Partito Comunista Internazionale

«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.7

Categorie: Party Doctrine, Party Theses

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La serie di articoli che andiamo pubblicando sul giornale ci ha condotto a ribadire la seguente tesi fondamentale per il partito marxista.

Netta distinzione fra partito, classe, azione della classe che si esprime nei suoi organismi immediati sia a carattere economico-sindacale, sia, in determinati momenti storici come armamento del proletariato in vista della conquista del potere politico (soviet ecc.). Siamo sempre stati e restiamo sostenitori della seguente tesi: l’azione proletaria si esprime sul terreno materiale delle rivendicazioni economiche e perciò in organismi la cui caratteristica è di essere adatti alla conduzione di questa azione (organismi economici che comprendono tutti i proletari decisi a battersi per la difesa del loro pane quotidiano, organismi la cui caratteristica di classe consiste nel comprendere i soli operai ad esclusione dei membri delle altre classi sociali e nell’alta partecipazione numerica dei proletari). In determinati momenti critici, nei quali l’azione in difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro assume oggettivamente, cioè per la materiale causa della profondità delle contraddizioni capitalistiche e dell’impossibilità del sistema capitalistico di mantenere agli operai le minime condizioni di esistenza, una estensione ed una radicalità che diviene lotta armata e generale, questi stessi organismi possono divenire organizzazioni degli operai armate e tendenti alla conquista del potere politico, oppure possono sorgere, accanto agli organismi operai economici, altri organismi del proletariato in armi (soviet come in Russia) i quali sono però caratterizzati sempre dal loro essere operai, cioè da un fatto materiale di appartenenza ad una determinata classe sociale, non da un dato di coscienza.

La coscienza della classe si esprime infatti soltanto nel partito politico, cioè in un organo definito, non dalla posizione sociale dei suoi membri, bensì dalle sue finalità: nel partito si condensa, al di sopra delle vicende della lotta sociale e perciò del manifestarsi, scomparire, corrompersi degli organismi operai immediati, la coscienza della classe proletaria. La classe esprime una coscienza in quanto esprime il partito, cioè l’idea di una finalità generale interessante non singoli reparti, gruppi, categorie della classe. La nozione di questa finalità, comune a tutta la classe, al proletario della grande azienda e della piccola officina, al metalmeccanico e al tessile, al ferroviere ed al povero travet impiegato, all’operaio inglese o cinese, può manifestarsi solo in una minoranza di elementi della classe stessa ed in un organo particolare rivolto a quella finalità e legato, per mille fili, ai movimenti parziali dei proletari che si tratta di integrare e di collegare.

La coscienza della classe operaia che è dato di scienza e di analisi teorica, si esprime perciò solo nell’organo partito, cioè nell’organo che ha la visione della identità degli interessi di tutti i proletari al di sopra delle distinzioni di spazio, di categoria, di tempo. Il compito del partito si presenta perciò non come negazione dei moti anche minimi della classe, ma come ‘integrazione e superamento’ di essi nella nozione dell’interesse generale e storico di tutta la classe proletaria. In altre parole, e per spiegarci una volta per sempre, il collegamento fra i proletari di un’azienda tessile della Sicilia e gli impiegati di una banca di Berlino, l’affermazione della identità di interessi che intercorre fra di loro e della necessità che la lotta degli uni sia di sostegno a quella degli altri, può essere posseduta non dal sindacato siciliano dei tessili, che comprende tutti gli operai tessili della Sicilia e deve comprenderli se vuol condurre uno sciopero, né dal sindacato degli impiegati di Berlino, ma da un organo specifico che ponga a base della sua azione appunto la visione della identità di interessi dei proletari di tutto il mondo e di tutte le epoche storiche e che inserisca la lotta dei siciliani e quella dei berlinesi in un piano unico rivolto ad un’unica finalità. Questo organo, che può anche non comprendere né un operaio tessile della Sicilia, né un impiegato di Berlino è il partito politico di classe. Il suo compito non sarà quello di dichiarare troppo limitata l’azione dei siciliani e dei berlinesi per il pane quotidiano, ma di metterne in rilievo, potenziarne ed estenderne gli aspetti che sono suscettibili di stringere i collegamenti fra le due lotte, di combattere contro tutti gli aspetti e le forze che tendono a mantenere separati e ristretti i due movimenti. È chiaro che questa ‘integrazione’ costituisce anche un ‘superamento’ nel senso che la lotta salariale in Sicilia termina materialmente con la concessione degli aumenti richiesti e così a Berlino; l’idea di continuare la lotta in Sicilia per non sabotare lo sciopero dei proletari berlinesi costituisce già un ‘superamento’ della pura e semplice azione difensiva, esige cioè una coscienza che, sia ai siciliani che ai berlinesi, può essere portata dall’esterno, da un organo che abbia una visione globale e generale della lotta di classe e per averne una visione generale deve per forza averne una visione storica.

