Manovre fra sindacati e governi per prevenire la rivolta dei lavoratori emigrati Pt.1
Categorie: CGIL, CISL, Colonie Libere Italiane, Immigration, Switzerland, UIL, USS
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Le contraddizioni capitalistiche che si accentuano e si esasperano mettono sempre più in evidenza e ci confermano la tesi marxista della necessità dello scontro diretto, ci confermano che tutte le azioni dirette dall’opportunismo internazionale parlano lo stesso linguaggio: fingere di riformare il sistema per conquiste graduali invocando sempre la pace fra sfruttatori e sfruttati.
Se torniamo sull’argomento della «Pace del lavoro» è per mettere in evidenza che non è assolutamente una «questione svizzera» ma internazionale. Le borghesie e i loro Stati affermano l’esistenza di interessi comuni tra il Capitale e il Lavoro e tutte le centrali sindacali internazionali e partiti opportunisti si comportano di conseguenza.
La politica pacifista e collaborazionista per il controllo della classe operaia, sogno di tutte le borghesie internazionali, sarebbe impossibile senza questo vigliacco compito di vero tradimento di tutte le centrali sindacali e dei partiti opportunisti.
Inquadrata in siffatte organizzazioni la classe operaia si trova completamente indifesa.
È un processo internazionale. Dappertutto, mentre in ogni paese si intensifica l’offensiva padronale, nelle fabbriche si aumentano i ricatti, e a mano a mano che le condizioni economiche si aggravano, si fa sempre più minacciosa la dittatura del capitale, i capi traditori sindacali e politici tengono congressi internazionali per cercare il modo di inquadrare sempre meglio le organizzazioni economiche proletarie nelle strutture capitalistiche, una strada a senso unico: il corporativismo fascista è il modello, stringendosi fedelmente alla salvaguardia degli interessi specifici degli stati borghesi.
Al recente congresso della CES a Londra ha partecipato per la prima volta la CGIL col suo Lama per affermare che «occorre una azione coordinata». È l’Internazionale della repressione. I temi trattati in questo congresso sono stati disoccupazione, inflazione; riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali.
Lo scopo dei dirigenti sindacali è di illudere il proletariato europeo che la questione della disoccupazione si possa risolvere pacificamente con l’intervento dei governi, che si creino nuovi posti di lavoro con la riduzione dell’orario, il pensionamento anticipato, ecc.
Vecchia canzone, solo chiacchiere che non hanno impedito al Capitale, per la particolare necessità di riorganizzare la produzione, di chiudere fabbriche, licenziare operai e ridurre sì l’orario di lavoro, ma a zero ore per cui nei paesi della comunità economica europea, i disoccupati sono oltre 5.200.000. «Nel 1975 il numero totale dei giovani tra i 14 e i 29 anni che risultano disoccupati in Italia, ammontava a 1.200.000 unità» (Unità 21-5-76).
La menzogna consiste nel supporre che si possa avere capitalismo senza disoccupazione. Utopia assoluta. L’abolizione della disoccupazione sotto il capitalismo è demagogia. Solo il comunismo la realizzerà!
Sulla questione poi della riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore ai bonzi sindacali, che si dicono «concreti», chiediamo come intendono risolvere oggi il problema della riduzione dell’orario di lavoro. I bonzi sono dei veri venditori di fumo, propagandano in mezzo alla classe operaia che la durata della giornata lavorativa, questione fra l’altro internazionale, si possa determinare restando nell’ordine della legalità borghese, istituendo commissioni e incontri con i padroni e Stato e non invece come risultato di un rapporto di forza. Con questo metodo è chiaro che si tende ad immobilizzare la classe e qualsiasi azione generale degli operai.
Nell’attuale concorrenza sfrenata, dove tutti gli operai del mondo lavorano dieci ore e più, è impossibile che nel quadro di un paese si possa strappare la settimana di 40 ore, per la Svizzera, o come intendono i bonzi al congresso europeo, di 35 ore senza che ciò implichi il fallimento dell’economia nazionale dinanzi alla concorrenza straniera. Ma è ciò che dice la borghesia italiana al proletariato italiano, quella tedesca ai lavoratori tedeschi, l’inglese agli operai inglesi e la Svizzera agli operai svizzeri! Allo stesso modo si diceva loro anche quando dovevano difendere il laboratorio, l’officina, la categoria, e dunque non intraprendere che movimenti parziali, limitati nello spazio e nel tempo, preavvertiti, tutto marciume questo che il proletariato deve far saltare in aria, dando un esempio internazionale di lotta agli operai di tutti i paesi.
