Partito Comunista Internazionale

Il patto sociale dei bonzi lo inventò il fascismo

Categorie: CGIL, Fascism, Italy, Opportunism, Partito Comunista Italiano

Questo articolo è stato pubblicato in:

«Nel contratto collettivo di lavoro trova espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».

Questo testuale il punto IV della Carta del Lavoro fascista, parte prima, il quale 50 anni fa anticipava in maniera cristallina tutti i patti e le tregue sociali che oggi vengono sbandierati con ostentatezza dai duci sindacali. Una, fra le tante, è stata l’intervista concessa da Lama e Storti al confindustriale Il Sole 24 ore, 5-6 luglio, sul tema dei compiti del sindacato di fronte all’attuale situazione politica che reclama un patto sociale fra lavoro e capitale.

Unica distinzione fra i due è una timida richiesta da parte di Lama di un governo di vasto consenso popolare in cui tutte le forze sociali siano rappresentate (chiaramente il PCI al governo), dopodiché salta agli occhi una perfetta identità di intenzioni di puntellare il regime borghese quale che sia la sua formula; e così anche chi si immaginava un braccio di ferro della CGIL per il PCI al governo è bell’e deluso: l’importante è far rimanere tutto come prima: bloccare le rivendicazioni operaie e restituire alle imprese competitività e profitti:

Storti: «Ripeto non è obbligatorio stringere un patto sociale, quindi non parliamone sul piano istituzionale. Il patto sociale può invece nascere senza titoli o simbolismi, da un raffronto dal quale deve scaturire un accordo e quindi un impegno su alcune cose da fare… Il sindacato si è sempre fatto carico in passato della gravità della situazione; in questo momento deve accrescere, se possibile, il suo grado di responsabilità nei confronti della società e delle istituzioni prima che qualsiasi formula o formuletta venga fuori».

Lama: «Noi pensiamo ad impegni precisi nei comportamenti finalizzati in un programma generale di politica economica nella quale tutti debbono avere e rispettare un ruolo… Ci siamo autolimitati, tanto per fare un esempio, le rivendicazioni salariali nonostante non avessimo davanti programmi di investimenti e di occupazione, in polemica con un governo che non faceva quello che doveva fare nel settore della politica economica… La politica salariale è una componente importante, anche se non la sola.

Le componenti di ben altro calibro sono diverse e riguardano il modo come si organizza il credito, gli incentivi, le scelte settoriali e territoriali per gli investimenti e tanti altri aspetti del gioco della vita di un’impresa in un sistema economico. Bisogna creare insomma, nell’insieme, un quadro di convenienze. Non c’è nessuna azienda che possa ragionevolmente rischiare capitale rinunciando ad un profitto immediato e futuro. Ecco perché una delle condizioni essenziali è quella di consentire un ragionevole profitto imprenditoriale».

Queste le enunciazioni dei due segretari sindacali che con premura hanno rassicurato gli imprenditori che il loro profitto non è in pericolo, anzi, loro ne sono i più solerti difensori giusta la tesi cara all’opportunismo di ieri e di oggi che se il capitale va in malora vanno in malora anche gli operai. Soluzione comunista è la distruzione del modo di produzione capitalistico, il socialismo, in cui non andrà in malora la forza lavoro in quanto non esisterà il capitale con la sua sanguinosa accumulazione.

Ritornando al sindacalismo fascista e precisamente questa volta al Patto di Palazzo Chigi del 21-12-1923: «La Confederazione Generale dell’Industria Italiana e la Confederazione Generale delle Corporazioni Fasciste… dichiara che la ricchezza del Paese, condizione prima della sua forza politica, può rapidamente accrescersi e che i lavoratori delle aziende possono evitare i danni e le perdite delle interruzioni lavorative, quando la concordia tra i vari elementi della produzione assicuri la continuità e la tranquillità dello sviluppo industriale; affermano il principio che l’organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile contrasto di interessi tra industriale ed operaio, ma ispirarsi alla necessità di stringere sempre più cordiali rapporti tra i singoli datori di lavoro e lavoratori, e fra le loro organizzazioni sindacali, cercando di assicurare a ciascuno degli elementi produttivi le migliori condizioni per lo sviluppo delle rispettive funzioni, ed i più equi compensi per l’opera loro, il che rispecchia, anche nella stipulazione di contratti di lavoro, lo spirito del sindacalismo nazionale…».

Abbiamo allineato questa serie di citazioni per mostrare la coincidenza delle posizioni del sindacalismo tricolore con quello corporativo; in ambedue la forza-lavoro non è elemento antagonistico al Capitale e al suo ciclo produttivo, ma una sua componente necessaria, naturale alla stessa stregua dei capitali fissi anticipati dal borghese; all’operaio va il salario al capitalista va il profitto e tutti son pari.

Lama dice di consentire un ragionevole profitto agli imprenditori. E la difesa delle condizioni del proletariato? Viene dopo, post festum, e se il capitale può permettersi di elargire ai suoi schiavi le briciole che avanzano dal suo lauto banchetto.

Sindacalismo tricolore, ecco l’espressione con la quale il partito ha definito l’assoggettamento del sindacato «uscito dalla Resistenza» agli interessi del padronato e dello Stato borghese, sindacalismo tricolore che tende a inglobare pacificamente, e questo è il peggio, le organizzazioni sindacali nella struttura dello Stato borghese, cosa che il fascismo realizzò frantumando violentemente i sindacati operai e incendiando le gloriose Camere del Lavoro.

Il sindacato per il quale i comunisti indefessamente lottano, lo abbiamo costantemente enunciato fin dal 1945 quando si ricostruì una piccola rete di partito, è di classe, è un sindacato autonomo dallo Stato e dai suoi uffici, agisce con i metodi della lotta di classe e dell’azione diretta e si fa carico dei soli interessi della classe lavoratrice.

Per noi il sindacato è scuola di guerra del proletariato contro il padronato e il nostro lavoro tende a prenderne la testa, consci che la funzione sindacale si completa e si integra alla sola condizione che alla testa delle organizzazioni economiche vi sia il partito di classe, che ogni altro indirizzo le rende sterili ed incapaci agli stessi fini della difesa e del miglioramento delle condizioni economiche immediate dei lavoratori, condizione che l’opportunismo sacrifica sull’altare della Nazione e della Produzione.

I due citati duci sindacali non vogliono sentir parlare di patto sociale, amano trastullarsi con discorsi su «impegni su alcune cose da fare» (Storti) e su «impegni precisi nei comportamenti finalizzati in un programma generale…» (Lama) ma che differenza c’è fra loro e il sindacalismo fascista che voleva «assicurare a ciascuno degli elementi produttivi le migliori condizioni per lo sviluppo delle rispettive funzioni»?

Evidentemente non c’è nessuna differenza e possiamo benissimo così parafrasare Storti: «è inutile parlare di Patti Sociali e di Compromessi Storici, è da trenta anni che sia l’uno che l’altro esistono nelle cose»; «il sindacato si è sempre fatto carico in passato della gravità della situazione» dice Storti, certo siamo d’accordo è stato il miglior puntello di questa fragile Repubblichetta e di questo dovete tutti essere riconoscenti all’opportunismo.

«Le aziende non devono rischiare invano il loro capitale», tuona Lama ecco perché la classe lavoratrice deve mettersi in testa di cominciare a fare sacrifici; nessun sacrificio della classe lavoratrice per il regime borghese diciamo noi, ma generale e incessante lotta di classe del proletariato per il suo compito storico di abbattere questa società.