«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.8
Categorie: Anarchism, Opportunism, Party Doctrine, Party Theses, Third International, Union Question
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Non tenendo ferma la bussola sui due termini, partito di classe ed azione di classe, si esce inevitabilmente fuori dal campo marxista, cioè dal campo rivoluzionario. Per questo continuiamo a battere questo chiodo. Battere i chiodi è per noi battaglia di primordine perché su di essi, ben ribaditi e saldi, si deve fondare il partito formale senza il quale la rivoluzione non vincerà.
Ritorniamo un attimo alla III Internazionale la quale nel suo manifesto lanciato ai proletari del mondo affermava: «L’internazionale comunista è il Partito internazionale dell’insurrezione e della dittatura proletarie. Essa non conosce fini e compiti diversi da quelli dell’intera classe lavoratrice. Le pretese arroganti delle piccole sette, ognuna delle quali vorrebbe salvare la classe lavoratrice, sono estranee e avverse allo spirito dell’Internazionale Comunista. Essa non offre ricette universali od esorcismi; si appoggia alle esperienze mondiali della classe operaia nel passato e nel presente, le purifica dai loro errori e sviamenti, ne generalizza i risultati, adotta soltanto le formule valide per l’azione di massa. Organizzazioni di mestiere, sciopero economico e politico, elezioni parlamentari e comunali, tribune parlamentari, agitazione legale ed illegale, punti d’appoggio segreti nell’esercito, lavoro nelle cooperative, barricate – l’Internazionale comunista non respinge nessuna delle forme di organizzazione generate dallo sviluppo del movimento operaio, e non ne considera nessuna presa a sé come panacea universale».
La selezione dei mezzi tattici è dunque selezione dell’esperienza storica della classe operaia che solo il partito può condurre. I mezzi di azione si selezionano e si scelgono ed alcuni (come quelli dell’agitazione elettorale e parlamentare) vanno gettati via dal partito, ma non in quanto sono belli o brutti, dolci o amari, morali o amorali, ma in quanto sono divenuti inutili e controproducenti all’azione rivoluzionaria del proletariato. La setta si distingue dal partito non per la sua estensione numerica (oggi esistono sette che sono molto più estese e numericamente forti del partito di classe, del nostro partito), ma per la loro predilezione a priori per i mezzi e per le forme, per una scelta di mezzi e di forme che non corrisponde alle reali necessità del movimento proletario, ma deriva da principi astratti, da adesione estetica, dall’essersi figurati alla piccolo borghese la rivoluzione non quale è necessariamente e materialmente, ma quale dovrebbe essere secondo le nostre idee, il movimento operaio non quale esso necessariamente si manifesta, ma quale si vorrebbe che si manifestasse. È la stessa tesi del manifesto comunista del 1848. Settanta anni di distanza fra le due formazioni di partito, ma una linea di perfetta continuità che distingue il partito comunista da tutti gli altri. Quali sono i mezzi di azione che il partito ritiene come suoi? Sono tutti i mezzi che l’esperienza storica della lotta proletaria ha selezionato come buoni ed efficienti alla conduzione della sua lotta emancipatrice. «Nessuna forma dell’azione e dell’organizzazione proletaria è respinta, nessuna è considerata una panacea universale». Tutti i mezzi sono buoni purché rispondano al fine, ma quali rispondano, oppure no, può stabilirlo soltanto il partito, cioè un organo che poggi i piedi «sulle esperienze mondiali della classe operaia nel passato e nel presente» e che abbia uno strumento efficace di lettura di queste esperienze, cioè una teoria.
Vogliamo innestare su questa magnifica citazione, non della nostra corrente, ma dei «leninisti» di allora, due dimostrazioni. La prima riguarda l’intransigenza dottrinaria, il dogmatismo del partito. La seconda riguarda la storia del partito stesso.