È fin dal Manifesto del 1848 che i marxisti difendono questa posizione: ‘Organizzazione dei proletari in classe e quindi in partito politico’ dice il Manifesto esprimendo che solo per il tramite dell’organo partito i proletari possono agire come una classe, cioè con unicità di intenti e di interessi. E il Manifesto aggiunge: ‘In che rapporto stanno i comunisti con i proletari in genere? I comunisti non sono un partito particolare contrapposto agli altri partiti operai. Essi non hanno interessi diversi da quelli di tutto il proletariato…’. C’erano, ai tempi del Manifesto, organismi politici operai che si proponevano l’abbattimento violento del potere borghese, la conquista del potere politico da parte del proletariato. Di fronte a questi organismi i comunisti, siccome non hanno interessi diversi da quelli di tutto il proletariato, non si contrappongono come partito particolare, in base a determinati principi teorici o filosofici che siano loro propri, cioè in base a proprie idee particolari. «Il fine immediato dei comunisti è identico a quello di tutti gli altri partiti proletari: 1º (ci permettiamo la numerazione dei capisaldi che distinguono gli ‘altri partiti operai’) Costituzione del proletariato in classe (quindi separazione degli interessi immediati e generali della classe operaia da quelli del ‘popolo’, della ‘nazione’, della ‘società’, cioè delle altre classi). 2º Abbattimento del dominio della borghesia (quindi identificazione dello Stato democratico parlamentare come ‘dominio della borghesia’, niente democrazia, niente Resistenza, niente Stato di tutti i cittadini). 3º Conquista del potere politico da parte del proletariato (quindi sostituzione della macchina statale borghese, con una macchina statale proletaria, dominio di classe, ma della classe proletaria, niente diritti politici alle classi possidenti e non operaie). Di fronte a simili ‘partiti operai’ i comunisti non si contrappongono come un altro partito, perché ‘Le affermazioni teoriche dei comunisti non si basano assolutamente su idee, su principi che siano stati inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo. Esse sono soltanto espressioni generali dei rapporti reali di un’attuale lotta di classi, di un movimento storico che si sta svolgendo sotto i nostri occhi…’. Di conseguenza i comunisti non hanno da contrapporsi ai proletari che vogliono diventare una classe, abbattere il dominio borghese, stabilire il dominio proletario. Al contrario essi: «Non avanzano principi particolari sui quali intendano modellare il movimento proletario». È una proposta di ‘fronte unico politico’ a tutti i partiti che si dicono proletari? Ma assolutamente no! Anzi, i comunisti «si differenziano dagli altri partiti proletari per il solo fatto che da un lato nelle varie lotte nazionali dei proletari, danno risalto e fanno valere quegli interessi comuni di tutto il proletariato che sono indipendenti dalla nazionalità, mentre d’altro lato, nelle diverse fasi di sviluppo attraversate dalla lotta tra proletariato e borghesia, sostengono sempre l’interesse del movimento nella sua totalità. In pratica, dunque i comunisti sono la parte più energica, che sempre si spinge lontano, dei partiti operai di tutti i paesi; sotto l’aspetto teorico essi hanno il vantaggio, nei confronti della rimanente massa del proletariato, di penetrare le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario». Marx ed Engels, il Partito comunista del 1848, ci tenevano a stabilire una cosa essenziale, essenziale anche per noi oggi: che l’organizzazione di cui stavano stendendo il programma, il manifesto, non era una setta che, scoperto un nuovo vero, intendesse dire ai proletari combattenti contro lo schiacciamento capitalistico di tutti i giorni, di tutte le aziende: cessate di combattere per i vostri miseri obiettivi quotidiani e meschini, sostituite ad essi queste altre idealità che noi vi proclamiamo; solo per esse vale la pena di spargere il proprio sangue. Ci tenevano a mettere in chiaro che il partito comunista ‘non ha interessi diversi da quelli di tutto il proletariato’ cioè, in altri termini, i suoi interessi sono gli stessi della massa dei proletari che scende in battaglia per la difesa della propria vita e per la liberazione di se stessa dalle condizioni disumane e bestiali in cui la costringe il sistema capitalistico. Il partito comunista «non avanza principi particolari sui quali intenda modellare il movimento proletario». Esso esprime soltanto le condizioni generali della lotta proletaria che si svolge sotto i nostri occhi, le sue necessità, i suoi bisogni, lo sbocco a cui essa inevitabilmente deve tendere per realizzarsi, per non essere sconfitta: «Le affermazioni teoriche dei comunisti sono solamente espressioni generali dei rapporti reali di un’attuale lotta di classi, di un movimento storico che si sta svolgendo sotto i nostri occhi…».

