Commercio: come si demoralizza una lotta
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Il contratto del commercio che scadrà il 30 giugno, grazie alla tregua elettorale stipulata tra vertici sindacali e Stato, subirà probabilmente uno scivolone sino all’autunno o, in alternativa, sarà siglato nel periodo estivo, quando ferie e turni di riposo riducono la capacità combattiva della categoria. Non dobbiamo meravigliarci, il nostro contratto non è un caso particolarmente «sfortunato», bensì la politica bonzesca della triade sindacale insegna come questa sia la prassi «normale» di operare per fiaccare le energie dei lavoratori, che nel caso specifico del commercio sono ancor più atomizzate e divise di quelle di altri settori.
Il contratto, per stessa ammissione dei bonzi, dovrebbe rappresentare un passo avanti per la sola piccola distribuzione, (aziende al di sotto dei 15 operai) tenendo «momentaneamente» fermi i bisogni e le richieste della grande distribuzione; sappiamo bene che non si tratta di favorire i più sfruttati, si cerca altresì di dividere sempre maggiormente l’unità e la compattezza della categoria, proponendo singole contrattazioni a livello aziendale per la grande distribuzione per poi rimanere fermi o meglio fare due passi indietro nel contratto nazionale. Fanno fede a queste accuse gli stessi punti base della «proposta di piattaforma» stilata dai bonzi: l’introduzione ad esempio della Cassa Integrazione (anche per la piccola distribuzione), che non rappresenta in principio un passo indietro bensì un passo innanzi nella difesa dei lavoratori, ma in pratica in questo momento in cui la crisi comincia a mostrare l’aspetto generale ed internazionale, si tradurrebbe in un’arma micidiale per colpire i lavoratori di un settore già fatto seriamente segno ai colpi del padronato. Niente altro che far finta di chiudere la porta ai licenziamenti per poi farli passare per la finestra della Cassa evitando con un lento stillicidio che i proletari possano trovare uniti la forza per respingere queste misure.
Altro punto è quello dello straordinario: i lavoratori infatti sono ancora una volta lasciati completamente soli dinanzi all’avidità aziendale, considerato il fatto che nel contratto di lavoro è detto: «È facoltà del datore di lavoro di richiedere prestazioni d’opera straordinaria a carattere individuale nel limite di 200 ore annue». Questa formula, ribadita in altri termini nella nuova proposta di bozza, rappresenta un esplicito compromesso da parte confederale a favore della classe padronale, lasciando così completamente nelle mani dei padroni la possibilità di estorcere forza lavoro per 200 ore oltre l’orario normale, con una remunerazione oraria di solo il 15% superiore a quella della misera paga base. Cosa significa poi che «devono essere le strutture sindacali di base a contrattarne la gestione?». I lavoratori conoscono fin troppo bene la risposta: ratifica delle decisioni aziendali e controllo sui lavoratori stessi per evitare assenteismo e bassa produzione.
Si potrebbe continuare molto a lungo nell’analisi delle porcherie messe in atto dai bonzi sindacali, ci soffermeremo soltanto sulla voce salario, che in una recente assemblea il bonzo di turno ha avuto la «delicatezza» di lasciare – dulcis in fundo – al finalino di carattere politico-piagnistesco. Si chiedono 30.000 lire uguali per tutti, si chiedono ben inteso ed i lavoratori sanno bene sulla loro pelle che nelle contrattazioni il totalizzatore dei loro interessi scende del 40 per cento.
Noi comunisti diciamo ai lavoratori del commercio, come a tutti i proletari: la crisi ha già svilito di un buon 30% il vostro potere d’acquisto e l’avanzare della crisi tende ancor più a ridurre il già misero salario; dobbiamo opporci con tutti i mezzi alla svendita del nostro contratto, alla riduzione di aumenti già ampiamente rimangiati dalla svalutazione della moneta e dall’aumento del costo della vita. I lavoratori devono far blocco contro il tentativo delle classi padronali e dei dirigenti sindacali di comprimere i loro salari e di rendere peggiori le loro condizioni di vita e di lavoro. I lavoratori devono dar vita ad una opposizione sindacale, che muovendosi sul terreno di classe tenda a riunire tutti i lavoratori del settore per aumenti salariali proporzionali all’aumento del costo della vita ed inversamente proporzionali per i peggio pagati, che li impegni nella lotta contro i licenziamenti con l’arma dello sciopero; perché sia garantito ai licenziati il salario pieno; per l’eliminazione dell’apprendistato; per la riduzione dell’orario di lavoro (che nel commercio non è soltanto quello che si è costretti a passare nel magazzino o nel negozio, ma che riguarda più ampiamente tutta la fascia oraria che corre circa dalle 9 del mattino alle 19-20 della sera), a parità di salario.
La lotta dei lavoratori del commercio, come quella di tutto il proletariato, deve oggi dar vita, se vuol veramente essere una lotta che ha speranze di vittoria, a dei comitati, a dei nuclei di lavoratori che sappiano indirizzare e che dimostrino a tutti i loro compagni di lavoro la via di classe da seguire contro padronato e bonzi, fregandosene dei lamenti di queste carogne sull’economia nazionale in pericolo o sulla mano da dare ad eventuali blocchi «di salute pubblica» post 20 giugno.
Nei fatti e non nelle parole si riconoscono le giuste posizioni di chi dice di voler realmente difendere la classe operaia.