Scricchiola la “pace del lavoro”
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Lo spettro della crisi capitalistica avanza e colpisce con più o meno forza tutti i paesi industrializzati; anche per il «fiorente» capitale svizzero la crisi ha segnato la fine di un periodo durato circa 30 anni e sta segnando anche la fine della pace sociale. Dalla fine del secondo macello imperialistico la Svizzera annunciava di essere lo Stato del «benessere», negatore di ogni lotta sociale; l’opportunismo tradizionale: partiti e sindacati annunciavano che ogni problema economico sarebbe stato risolto «per il bene di tutti» e senza differenze tra «le parti nel mercato del lavoro».
Come abbiamo sempre sostenuto i nodi vengono al pettine, così anche per la «tranquilla e laboriosa» Svizzera con lo scoppio della crisi l’armonia tende a svanire. Arresto dell’espansione economica, abbassamento e blocco dei salari, con aumento dei ritmi, del cottimo e dei prezzi, aumento della disoccupazione interna e rientro di migliaia di emigrati, (con chiusura delle frontiere all’immigrazione), di conseguenza i primi movimenti economici proletari.
Il costo della vita alla fine del febbraio 1976 si è situato a 165,8 punti (settembre 1966=100), risultando del 3% sopra il livello di 160,9 dell’anno precedente. Nel mese di gennaio il tasso d’aumento generale era ancora del 3,4% e nel febbraio 1975 addirittura dell’8,4 per cento.
A fine gennaio erano annunciati, presso gli uffici del lavoro, ben 31.579 disoccupati totali: 5.300 circa in più che a fine dicembre (+20,3%). Nei confronti di fine novembre, alla fine d’anno si era già riscontrato un aumento di circa 5.900 (+29,2%). La proporzione dei disoccupati totali nei confronti della popolazione attiva era, a fine gennaio, di circa 1,1%. Ma per avere un quadro completo dell’effettiva estensione della recessione, bisogna tener soprattutto conto anche del fatto che in un anno in Svizzera sono scomparsi più di 200.000 posti di lavoro (emigrati che i bonzi non contano). Da ricordare poi anche il grande numero dei disoccupati parziali che, a fine dicembre 1975, erano circa 137.000. (Lotta Sindacale, 27-2-1976).
Sono queste le gravi condizioni che pesano sulla classe operaia svizzera, che da decenni sembrava completamente addormentata, vincolata e regolata da leggi, clausole e patti di «tregua sociale» fra le centrali sindacali ed i loro governi democratici.
Vediamo alcuni punti sull’ultimo rinnovo dell’accordo capestro detto «PACE DEL LAVORO», in vigore in Svizzera fin dal 1937 (Convenzione del luglio 1974), stipulata tra le 5 maggiori Federazioni sindacali e le associazioni svizzere degli industriali.
In questo accordo l’Unione Sindacale svizzera si impegna per 5 anni a non organizzare alcuno sciopero, nemmeno in questo periodo di attacco padronale a salari e ad occupazione, anzi a reprimere eventuali moti spontanei operai.
«La presente Convenzione si propone di promuovere, attraverso sane condizioni di lavoro, lo sviluppo dell’industria svizzera della metalmeccanica nell’interesse comune dei datori di lavoro e dei lavoratori.
La Convenzione si prefigge:
- di fissare e aggiornare diritti e doveri contrattuali nello spirito di una reciproca comprensione;
- di promuovere la collaborazione tra datori di lavoro e i lavoratori e tra le loro rispettive organizzazioni;
- di trattare, conformemente alla presente Convenzione, importanti divergenze e conflitti;
- di mantenere la pace del lavoro.
Le parti contraenti s’impegnano a mantenere in modo assoluto la pace del lavoro per tutta la durata della Convenzione e a farla rispettare dai loro membri…
Di conseguenza è esclusa ogni misura di lotta, quale la serrata, lo sciopero o il boicotto, anche nei casi di divergenze attinenti a questioni non regolate dalla presente Convenzione. Questa pace assoluta del lavoro vale anche sul piano individuale sia per i datori di lavoro, sia per i lavoratori. Divergenze d’opinione ed eventuali conflitti vanno trattati conformemente alla procedura prevista dall’art. 6».
