Lo Stato c’è (e come), e va distrutto
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In una sua solenne ammonizione unita ad una implicita minaccia, il superbonzo Lama ha «sputato» la sua aggiornata teoria sullo Stato, affermando che ormai è vecchia la tesi marxista che esso sia «la macchina repressiva d’una classe» (quella borghese) sull’altra (quella proletaria) e che l’amministrazione statale non sia altro che l’oligarchia dei «grands commis» del capitale.
Attendiamo da quasi 50 anni di sapere in che consista, secondo «l’articolata analisi del fascismo», che cosa sia lo Stato borghese nella fase imperialistica: ma attenderemo invano, poiché per l’opportunismo politico e sindacale è chiaro che lo Stato ha perso da tempo i connotati di macchina repressiva per diventare una grande madre assistenziale sempre pronta a dar la poppa ai suoi figli denutriti e affamati, un po’ severa e tirchia, è vero, ma pur sempre una mamma.
L’opera di smantellamento di ogni residua memoria di classe in seno alla classe operaia ha superato i livelli di guardia, l’oppio pacifista e corporativo è stato inoculato senza risparmio, dalla I edizione di Stato assistenziale, il fascista, e a piene mani dallo Stato democratico «fondato sul lavoro» uscito dalla Resistenza; l’abile opera di copertura della violenza statale attraverso la foglia di fico della «democrazia» rappresentativa e referendaria ha avuto il pregio di far perdere al proletariato la nozione marxista di lotta di classe con tutti i suoi corollari tattici e strategici, ma ciò non toglie che oggi come non mai lo Stato c’è, più armato e efficiente che mai, anche se non imbattibile, e come tale, da distruggere!
In barba al mito dell’autonomia di funzioni tra partito e sindacato, buona solo per i gonzi che abboccano, il boss Berlinguer, nello stendere l’ennesimo documento tra partiti fratelli col collega di turno Santiago Carrillo (made in Spagna), è stato più esplicito, sostenendo che nell’area occidentale di capitalismo avanzato le riforme sono possibili solo nel quadro dello Stato e nel rispetto delle «libertà civili e politiche», come dire che non è neanche pensabile di opporsi allo Stato, la cui macchina schiaccia-proletari è ormai a mezzadria, dopo la fondazione della Repubblica fondata sul lavoro. L’opportunismo neostaliniano svolge la sua funzione di sinistra borghese e come tale si sforza di apparire capace di «riformare» senza mettere in discussione il quadro politico, specie nel momento in cui sta affrontando gli esami per ottenere la licenza di maturità in democrazia.
Nei confronti della classe operaia che deve tenere a bada, ora digrignando i denti, ora distribuendo le magre briciole dello squallido Stato-governo, comunale, provinciale e regionale, deve dimostrarsi sufficientemente convincente nel fare intendere che il problema dello Stato non esiste più, dal momento che «non siamo più nell’Ottocento» e per lo meno che esso non è più quel bau-bau che il marxismo delle caverne ha dipinto: tutt’al più è il caso di bonificarlo, di razionalizzarlo, e saremo ben presto nel migliore dei mondi possibili. Se qualche volta è costretto a spaventare i disoccupati, come nel recente caso di Napoli, non si tratta d’altro che dell’imperizia politica di qualche questore – che va naturalmente sostituito e rieducato. Se in trent’anni di Stato democratico le cosiddette forze anti-fasciste non sono state in grado di fare una «riforma» che non costa, come si usa dire, e cioè l’abrogazione delle norme di dichiarata marca fascista, ciò dipenderebbe dalle lungaggini dell’assetto parlamentare che va snellito e reso più operativo.
Ma quando si tratta di «ristrutturare» le forze armate o di decidere il finanziamento pubblico (con il prelievo di plusvalore dalle tasche operaie) il parlamento funziona e legifera per direttissima. La farsa sta assumendo i toni della tragedia, perché ogni riforma si dimostra un nuovo colpo di maglio sulla testa del proletariato. Siamo di fronte ad un processo sociale che gli «studiosi alla moda» chiamano di «denominazione»: le classi sociali sono diluite nel «popolo», lo Stato tradizionale ed il suo apparato di violenza tende a mascherarsi dietro l’alibi della partecipazione alla gestione della cosa pubblica.
