fra le classi e di imporre a mano armata la sua propria dittatura di classe a tutta la società.
Tredici milioni di provocatori, il numero degli operai italiani: è contro questi che i falsi partiti operai, i traditori alla testa dei sindacati operai, le forze «legali» ed «illegali» dello Stato borghese si battono. E cominciano a battersi fin d’ora benché la classe operaia non sia in grado di reagire, privata dei suoi organismi economici e del suo partito politico, alle provocazioni, queste sì reali che le classi borghesi ed i suoi falsi rappresentanti mettono in atto ogni giorno contro di lei.
Il nostro augurio è che finalmente la classe operaia provochi veramente la società borghese alla guerra sociale e, spezzando i mille legami che la tengono oggi avvinta alla maledetta politica della collaborazione fra le classi, ritorni capace di innalzare il grido della suprema provocazione: «Il combattimento o la morte, la lotta sanguinosa o il nulla!».