Partito Comunista Internazionale

Specchio del futuro: il PCI al governo in Italia 1945-48 Pt.1

Categorie: CGIL, Democratism, Italy, Opportunism, Partito Comunista Italiano

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Le elezioni ci sono sempre state, è vero e sempre tutto il «popolo» ha svolto il suo dovere di routine andando a mettere la scheda nell’urna; ma dalla fine della seconda guerra mondiale (quando il PCI governò per tre anni) è la prima volta che si riassocia il risultato elettorale con la possibile soluzione di grossi problemi sociali. Non a caso solo ora, dopo trent’anni si ritorna alla eventualità del PCI al governo. I borghesi vedono nell’eventuale governo «di sinistra» la possibilità di continuare a licenziare e ridurre i salari senza timore di reazioni classiste da parte del proletariato; gli operai vi vedono la possibilità di riprendere il lavoro senza incertezze e il ritorno a quel «benessere» degli anni precedenti.

Noi abbiamo sempre denunciato le elezioni come una truffa contro la classe operaia, come un modo per distoglierla dalla sua azione diretta e violenta contro padroni e Stato ben sapendo che il voto serve solo per decidere quale partito o partiti possano meglio condurre lo sfruttamento della forza lavoro. Ma tanto più abbiamo sempre denunciato i governi di sinistra come il culmine di questa truffa: non a caso il PCI, partito di opposizione nei periodi di sviluppo capitalistico diventa o si predispone a diventare partito di governo nei momenti di crisi acuta e di dissesto economico. Nel primo caso non è necessario il partito operaio al governo in quanto la sicurezza del salario non fa prevedere nessuna radicalizzazione delle lotte operaie che si svolgono «pacificamente» attraverso la periodicità dei contratti di lavoro. È chiaro però che questa viene interrotta dall’impossibilità a contrattare un salario e un lavoro che va sempre più esaurendosi per l’effetto della crisi economica e questa situazione non può che spingere – a lungo andare – a serie rivolte operaie, a lotte radicali per il salario e per il pane e che sempre più saranno destinate a radicalizzarsi non essendo i capitalisti in grado di soddisfare nemmeno alla metà dei bisogni elementari della classe operaia.

Queste lotte non solo impedirebbero all’economia borghese di riassestarsi (cosa possibile se le migliaia di disoccupati accettassero di fare i disoccupati e se i pochi operai rimasti alla produzione accettassero di sgobbare anche per quelli che non ci sono più), ma metterebbero in serio pericolo le stesse basi del sistema capitalistico creando una situazione prerivoluzionaria in cui gli operai sarebbero nuovamente disposti ad imbracciare il fucile per difendere le loro condizioni di sopravvivenza.

Ecco perché il governo di sinistra e la proposta dello stesso PCI al governo: il cosiddetto «benessere» lo può gestire qualsiasi partito mentre solo il falso partito comunista può indurre gli operai ad accettare fame e sovrumano sfruttamento per puntellare lo Stato borghese.

Ecco perché noi, al di là di qualsiasi risultato elettorale, di qualsiasi spostamento a sinistra in termini di percentuali di voti, fino al PCI al governo (solo o in degna compagnia), vogliamo smascherare questo disegno antioperaio che sta da sempre nei piani della borghesia e dei partiti opportunisti e che solo ora viene rispolverato proprio perché si sta aprendo un nuovo periodo in cui sarà necessario difendere gli interessi borghesi, non osannando il modo di produzione capitalistico con le fabbriche piene di operai come il massimo paradiso terrestre per il proletariato (com’è nel boom) ma controllando le piazze e le strade dilaganti di disoccupati e i bagni penali nel vero senso della parola che saranno diventate le poche fabbriche produttive.

Non è la nostra un’acida profezia di marxisti intransigenti ma la chiarezza del partito di classe che non ha dimenticato i fatti storici del passato, che le generazioni attuali degli operai viceversa non conoscono, soprattutto i giovani. Ci riferiamo al non lontano 1945 quando il PCI – lo stesso PCI di oggi – governò per tre anni, cioè giusto il tempo per permettere allo Stato capitalistico italiano, messo in crisi dalla sconfitta militare e dal conseguente dissesto economico di riprendere la sua marcia in avanti sulle spalle della classe operaia. È il PCI stesso che si richiama a quella tradizione, che rivendica di essere stato allora il salvatore della Patria e dell’economia nazionale. Soltanto che questo salvataggio della Patria fu fatto sulle spalle della classe operaia la quale fu ridotta dal suo preteso partito e dai suoi dirigenti sindacali, con il plauso di tutti i partiti borghesi, al rango di una massa di schiavi affamati, colpiti nello stesso tempo dalla disoccupazione nonché dalle fucilate della polizia democratica, indirizzata dall’allora ministro di grazia e giustizia Togliatti che, nella famosa circolare ai prefetti, ordinerà loro di attaccare i proletari che, nella morsa della fame, davano l’assalto ai negozi di alimentari nelle varie città. Dal 1946 al 1949 la classe operaia italiana ricostruì l’industria nazionale, a costo della fame, della galera e della morte permise la sopravvivenza dei profitti capitalistici.

