Il “corporativo” accordo per i tessili
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La stampa borghese ha salutato in questi giorni la parte «politica» dell’accordo dei tessili come fatto estremamente positivo nella attuale situazione economica del settore (Il Sole 24 Ore, 17-6-1976). Altrettanto positiva è la valutazione data dagli industriali tessili; e fin qui niente di strano. Quello che fa stupire è che da parte confederale si parla addirittura di vittoria: come è possibile ciò? I rappresentanti di due classi sociali diverse, i padroni, i quali tendono a ridurre al minimo i costi di produzione nel solo modo loro possibile, e cioè riducendo di fatto i salari ed aumentando l’intensità del lavoro, e gli operai, la cui lotta economica consiste principalmente nel difendersi dagli attacchi della borghesia alle loro condizioni di lavoro, alle loro paghe e alla occupazione, si incontrano; a questo incontro ognuno dei due contendenti si porta appresso la forza che la sua classe è capace di esprimere: è evidente che lo sconfitto sarà quella classe che è più debole o che non è capace di esprimere la sua forza. Invece no: apparentemente tutti escono dalla tenzone vincitori, tutti sono soddisfatti. Evidentemente i miracoli non li fanno solo i santi.
Ma le cose non stanno così. A prescindere dall’accordo sui salari ed inquadramenti, che mentre scriviamo non è stato ancora deliberato ma che si ridurrà senza dubbio alla solita mancia di 20-25.000 lire mensili, niente in confronto all’aumento del costo della vita negli ultimi 3 anni, l’accordo a giusta ragione detto «politico» consiste, in tutti i suoi punti (Occupazione-Investimenti, Contrazione orario di lavoro, Lavoro esterno, Regolamento lavoro a domicilio, Mobilità della manodopera), nella istituzionalizzazione di periodici incontri e scambi di informazioni fra associazioni di imprenditori e sindacati. Perché? Per tenere sotto controllo la situazione, per fare le scelte più appropriate, per decidere: ecco la grande conquista, ciò che per i sindacati è il bene supremo: l’accesso alla sala dei bottoni. Altro che conquiste salariali, dicono i sindacati, roba da medioevo, l’importante è che gli operai tengano d’occhio quei furbacchioni dei padroni, i quali, se non vengono sorvegliati, sono capaci di buttare all’aria l’economia nazionale.
Ma in cosa consiste esattamente questo preteso nuovo «potere» sindacale nell’azienda? Per quanto riguarda l’occupazione e gli investimenti, è stipulato che le associazioni padronali forniranno annualmente ai sindacati «elementi conoscitivi globali per settori, comparti produttivi e cicli di lavoro, riguardanti le prospettive produttive, i programmi di investimento, ecc.». A richiesta di una delle parti «seguirà un incontro allo scopo di effettuare un esame congiunto sulle implicazioni prevedibili: sui livelli occupazionali; sulle condizioni ambientali». Quindi padroni e sindacati potranno effettuare un esame congiunto per «esprimere la loro autonoma valutazione in ordine: alla occupazione, alle condizioni di lavoro, alla organizzazione del lavoro». Circa la contrazione dell’orario di lavoro la solfa è la stessa: cassa integrazione, sospensioni, ferie forzate, ecc. vengono tacitamente accettati come inevitabili; in più anche in questo caso ci sarà un altro «esame congiunto».
