Il patriottismo dal Piave al Tagliamento
Categorie: Disasters, Partito Comunista Italiano
Questo articolo è stato pubblicato in:
Friuli: centinaia di morti, migliaia e migliaia di feriti, 150.000 senza tetto, eppure il disastro è stato una vera pacchia per i partitoni. In un clima elettorale che si preannunciava aspro e denso di polemiche, cosa di meglio della catastrofe nazionale per riconciliare gli animi, placare i bollenti spiriti, ritrovare la necessaria serenità? Così anche questi morti sono serviti a qualcosa. Già da parte di alcuni giornali borghesi si era fatto notare quanto avveniva nel Friuli devastato: Non più rivalità politiche, non più divisioni sociali, tutti uniti per ricostruire.
Naturalmente la volpe piciista non si è fatta scappare l’occasione e Berlinguer parlando al C.C. del PCI ha fatto l’elogio dello «sforzo ammirevole» che «i soldati, le forze dell’ordine, i vigili del fuoco, i cittadini vanno compiendo nelle zone terremotate», alludendo naturalmente al fatto che, nel disastro dell’economia italiana, ci si dovrebbe comportare come nel disastro del Friuli ed ecco che dal suo pitagorico cervello è uscita l’idea (che sembra nuova ma è vecchia come il cucco) di formare un governo a cui partecipino tutti i partiti «democratici e popolari», un governo di «emergenza nazionale». Il trucco è semplice: poiché lo Stato italiano è in crisi e c’è lo «stato d’emergenza», come nel Friuli appunto, le differenze di classe devono sparire ed ogni cittadino (la divisione dei cittadini in proletari e borghesi non esiste più per i comunisti nazionali) deve fare del suo meglio per rattoppare la barca. Naturalmente questo vuol dire che, come accadrà nel Friuli, gli operai dovranno tirar la cinghia lavorando di più e guadagnando di meno per aiutare le aziende in crisi, dovranno subire l’inevitabile disoccupazione che ne decimerà le file, dovranno rinunziare a scioperare per non mettere in difficoltà l’economia nazionale, mentre i padroni intascheranno sempre più profitti servendosi di un proletariato schiacciato da quelli che si spacciano come suoi stessi partiti, privato delle sue organizzazioni di difesa economica, diviso dal suo vero partito, comunista e rivoluzionario.
Per ottenere questi risultati si tenta di instaurare un clima di terrorismo e di paura. La radio diffonde comunicati sul terremoto friulano o sulle tragicomiche vicende della lira che sembrano bollettini di guerra. In pratica si cerca di ripetere quanto fu attuato nel secondo dopoguerra quando, di fronte all’Italia distrutta, i partiti cosiddetti operai, rifiutando di difendere le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia, andarono al governo e diedero al proletariato la parola d’ordine criminale di «Prima ricostruire, poi rivendicare» costringendo gli operai a lavorare in condizioni disumane, per un tozzo di pane, al fine di rimettere in piedi la produzione capitalistica. Si giunse così perfino a fare gli scioperi alla rovescia, cioè a far andare gli operai a lavorare senza percepire il salario. Ogni operaio ha potuto constatare sulla sua pelle a cosa ci ha portato questa politica: Ad una situazione ancora peggiore di quella degli anni ’47-’48, con i disoccupati in aumento ogni giorno, col costo della vita in vertiginosa ascesa, con uno Stato che mostra sempre più (e non manca che il PCI al governo per completare l’opera) la sua natura fascista.
Se il PCI e gli altri partiti «operai» d’accordo con tutti i partiti borghesi parlano di «sforzo comune» per riassestare le zone terremotate noi diciamo che, tanto più in queste tragiche circostanze, la classe operaia friulana non deve farsi supersfruttare, non deve andare a ricostruire le fabbriche lavorando dodici, quattordici ore al giorno, non deve accettare di fare sacrifici per i padroni.
Se il proletariato vuole aiutare i suoi fratelli friulani, invece di fare loro l’elemosina come hanno proposto i sindacati confederali, deve lottare con loro perché le loro condizioni di vita, già rese disastrose dal terremoto, non debbano peggiorare ulteriormente sotto i colpi del supersfruttamento capitalistico.
Se il proletariato d’Italia, come quello di tutti i paesi capitalistici, vuole uscire da questa crisi che attanaglia il mondo borghese, ripercuotendosi così duramente sulle condizioni di vita della classe operaia, deve porsi sul terreno della lotta aperta contro i padroni per la difesa senza quartiere dei suoi interessi di classe; deve respingere con forza le direttive di quei partiti traditori che gli propongono nel nome della salvezza della patria e dell’economia nazionale un’impossibile alleanza con la classe che lo sfrutta, dimostrando di essere, proprio loro che ogni minuto professano il loro antifascismo, i migliori allievi alla scuola di Benito.
Lo Stato è la macchina con cui una classe ne opprime un’altra e il potere non può essere diviso tra classi diverse. Se il PCI verrà cooptato a governo dello Stato italiano sarà per meglio difendere l’interesse borghese, per svolger opera controrivoluzionaria di conservazione sociale per tradire, una volta ancora, la classe operaia.