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Gran Bretagna – Sulla linea del secolare tradimento laburista

Categorie: Laborism, UK, Wages

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L’attenzione che i giornali italiani hanno recentemente dedicato agli avvenimenti inglesi non è senza fondamento: infatti l’opportunismo britannico, sia politico che sindacale, sta mostrando chiaramente la sua politica antioperaia, mostrata come esempio di una sana reazione alla febbre inflazionistica che colpisce anche la nostra penisola; questa politica dei redditi, che ha come precedente il patto sociale dell’anno scorso, ha fatto diminuire l’inflazione del 50% dall’agosto scorso, e se ne prevede una ulteriore diminuzione di un altro 50%. Come è stato possibile questo «miracolo»? Nell’unico modo che la borghesia conosce, comprimendo cioè i salari della classe operaia.

La «incomes policy» di Healey prevede un aumento massimo del 5% dei salari, così articolato: per i salari fino a 50 sterline la settimana l’aumento massimo sarà di 2,50 sterline, per i salari da 50 a 80 sterline sarà del normale 5%, cioè da 2,50 a 4 sterline, mentre chi guadagna più di 80 sterline la settimana avrà comunque un aumento massimo di sole 4 sterline. Secondo l’Economist queste limitazioni si risolveranno in un aumento medio di solo il 4,5% dei salari, in quanto il 30% dei lavoratori guadagna più di 80 sterline, ed i loro aumenti saranno inferiori in percentuale. Apparentemente i più beneficiati sarebbero quel 30% di lavoratori che guadagnano meno di 50 sterline, perché i loro aumenti supererebbero il 5%. In realtà così non è: in primo luogo l’aumento è un massimo che va conquistato, e non è detto che lo sia per intero, poi un aumento di 2,5 sterline, che è di circa 16.000 lire mensili, è talmente basso che se non fosse concesso nemmeno quello, date le pessime condizioni di vita in cui già si trova la classe operaia inglese, sarebbe condannata alla fame; va anche tenuto conto che parte dell’aumento verrà comunque assorbito dalle tasse, come già lo è quasi un terzo della paga nominale.

Non molto migliori saranno le condizioni di quei lavoratori che guadagnano da 50 a 80 sterline la settimana; essi costituiscono il 40 per cento degli operai e comprendono la maggior parte degli specializzati della grande industria. È soprattutto con loro che padroni e sindacati dovranno fare i conti per far passare questi provvedimenti.

Quelli apparentemente più danneggiati dal patto sono coloro che guadagnano più di 80 sterline la settimana, ma rientra nella tendenza generale del capitalismo rigettare nella massa degli operai quelle aristocrazie che aveva precedentemente tirato su per i suoi fini; ora che non se lo può più permettere li butta a mare tranquillamente. In ogni modo questo strato di impiegati, capi-reparto, managers, ecc. ha trovato dei buoni difensori: i capi delle organizzazioni sindacali dei metalmeccanici e dei trasportatori hanno dichiarato che «a lungo andare sarebbe dannoso elargire a tutti gli stessi aumenti di retribuzioni, senza tener conto di fattori selettivi quali il tipo di lavoro svolto e l’incentivo della produttività. Livellare il malessere comune nei tempi di crisi va bene ma appiattire salari e stipendi ad oltranza significa scivolare verso il più dannoso tipo di collettivismo».

Questi rilievi si conciliano con la tesi espressa da sir Campbell Adamson, direttore generale della Confindustria britannica, il quale ha definito «ingiusta e mostruosa» la pretesa di voler concedere ai managers delle aziende le medesime quattro sterline di aumento settimanale delle retribuzioni che verranno corrisposte all’usciere e alla dattilografa. L’efficienza richiesta e le responsabilità connesse con i diversi lavori non possono essere ignorate, dice sir Campbell, se non vorremo creare una classe dirigente «demoralizzata e soggetta a una forma di discriminazione invertita». Non si capisce più a questo punto chi è che difende gli interessi degli operai e chi quelli dei padroni, ed il dilemma si risolve solo se si comprende che in nome del famigerato «uscire dalla crisi» entrambe le organizzazioni hanno l’intenzione di vendere la pelle degli operai per finanziare l’economia britannica.

Ma i pirati con la bombetta non nascondono la verità; l’Economist ammette che «i salari reali sono già calati e Mister Healey non nasconde che si attende un altro calo dell’1-2% entro i prossimi 18 mesi. Ecco perché l’inflazione è già stata dimezzata e lo sarà di nuovo».

La sola via di uscita per gli operai inglesi all’immediato sta nel rifiutare, nelle assemblee e nei congressi, questo patto infame, che già è stato accettato a larga maggioranza dai capi dei sindacati, ed imporre con la lotta contro i padroni, e anche contro gli attuali dirigenti sindacali, contratti che permettano loro una vita umana, non cedendo di un centimetro all’attacco che i capitalisti quotidianamente portano loro dietro lo schermo del governo «popolare» del lurido laburismo britannico.

Concludiamo con un commento dell’Economist dell’8-5-76, rivista fra le più reazionarie, porta-voce autorevole degli umori della City, circa il «socialista» Healey: «Ma è significativo che, nel cinquantesimo anniversario dello sciopero generale del 1926, il governo ed i sindacati abbiano raggiunto l’accordo generale e anti-sciopero del 1976, durante il quale i salari reali degli operai scenderanno ancora per il secondo anno consecutivo. Mister Healey merita una lode per il suo coraggio e per i suoi successi».

Queste lodi borghesi si trasformeranno in condanna a morte quando il traditore Healey e compari saranno giudicati dal tribunale della rivoluzione proletaria.