Questo fu possibile unicamente per la presenza del PCI al governo. Nel 1976 il PCI dovrebbe svolgere la stessa funzione contro la classe operaia: è quello che vuole e che proclama a tutti i venti. Se la borghesia esiterà ad adottare questa soluzione sarà solo perché sa benissimo che la crisi attuale non ha per sbocco prossimo una ripresa economica come quella successiva al 1948. Si riserva questa carta per il momento più opportuno. Gli operai della vecchia generazione risentiranno nelle citazioni che seguono l’eco dei loro sacrifici di allora e giudicheranno se sia il caso di ripeterli. I giovani verranno a conoscenza dell’unica cosa che può fare, che sarà chiamato a fare, il PCI al governo dello Stato borghese. L’immagine di quello che faranno è scritta in quello che hanno fatto 30 anni fa.

Le citazioni che riportiamo sono tutte tratte da Il Lavoro organo della CGIL dal 1945 in poi. Intercaliamo le citazioni con brevi commenti che servono a dare una descrizione globale della situazione di allora.

L’economia italiana alla fine della guerra si trovava di fronte in particolare alle necessità di espellere la manodopera adoperata per lo sforzo produttivo bellico. Il numero di operai occupati nell’industria, che aveva servito a produrre armi e strumenti per la guerra, era ora eccedente i bisogni della produzione nel quadro internazionale in cui veniva a trovarsi l’economia italiana. Come detto nelle citazioni successive il padronato avrebbe utilizzato il mezzo drastico del buttare sul lastrico tutti i lavoratori eccedenti contando per la repressione di eventuali movimenti degli affamati sulle forze dello Stato. «Tragica miopia» avverte l’organo della CGIL: in questa maniera si sarebbe scatenata la guerra civile da parte degli operai proprio in un momento in cui l’economia italiana aveva estremo bisogno del credito statunitense e d’altra parte lo Stato non possedeva nessuna forza armata valida a reprimere un movimento generalizzato della classe operaia. Occorreva buttare sul lastrico gli operai eccedenti i bisogni del capitale senza intaccare la pace sociale. Fu la CGIL ad incaricarsi di questo. È il famoso accordo sullo sblocco dei licenziamenti:

Testo dell’accordo sullo sblocco dei licenziamenti (Il Lavoro 22-1-1946): «… Durante il mese di febbraio potrà essere licenziato il 5% dei lavoratori occupati alla data del 31 dicembre 1945; dal 1 al 15 marzo un altro 4% e dal 16 al 31 marzo un altro 4%. La percentuale dei licenziamenti da effettuarsi nel mese di aprile sarà fissata in un nuovo accordo da concludersi il 10 marzo 1946. Potranno essere licenziati i lavoratori assunti dopo il 10 giugno 1940 che si trovino nelle seguenti condizioni: a) che siano sospesi dal lavoro da oltre due mesi; b) che abbiano in famiglia altri cespiti di sussistenza; c) se per ogni quattro membri della famiglia vi sia un lavoratore con reddito continuativo; d) che provengono da altri settori economici; inoltre potranno essere licenziati i lavoratori inosservanti dei doveri di disciplina e di normale attività … Questi licenziamenti avverranno sotto il controllo delle C.I. …».

Il significato che l’accordo rivestiva è ben descritto nel seguente articolo de Il Lavoro del 19-1-1946:

«Alla delegazione operaia è stato possibile ottenere che i licenziamenti non superino il 5% nel primo scaglione e il 7% nel secondo scaglione Per il terzo scaglione che avverrebbe di primavera le due parti si sono riservate di discutere verso la fine di marzo se sarà possibile apportare un maggiore alleggerimento alle industrie che sono pericolanti. Ma la cosa importantissima dell’accordo è che i rappresentanti dei lavoratori hanno ottenuto che nessun licenziamento può avvenire se non sia sulla base di criteri particolarmente stabiliti ed ai quali abbiamo accennato … Se la dura necessità di cercare di salvare l’industria italiana nelle proporzioni del possibile in tempo di pace ha reso inevitabile un alleggerimento della manodopera divenuta superflua dalla fine della guerra i rappresentanti dei lavoratori sono riusciti a limitare al minimo possibile il sacrificio più doloroso che viene imposto ad un certo numero di lavoratori».