Il partito comunista non è una setta caratterizzata dalla adesione a principi astratti, filosofici; è il partito di classe, della classe in lotta e lo è in quanto esprime la coscienza dei termini generali della lotta stessa, in quanto riesce ad essere «l’espressione generale dei rapporti reali di un’attuale lotta fra le classi… che si svolge sotto i nostri occhi». I comunisti non hanno il compito di deviare, in base a loro idee, il movimento, l’azione di classe dai suoi obiettivi, dal suo svolgimento naturale. Hanno il compito di indirizzarla dimostrandone i termini, i rapporti di forze, il campo di battaglia, lo schieramento effettivo del nemico che essa deve sconfiggere o rassegnarsi a perire. Di fronte ad un proletariato le cui energie erano tese alla propria liberazione come classe e che sapeva ingaggiare la battaglia su questo terreno, il partito comunista non si presentava come un elemento estraneo e contrapposto agli sforzi proletari: esso «ha il vantaggio, nei confronti della rimanente massa del proletariato, di penetrare le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario». Ha il vantaggio è termine preciso che nega l’atteggiamento sprezzante dell’intellettualità borghese, verso la massa operaia ritenuta incapace di comprendere. È termine da ‘migliori compagni di lotta’, non termine da moralizzatori ‘colti’ della lotta fra le classi! E quando parleremo dell’azione pratica del partito, promessa fatta all’inizio della serie di articoli che ci occupa? Si promette di parlare di azione pratica svolta in questo anno di grazia 1976 e poi si continua per numeri e numeri a parlare del partito e delle sue caratteristiche. Ne parleremo, ne parleremo! Non si spaventi il lettore impaziente! Ma vogliamo prima imprimere nella memoria di tutti che il soggetto dell’azione pratica è il partito di classe e, se non esiste questo, con le sue caratteristiche inconfondibili, è inutile parlare di azione pratica. L’indirizzo tattico del partito, lo ricordiamo al lettore impaziente di scoprire la ricetta dei nostri piccoli o grandi successi pratici, non consiste nella geniale scoperta di mezzi o di obiettivi magari intermedi. Non ci serve un capo geniale, un generale astuto (l’espressione più alta del sentimento piccolo borghese sta nel sostenere che Lenin e Trotski avrebbero avuto questa caratteristica, grazie alla quale vincemmo e per temporanea obnubilazione della quale poi perdemmo, mentre furono militanti soltanto (soltanto!) seri e devoti del partito di classe, al quale diedero, con l’ultimo dei proletari di Russia e del mondo, le loro forze poche o tante che fossero senza mai preoccuparsi che fossero tante o poche, ma preoccupati che fossero tutte e soltanto di questo!).