Altro congresso si è tenuto recentemente a Stoccarda il 20-22 maggio, con la partecipazione di 38 centrali sindacali di 22 paesi d’Europa e del Mediterraneo, il cui tema non poteva che essere: «Crisi economica ed emigrazione».
Questo congresso, come tutte le conferenze tenute nel passato sull’emigrazione, ha seguito la solita strada, «contatti di cooperazione concreta tra sindacati di diverso orientamento, in difesa degli emigrati, compresa la costituzione e il sempre più intenso funzionamento di commissioni sindacali… come quella italo-svizzera, italo-tedesca, turco-tedesca, jugoslava-tedesca» (Unità, 19-5-76).
Difatti questa è l’unica «conquista» che i bonzi sindacali hanno ottenuto: in tutti i paesi di emigrazione si contano centinaia di associazioni che vanno da quelle cattoliche ai partiti «dell’arco costituzionale», le quali si trasformano poi tutte in organismi assistenziali e para-sindacali.
Questa politica associazionistica porta necessariamente alla frantumazione degli emigranti in una serie di compartimenti stagni impedendo una qualsiasi azione generale, non vista evidentemente come «questione emigranti» ma come lotta della classe operaia.
I fronti verso cui si svolge questa divisione sono due: l’uno confessionale: «tra gli emigranti italiani, nell’Europa occidentale operano 118 missioni cattoliche, nei paesi d’oltremare sono invece presenti 574 missioni» (Gli emigrati, Ed. Riuniti).
L’altro fronte è rappresentato dai partiti opportunisti tradizionali, in Svizzera abbiamo le «Colonie libere italiane» che sono associazioni di emigranti italiani ad orientamento democratico, «non sono quindi un sindacato e tanto meno pretendono di sostituirsi ai sindacati. La tutela dei lavoratori emigrati si svolge su un triplice piano: quello delle autorità diplomatiche e consolari italiane secondo gli accordi, le convenzioni e le norme del diritto internazionale, quello delle CLI che svolgono attività assistenziale generica, culturale, e ricreativa, ecc. e tendono a mantenere unite le comunità italiane in Svizzera; infine quello specifico sindacale che è compito dei sindacati svizzeri» (Fernando Santi).
Dal 1949 al 1968 assistiamo in Svizzera al periodo delle espulsioni degli operai più ribelli, è il periodo dell’intervento diretto del terrorismo statale.
Nell’articolo 10 dell’Ordinanza d’esecuzione (del 1-3-1949) leggiamo: «Nello stabilire la durata del permesso, l’autorità terrà conto dello scopo della dimora e della situazione del mercato del lavoro, e inoltre, quando si tratta di prolungare il permesso, della condotta dello straniero».
Di regola, chi svolgeva attività sindacale era indesiderato, difatti nel 1952 6 operai della Brown Boveri vengono espulsi, dal giugno al dicembre 1955, 80 operai seguono la stessa sorte.
Inaugurando la loro politica di accerchiamento le CLI convocano il 2º Convegno sul tema dei «Diritti democratici dei lavoratori emigrati» (1963), in cui si ribadisce la volontà di difendere gli emigrati nel loro «diritto di opinione, espressione e associazione».
Come e con quale organizzazione si poteva nel 1963 e oggi 1975 difendere i lavoratori emigrati, le CLI molto spudoratamente lo dicono: «Quanto ai rapporti tra CLI e Unione Sindacale Svizzera (USS) va detto che non sempre quest’ultima accettò favorevolmente gli interventi delle CLI nel campo delle rivendicazioni sociali, mentre, dal canto suo, le CLI nel desiderio di vedere modificato lo status dell’emigrato nella Confederazione (e in prospettiva ricomposta l’unità del movimento operaio e aumentata la sua forza complessiva di contrattazione), non avevano forse tenuto abbastanza conto delle peculiarità storiche del movimento sindacale svizzero, e quindi le ragioni di certe sue «lentezze». Ma la polemica non raggiunse mai toni veramente aspri visto che le CLI non cessarono mai di fare opera di sindacalizzazione tra gli emigrati».
