Partito Comunista Internazionale

Scodinzolii piccolo-borghesi

Categorie: 1968 movement, France, Unemployment

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Il contenuto delle rivendicazioni avanzate nelle recenti agitazioni degli studenti francesi mostra quanto sia lontano da essi il percorso della classe operaia e quanto estranei ne siano i suoi interessi. Chi non ha la mente annebbiata e il deretano mosso dal prurito di un successo immediato può trarvi le nostre conclusioni di sempre: che il proletariato non ha niente da spartire con i movimenti incoerenti di questi strati sociali e che anzi il compito del partito di classe è quello di mettere operai contro studenti nel momento in cui questi si organizzano in movimento ed entrano in agitazione per la difesa della loro condizione di privilegio e dei loro interessi specifici.

I fatti sono i seguenti: in Francia ogni anno 20-30 mila laureati rimangono disoccupati e si prevede che negli anni a venire il ministero della pubblica istruzione potrà assumere solo un professore liceale su otto forniti dalle facoltà umanistiche; l’università, si dice, è divenuta una «fabbrica di disoccupati», una area di parcheggio per migliaia di giovani in cerca di primo impiego. In questa situazione il governo francese ha varato una riforma che collega in maniera diretta gli indirizzi e il contenuto dei corsi, il numero e la qualità dei diplomi, alle necessità dell’economia, una «professionalizzazione» insomma dell’insegnamento universitario con eliminazione degli istituti inutili e meno efficienti.

Questa riforma non introduce in fondo niente di nuovo. La scuola e l’istruzione, come ogni altro istituto della società borghese si modella e prende forma in funzione delle necessità del capitalismo e dei bisogni del suo Stato, in modo quasi naturale, senza bisogno di apparati speciali di controllo; il fatto che oggi questo rapporto venga codificato non cambia i termini della questione.

Il fatto piuttosto è che la crisi incalza e lo Stato deve ridurre le sue spese, eliminare gli enti inutili e parassitari (quante volte ce lo sentiamo strombazzare), evitare gli sprechi e l’inefficienza, ristrutturare, sfoltire insomma tutto quel sottobosco che vegeta alla sua ombra. Interi strati sociali che si nutrono alla sua greppia del plusvalore estorto all’unica classe che lavora, intellettuali e preti, artisti e politicanti si vedono così gettati sul lastrico.

L’università deve essere meno cara e più efficiente, questo è il senso della riforma, l’unica possibile che lo Stato possa attuare; quanto ai 30 mila disoccupati all’anno, essi rimarranno tali e quali, con o senza laurea.

La reazione degli studenti è stata giustamente una reazione da studenti, da intellighenzia spodestata che rifiuta di riconoscersi nella massa di migliaia di disoccupati che attendono davanti ai cancelli delle fabbriche e rivendica invece i suoi privilegi calpestati, il paradiso perduto che il capitale non può più concederle. Contro la riforma, giudicata «utilitaristica», si sono inalberate le bandiere imbrattate di sterco della «libertà di cultura» della «autonomia della scienza», in nome del nobile stomaco che alimenta la fulgida mente dell’intellettualità borghese.

Si sbraita contro l’asservimento dell’università, tempio della scienza e della cultura, al capitale, ma è da sempre che scienza e cultura celebrano e alimentano le oscene imprese del mostro capitalista. Su queste bandiere non solo ha sputato il proletariato rivoluzionario, ma più e più volte la stessa borghesia e i suoi reggicoda, studenti in testa, quando si è trattato di indossare la camicia nera e di brandire il manganello contro il nemico di classe.

