Partito Comunista Internazionale

In Svezia con la partecipazione invitano gli operai ad autolicenziarsi

Categorie: Opportunism, Social Democracy, Sweden, Union Question

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In Svezia, summa patria democratica dei re in bicicletta, si sta realizzando il sogno borghese della partecipazione operaia. Gli sforzi degli epigoni del nostrano Benito trovano finalmente la loro realizzazione. È stata infatti varata il 2 giugno la nuova legge «sociale» attraverso la quale i lavoratori saranno cooptati alla codirezione dell’economia nazionale. Migliore dimostrazione della vittoria alla scala sociale del fascismo, presunto barbaro infedele abbattuto sul terreno di battaglia, non potrebbe esservi. Il corporativismo statale è finalmente realizzato e la Svezia può ben vantarsi di questo al consesso internazionale borghese.

In pratica agli operai viene, con la nuova legge, riconosciuta la «compartecipazione decisionale sulla guida del lavoro e delle aziende»; i bonzi nostrani sono tutto un dar di gomito ed uno sbatter di ciglia, ma cosa rappresenta per gli operai in realtà tutto questo? Noi marxisti diciamo che si può produrre soltanto in modo capitalista o, in questa società, non si produce, da ciò la negazione assoluta di un qualsivoglia passaggio graduale a socialismi da spartirsi al 50% con la borghesia, parto, o meglio aborto, di socialdemocratici di altri tempi, che la spudoratezza di quelli dell’oggi non fa più testo. E non infatti di socialismo, ma di socialità, perniciosa attività da buoni samaritani, parla, o meglio blatera, il lercetto socialdemocratico Fagerlund, quando afferma «Oltre ad aumentare la soddisfazione offerta dal proprio lavoro, aumenteranno anche le possibilità di gestire le aziende con concetti più umanitari, grazie all’intervento dei dipendenti». No comment per la parte, «sagra del buono», su una pretesa maggior soddisfazione del lavoro: ricordiamo ai proletari, e sbattiamo sul muso di questi sciacalli, che nella società del capitale il lavoro risulta sempre estraneo alla natura del lavoratore, di più, si oppone ad esso attraverso il meccanismo economico che fa il proletariato tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che questi produce, sino a mettere in pericolo la sua stessa esistenza fisica, vedi aumento dei prezzi, aumento dei ritmi lavorativi con la naturale conseguenza di un sempre maggior numero di omicidi bianchi, abbassamento rapido del salario reale e così via, tutti parametri questi non condizionati dalla singola volontà del capitalista o tanto meno del singolo operaio, quanto dalle leggi economiche mondiali del capitale.

Se pure le parole risultano false, servono ben a mascherare il tranello tanto a lungo progettato: classe borghese e classe proletaria saldamente unite nel rafforzamento e per un eventuale allargamento della sfera di influenza dell’economia nazionale, che altro non è che l’economia della classe dirigente, della borghesia dunque. Ultime pennellate e il quadro corporativo tanto a lungo compulsato, o ponzato, dalla borghesia è «bell’e pronto». A giusta ragione il liberale Eriksson si compiace di questo allargamento della democrazia sui posti di lavoro, è proprio questa che lo grazia dai calci dei proletari ed è ancora questa che dipinge di rosa (anche se di questi tempi di mani di vernice ce ne vogliono diverse) un futuro che altrimenti, grazie ai toni cupi potrebbe far accigliare troppo seriamente la classe operaia. Mentre la borghesia svedese dà un «fulgido esempio» alle sue colleghe europee, il partito dimostra e denuncia a tutti i proletari che il vero interesse borghese è quello di eliminare il più possibile i contrasti di classe tra sfruttati e sfruttatori gettando nello stesso calderone da corporazione fascista gli interessi contrastanti delle classi storicamente nemiche, castrando ogni sforzo ribelle e costringendo il proletariato a continuare a dare le sue forze e le sue energie per questa società che vive unicamente per i loro sforzi e la loro fatica.

Al punto 3 dell’accordo leggiamo: «Ai datori di lavoro viene addossato il cosiddetto obbligo primario di trattativa. Essi devono cioè di propria iniziativa trattare con il sindacato prima di prendere importanti decisioni riguardanti cambiamenti quali ad esempio la cessione dell’azienda, la diversificazione della produzione, la riorganizzazione aziendale, o lo spostamento della manodopera ad altre mansioni o ad altri siti». Miglior modo, da parte sindacale di avocare a sé ogni decisione in merito al modo di spremere forza lavoro, non poteva esservi. Non più dunque discutibile il licenziamento (di sciopero non si parla nemmeno): se alcune migliaia di operai dovranno essere espulsi dal circuito produttivo si invocherà la santa causa dell’economia nazionale di cui tutti dovranno essere compartecipi; per impedire che qualche testa calda perda la pazienza i sussidi in una mano un ben più sostanzioso manganello nell’altra. Si chiede insomma al proletariato, e tutto questo dovrebbe risuonare alle orecchie degli operai di casa nostra, di autolicenziarsi o di autoaumentarsi i ritmi di lavoro, il tutto attraverso beninteso le boccucce di rosa dei loro dirigenti sindacali.

Al punto 6 si dice: «Nel settore pubblico, i dipendenti hanno il diritto di trattare tutto ciò che riguarda il settore decisionale degli uomini politici. Ma non è consentito mortificare le intenzioni degli elettori…». Con questo ottimo saggio di imperitura idiozia si chiarisce più ampiamente a tutta la classe operaia che la situazione che verrà a crearsi non si discosterà per niente da quella che oggi essa sta vivendo, se non nel rendere ancor più saldamente operante il famoso detto «o mangi questa minestra o salti quella finestra» che più semplicemente si può riassumere nell’assunzione da parte statale delle dirigenze sindacali come vere e proprie forze di polizia all’interno della classe operaia; dunque loro diretta programmazione non tanto del 50% dell’economia (!), ma programmazione della pace sociale che sbarrando la strada alla ribellione proletaria inviti, con le buone o con le cattive, chi è scontento della attuale situazione ad autoconvincersi che la violenza non serve a niente e che è giusto che tutto si svolga nel quadro parlamentare e democratico, senza lasciarsi trasportare da «eccessi estremistici».

Ebbene noi diciamo a questi logori pastrani che è l’ora che si tolgano di mezzo, perché i santi della «chiesa democratica» potrebbero improvvisamente cessare di far grazie, ed essi si troverebbero con il fondo schiena fin troppo pieno di lividi. La classe operaia contro le false lusinghe di «nuove» responsabilità, deve opporre la sua forza per difendere se stessa ed i suoi interessi, buttando a mare i vincoli che la vorrebbero ancorata agli interessi ed alla economia del nemico. Se sindacati traditori, dalle bionde capigliature o meno non interessa, tentano di far inginocchiare il proletariato dinanzi alla carota di un benessere che mai, e tantomeno oggi in tempo di crisi, può esistere, questo deve far leva sulla sua unità e sulla sua compattezza per impedire con la lotta di classe di continuare sempre in maggior misura a pagare la crisi della classe padronale; i lavoratori devono ritrovare, come già oggi comincia ad accadere, lo stimolo e la forza per una lotta che non li veda sconfitti per viltà ma che al contrario sia senza quartiere, non escludendo nessun mezzo nella difesa del salario, del posto di lavoro. Questa strada dimostrerà facilmente nella pratica quanto siano demagogiche ed antioperaie le parole d’ordine di collaborazione e compartecipazione alla gestione dell’economia dello Stato borghese.

Delle crisi delle economie nazionali non deve importare a quegli operai che vogliano difendere i loro interessi di classe. La crisi del sistema capitalistico dovrà essere la classe degli sfruttatori a pagarla non quella degli sfruttati.