Demagogia opportunista per la piccola borghesia agricola oppressa dai rapporti proprietari
Categorie: Agrarian Question, Italy, Partito Comunista Italiano
Questo articolo è stato pubblicato in:
Il grande partito opportunista italiano ha organizzato una sua «IV Conferenza Agraria». Lo scopo è esplicito, testuale: «sbaglia chi pensa che sia possibile governare senza o contro il consenso di questo vasto strato di piccoli e medi produttori delle campagne» (ed è questa evidente verità per ogni partito). Si tratta perciò per il PCI di ereditare simpatie fra quella piccola borghesia agraria che principalmente paga il prezzo della crisi economica.
Che nessun rapporto leghi questo squallido programma di nemmeno riforme al rivoluzionamento dei putridi rapporti proprietari nelle campagne non deve ormai stupire nessuno: «l’obiettivo è quello di produrre di più e meglio, per dare all’agricoltura un ruolo diverso»; che il proletariato agricolo si declassi e sparisca come movimento nel generico contadiname, che in questo non si discerna più, ai fini del progredire della rivoluzione, fra piccoli contadini lavoranti in proprio, medi e grandi capitalisti è tradimento consumato da tempo e che il bracciantato saprà vendicare quando ritornerà alle sue tradizioni di classe. Anche il riferimento sterilizzato a Lenin e, i bastardi, agli «elementi di socialismo di cui va arricchito lo sviluppo democratico nel nostro Paese» non mascherano altro che un programma agrario molto al di sotto, per inconsistenza e demagogia, alle mussoliniane battaglie del grano. Non solo la rivoluzione comunista espropriatrice, ma anche la strada per arrivarci, anche l’autonomia di lotta bracciantile stanno nella direzione opposta all’interclassismo di simili «elementi di fascismo» col quale intendono arricchire lo sviluppo democratico del loro paese.
Il socialismo, o ultimi degeneri rinnegati, al quale ancora mostruosamente vi riferite sui vostri fogliacci, cominciava sì a penetrare nelle arretrate campagne russe, ma dopo la presa bolscevica del potere, dopo la completa nazionalizzazione della terra, primo provvedimento dello Stato proletario (inezie?). E gli «elementi di socialismo» consistettero nelle prime embrionali forme di produzione associata, non mercantile, non aziendale, che all’immediato non produssero la bieca «agricoltura ricca», all’americana coi «campi sportivi», ma costarono scontri di classe armati, disorganizzazione e regresso nella produzione, anni di carestia. Voi vorreste una agricoltura ricca per grassi mezzadri e capitalisti, ricca sullo sfruttamento del lavoro salariato e sullo schiacciamento della misera piccola conduzione. Il proletariato e la rivoluzione vanno in direzione contraria, ma solo loro vedranno il superamento della arretratezza nelle campagne.
Ma se tradito è il proletariato rurale, anche i tanto corteggiati strati di piccoli produttori non sono considerati che greggi elettorali: se non possono aspettarsi alcuna riforma, alcuna difesa da parte dei partiti dichiaratamente borghesi, sono ugualmente ingannati ed incatenati all’arretratezza dei rapporti agricoli che li schiacciano dall’opportunismo nazionale.
Cos’è che anche nei paesi a capitalismo maturo e in specie in tempo di crisi opprime il piccolo contadino? Da un lato la proprietà fondiaria, l’indebitamento cronico, l’ipoteca che annichila la giuridica proprietà della terra. E poi la cronica bassa produttività del loro lavoro, bassa relativamente alle aziende più ricche, medie e grandi, condotte con metodi tecnicamente più moderni, relativamente alla concorrenza internazionale. Sono i piccoli contadini, insieme al proletariato a pagare le maggiori spese della crisi. In tempi difficili il misero agricoltore marginale, per non essere precipitato nel proletariato non ha che da intensificare il proprio autosfruttamento e, seppure sterilmente, mancando di ogni omogeneità politica e prospettiva generale riformatrice, tali strati costituiscono pericolo potenziale di rivolta sociale che qua e là esplode.
Naturale che da un lato il partito proletario tenda ad indirizzare queste forze contro i proprietari fondiari ed il grande capitale, mentre lo Stato capitalistico è costretto a reprimerle con la forza.
L’opportunismo stalinista, come già prima di esso il programma agrario dei riformisti condannato da Engels, prospetta ai contadini, ad esempio nel 1945: «sviluppo tecnico, tranquillità ai lavoratori della terra, rispetto assoluto della piccola e media proprietà (ma anche della grande se non latifondista)», cioè una conferma dello stato attuale nelle campagne, un ribadimento delle tristi condizioni di oppressione. Bandito per principio l’uso della forza, sparisce ogni prospettiva anche di riforma borghese non vedendosi come si possa arrivare a «liquidare il latifondo» marciando sulla strada della «tranquillità dei lavoratori» e della «difesa della proprietà», perché non si colpisce la grande proprietà senza infrangere pericolosamente la proprietà in generale. È chiaro che questi non sono né programmi di riforma alcuna e nemmeno svolte di governo, tanto che mai i discorsi indurranno i contadini a «produrre di più e meglio».
Il capitalismo in tempo di crisi è costretto a schiacciare anche la piccola borghesia agraria: l’alternativa all’autarchia è vincere la concorrenza internazionale, aumentare la produttività. Ma il grande capitale industriale non può presentarsi in prima persona coi suoi partiti a chiedere supersfruttamento, lo fa dire all’opportunismo paludato, fra l’altro, anche dagli ormai logori stracci populisti: «questi imprenditori possono assolvere una funzione positiva se la loro iniziativa muove verso lo sviluppo produttivo investendo capitali e valorizzando la terra». Non si accorgono che investire capitale porta necessariamente alla concentrazione delle aziende, alla loro selezione naturale, infine a calpestare l’adorata «tranquillità dei lavoratori della terra»? Queste, contrabbandare come rivendicazioni contadine, sono le direttive della grande industria che ordina mezzi di sussistenza più economici per i propri salariati, bilancia dei pagamenti in attivo, ulteriore proletarizzazione e, premessa di tutto, pace sociale e stabilità politica. «La politica del compromesso storico è un riferimento ad uno schieramento sociale». Verissimo, e, aggiungiamo, guidato dalle necessità di conservazione del grande capitale contro ogni indisciplina sociale da ogni parte provenga.
Alla ripresa del moto proletario di classe, organizzato in modo proprio, autonomo, indirizzato dal solo suo partito, si proporrà ai contadini poveri uno schieramento opposto al blocco borghese; i comunisti diranno ai contadini: i partiti controrivoluzionari vogliono conservare il vostro stato di oppressione così come è attualmente; il nostro programma prevede la dittatura su borghesia e fondiari, l’esproprio da ogni loro diritto, il superamento rivoluzionario di ogni forma di proprietà della terra, la coltura e la ripartizione sociale (non associata!) dei prodotti, inquadratevi nel partito del proletariato.
Attraverso tutta la società da un lato avremo il fronte compatto borghese con l’opportunismo stalinista e socialdemocratico, dall’altro solo il partito, altri partiti contadini o piccolo borghesi autonomi dal grande capitale non esistendo più.