Partito Comunista Internazionale

Dove la classe dovrà ritornare

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Il 1920 è un anno cruciale della lotta proletaria, le classi privilegiate tremano solo al sentirne parlare. Le masse proletarie e i contadini poveri di tutto il mondo, dopo essere state portate dai capi socialtraditori della II Internazionale, a scannarsi sui fronti della prima guerra mondiale (facendo fare affari d’oro ai capitalisti) sono state ricompensate come sempre con la miseria, fame, disoccupazione.

Gli sfruttati d’occidente e d’oriente, dei paesi industrializzati e di quelli arretrati guardano a Mosca pieni di speranza. È la grande rivoluzione comunista dell’ottobre 1917, che, accolta con entusiasmo dagli operai di tutto il mondo, ha costretto le canaglie imperialiste alla conclusione della frettolosa pace di Versailles. Di fronte al pericolo rosso le varie borghesie dimenticano le loro rivalità: il «militarismo prussiano», i residui dello zarismo, le «democrazie occidentali», francese, inglese, americana, nonché la cialtrona borghesia italiana si trovano uniti contro il primo Stato proletario e contro il risorto partito mondiale del proletariato: la III Internazionale. La Repubblica dei Soviet, Lenin, l’Internazionale sono la bandiera degli sfruttati, dei diseredati, dei derelitti di tutto il mondo che trovano la forza di rialzare la testa minacciando con le armi in pugno i privilegi delle classi ricche e le loro macchine statali.

Sembrano lontani questi avvenimenti oggi, a oltre 50 anni di distanza: gli uomini che furono protagonisti sono ormai morti, due generazioni di proletari si sono succedute; la prima è stata di nuovo chiamata dall’interesse capitalistico a scannarsi sui campi della II guerra mondiale, la seconda ancora più prostrata, ha attraversato la fase della «ricostruzione», del trionfo della «pace», della democrazia, della «libertà» dell’instupidimento per mezzo di un effimero e falso «benessere», fase quest’ultima non meno segnata da sacrifici e miseria per la classe proletaria.

I partiti che ancora oggi portano il nome glorioso del comunismo, parlano un linguaggio ben diverso da quello della III Internazionale, mentre gli Stati borghesi mettono in atto un nuovo terribile schiacciamento delle condizioni di vita degli operai allo scopo di salvare i privilegi delle classi ricche, essi seminano tra i proletari la demoralizzazione, li disarmano, li invitano ad inchinarsi di fronte ai feticci della «Libertà» e della «Democrazia», li invitano a sacrificarsi per salvare un regime che si può reggere solo sullo schiacciamento delle masse sfruttate, cercano di tenerli in stato di soggezione nei confronti dei bolsi rappresentanti della fetida «intellighenzia» borghese. Ancora una volta le masse sfruttate, sono state trascinate alle urne nella illusione che le loro condizioni di vita possano migliorare attraverso l’acquisizione da parte dei partiti opportunisti della maggioranza parlamentare e attraverso un pacifico avvicendamento di partiti alle redini dello Stato. Siamo al culmine di un processo che ha visto la sconfitta della Rivoluzione in Germania, la degenerazione della III Internazionale, la fine del primo Stato proletario, il passaggio dei partiti Comunisti di allora nel campo avversario, il rimanere di un piccolissimo gruppo di militanti sulle posizioni di sempre del Comunismo Rivoluzionario.

È stata la più terribile sconfitta che il proletariato abbia mai subito, ma è stata anche una preziosa lezione per le generazioni proletarie future: oggi, a 56 anni di distanza, possiamo dire che il nemico non ci ha battuto sul campo di battaglia, ma con l’inganno e con la mistificazione democratica. In Italia non furono le bande fasciste a sconfiggere il proletariato, ma l’inganno e il tradimento dei capi socialisti. A Empoli, Prato, Sarzana, Foiano, Bari, Ancona, Parma, Trieste, ecc., mentre i capi socialisti firmavano il «patto di pacificazione», i fascisti subirono dure batoste da parte delle squadre comuniste. Furono i partiti opportunisti in Germania, in Ungheria, come in Italia che, dopo aver indebolito e disarmato le nostre forze con le illusioni democratiche, legalitarie, pacifiste, ci dettero il colpo di grazia, usando contro il proletariato le armi legali ed extralegali dello Stato. Gli attuali falsi partiti operai svolgono e svolgeranno, con una ferocia cento volte maggiore, la stessa funzione di aguzzini del capitalismo dei capi socialdemocratici e socialisti di allora, anche se dobbiamo dare atto al vecchio Turati, che egli non avrebbe mai usato il linguaggio così spudoratamente antioperaio degli attuali Lama e Berlinguer.

Gli attuali campioni della democrazia offrono alle masse, quale contropartita dello schiacciamento delle loro condizioni di vita, ancora una volta il logoro feticcio della libertà, della pace, ecc. e fanno minacciosamente balenare all’orizzonte il «pericolo» della «dittatura fascista» che affosserebbe tutte le libertà, ucciderebbe la democrazia. Ma si tratta di un volgare trucco! La borghesia non avrà alcun bisogno del manganello fascista finché gli operai si lasceranno «liberamente e democraticamente» sfruttare per poi essere gettati «pacificamente» in mezzo a una strada, finché gli operai accetteranno supinamente di stringere la cinghia per salvare i privilegi dei capitalisti. È quando gli operai cominceranno a rialzare la testa, quando non ascolteranno più le parole degli opportunisti e difenderanno con l’azione di classe le loro condizioni materiali, che la borghesia DOVRÀ GETTARE LA MASCHERA e ricorrere ai suoi sgherri armati, dando magari il benservito ai suoi imbonitori, non più necessari.

È perciò che i comunisti rivoluzionari di sempre indicano agli operai che il loro peggior nemico sono le illusioni democratiche che i partiti opportunisti seminano nelle loro file; i contrasti di classe, che oggi in questa foia elezionistica, sembrano quasi scomparire, saranno presto posti all’ordine del giorno dal procedere inesorabile delle determinazioni economiche. I nodi verranno presto al pettine, tutti dovranno fare i conti con la storia e ancora una volta agli occhi delle masse proletarie si presenterà prepotentemente l’alternativa di sempre: Democrazia borghese o Dittatura del Proletariato. «Libertà» per i capitalisti e schiacciamento delle masse sfruttate, oppure schiacciamento dei capitalisti e liberazione del proletariato. Risuoni di nuovo nei cuori e nelle menti dei proletari, il grido di battaglia del Manifesto del 1848, speranza delle classi oppresse e terrore per gli oppressori: «Tremino pure le classi dominanti davanti a una rivoluzione comunista.

I proletari non hanno nulla da perdere in essa fuorché le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare».