Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.12
Categorie: Democratism, Opportunism, Organic Centralism, Party Doctrine, Party Theses, Social Democracy, Stalinism
Articolo genitore: Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra
Questo articolo è stato pubblicato in:
Oggi, come non mai, la realizzazione pratica della «piattaforma» tattica del partito, ripetiamo, si sintetizza sostanzialmente nel «fronte unico sindacale del proletariato, opposizione politica incessante verso il governo borghese e tutti i partiti legali», nel cui novero, ribadiamo, stanno anche coloro che predicano violenza ma non Dittatura rivoluzionaria proletaria sotto la direzione del solo ed unico Partito Comunista; oggi come non mai questa realizzazione si manifesta impossibile senza infrangere la «legalità» sindacale e costituzionale, cioè senza lo scontro violento con le strutture legali del regime attuale.
NATURA ANTILEGALITARIA E ANTIDEMOCRATICA DELLA TATTICA COMUNISTA
Nel quinto articolo del testo già citato, «La tattica dell’Internazionale Comunista», del gennaio 1922, queste caratteristiche peculiari della tattica comunista vengono impostate e svolte alla luce delle condizioni storiche oggettive dell’epoca, diverse formalmente da quelle odierne, ma non per questo meno istruttive e preziose per la lotta rivoluzionaria.
Il testo ribadisce che il Partito Comunista, unica «avanguardia» del proletariato, è «un organo collettivo», al tempo stesso «scuola (nel senso di una tendenza teorica)» ed «esercito con adatta gerarchia e adeguato allenamento di esercitazione», e come tale la sua azione non può prescindere «dalle influenze che ha su queste forze lo svolgimento stesso dell’azione e il metodo scelto per condurla innanzi». Segue un passo, ormai celebre nella polemica che posteriormente la Sinistra fu costretta a condurre contro la degenerazione dell’IC e che culminò a Lione e a Mosca, al 3° Congresso del PCdI, e al VI Esecutivo Allargato dell’IC: «Perché il Partito non è il “soggetto” invariabile e incommistibile delle astruserie filosofiche, ma a sua volta un elemento oggettivo della situazione. La soluzione del problema difficilissimo della tattica del Partito non è ancora analoga a quella dei problemi dell’arte militare; in politica si può correggere, ma non manipolare a piacere la situazione: i dati del problema non sono il nostro esercito e quello avversario, ma la formazione dell’esercito a spese di strati indifferenti e delle stesse schiere nemiche si attua – e può attuarsi tanto da una parte come dall’altra – mentre si svolgono le ostilità».
Poi vengono esposti i dati oggettivi su cui il partito deve operare: «Una ottima utilizzazione delle condizioni oggettive rivoluzionarie senza alcun pericolo di menomare quelle soggettive, anzi con la certezza di svilupparle brillantemente è data dalla partecipazione e dal suscitamento delle azioni di masse per le rivendicazioni economiche difensive che solleva nell’attuale momento della crisi capitalistica l’offensiva padronale, come già abbiamo detto. Per tal modo spingendo le masse a seguire impulsi che esse già chiaramente e potentemente sentono, le conduciamo sulla via rivoluzionaria da noi tracciata, sicuri che lungo questa le condizioni soggettive a noi contrarie saranno superate e le masse si troveranno dinanzi alla necessità della lotta per la rivoluzione integrale per la quale il nostro partito darà loro una attrezzatura teorica e tecnica che la lotta avrà migliorata e potenziata. La indipendente posizione politica del nostro partito gli avrà permesso di svolgere nel corso dell’azione la preparazione rivoluzionaria ideale e materiale che è mancata in altre situazioni, che pure spingevano le masse alla lotta, perché tra gli altri motivi si verificava l’assenza di una minoranza differenziata in quanto a coscienza rivoluzionaria e a preparazione alle decisive forme di lotta».