Nell’articolo intitolato «Contro il sabotaggio della ricostruzione» del 2-3-1946 la CGIL si difende dall’accusa di demagogia e spiega in che maniera abbia proceduto nella questione della smobilitazione e dei licenziamenti: in un primo tempo subito dopo la fine della guerra essa si era opposta ai licenziamenti per ragioni di ordine pubblico; successivamente, calmatasi un po’ la situazione, li accetta e li sottoscrive per la stessa ragione, di mantenere la pace sociale; si opporrà ad ulteriori licenziamenti una volta raggiunto l’obiettivo di salvare l’industria italiana:

«Non appena cessata l’insurrezione vi è stato il tentativo di non pochi industriali di riprendere completa libertà chiudendo le fabbriche o licenziando gran parte dei lavoratori. In una atmosfera arroventata come quella vissuta e che tuttora viviamo la CDL di Milano e le consorelle dell’Alta Italia non avevano altra scelta: o le sommosse della strada con le dolorose conseguenze facilmente immaginabili o l’opposizione ai licenziamenti. Noi scegliemmo la seconda soluzione convinti di ben fare per il paese. Non potevamo dimenticare che altrimenti, nel caso cioè di tumulti e di lotte, sarebbe venuta a mancare la fiducia degli Alleati verso la nostra sventurata Patria. Sapevamo noi pure che la soluzione adottata, se guardata con occhio miope, appariva antieconomica. Ma avevamo il diritto di ritenere che, nel frattempo, industriali e governo avrebbero escogitato tutti quei provvedimenti atti a creare condizioni di lavoro per le maestranze che nelle fabbriche risultavano esuberanti … Cosicché anche dopo il concordato per lo sblocco dei licenziamenti, assistiamo ad una corsa affannosa di industriali che pretenderebbero tramutare le nostre organizzazioni in curatele fallimentari senza peraltro por mano agli ingenti patrimoni personali di cui dispongono … Dove si andrà così a finire? Che ne sarebbe se le folle sospinte dal bisogno, esacerbate da visibili e troppi contrasti sociali, irrompessero per le vie per compiere quella giustizia che da tempo invano essi reclamano nelle forme legali e pacifiche? Noi rinnoviamo il monito severo. Fate in modo che la necessità di una più equa giustizia sociale non sia compresa troppo tardi».

Nel 1945 gli operai del Nord Italia avevano ancora in mano le armi usate contro i fascisti e i tedeschi: ogni tentativo di buttarli fuori dalle fabbriche avrebbe significato la sommossa e la rivolta. La CGIL accetta dunque la soluzione «non economica» di mantenere gli operai al lavoro. Nel 1946, passata l’effervescenza della fine della guerra e disarmati gli operai, i licenziamenti vengono accettati. Ma si dice ai capitalisti italiani: non pretendete troppo perché le condizioni delle masse operaie sono tali che potrebbero ancora sfuggirci di mano. In pratica la funzione del partitaccio si presenta in questo modo: la borghesia è miope, segue soltanto i suoi interessi immediati; se si lasciasse fare ai borghesi succederebbe che essi provocherebbero l’insurrezione degli operai. Per fortuna c’è qualcuno che riesce a vedere più in là dell’immediato, agli interessi supremi della nazione e della Patria e ad ottenere perciò il risultato di imporre sacrifici agli operai senza che questi abbiano a ribellarsi.

La borghesia è tanto miope che non saprebbe nemmeno salvaguardare – se dipendesse da lei – il credito, cioè i quattrini degli Alleati. È lo stesso articolo che lo dice in altro punto: «Siamo stati tacciati di demagogia anche quando abbiamo asserito, come asseriamo, che l’Italia possiede un grande patrimonio: le braccia e l’intelligenza dei suoi lavoratori e che è delitto non sfruttare razionalmente questo patrimonio. Ci si è tacciati di demagogia quando abbiamo ricordato il lungo e doloroso calvario dei nostri lavoratori. Mentre le turbe mal pagate, deperite invadevano le strade reclamando di che vivere, le classi dirigenti incapaci di comprendere che la produttività è in ragione non solo dell’intelligenza, ma anche dell’efficienza fisica del lavoratore, non trovano di meglio che scatenare la insensata repressione».