«(Art. 6)… In caso di controversia, le pretese del singolo lavoratore derivanti dal rapporto di lavoro vanno deferite ad un tribunale ordinario. In questo caso il lavoratore può farsi assistere dal suo sindacato o da un altro rappresentante legale».
Per i nuclei di avanguardie operaie che si permettono di uscire dall’ordine costituito, dalle leggi del dominio assoluto della borghesia, si prepara il licenziamento, il tribunale le multe.
Dal 1937 in Svizzera regna la «pace del lavoro» per cui il padronato e il sindacato s’impegnano sia «all’aumento della produttività come premessa per ogni miglioramento delle condizioni di lavoro», e sia alla rinuncia «ad ogni misura di lotta, quali l’interdizione, lo sciopero o la serrata» e versano 250 mila franchi ciascuno come garanzia per l’eventuale violazione dell’accordo, mentre obbligano anche gli operai non iscritti a pagare un «Contributo di solidarietà dei lavoratori non organizzati»:
«I lavoratori assoggettati alla Convenzione… che non sono membri di una parte contraente, versano un contributo di solidarietà per le spese derivanti dall’applicazione della Convenzione, a condizione che si trovino in un rapporto di lavoro duraturo e risultino occupati almeno per il 50% della durata normale di lavoro.
Per gli uomini a partire dal ventesimo anno di età il contributo di solidarietà ammonta a fr. 84. annuali e rispettivamente fr. 7. mensili, mentre le donne, come pure per i giovani al di sotto dei vent’anni, esso risulta di fr. 60. annuali e rispettivamente fr. 5 mensili». (Lotta Sindacale, 24 gennaio 1975).
La banca di proprietà del sindacato svizzero aumenta così il suo capitale.
Con un periodo così lungo di dominio dell’opportunismo sulla classe operaia e di sviluppo «pacifico» del capitalismo, rafforzato da tutti gli accordi e leggi che immobilizzano la classe operaia, appare e appariva eroico lo sforzo dei comunisti i quali hanno sempre indicato che la classe operaia si potrà risollevare soltanto con «l’arma dello sciopero» perché gli scioperi sono «una scuola di guerra», scuola nella quale gli operai imparano a fare la guerra contro i loro nemici. (Lenin)
È vero che l’opportunismo ha strappato «dalle menti e dal cuore» della classe operaia la sua elementare e necessaria arma, appunto lo sciopero, ma è anche vero che sono le condizioni economiche che riportano tra le file del proletariato la tendenza a ricostruire nuclei di avanguardie operaie pronte a battersi sia contro le direttive dei bonzi, e sia, specialmente in Svizzera, contro l’infame terrore sostanzialmente fascista di Stato e sindacati.
Purtuttavia la classe operaia quando è spinta da condizioni economiche gravi, si ribella e giunge a mettersi sul terreno della lotta aperta. Di certo che siamo solo all’inizio di questa tendenza, ed è anche vero che la strada di questa ripresa è lunga e difficile, ma quel che interessa ai comunisti rivoluzionari è che il segnale rosso della ribellione sia scattato.
Cosa sta dunque succedendo in Svizzera, e in generale in tutto il settore produttivo di grandi e piccoli complessi, e che sta maturando nella classe operaia, che mette in imbarazzo i dirigenti dell’ordine costituito? Semplicemente: la crisi capitalista si dilata, e come tragica conseguenza sulla classe operaia si traduce in: difesa del posto di lavoro, delle condizioni di esistenza, del salario, contro l’assillo crescente dei capi ciurma della produzione ecc.
È questa situazione che impone alla classe operaia il risveglio alla lotta di classe, come richiederà anche l’estendersi della sua avanguardia dirigente comunista, ovunque alla testa della rivolta proletaria.