La teoria è un’arma, la teoria è invariante, immodificabile, non aggiornabile, non arricchibile, dogmatica. È la chiave di interpretazione e di lettura delle vicende proletarie di un secolo e passa, ed essa, o è buona in blocco, o è tutta da buttarsi e con essa il partito marxista. Se esistesse un fenomeno sociale dell’epoca contemporanea non spiegabile secondo la chiave del materialismo storico e dialettico del vecchio Carlo Marx tutta la costruzione marxista cade e va al macero con essa l’interpretazione di un secolo di fatti storici, di esperienze di classe, non il singolo fatto. Allora noi abbiamo detto sempre che fra le due categorie, di «negatori frontali» del marxismo e di «aggiornatori o revisori della dottrina» ci facevano e ci fanno più schifo i secondi dei primi. Infatti i primi hanno bisogno di contrapporre al marxismo un’altra chiave storica di lettura (l’idealismo, il fideismo, quello che volete, ma mantengono l’idea che la storia sia leggibile e comprensibile), i secondi invece attaccano alla base la stessa possibilità di lettura coerente dei fatti storici, sostenendo che la chiave interpretativa va modificata per farci rientrare i fatti: sono gli opportunisti per i quali il proletariato non dovrebbe possedere nessuna capacità di comprensione delle sue vicende e della sua storia. Valga quello che Lenin rispose nel «Che fare?» ai revisionisti di allora: «Se avessero una chiave interpretativa della storia non chiederebbero la libertà di critica nei confronti del ‘dogma’ marxista. Contrapporrebbero la loro verità a quella marxista e dimostrerebbero che quest’ultima è tutta da buttar via». «Chi fosse effettivamente convinto di aver fatto progredire la scienza non rivendicherebbe per le nuove concezioni la libertà di coesistere accanto alle vecchie, ma esigerebbe la sostituzione di queste con quelle. L’odierno strillare ‘Viva la libertà di critica!’ ricorda da vicino la favola della botte vuota».
Il dogmatismo del partito nel campo teorico è dunque una necessità vitale per la lotta di classe proletaria. È l’unico mezzo tramite il quale la classe ha potuto tirare le lezioni della propria mondiale e secolare esperienza e perciò forgiare dei mezzi di azione che fossero selezionati e adatti a colpire al cuore l’avversario di classe. È il mezzo principale in base al quale soltanto può esistere la coerente spiegazione di tutto quello che è accaduto, che accade e che accadrà alla classe ed in base al quale la selezione degli strumenti e dei mezzi d’azione diventa da patrimonio di una setta, patrimonio di un partito, del partito di classe in quanto è frutto non di principi astratti e filosofici, ma della selezione che la esperienza storica opera ed il partito comprende.
E oggi, e dopo l’esperienza tragica della III Internazionale qual è il partito marxista? Quali sono le sette? È indubbio che il partito di classe deve rispondere ai requisiti che sia il Manifesto sia la III Internazionale gli attribuivano: saper spiegare l’esperienza mondiale sia passata che presente del proletariato, possedere di questa esperienza una visione unica ed omogenea nella quale si inquadrino organicamente non solo i fatti del passato, ma altresì quelli del presente e del futuro della classe. Ogni raggruppamento politico, per forte che sia, che non riesce ad essere l’espressione generale dei rapporti reali di un’attuale lotta di classi, di un movimento storico che si sta svolgendo sotto i nostri occhi, ogni organismo politico che ha avuto bisogno per spiegare anche un solo fatto dell’epoca contemporanea di «aggiornare la teoria e di revisionarla», ogni movimento che ha dovuto spiegare anche un solo avvenimento della storia proletaria ricorrendo a canoni tratti da altre teorie e da altre «filosofie» è uscito dal campo del marxismo ed ha pieno diritto al nome di setta. Questo in primo luogo! Ma è così anche del cosiddetto «campo marxista», che non esiste, ma che si vuol far esistere per forza dicendo che più raggruppamenti politici rivendicano di poggiare sull’integrale marxismo e perciò di leggere in quella chiave l’esperienza storica mondiale del proletariato. Poiché la lettura è globale e poiché essa dà dei risultati diversi che si traducono in diversa selezione dei mezzi di azione, è giocoforza ritenere che una soltanto delle tante costruzioni esistenti è valida mentre tutte le altre sono da rigettare. Perché ognuna di esse o è globalmente ed in blocco valida, o è globalmente ed in blocco fuori dal marxismo. Su questa visione noi abbiamo sempre fondato il concetto che i più pericolosi nemici del partito sono quelli che si dicono più vicini al partito stesso e che proprio contro questi si tratta di combattere. Perché non è ammissibile che l’esperienza storica del movimento proletario dia due risultati divergenti senza che l’intera lettura sia stata falsata e deformata checché si affermi di non averlo fatto. È una bella favola quella per cui oggi esisterebbero diversi raggruppamenti marxisti più o meno conseguenti, più o meno «completi». Ma adesione non conseguente ha lo stesso significato di «non adesione», perché l’oggetto della lettura non è astratto, ma è l’esperienza storica mondiale del proletariato ed il «confronto» non è fra l’adesione a idee di cui si può accettare qualcosa e non tutto il resto: si tratta di aderire o non aderire ai risultati concreti e tangibili dell’esperienza storica della classe, di un moto storico reale, di un combattimento e di una milizia fatta da uomini in carne ed ossa. Questo significa per noi che non esistono «diversi raggruppamenti marxisti», ma diversi raggruppamenti che si richiamano al marxismo per nascondere sotto la sua bandiera le loro ideucce di setta da una parte, dall’altra il partito marxista, quello unico, quello di sempre. Significa che tutti questi raggruppamenti pseudomarxisti devono essere combattuti e smascherati dal partito di classe tanto più quanto più rivendicano di «essere vicini» ad esso, cioè si coprono dei suoi colori, delle sue forme.