Il fascino falsamente ingenuo ed accattivante si spreca, si vorrebbe che gli apparati non facilmente truccabili come i corpi di polizia si comportassero sempre più «civilmente», come organismi al servizio della collettività; ed allora ecco l’ingegno dei sindacati tricolori per ottenere il sindacato dei poliziotti con tanto di trattamento economico rivisto e di divisa leggera, mimetica, e possibilmente «borghese». Quando poi scoppiano le contraddizioni di ogni mascherata, e due ufficiali dei servizi segreti spianano la pistola contro il sottoufficiale che ha bevuto alla lettera il nuovo clima di decantata democrazia, scatta la macchina repressiva e per di più «segreta», in nome del classico: «su le mani, lei non sa chi sono io!».
Noi non chiediamo nessun sindacato per i poliziotti o per i carabinieri. Al di là delle persone fisiche che indossano una divisa, sta la nostra delimitazione tra sfruttati e sfruttatori, tra rappresentanti dello Stato borghese, anche se arruolati tra i figli del «popolo» come si dice, e il proletariato contro il quale sono armati e mobilitati. Non ci sono dietro a questa distinzione polemiche o pietismi che tengano. Saranno le condizioni rivoluzionarie a spingere i singoli e le categorie sul fronte giusto della lotta, non le lisciatine di spalle o le promesse di «civili condizioni di vita».
Lo Stato per noi esiste a maggior ragione quando non si preoccupa di nascondere la bocca del cannone e di custodire al riparo di occhi indiscreti le sue armi micidiali pronte all’uso non solo contro eventuali nemici esterni, ma prima di tutto contro i suoi naturali nemici interni, i proletari.
Mentre tutta la «teorica» del revisionismo prima e dell’opportunismo poi si è mossa e si muove nella direzione dell’adattamento, magari «creativo e geniale» della dottrina critica del marxismo dello Stato, la nostra mira alla «restaurazione» ed alla difesa di essa, consapevoli come siamo che le teorie rivoluzionarie non nascono ad ogni angolo di strada e che valgono nella loro ossatura per tutta un’epoca storica.
La macchina statale borghese nella fase imperialistica, lungi dal disarmare, tende a farsi sempre più efficiente e totale (da qui il termine tanto sfruttato ed equivoco di totalitarismo), e la sua attitudine a penetrare in tutti i gangli della società civile non corrisponde alla funzione già svolta nell’epoca delle grandi rivoluzioni radicali borghesi, allorché poteva presentarsi come un tutt’uno col «popolo» (che in quel periodo costituiva una miscela esplosiva effettivamente sovversiva): la sua destinazione attuale è la repressione violenta di ogni conato sovversivo dell’ordine costituito. Per questo ribadiamo che la macchina statale borghese non può essere utilizzata dalla classe operaia. All’alba del 18 marzo 1871 Parigi fu svegliata da un colpo di tuono: «Vive la Commune!».
Che cos’è la Comune, questa sfinge che tanto tormenta lo spirito dei borghesi? «I proletari di Parigi – diceva il Comitato Centrale nel suo manifesto del 18 marzo – in mezzo alle disfatte e ai tradimenti delle classi dominanti hanno compreso che è suonata l’ora in cui essi debbono salvare la situazione prendendo nelle loro mani la direzione dei pubblici affari… Essi hanno compreso che è loro imperioso dovere e loro diritto assoluto rendersi padroni dei loro propri destini, impadronendosi del potere governativo.
Ma la classe operaia non può mettere semplicemente la mano sulla macchina dello Stato bella e pronta, e metterla in movimento per i propri fini…». (Dall’Indirizzo del Consiglio generale dell’Associazione Internazionale degli operai sulla Guerra Civile in Francia nel 1871).
Come è chiaro, non è il compromesso storico con la prevista polizia in borghese! Noi siamo con la Comune e con l’Associazione Internazionale degli operai, oggi Partito Comunista Internazionale, da sempre. D’altro canto, lo Stato e i suoi «Grands Commis» chiedono aiuto, anzi dichiarano bancarotta: vi ricordate lo slogan di Lord Beveridge? «Dalla culla alla bara». Bene, dopo aver celebrato i suoi fasti (nefasti sempre per il proletariato) ora è davvero giunto alla bara. Non siamo noi a sostenerlo, gli apocalittici, i catastrofisti di sempre, ma guarda caso gli eredi legittimi del Lord, i signori laburisti inglesi, per bocca del ministro Healey (ex comunista, si dice). Vi ricordate le promesse dello Stato assistenziale? Più case, più scuole, più ospedali! Ma ora Wilson and company hanno deciso di «pianificare la recessione e, dato l’addio alle belle favole dello Stato assistenziale» propongono di «licenziare parecchie decine di migliaia di statali, di fabbricare meno scuole, ospedali, strade, case e trasporti pubblici». Il tutto considerando che «bisogna accettare la regola che il dipendente dell’azienda che non produce nulla deve trovare qualcosa di utile da fare altrove, perché è inconcepibile tenere in piedi delle imprese che non servono più a nulla con la cassa integrazione».