Nell’articolo intitolato «Riattivare il ciclo produttivo» del 20-1-1946 la CGIL afferma: «La firma dell’accordo per lo sblocco dei licenziamenti è un buon segno. Dovrebbe infatti lasciar supporre che finalmente gli industriali cominciano ad intendere che il loro problema è il problema del Paese: migliorare, aumentare, intensificare la produzione. Da questo punto di vista era partita la Confederazione del lavoro nel fare adottare nell’accordo di tre mesi orsono il principio dell’introduzione dei cottimi e dei turni di lavoro. Al punto di vista contrario erano rimasti ancorati, durante il trimestre gli industriali non dando praticamente luogo né ai cottimi né ai turni. Speriamo che il nuovo accordo odierno segni il ripudio della politica del non produrre e di un’effettiva spinta alla ripresa produttiva italiana …».

In realtà la borghesia ed il capitalista singolo non sono per la «politica del non produrre» e non lo erano nemmeno nel 1946. Sono per produrre ai minori costi e perciò col maggior profitto possibile. È perfettamente vero che nelle condizioni dell’Italia del 1946, in cui nessuna garanzia esisteva che lo Stato riuscisse a tenere a freno gli operai, né nessuna effettiva garanzia di sbocco delle merci italiane sui mercati esteri, il capitalista singolo preferisse tenere in banca il suo capitale piuttosto che «arrischiarlo» in un’impresa produttiva. Le garanzie contro i rischi della borghesia le offre il PCI: manodopera a basso prezzo, sicurezza contro movimento violento della classe operaia, spinta per tutti gli operai a ricostruire – per i padroni s’intende – l’apparato produttivo.

Come vedremo in altri articoli il PCI fu capace di offrire alla borghesia italiana: il capitale fisso delle aziende a costo zero (gli operai rimettevano spontaneamente in sesto le macchine, gli edifici, i mezzi di comunicazione distrutti dalla guerra); capitale variabile a costo ridotto (sottosalario, lavoro senza salario, disoccupazione ecc.); sicurezza sociale (gli operai non avrebbero rotto la pace sociale né minacciato l’ordine pubblico. Comunque in previsione che non fosse del tutto possibile trattenerli fu affidato al PCI il compito di riarmare la forza pubblica e di riaprire le galere statali).

In queste condizioni il borghese italiano poteva tirar fuori il suo capitale: «… Speriamo che il nuovo accordo odierno (cioè l’accordo che condannava alla fame il 15% della classe operaia italiana) segni il ripudio della politica del non produrre e dia un’effettiva spinta alla ripresa produttiva italiana …».

In altre parole: pensiamo di avervi dato sufficienti garanzie che potete investire i vostri capitali in tutta sicurezza. Non avete nulla da rischiare!

La borghesia italiana capì perfettamente il regalo che le veniva fatto dal PCI e dalla CGIL e li ringraziò pubblicamente attraverso il discorso del suo rappresentante più autorevole allora: Alcide De Gasperi. Quando poi lo stesso personaggio dichiarò nel 1948 terminata la funzione del PCI al governo perché esso aveva assolto tutti i suoi compiti e minacciava di diventare, nel clima della spartizione del mondo, nella «guerra fredda», un inciampo all’affluenza dei capitali americani, il PCI mostrerà il massimo scandalo per la sua defenestrazione. Dopo tanti servigi messo alla porta!

Ecco il riconoscimento della borghesia italiana al falso partito operaio: «… Ho ascoltato con commozione il discorso di Mariani che, rappresentando la CGIL di Milano, è l’interprete di uno dei più grandi centri operai e soprattutto mi sono rallegrato della notizia che mi ha portato ieri il Ministro del lavoro (Gullo, del PCI), annunciando l’accordo fra industriali e operai per la smobilitazione dell’industria, con grandi sacrifici dalle due parti ma in particolar modo degli operai. Bisogna prendere atto di questo trionfo della moderazione, della ragionevolezza, della coscienza di solidarietà degli uni e degli altri, specie dei lavoratori. Bisogna prenderne atto per la cosa in sé, e bisogna prenderne atto anche in una discussione di politica estera, perché purtroppo in qualche giornale anche estero si esagerano talora i movimenti operai, quasi che l’Italia tutta fosse in una convulsione continua, scambiando inevitabili manifestazioni di malcontento, come uno spirito di decomposizione dello Stato. Ora preghiamo i giornalisti di prendere atto che ben più importante è questo accordo di solidarietà che dovrebbe incitare anche dall’altra parte il credito anche estero ad essere meno restio nell’esercitare la sua funzione …».