Circa il lavoro esterno l’accordo dice: «Le parti, nel prendere atto del ricorso strutturale nell’ambito del settore T.A., a lavorazioni presso terzi per l’effettuazione di produzioni presenti o meno nel ciclo di lavoro delle aziende committenti, affermano che il lavoro presso terzi debba avvenire nel rispetto delle leggi e dei contratti». Nell’industria tessile il lavoro commissionato a terzi ha una importanza molto maggiore che per altri settori produttivi: la tendenza delle ditte è stata inizialmente quella di dare a terzi lavori complementari del ciclo produttivo principale, per poi gradualmente decentrare anche questo; in molti casi oggi la ditta committente si riduce ad un ufficio che riceve gli ordini e li trasmette ad una miriade di più o meno piccole aziende, spesso artigianali e familiari. In questo modo la ditta committente può imporre più facilmente le sue condizioni alle piccole ditte oberate dai debiti, e non ha problemi di obsolescenza delle macchine, di manodopera, di ristagni produttivi. D’altronde le piccole aziende, oggi in condizioni quanto mai critiche, sono spinte, da una parte a ristrutturare comprando macchine migliori, coprendosi di debiti e licenziando operai, dall’altra a sfruttare all’inverosimile la manodopera di cui dispongono, la quale, in tali condizioni di isolamento, non è capace di esprimere nessuna forza contrattuale. Davanti a questa situazione materiale del settore, fa ridere il modo in cui si intenderebbe risolvere il problema: «Le aziende committenti lavoro presso terzi, inseriranno nel contratto di commessa apposita clausola richiedente alle imprese esecutrici l’impegno all’applicazione del CCNL di loro pertinenza e delle leggi sul lavoro». È chiaro che né la clausoletta scritta, né una eventuale Commissione, possono far rispettare alle piccole aziende il contratto di lavoro e le norme di sicurezza: tale rispetto significherebbe nella maggior parte dei casi la morte delle aziende stesse. In questo senso sarebbe stato molto più vantaggioso per gli operai che fosse posto un freno alla smobilitazione delle ditte madri, e che in ogni caso queste ultime avessero avuto a loro carico gli oneri relativi al rispetto del contratto. Così, se non altro, si sarebbero date basi più concrete ad eventuali lotte di categoria. La soluzione approvata dà invece un’arma formidabile in mano alle ditte committenti per ricattare le ditte più piccole le quali, non potendo mai rispettare pienamente il contratto, potranno essere elegantemente liquidate dalla ditta madre in qualsiasi momento; dovranno quindi fare di tutto per ingraziarsela, vendendo a bassi prezzi e quindi sfruttando in modo ancora più bestiale i loro operai.
Non migliore è la situazione per il lavoro a domicilio: anche qui Commissioni a iosa, impegni al rispetto del contratto, precisazioni su contingenza e cottimi; ma il lavoro a domicilio è drammatico e disumano in sé stesso, e la violazione del contratto è ancora più normale che nel caso precedente. I sindacati, poggiando sulla forza degli operai delle grandi fabbriche, dovrebbero tendere a dare un colpo mortale a questo sistema di supersfruttamento; invece il contratto implicitamente consacra il diritto degli industriali e degli intermediari parassiti ad utilizzarlo.
Mobilità della manodopera: carta bianca per i padroni. L’unica «limitazione» nelle aziende con più di 200 dipendenti è una preventiva informazione dei sindacati.
È chiaro che in questo caso, come d’altronde anche negli altri ultimi contratti di lavoro, i rappresentanti dei lavoratori hanno calato le brache davanti al padronato. L’economia nazionale in pericolo è diventato argomento sufficiente per svendere la classe operaia in cambio di un po’ di fumo. Infatti che cosa può succedere quando padroni e sindacati si siedono intorno ad un tavolo per uno dei famosi «esami congiunti?». Qualsiasi porcheria i padroni vorranno far passare, basterà che dipingano nera la situazione economica per trovare i bonzi riverenti ai loro voleri, perché la situazione economica è davvero nera e l’unico modo borghese per superarla è passare sulla pelle degli operai.
Ma la risposta veramente proletaria a questi signori è che la crisi è la loro, perché gli operai sono sempre in crisi e non hanno niente da guadagnare dal superamento della crisi, se non un rafforzamento delle catene che li legano alle macchine. Se i borghesi non sanno come fare è affar loro, se ne vadano e lascino i mezzi di produzione alla classe operaia, la quale saprebbe come farli funzionare senza pericolo di crisi produttive. Nel frattempo il proletariato deve lottare intransigentemente perché le sue condizioni di vita non vengano peggiorate, non curandosi dei lamenti di classi e mezze classi, solo, perché i suoi interessi non coincidono con quelli di nessuna altra classe.