Ora i nostri «laburisti» di casa, dal vecchio e accattone P.S.D.I. al P.C.I., possono, se lo vogliono, continuare a chiamare lo Stato assistenziale con nomi diversi, come «riforme di struttura», ma noi, come è vero che il vecchio è un ammonimento per il giovane, un’immagine da studiare bene per rendersi conto quale destino lo aspetta, diciamo forte alla classe operaia che con questa specie di traditori non avrà mai case, scuole, ospedali, ammesso che siano la sua aspirazione, ma non avrà di sicuro che la bara.
Per non fare la figura così spesso, e a buon mercato rimprovverataci, di mentecatti e seminatori di zizzania, pubblichiamo lo schema di spesa pubblica prevista per il 1978-79 resa nota dal Labour Party:
- Difesa (come sempre in testa, evviva la pace!) −4,2%;
- Aiuti esteri, sviluppo ex-colonie (viva la solidarietà dei popoli!) −5,8%;
- Agricoltura e foreste e pesca (campa cavallo che l’erba cresce) −24,2%;
- Industrie Centri di riqualificazione, Commercio (viva le attività «produttive») +30,2%;
- Fondi di dotazione industriali di Stato −10,0%;
- Trasporti pubblici e strade −21,4%;
- Edilizia pubblica −10,1%;
- Ambiente −7,1%;
- Scuola, Biblioteche, musei, ricerca scientifica (viva la scienza!) −9,3%;
- Medicina di Stato, servizi sociali (Mens sana in corpore sano) −2,7%;
- Sicurezza sociale +0,4%;
- Sussidi collettivi −6,4%;
- C.C.N., Voce aiuti esteri sviluppo ex colonie (tredici, come bara!) −5,8%.
Non è necessaria una grande cultura marxista per notare come il «Partito Operaio Britannico» stravede per gli investimenti produttivi (+30,2%) (Leggi «Accumulazione del Capitale», sviluppo del settore A, e non ci vede proprio per la produzione dei mezzi di sussistenza, Settore B).
Ma non temete, appena le cose andranno bene, si riparlerà di… scuole, case, ospedali! Ecco la fine miserevole di un mito che ha abbagliato per 50 anni e passa le povere menti dei proletari di occidente, dal momento che, come è noto, anche la speme, ultima dea fugge… la bara!
Noi, i profeti di sventura, non ci abbiamo mai creduto, ma siamo ancora in piedi per accompagnare al cimitero lo Stato assistenziale.
Ma prima di seppellirlo (ne siamo certi!), ci sia permesso un breve epitaffio.
Dunque: la borghesia perennemente funebre, oscillante tra l’individualismo anarchico e l’autoritarismo paternalistico, ha sempre covato un insuperabile odio-amore per lo Stato inteso come macchina organizzativa dotata di forza capace di reprimere ogni manifestazione di ostilità e di insofferenza nei confronti del modo di produzione capitalistico. Nel suo ciclo storico ha all’inizio teorizzato e messo in atto l’attacco violento contro lo Stato feudale, poi si è presentato come l’unica classe storica capace di porsi ideali validi per tutta la specie umana, idealizzando (mistificando) il suo Stato, come condizione elementare ed insostituibile di equilibrio e garanzia di libertà per tutti; quando l’acuirsi delle contraddizioni insite nella produzione capitalistica ha spinto il proletariato all’attacco dello Stato, ha ideato una macchina di repressione relativamente elastica, capace cioè di intervenire con violenza contro la sovversione operaia ma anche in grado di ammansirla con promesse di interventi riequilibratori, di contrappesi capaci di illudere il proletariato di avere acquistato «un posto al sole» nell’orbita della sua visione del mondo.
Solo i marxisti rivoluzionari, da sempre, cioè, dall’appello del Manifesto ad oggi, non hanno cessato di ammonire i proletari di tutto il mondo che sia lo Stato di polizia, sia l’attuale Stato assistenziale non hanno puntualmente mancato di intervenire con la violenza della classe che rappresentano ogni volta che gli interessi fondamentali di essa sono stati messi in discussione.