Non ci serve, dicevamo, un capo geniale che ci inventi dei buoni espedienti: serve solo un corpo di militi, di soldati semplici della rivoluzione che siano capaci di mantenersi fedeli da una parte ai caratteri del partito, dall’altra ai caratteri dell’azione di classe. Fissata questa abitudine di fedeltà nel corpo collettivo del partito, l’indirizzo tattico discende dal rapporto fra questi due termini e la coscienza ‘dei rapporti reali dell’attuale lotta fra le classi’. Non c’è niente da scoprire e niente da inventare, c’è solo da capire. Allora ci permetta il lettore di propinargli ancora a lungo questa analisi sul partito. Un giorno gli parleremo anche cosa abbiamo fatto e si accorgerà che era quasi inutile parlarne, perché il modo in cui abbiamo affrontato i problemi dell’azione pratica, perfino nei particolari più minuti e giornalieri, non è altro che il modo tipico, caratteristico ed inconfondibile in cui il partito comunista ha sempre affrontato questi problemi.

La III Internazionale ebbe un atteggiamento che farebbe onore oggi a molti scopritori di ‘cose nuove e di nuove situazioni’, se la loro natura di classe permettesse loro di adottarlo. Dovendo stabilire nel 1920 i suoi statuti si rifece integralmente a quelli della I Internazionale del 1864. Non lo fece per dire ai socialdemocratici, agli anarchici, ai sindacalisti che andavano per la loro strada perché erano costretti ad andarci: «Aspettate un momento, cerchiamo di discutere; le vostre opinioni sono sbagliate. Alla fine della discussione condotta con documenti inoppugnabili, converrete con noi, perché avrete compreso». Lo fece per dire che su quella strada segnata, la strada unica della emancipazione proletaria, c’erano rimasti solo loro, i comunisti riuniti a Mosca in quell’anno e che solo essi costituivano il partito del proletariato combattente. Gli Statuti del 1864 dicono: «Considerando – che l’emancipazione economica della classe operaia è dappertutto il fine essenziale al quale ogni movimento proletario deve essere subordinato come mezzo. Che ogni sforzo in vista di raggiungere questo grande obiettivo è fallito a seguito della mancanza di solidarietà fra i lavoratori delle diverse branche di lavoro in ciascun paese e della alleanza fraterna fra i lavoratori dei diversi paesi. Che l’emancipazione non è per nulla un problema locale o nazionale, ma un problema sociale che abbraccia tutti i paesi dove esiste il regime sociale moderno e la cui soluzione dipende dalla collaborazione teorica e pratica dei paesi più avanzati. Che il rinnovarsi attuale simultaneo del movimento operaio nei paesi industriali dell’Europa sveglia in noi da un lato nuove speranze, ma dall’altro ci dà un avvertimento solenne a non ricadere nei vecchi errori e ci chiama al coordinamento immediato del movimento che fino al momento presente non è stato per nulla coerente… la III Internazionale ha dichiarato solennemente in faccia al mondo che essa si incarica di proseguire e portare a compimento la grande opera intrapresa dalla I Internazionale dei Lavoratori…».