Si dice che in Francia si respira aria del maggio ’68, ma non è il nostro maggio, quello della magnifica impennata di classe dei proletari francesi. Definimmo allora la contestazione studentesca servendoci delle parole del socialista Deferre, vecchia canaglia parlamentare: «come il surrealismo spaventò il borghese dell’epoca, così il movimento di Nanterre e della Sorbona incute paura. Eppure questi giovani non sono dei veri rivoluzionari, altrimenti sarebbero bastati 4 o 5 mila di essi per impadronirsi del palazzo del governo, dell’Eliseo e della sede della radiotelevisione. Essi non l’hanno fatto e credo sia troppo tardi perché lo facciano. Quello che i giovani vogliono è di riuscire a esprimersi liberamente. Il loro delirio verbale non va giudicato con severità. Certo, gli studenti diffidano dei partiti e degli uomini politici, ma devono capire che i partiti sono i garanti della democrazia e della libertà di espressione e bisogna aiutarli a capirlo. La soluzione consiste nell’entrare nei partiti ed animarli». Ben detto, commentammo allora, la contestazione studentesca non fu che il surrealismo della riforma, un fresco soffio rinnovatore, non distruttivo, che investì i vecchi e incancreniti partiti della taccagna e bigotta borghesia francese. Essa non offriva un nuovo terreno di lotta al proletariato né un nuovo coefficiente di forza che si pone sulla strada della rivoluzione, né definiva un nuovo indirizzo opposto a quelli di tutti i partiti che la storia ha messo alla gogna. Essa fu al contrario la fonte dalla quale tutti attinsero un momentaneo respiro. Il movimento studentesco non dette al proletariato il Partito che gli mancava: al contrario si apprestò a fornire delle forze vive a tutti i partiti che tradiscono la classe rivoluzionaria.

Non sembrava facile anticipare queste conclusioni nel momento in cui si innalzavano le barricate nei quartieri di Parigi e gli studenti si scontravano faccia a faccia con la polizia. La dimostrazione venne dopo, quando si spense lo slancio coraggioso dei proletari, chiusi nelle fabbriche, impantanati nelle formule pseudo-rivoluzionarie che, con la pretesa di combattere l’opportunismo dichiarato, sboccavano nello stesso riformismo: quello dell’autogestione.

Oggi la dimostrazione è lampante: nella putrescente palude di questa squallida agitazione di parassiti che rincorrono i privilegi perduti, ha fatto ritorno la contestazione studentesca, esaurite le parole d’ordine infuocate e la messa in scena «rivoluzionaria», a viso scoperto, mostrando senza veli i suoi obiettivi con i quali la classe operaia non ha niente a che spartire.

I partiti opportunisti fiancheggiano questo movimento esaltando le «esigenze culturali» da cui prende le mosse questa «naturale ribellione contro i metodi autoritari… contro una riforma che contiene in sé la negazione della libertà di scelta culturale e dei valori della cultura», rivendicando «il diritto per ciascuno di scegliere la propria strada, l’autonomia degli istituti universitari rispetto alle strutture economiche capitalistiche, il dovere per lo Stato di assicurare a ciascun laureato un impiego corrispondente alle conoscenze acquisite» (da l’Unità del 15 aprile).

Così facendo essi lusingano le aspirazioni di successo e di privilegio di migliaia di giovani proprio nel momento in cui il capitalismo distrugge queste possibilità e nega loro perfino il diritto di diventare studenti, limitando l’accesso alle facoltà universitarie, e rigettandoli nella grande massa non dei «disoccupati intellettuali», ma dei disoccupati tout court. Essi illudono in tal modo i giovani di poter recuperare un terreno perduto, ritardando il riconoscimento degli interessi che li accomunano, non come studenti, ma come disoccupati, a quelli della classe operaia.

Noi comunisti non abbiamo, a questi giovani, da promettere una nostra versione di riforme del sistema sociale. Non abbiamo da conquistare i loro voti, o da lusingarne le individuali aspirazioni con promesse di carriere meglio remunerate; prospettiamo loro l’inevitabile caduta nelle file del proletariato, che segnerà la fine di tutte le aspirazioni di successo e di promozione in questa lurida società del capitale.

Non possiamo avanzare né avanzeremo loro, come gli equivoci gruppi di falsa sinistra, demagogiche tappe intermedie d’ordine riformistico e democratico, abbiamo da prospettare l’unica tappa storica decisiva, quella dell’abbattimento violento del potere capitalistico.