Se nella fase centrale del suo sviluppo la borghesia ha avuto buon gioco a svolgere un’abile commedia esprimendo nel suo seno correnti cosiddette «progressiste» contrapposte alle cosiddette «reazionarie», quando nella fase imperialistica del capitalismo la pressione del movimento operaio si è trasformata in attacco rivoluzionario e l’economia capitalistica precedentemente quasi protetta dallo schermo delle sue istituzioni rappresentative politiche è «penetrata» compiutamente nello Stato, quest’ultimo da apparente spettatore neutrale ha dovuto togliersi la maschera e accentuare la sua organizzazione militare repressiva, ora dispiegando apertamente la violenza, ora cercando di conquistare tra bastone e carota, al suo controllo le roccheforti del nemico di classe, organizzazioni operaie, sindacati, cooperative, etc.
Da questo momento lo Stato tende a presentarsi come il tutto che a tutto provvede, dall’assistenza del lavoro al tempo libero (dopolavoro), dalle colonie marine e montane a quelle… imperiali libiche e africane. Il tutto nello spirito della continuità dell’etica statuale, che sia in Italia che in Germania (sì, proprio quella di Hitler) ebbe l’accortezza di non abrogare (e come avrebbe potuto) ma di rafforzare principi e norme utilizzabili alla bisogna. Così Mussolini poté ottenere l’incarico di formare il suo primo governo da S. M. il Re, secondo le norme dello statuto albertino (in barba a tutte le polemiche giuridiche di costituzionalisti liberali o meno), come d’altro canto, a sua volta, sempre in omaggio alla continuità dello Stato, Sua Maestà poté licenziare, statuto alla mano, il Duce ormai ingombrante, per passare la mano allo… antifascismo, maturo per riassumere nelle proprie mani la guida del governo borghese, guardandosi bene, nonostante gli schiamazzi dei radicali e degli opportunisti da fare piazza pulita del Codice Rocco, ancora una volta in omaggio alla continuità dello Stato e dei suoi eterni valori. Allo stesso modo l’art. 48 della Costituzione di Weimar (mai abrogata «et pour cause», del regime nazista salito al potere nel 1933 in Germania) aveva permesso a Hindenburg di firmare il 28 febbraio 1933 un decreto presidenziale di emergenza «per la protezione del popolo e dello Stato».
Ciò avveniva il giorno dopo l’incendio del Reichstag, quando Hitler aveva assicurato al maresciallo l’esistenza di un «grave pericolo di insurrezione comunista» (come è noto tanto fuori di quel tempo dopo il tradimento e la fallita insurrezione del 1919).
Quel decreto fu dunque firmato nel quadro della Costituzione democratico-liberale, così come il regime nazional-socialista era giunto «legittimamente» al potere in seguito ad elezioni indette nel quadro politico previsto dalla stessa Costituzione.
Come recentemente ha detto il curiale e volpino Andreotti, i governi passano, ma la burocrazia statale resta, col suo apparato militare, politico e repressivo. Ma qui la naturale «legittimità» del Codice Rocco, alla stessa stregua della Legge Scelba 1952, apparentemente opposta ma nata dalla stessa preoccupazione di salvaguardare la cornice statale e politica borghese, anche se invocata da quel P.C.I. che a suo tempo la individuò come macchinata contro la sua organizzazione.
Ecco, fuori dalla terminologia pretesca, in che consiste il tristo eufemismo di «Stato assistenziale»: in un apparato di prepotenza e di sopraffazione di una classe sull’altra che intende «proteggere» il proletariato dalla tentazione di riprendere la lotta frontale contro una macchina la cui esclusiva funzione essenziale è quella di schiacciare la ribellione degli sfruttati. Ma dietro la pelosa formula si celebrano oltre che i fasti della scienza politica borghese anche i segni del suo inevitabile declino.
Ormai lo Stato non può più permettersi il lusso di disinteressarsi del minimo conflitto sociale che se espresso in forma violenta e frontale può innescare la reazione a catena delle forze sociali ionizzate: la minestra non basta più. Il modo di produzione capitalistico ha indotto una serie di bisogni sociali che se hanno fatto gridare ai soliti moralisti scandalo in nome del cosiddetto «consumismo», stanno spingendo i proletari alla sempre più marcata insofferenza verso la brodaglia.
Per questo salutiamo la crisi economica, puntuale e tremenda secondo le nostre scientifiche previsioni, nella crisi si rafforzerà il Partito e il suo rapporto con la classe!