Il partito è l’organo materiale ed ideale di collegamento fra le lotte proletarie immediate che senza di esso rimangono necessariamente slegate nel tempo, nello spazio, nelle finalità. Rimangono ‘incoscienti’, cioè non possono e non potranno mai, nel loro ambito ristretto, della fabbrica, della categoria, della nazione esprimere una coscienza comune a tutta la classe proletaria. Per questa ‘coscienza di classe’ deve esistere un organo particolare di collegamento, un organo, né della fabbrica, né della categoria, né della nazione, ma semplicemente della classe: il partito politico di classe. Quest’organo non si caratterizza per ‘idee particolari’ di ordine filosofico ‘scoperte da questo o quel riformatore del mondo’, ma per essere il vertice della piramide in cui si esprime la classe e la sua lotta contro il dominio capitalistico, l’anello di congiunzione che unifica tutte le singole lotte che il proletariato conduce. Perché? Per dati di fatto altrettanto materiali: 1) Perché impugna una teoria interpretativa che gli permette di leggere i fatti sociali e storici e di conseguenza riesce a spiegarsi il comportamento di tutte le classi sociali ‘nei loro rapporti reciproci e nei loro rapporti con lo Stato’ cosa in cui consiste la coscienza politica. 2) Perché il suo organamento materiale non è limitato nello spazio, non è chiuso nella fabbrica, nella professione, nella categoria, nella nazione. (Nostra polemica contro la cosiddetta bolscevizzazione del 1924-26). 3) Perché la sua organizzazione e la sua azione non è limitata, né discontinua nel tempo, ma allaccia, al di sopra del tempo, la lotta e l’esperienza di lotta delle singole generazioni operaie (le mille trappole che la borghesia ha saputo tendere agli operai di cinquant’anni fa non sono patrimonio di esperienza dei giovani che lavorano oggi nelle fabbriche, non possono materialmente esserlo; ma sono patrimonio dell’organo politico di classe che possiede una chiave di lettura scientifica ed una continuità di azione la quale lega gli avvenimenti di cinquant’anni fa a quelli di oggi). Intendiamo mostrare con queste nostre note che fra coscienza di classe ed azione di classe, fra partito, dotato di un formidabile e dogmatico bagaglio teorico, programmatico e tattico che si esprime in tesi, testi, studi e norme scritte e classe proletaria con le sue lotte quotidiane, misere magari e limitate per le minime rivendicazioni non esiste alcuna contraddizione. Sono due elementi dello stesso problema, due termini senza il congiungersi dei quali si realizza, come si è realizzato finora, un risultato negativo per la ‘emancipazione economica degli operai’ che è il problema materiale alla risoluzione del quale va la piccola spinta del gruppo di sfruttati che rivendica il pisciatoio di fabbrica congiuntamente alla formidabile teoria della società futura, del comunismo. Norma di azione semplice e concreta che anticipiamo al lettore impaziente. Il partito non solo non disprezza gli sforzi di un piccolo gruppo di operai di Torino per difendere semplicemente il loro salario, ma neanche chiede loro, all’interno della loro fabbrica, di possedere una coscienza che vada al di là del fatto che il salario serve per dar da mangiare a se stessi, le loro donne, ai loro figli, né si scandalizza se quegli operai svolgono la loro richiesta in parole che non sono l’esatta visione marxista della lotta di classe e magari non hanno neanche l’idea di appartenere ad una classe. Il partito sa che quegli operai non possono possedere, in quanto tali, la coscienza di classe: sa di possederla lui solo. Il suo compito sarà quello di incoraggiare la lotta, di indicare agli operai i nemici che si trovano di fronte e gli strumenti per portarla avanti, aiutando, nello stesso tempo quegli operai a fare la loro esperienza ed a trarne le debite conclusioni, indicando loro amici e nemici, metodi che fanno andare avanti e metodi che soffocano e debilitano. Il partito indirizzerà la lotta, cioè saprà dire per quale strada essa debba passare per vincere e si dimostrerà ‘il miglior compagno di lotta’ per quei lavoratori. Per questo tramite e per quello della propaganda delle sue posizioni il partito farà in modo che la spinta degli operai non si esaurisca con il venir meno delle ragioni immediate che l’hanno provocata indicando ad essi la necessità dell’organizzazione permanente sul terreno economico per poter reagire costantemente alle pressioni padronali ed arruolando nel partito gli elementi ‘i quali durante la lotta stessa si saranno resi maturi per questo’. «… Come quindi è respinta ogni concezione di azione individuale o di azione di una massa non legata da preciso tessuto organizzativo, così lo è quella del partito come raggruppamento di sapienti, di illuminati o di coscienti, per essere sostituita da quella di un tessuto e di un sistema che nel seno della classe proletaria ha organicamente la funzione di esplicarne il compito rivoluzionario in tutti i suoi aspetti e in tutte le complesse fasi». (Tesi caratteristiche dal partito, 1952).