«Lentezze dell’USS»? Ma quali lentezze, dobbiamo rispondere a questi carognoni quando sono state attuate e pubblicamente annunciate nella prima «Convenzione sulla pace del lavoro» già dal lontano 1937. I dirigenti opportunisti dell’USS non hanno mai nascosto alla classe operaia il loro legame netto e preciso di stretta collaborazione alla difesa dello Stato capitalista.
Non è mai esistita nessuna «lentezza» da parte dell’USS, non è una posizione che scaturisce dall’oggi al domani, è il risultato della vittoria della politica controrivoluzionaria, demolizione completa di un indirizzo di classe, nessuna distinzione dalla politica dello Stato borghese, ma costante adesione «non per opporsi allo Stato, ma per riconoscersi in esso». L’opportunismo è sempre stato garante presso il suo Stato, si è sempre sottomesso, tanto che l’inginocchiatoio si è sfondato, per dimostrare la sua decisa volontà di collaborare per il buon funzionamento della macchina di oppressione.
Ma la convergenza nel piano antioperaio si ha anche da parte dei sindacati socialdemocratici. L’atteggiamento dell’USS nei confronti di tutti gli altri sindacati europei, ma in special modo verso la CGIL, partitacci e organizzazioni di lavoratori emigranti è il medesimo dei sindacati opportunisti di ogni paese di emigrazione.
Nel periodo 1945-1965, della cosiddetta «guerra fredda», la borghesia svizzera non vuole assolutamente avere contatti con nessuna delle organizzazioni ufficiali e le polizie degli stranieri sono alla caccia di chi svolge qualsiasi attività sindacale. L’USS si rifiutava di avere contatti con la CGIL, mentre ne manteneva con la CISL e la UIL; in un raduno a Ginevra sempre nel 1963, con la partecipazione della CISL, UIL, e USS era stata esclusa la CGIL con la motivazione che essa non aderiva alla «Confederazione dei sindacati liberi».
In questa situazione l’organizzazione politica e sindacale della emigrazione era costretta a muoversi sul terreno dell’illegalità, per esempio tutte le riunioni e congressi del partitaccio erano segrete.
A spianare la strada al riconoscimento ufficiale delle organizzazioni di «sinistra» da parte della democrazia svizzera, tedesca, belga e del mondo intero sarà la lunga mano dell’opportunismo tradizionale, le CLI non soltanto svizzere ma europee hanno collaborato a cancellare il ricordo nella classe operaia del suo grido di guerra: Proletari di tutto il mondo unitevi.
Da un documento approvato a Olten infatti si legge: «Le Colonie libere esistenti nelle varie località della Svizzera e che riconoscono al di fuori e al di sopra dei loro fini particolari, il valore normativo generale degli ideali di libertà, di giustizia e di pace che hanno animato il Risorgimento nazionale, costituiscono una Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera».
E ancora: «Che la grande massa degli italiani sappia per mezzo loro che può trovare nelle CLI un ambiente in cui sarà fraternamente accolta sol che mostri volontà di collaborare alla creazione di un’Italia libera giusta e di separarsi definitivamente dalla classe politica che ha condotto il paese alla rovina. Per gli italiani che hanno intelligenza e coscienza non v’è che una via: riunirsi all’estero nelle CLI e raggrupparsi in Italia intorno al CLN». (Libera Stampa, organo del Partito Socialista Ticinese). La scelta politica delle CLI era così compiuta ed era volta ad evitare quelli che saranno definiti gli «errori di due generi opposti, e cioè: il rinchiudersi in uno sterile e rabbioso settarismo che tiene lontana la grande massa degli italiani dai gruppi scelti dell’antifascismo, e d’altro canto il cedere alle manovre conciliazionistiche delle autorità consolari».
Tutto lo sforzo di queste organizzazioni è stato quello di fornire alle autorità, allo Stato tutte le garanzie circa l’apartiticità dell’organizzazione, stemperare costantemente lo statuto e inviare osservatori alle riunioni della Giunta dell’Esecutivo.