Il terreno delle lotte economiche, ancora una volta definito come «terreno» principale in cui «si fa l’agitazione e la preparazione rivoluzionaria», reso incandescente dall’offensiva borghese sulle condizioni materiali delle masse salariate, è il campo di reclutamento dell’esercito proletario sotto la bandiera del comunismo, «a spese» degli altri partiti e del nemico. Questa offensiva tattica della borghesia è la forma che assume la difesa strategica del regime capitalistico con la quale «si prefigge di contrapporre alla rivoluzione proletaria delle controcondizioni soggettive, di compensare la pressione rivoluzionaria oggettiva nascente dalle asprezze e dalle strette della crisi mondiale colle risorse di un monopolio politico e ideologico dell’attività del proletariato, per il quale la classe dominante tenta di mobilitare le gerarchie dei capi proletari».
«Una vasta parte del proletariato, attraverso le organizzazioni dei partiti socialdemocratici, è inceppata dalla ideologia borghese e dalla mancanza di una ideologia rivoluzionaria, e qui più che alla concezione ideologica nel senso individuale bisogna pensare alla attitudine a muoversi collettivamente con un indirizzo sicuro ed una organizzazione di lotta nel campo politico».
L’opportunismo, ieri socialdemocratico e oggi comunsocialdemocratico, è il canale per il quale passa il veleno borghese nel proletariato. Infatti: «La borghesia e i suoi alleati lavorano a diffondere nel proletariato la persuasione che per la sua lotta di miglioramento non è necessario servirsi di mezzi violenti e che le armi di essa si trovano nel pacifico impiego dell’apparecchio democratico rappresentativo e nell’orbita delle istituzioni legali».
È storia di oggi! Il capitalismo è riuscito a imbevere il proletariato di droga democratica, pacifista e legalitaria al punto di rinunciare persino a difendere direttamente il salario e il posto di lavoro, rimettendo le sue sorti nelle mani dello Stato. Il nostro antico odio per la democrazia, anche quando la difendemmo, puntellando la borghesia rivoluzionaria sempre disposta al tradimento, contro i rigurgiti reazionari delle classi del vecchio regime, non discende, come si vede, da pregiudizi o apriorismi dottrinari, ma da considerazioni pratiche. Per questo abbiamo indicato ed indichiamo al proletariato di disertare ogni forma elettoralistica, quale che sia la posta dell’elezione o del referendum, sul divorzio ieri, sull’aborto domani. Ma il testo approfondisce la dimostrazione: «Queste illusioni sono oltremodo pericolose per le sorti della rivoluzione, perché è certo che esse ad un certo momento cadranno, ma in quello stesso momento non si realizzerà per la caduta di esse l’attitudine delle masse a sostenere la lotta contro l’apparecchio legale e statale borghese coi mezzi della guerra rivoluzionaria né a proclamare e sorreggere la dittatura di classe, solo mezzo per soffocare la classe avversaria. La riluttanza e la inesperienza del proletariato ad usare queste armi risolutive tornerebbero a tutto vantaggio della borghesia: distruggere nel più gran numero possibile di proletari questa ripugnanza soggettiva a dare all’avversario i colpi decisivi e prepararlo alle esigenze di una tale azione, è per contrapposto compito del Partito Comunista. Illusorio è perseguire tal fine colla preparazione della ideologia e della esercitazione alla guerra di classe fin dell’ultimo proletario; indispensabile è garantirlo con la formazione e il consolidamento di un organismo collettivo la cui opera e attitudine in tale campo costituiscano il richiamo della più gran parte possibile di lavoratori, perché possedendo un punto di riferimento e di appoggio la immancabile delusione che disperderà domani le menzogne democratiche sia seguita da una utile conversione sui metodi di lotta rivoluzionari. Non possiamo vincere in questo senso la maggioranza del proletariato, ossia mentre la maggioranza del proletariato si trova ancora sulla piattaforma politica della legalità e della socialdemocrazia, ha detto il Terzo Congresso dell’IC, ed ha avuto ragione; ma appunto per questo dobbiamo preoccuparci di adoperare tale tattica, che, nei movimenti delle grandi masse, che le oggettive condizioni economiche suscitano, vada progressivamente crescendo l’effettivo di quella minoranza che, avendo a nucleo il partito comunista, ha impostato la sua azione e la sua preparazione sul terreno della lotta antilegalitaria».
