Edili in Svizzera: il feticcio del contratto arma dei bonzi
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Dal 1937 il padronato svizzero in virtù della famigerata «pace del lavoro» schiaccia i lavoratori sotto il peso di contratti che, anno dopo anno, taglieggiano in misura sempre crescente i salari, sottopongono gli operai ad aumenti dei ritmi produttivi, mantengono i proletari immigrati nella continua incertezza, il posto di lavoro infatti, come dimostrano i passati ed i più recenti licenziamenti in massa, è ben lungi dall’essere sicuro.
In un paese dove lo sciopero e la lotta di classe sono armi di cui il proletariato deve riappropriarsi, dove le favorevoli condizioni di sviluppo del capitale hanno reso sino ad oggi facile il compito a sindacati traditori e Stato nel controllare e nel deviare la classe operaia, il rinnovo contrattuale dell’edilizia dà un quadro chiaro della via intrapresa dalla borghesia svizzera e del completo asservimento dei bonzi sindacali a questa. Non si tratta qui, come pure nei contratti che dovranno essere rinnovati, di strappare quel minimo – che seppure poco – rappresenterebbe il normale adeguamento di un contratto ai bisogni della classe operaia determinati dal crescente costo della vita, si tratta invece di un vero e proprio passo indietro che costringe gli operai, schiena al muro, ad assistere impotenti al furto che si sta realizzando sul loro salario.
Infatti il punto più importante della piattaforma è quello che concerne l’adeguamento dei salari al carovita, che nel caso specifico dell’edilizia si svolge con trattative annuali e sulla base di un aumento diretto del salario orario. Per questo punto l’accordo prevede che gli aumenti per gli anni 1975 e 1976 saranno pagati soltanto nel 1977 mediante un aumento di salario, adattato per altro alle condizioni congiunturali del settore in quel momento. Questo dimostra che la carognesca politica dei bonzi ha permesso e permette che per due anni i salari siano stati praticamente bloccati, e che il loro adeguamento non sarà per niente automatico, anzi esso sarà sottoposto ad una ulteriore trattativa che in questa tendenza potrà rinviare a chissà quando i tanto attesi aumenti, sottoponendoli ad una ipotetica migliore situazione del settore, condizione che i lavoratori sanno bene quanto sia improbabile data l’attuale crisi internazionale.
Il piano di schiacciamento operaio non viene neanche parzialmente nascosto da fumose promesse di salvaguardia dell’occupazione, come viene cianciato in altri lidi, nessun accordo sancisce che non si proceda a licenziamenti nel corso dell’anno. Nessuna miglior condizione è stata quindi raggiunta, o meglio è stata la classe padronale che ancora in una occasione ha rimpinguato le sue casse facendo stringere di un altro foro la cinghia agli operai.
La classe operaia svizzera, i proletari immigrati, devono riacquisire – e saranno le condizioni materiali a spingerveli – le nozioni di sciopero e di contratto di lavoro come armi, da impugnare contro l’avversario in occasioni difensive, che rappresentano fasi di una continua guerriglia tra sfruttati e sfruttatori, tanto più in un paese dove non si può parlare di contrattazione diretta tra padronato e lavoratori, ma di vere e proprie «leggi» statali unilateralmente proposte ed approvate. La lotta non deve essere dunque tesa soltanto alla riconquista di «veri» contratti di lavoro, che non rappresentano altro, in qualsiasi maniera vengano stipulati – anche la migliore – che un patto con il quale vengono fissate per un certo periodo le condizioni a cui la classe degli sfruttati deve vendere la sua forza lavoro. I patti di lavoro devono considerarsi come strumenti essenziali, ma puramente difensivi del salario e delle condizioni di vita operaie, per questo essi devono essere rigettati e stracciati quando, come nel nostro caso, non rispondano più alle esigenze dei lavoratori.
Il riappropriarsi dell’arma dello sciopero è essenziale per il proletariato svizzero, come essenziale e necessario alla sua difesa è il ristabilire la prassi di stipulare dei veri contratti di lavoro che rappresentino il reale – anche se parziale – soddisfacimento dei suoi bisogni, contrattati finalmente con i pugni e non attorno ai tavolini padronali.
Ma se tutto questo è necessario non è però condizione sufficiente: la lotta non deve esaurirsi in questa prospettiva di più o meno lunga realizzazione, deve allargarsi sino a saldare tutto il proletariato in un fronte di battaglia, che abbandonando il terreno difensivo passi al contrattacco per la conquista del potere politico, per la conquista della sua società dove soltanto non esisterà più sfruttamento e divisione in classi. Diciamo questo perché fin troppe volte la borghesia, partendo da posizioni nettamente di forza come in Svizzera, ha deviato, grazie ai suoi servi: sindacati e partiti traditori, la lotta operaia sul falso obiettivo del contratto come presunto «potere» operaio, nella visione di una società in cui la «vera» trincea da difendere fosse proprio quello che è al contrario soltanto il primo dei gradini della «scalata al cielo». Il contratto come feticcio non è dunque che una arma in mano alla borghesia. Il contratto, di per sé, non muta la forma capitalistica dell’economia, non concede alcun potere agli operai ma sancisce il dispotismo del capitale sul lavoro. Restare fermi al contratto significa non fare un passo innanzi verso l’emancipazione, significa cullarsi nella falsa speranza che il contratto di domani apporterà altri miglioramenti, che il riformismo concederà agli operai nuove conquiste.
Non solo si dimostra nei fatti che i partitacci e bonzi non combattono per alcun miglioramento, ma al contrario tirano indietro il movimento e distruggono le sue conquiste passate, ma si dimostra che anche le eventuali conquiste, in regime capitalistico, non hanno fatto avanzare di un solo millimetro la lotta verso il comunismo, verso l’emancipazione dal lavoro salariato. Devono i proletari di Svizzera rendersi conto che senza la riconquista delle basilari armi di classe, le loro rivendicazioni verranno sempre schiacciate dai padroni e più o meno apertamente rinnegate dai sindacati traditori che sono i veri sacerdoti del diritto contrattuale, al pari di avvocati borghesi.
Ad ogni classe le armi che le sono più naturali e congeniali; ai borghesi il loro Stato, i loro preti, i loro servi con o senza divisa, ai proletari lo sciopero, la insurrezione armata, la rivoluzione comunista.