Che gli eroici proletari sud-africani non cadano nell’inganno democratico
Categorie: Apartheid, Democratism, Namibia, South Africa
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Soweto, Alexandra, alcune tra le principali città del Sud Africa sono in arme. La rabbia delle masse negre supersfruttate è esplosa spontanea contro i simboli odiosi del potere borghese bianco. Sono in fiamme gli uffici pubblici, i negozi, le scuole. Tra i rivoltosi centinaia sono stati i morti, migliaia i feriti, ancora sconosciuto ma certamente altissimo, il numero degli arrestati, ma la rivolta divampa. La feroce reazione degli sgherri del regime, della polizia, della milizia che, ormai in preda al terrore, non hanno esitato a sparare su folle di giovani e giovanissimi negri, non ha potuto frenare l’esplosione dell’odio di classe.
L’ingordigia della borghesia sudafricana, il suo regime che unisce il razzismo al dominio di classe hanno fatto sì che in Sud Africa l’orrore, la crudeltà, la ferocia del modo di produzione capitalistico, si presentino in tutta la sua evidenza.
Non esiste opportunismo in Sud Africa perché non esistono mezze classi: da una parte il potere, la ricchezza della classe borghese bianca, dall’altra lo sfruttamento, la miseria, l’abbrutimento del proletariato e delle classi sfruttate negre che, private persino di una qualsiasi parvenza di «diritti democratici», sono costrette a vivere in veri e propri ghetti, completamente escluse dalla «civiltà» dei bianchi. I maldestri tentativi delle classi privilegiate bianche di cooptare al governo alcuni negri rinnegati sono miseramente falliti. L’estrema durezza dell’oppressione non permette compromessi: o la schiavitù o la ribellione violenta.
Eppure questo regime, apparentemente tanto forte, non è in una situazione molto comoda ormai; tutti i fattori che in passato avevano contribuito alla sua forza ne determinano adesso la debolezza: il suo formidabile esercito ha riportato in Angola brucianti sconfitte; il dominio sulla Namibia si sta sfaldando sotto i colpi della lotta rivoluzionaria delle masse sfruttate di quella regione; le masse di proletari ammassati nelle baracche alla periferia delle sue città, che per anni e anni con le loro sofferenze e col loro sangue hanno ingrassato un’infima minoranza di borghesi bianchi, si stanno rivoltando al loro sfruttamento e minacciano con la loro primitiva e terribile forza di scardinare i fradici pilastri del regime.
Gli stessi alleati naturali del Sud Africa, i paesi imperialisti e segnatamente gli USA, hanno compreso la debolezza del regime razzista e stanno preparando la soluzione di ricambio, sacrificando il servo stolto per sostituirlo con altro più accorto, più liberale, più democratico e magari di colore. Tentano in tal modo di rifarsi una reputazione di «difensori della libertà» agli occhi dei paesi africani; procedendo ad una democratizzazione «dall’alto» che, dando l’impressione di cambiare tutto, non cambierebbe nulla.
Le masse sfruttate del Sud Africa e della Namibia devono opporsi alle tentazioni, in cui certamente cadranno gli strati borghesi del loro movimento di lotta, di accordarsi con l’imperialismo sulla base dell’acquisizione dell’indipendenza formale, della costituzione in Stato indipendente. Esse devono appoggiare la lotta della piccola borghesia rivoluzionaria, ma devono anche essere pronte a puntare il fucile contro questi strati quando, raggiunti i loro obiettivi essi vorranno chiudere la lotta. La lotta del proletariato e delle masse sfruttate, del Sud Africa come della Namibia, non deve fermarsi all’acquisizione dei diritti democratici e dell’indipendenza nazionale, ma andare avanti fino alla completa liberazione dallo sfruttamento, dalla schiavitù salariata, fino all’instaurazione della dittatura proletaria.
I comunisti rivoluzionari non possono che salutare con profonda gioia le fiamme che hanno incendiato il Sud Africa, sperando che in un prossimo futuro i bagliori dell’incendio rivoluzionario possano illuminare le cittadelle dell’imperialismo, da New York a Mosca, da Londra a Berlino, da Parigi a Roma.