Il partito, quindi, pur operando anche e per quanto gli sia possibile con mezzi legali, come per es. la stampa legale, predica, e nei limiti della sua forza fisica, aziona, la preparazione rivoluzionaria del proletariato, dimostra l’inconsistenza delle «conquiste» in regime borghese e si sforza di organizzare attorno a sé una «minoranza» che faccia proprie le sue direttive antilegalitarie. Oggi ciò è quasi invisibile e lo Stato non accenna ancora a mettere fuori della legalità repubblicana borghese il nostro partito, sebbene predichi insieme a tutti i partiti costituzionali, compresi quelli cosiddetti «operai», di essere contro «qualsiasi violenza, da qualunque parte provenga», ad eccezione, ovviamente, della violenza praticata dallo Stato stesso e dai governi che se ne alternano alla direzione. Basta pensare però alla canagliesca vigilanza poliziesca dei bonzi sindacali per reprimere gli operai ribelli ai loro ordini infami, mettendoli fuori della legalità sindacale, per constatare che i lavoratori, comunisti o no, per difendere se stessi, il loro lavoro e il loro salario, vengono costretti a rompere la disciplina organizzativa. Per questo della delega si fa una questione di principio, sia da parte dei vertici sindacali che da parte del nostro partito. E i comunisti, «nucleo che ha impostato la sua azione e la sua preparazione sul terreno della lotta antilegalitaria» devono respingere la delega e invitare i proletari a seguire il loro esempio.
Questo aspetto della guerra di classe odierna ci riporta agli inizi del movimento operaio, quando i proletari dovettero conquistare la «libertà e il diritto di associazione» a prezzo di lotte feroci e spesso cruente contro lo Stato borghese, cioè con mezzi violenti e rivoluzionari. Oggi il problema si pone in questi termini: la conquista dell’organizzazione di classe, infeudata allo Stato per mezzo della politica traditrice di una schiera di funzionari corrotti dalla borghesia e sostenuta dai partiti popolari e falsi operai, passa attraverso la ribellione del proletariato a tutti gli attuali sindacati nazionali, piccoli e grandi che siano, si attua per mezzo della lotta senza quartiere contro le direttive conciliazioniste della gerarchia tricolore, esattamente come ieri si attuava «colla critica incessante dei partiti socialdemocratici e la lotta contro di essi nell’interno dei sindacati». Questa azione difficile e complessa è un aspetto della preparazione rivoluzionaria del proletariato che costituisce la funzione principale del partito comunista. Come si vede il campo dell’azione legale del proletariato, anche quando intenda soltanto far valere i suoi interessi contingenti, da allora si è ristretto a tal punto che quasi è scomparso.
La questione era già chiara alla Sinistra sin dal 1922, ed il testo anticipa: «Nulla si oppone dal punto di vista critico e da quello delle reali esperienze pratiche che possediamo, ad un passaggio dall’azione del fronte delle grandi masse per rivendicazioni che il capitalismo non può né vuole concedere e contro le quali adopera la reazione aperta di forze regolari e irregolari, all’azione per l’emancipazione integrale dei lavoratori, perché come questa così quelle sono divenute impossibili senza lo spezzamento della macchina borghese di dominio politico-militare, contro la quale i lavoratori sono condotti, mentre già per la lotta contro di essa si era organizzato il partito comunista, inquadrante una parte delle masse, che non hanno mai nel corso delle lotte nascosto che si doveva lottare contro forze di tal natura, e hanno preso su di sé la prima fase della battaglia nei suoi aspetti di azione diretta di guerriglia di classe, di cospirazione rivoluzionaria».
«Tutto, invece, ci conduce a condannare come cosa affatto diversa e di effetto contrario il tentativo di un passaggio del fronte delle grandi masse ad un’azione che, se pure ha per obiettivo rivendicazioni immediate e accettabili alla massa, si svolge sulla piattaforma politica della democrazia legale, ad un’azione antilegalitaria e per la dittatura proletaria. Qui non si tratta più di mutamenti di obiettivi, ma di mutamenti del piano di azione, dei suoi schieramenti, dei suoi metodi, e la conversione tattica è possibile, a nostro credere, solo nei piani di condottieri che abbiano dimenticato l’equilibrio della dialettica marxista e immaginino di operare con un esercito giunto al perfetto automatismo delle armate inquadrate e allenate da tempo anziché colle tendenze e le capacità in via di formazione di elementi da organizzare ma sempre pronti a ricadere nelle incoerenze delle azioni individuali e decentrate».
