Partito Comunista Internazionale

Enti locali – una piattaforma dettata dallo Stato

Categorie: Italy, Wages

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Il contratto dei dipendenti degli enti locali è scaduto dal 30 giugno ma i sindacati sono tutt’altro che intenzionati a condurre in modo efficace la vertenza. Nonostante il «senso di impazienza dei lavoratori», come ammettono nelle loro stesse relazioni, continuano a prendere tempo sperando solo che i «manifesti e giustificati segni» di malumore non si tramutino in una opposizione sistematica della base alle direttive delatorie.

Solo nei primi giorni di luglio, alla vigilia delle ferie, sono stati costretti a convocare le assemblee provinciali riservate ai delegati, nelle quali però si è presentata alla discussione non l’attesa piattaforma, la discussione della quale è rimandata «entro il 30 settembre», bensì l’ipotesi di contratto per i lavoratori delle Regioni. Evidente quindi che scopo di quella riunione era di rimandare ogni decisione mentre di lottare ancora non se ne parla nemmeno.

Tuttavia, dato che l’infame impostazione generale delle rivendicazioni è prevista essere la medesima per tutto il pubblico impiego, coerente con l’obiettivo di far sopportare ai lavoratori di tutte le categorie il peso della crisi capitalistica, e che alla piattaforma dei regionali dicesi che dovrà adeguarsi quella degli enti locali, possiamo agevolmente condannarne in anticipo i contenuti come del tutto contrari agli interessi dei lavoratori; non si tratta neppure di vere e proprie rivendicazioni sindacali essendo tutte incentrate sulla ormai fantomatica «riforma della pubblica amministrazione», obiettivo che se riguarda la lotta dei lavoratori è certo nel senso contrario a quello che le viene dato: il sindacato dovrebbe tutelare la categoria dai peggioramenti nel lavoro e nel salario derivanti da ogni eventuale ristrutturazione dell’organizzazione statale centrale o periferica. Sono i bonzi invece che si dilungano (sempre dall’ipotesi…) in vuoti discorsi sulla «ristrutturazione della pubblica amministrazione in termini di efficienza», per una «organizzazione dei servizi snella, senza pensare ad organici pletorici» e, per chi non avesse capito cosa dovrebbe essere la ristrutturazione del pubblico impiego, si parla ancora di «trasferimento di personale onde evitare rigonfiamento degli organici della Regione e consentire invece il razionale utilizzo del personale».

Viene ribadita, e anche questa sarebbe una conquista per cui lottare, la mobilità del personale, «sia interna che esterna», in modo che i lavoratori abbiano il diritto di essere trasferiti qua e là (nella provincia? nella regione? nella penisola intera? nessuno è mai riuscito a saperlo) a piacere dei padroni-amministratori.

Dopo siffatte enunciazioni di principio si passa alle rivendicazioni, se si possono chiamare così. Si sostiene la cosiddetta «omnicomprensività del trattamento economico» con il quale parolone, come i lavoratori degli enti locali già sanno, si intende una effettiva contrazione degli stipendi per l’annullamento di ogni voce attiva oltre lo stipendio base, mascherata come provvedimento mirante ad uniformare i diversi trattamenti, sì, ma all’incontrario, invece di aumentare quelli più bassi si diminuiscono i meno miserevoli (con tanti ringraziamenti da parte delle amministrazioni).

Si prevedono, come per gli e.l., 150 ore di straordinario mentre non si afferma esplicitamente il carattere volontario della prestazione. «L’orario di lavoro deve corrispondere alle esigenze del servizio e può pertanto avere articolazioni diverse all’interno dello stesso Ente (unico, spezzato, turnificato, ecc.)». Chiedere questo è peggio che chieder niente, come dire: fate fare l’orario come volete, che le «esigenze del servizio», lo sappiamo, sono infinite. Non è venuto in mente ai grandi gerarchi che per assicurare il servizio (visto che pare ci tengano molto) senza torchiare i lavoratori basterebbe che fosse assunto personale, almeno fino a completare gli organici? Non si sono accorti della politica di blocco delle assunzioni di fatto intrapresa dalle amministrazioni? Per mezzo di straordinari, doppi e tripli turni ed orari spezzati si vuole estorcere più lavoro dallo stesso numero di dipendenti facendo risparmiare miliardi all’apparato statale sulle spalle dei proletari.

La richiesta economica prevede un aumento lordo differenziato variante dalle 20.000 alle 35.000 lire. Va notata innanzi tutto la pratica infame, che apparentemente sembra solo formale, della determinazione, prima di formulare le richieste salariali, dell’«onere contrattuale». In parole povere, i sindacalisti, invece di iniziare la lotta chiedendo ciò di cui i lavoratori hanno bisogno e nella misura che la loro forza sindacale permette di ottenere, prima di tutto si recano dai ministri economici dello Stato borghese e vengono informati di quanti miliardi l’economia capitalista è disposta a concedere; data la crisi, data la «produttività del settore», ecc. Ubbidienti i bonzi si inchinano e, tornati davanti alle assemblee si limitano a fare una divisione: quei miliardi, di fatto già concessi, divisi fra il numero dei lavoratori ed ecco il «costo medio individuale», prendere o lasciare, di qui non s’esce, se si vuole dare qualche lira in più ad una qualifica si deve togliere all’altra: lo Stato di più non scuce. Intanto a sedere sul coperchio della cassa del tesoro statale ci sono anche loro, i bonzi, pronti a difenderlo da eventuali «richieste corporative». Inutile dire che un vero sindacato di classe si comporterebbe inversamente, definiti i bisogni dei lavoratori, e non è difficile visto il crollo del potere d’acquisto della moneta, lascerebbe al padrone di fare la moltiplicazione per calcolarsi quanto gli costa.

L’entità delle richieste avanzate pei regionali sono troppo modeste, come è stato anche per tutte le altre categorie operaie. Ma per quanto riguarda gli enti locali c’è da prevedere che, se la categoria non riuscirà ad imporre ai dirigenti di essere mobilitata e se gli scioperi verranno rimandati a chissà quando, i lavoratori non potranno sperare che le richieste vengano soddisfatte, seppur ridotte nella trattativa, prima del 1977 inoltrato, quando la svalutazione avrà vanificato qualsiasi aumento. Ogni richiesta è irrealizzabile senza la lotta a scala nazionale dei lavoratori della categoria. Anche se la piattaforma rispondesse a ciò che i lavoratori si aspettano (e ciò non è) la volontà dei dirigenti di dilazionare, di ammorbidire le lotte, mantenendo la continuità dei servizi, ecc. non ne imporrebbe l’accettazione alle rappresentanze degli enti. Solo costringendo all’azione i dirigenti corrotti si può sperare di difendere le nostre condizioni: i nostri compagni nella categoria stanno incitando i lavoratori a manifestare collettivamente la loro sfiducia nelle gerarchie, a cercare collegamenti con compagni di lavoro combattivi in enti diversi dal proprio ed in diverse città, a vedere nel sindacalista il primo ostacolo nella lotta contro il padrone.