Il testo ci riporta allo sforzo formidabile compiuto dalla Sinistra per tenere vincolata l’IC ad una tattica rivoluzionaria rigorosa e coerente. La lunga trattazione vuol dimostrare appunto che non si può agire «a piacere» in «politica» e che le «diversioni» tattiche sono estremamente pericolose anche per un partito rivoluzionario che non dispone di un esercito da tempo allenato e saldamente inquadrato, ma di un esercito «colle tendenze e le capacità in via di formazione di elementi da organizzare ma sempre pronti a ricadere nelle incoerenze delle azioni individuali e decentrate».
Questo assunto fu verificato essere tragicamente vero in più occasioni, dall’Ottobre tedesco 1923 quasi ininterrottamente di sconfitta in sconfitta e di sbandamento in sbandamento sino al crollo dell’IC. Oggi la verifica è ancora più facile e scoperti gli effetti. I PC ufficiali stanno al di sotto persino dei partiti radicali borghesi di allora. Le uniche «diversioni» tattiche che questi partitacci sono in grado di concepire consistono nel passare alternativamente da una opposizione «leale» al governo legale dello Stato borghese e viceversa. Allora, invece, si trattava di saltare dall’uso di mezzi democratici e legali a quello di mezzi antidemocratici e rivoluzionari, con audacia sprovvista di condizioni soggettive adeguate e soprattutto dell’«equilibrio della dialettica marxista». Il passaggio anche dei PC ufficiali nel campo della controrivoluzione e il crescente dilatarsi e giganteggiare del potere statale, per sua natura dittatoriale e totalitario, hanno ristretto vieppiù le possibilità oggettive di utilizzo dei mezzi legali, sempre in senso dialettico rivoluzionario, da parte del partito comunista rivoluzionario. Cosicché viene a confermarsi che la democrazia e la legalità sono una piovra che stritola chiunque se ne lasci afferrare.
Il testo, infatti, ammonisce che «La via della rivoluzione diviene un vicolo cieco se il proletariato, per constatare che il sipario variopinto della democrazia liberalesca e popolaresca nasconde i ferrei bastioni dello Stato di classe, dovrà procedere fino in fondo senza pensare a munirsi di mezzi atti a sventare l’ultimo e decisivo ostacolo, se non nel momento in cui dalla fortezza del dominio borghese usciranno per precipitarsi su di lui, armate di tutto punto, le schiere feroci della reazione». Perché la reazione feroce e cruenta della borghesia non mancherà quando gli operai saranno costretti a passare oltre i legalismi e le pastoie democratiche per difendere i loro interessi materiali immediati, e sarà vittoriosa se il proletariato avrà creduto di allontanarla con il suo precedente contegno passivo. Per queste ragioni «IL PARTITO È NECESSARIO ALLA VITTORIA RIVOLUZIONARIA IN QUANTO È NECESSARIO CHE MOLTO PRIMA UNA MINORANZA DEL PROLETARIATO COMINCI A GRIDARE INCESSANTEMENTE AL RIMANENTE CHE OCCORRE ARMARSI PER L’URTO SUPREMO ARMANDOSI ESSA STESSA E ISTRUENDOSI ALLA LOTTA CHE SARÀ INEVITABILE».
Proprio per questo il partito deve incitare il proletariato in generale e la minoranza che lo segue a non «addormentarsi nell’illusione democratica» e ad infrangere ogni legalità quando sia di ostacolo all’armamento rivoluzionario delle masse operaie.
Per tale ragione, quindi, e al fine di preparare il proletariato all’azione rivoluzionaria «l’azione delle grandi masse non può dunque realizzarsi che nel campo dell’azione diretta» e dell’affasciamento di tutte le forze proletarie, tenendo conto oggi ancor più di ieri che «l’iniziativa di questa agitazione spetta al Partito comunista, poiché gli altri partiti, sostenendo l’inazione delle masse dinanzi alle provocazioni della classe dominante sfruttatrice, e la diversione sul terreno della legalità statale e democratica, dimostrano di disertare la causa proletaria e ci permettono di spingere al massimo la lotta per condurre il proletariato all’azione con la direttiva e coi metodi comunisti».