Nelle epoche sfavorevoli alla classe operaia sono sempre risorte nel seno del movimento proletario, come espressione della prepotente pressione nemica che mentre si opera sulle condizioni materiali di esistenza non può non operarsi anche sul cervello dei proletari, costruzioni e visioni deformi che l’esperienza mondiale e storica del movimento aveva già scontato, che erano ad essa inadeguate e che, materialmente, hanno costituito uno dei coefficienti di debolezza del movimento proletario ed uno dei coefficienti di forza della borghesia per batterlo e disperderlo. Marx preferì sciogliere la I Internazionale piuttosto che farla divenir preda di queste antistoriche correnti e tendenze, cosa che sarebbe stata inevitabile nel periodo di ritirata dopo la Comune di Parigi. Ci riferiamo in particolare ai mille rigurgiti dell’anarchismo che hanno disgraziatamente punteggiato la storia del movimento proletario: sopravvivenza di esso dopo la Comune in Italia ed in Spagna – disastro della rivoluzione spagnola del 1873 – rinascita, sotto il travestimento del sindacalismo rivoluzionario in Italia, Francia e Germania come reazione ai saturnali dell’opportunismo socialdemocratico – uno dei principali coefficienti della colossale sconfitta del proletariato mondiale nel primo dopoguerra – rinascita dell’anarchismo in Spagna e nell’America Latina dopo la catastrofe staliniana – la sconfitta del proletariato spagnolo nel 1936 va attribuita a pari merito alla bestiale politica staliniana ed alla incapacità di selezionare i mezzi di azione tipica della setta anarchica fin dal 1871.
Il partito di classe tenne sempre verso questi movimenti e rigurgiti l’attitudine più rigida nella dimostrazione della loro non adesione al campo di classe e della loro pericolosità per il positivo svolgimento del processo rivoluzionario. Sempre e comunque un atteggiamento di contrapposizione netta e completa in uno sforzo costante non solo di critica teorica, ma di azione pratica per dimostrare ai proletari la necessità di abbandonare quelle illusioni e quelle posizioni. Per intenderci, il fatto che la reazione in Italia nei primi anni del secolo alla politica legalitaria ed elettoralesca della destra socialista si esprimesse, oltre che nella selezione di una rigorosa corrente di sinistra marxista, anche nel risorgere fra i proletari di tendenze sindacaliste ed anarchiche fu dato di debolezza del movimento rivoluzionario del proletariato italiano che esso pagò con la sconfitta negli anni 1920-22 e il partito marxista fece di tutto per liberare i proletari da quelle illusioni. Lo stesso in Germania, quando «sfortuna» volle che gran numero di proletari si lasciassero trascinare sulle secche dell’operaismo pagandone uno scotto mondiale che dura fino ad oggi.
Il partito dovette tener conto nello svolgere la sua opera di contrapposizione netta e totale a tutti questi movimenti che si riuscivano, malauguratamente, a trascinare una parte della massa proletaria, cioè facevano la loro fortuna di posizioni non proletarie e non di classe, su pregiudizi e debolezze radicate nelle masse operaie e dalle quali esse andavano liberate. Non fu mai detto che l’operaismo tedesco o l’anarco sindacalismo italiano o americano appartenevano al «campo rivoluzionario» al campo della rivoluzione proletaria. Fu detto al contrario e si cercò in tutto il lavoro di dimostrare che si trattava di posizioni tipiche della piccola borghesia le quali purtroppo trascinavano dietro di sé una parte del proletariato rendendola inutilizzabile ed impotente ai fini della rivoluzione. Ai proletari anarchici, militanti nel movimento sindacale, nelle fabbriche, nelle piazze contro la reazione borghese furono dunque lanciate una serie di mille dimostrazioni intonate tutte ad uno scopo: a far loro abbandonare le posizioni anarchiche. Agli anarchici nessun ponte fu lanciato mai! Non dicemmo mai che solidarizzavamo con gli anarchici imprigionati o deportati, perché essi pur incoerentemente appartenevano al campo «rivoluzionario», dicemmo che solidarizzavamo perché essi, nonostante e malgrado le loro posizioni piccolo borghesi, appartenevano fisicamente alla nostra classe, facevano parte della classe operaia. Ma la stessa solidarietà, la demmo sempre ai proletari socialdemocratici quando anche essi venivano colpiti dalla borghesia, la demmo in generale a tutti i proletari in quanto tali e, se un’attitudine particolare l’avemmo verso i «sinistri» di allora fu proprio di tendere a dimostrar loro che, essendo operai combattivi e sinceri non potevano continuare, senza contraddirsi ad essere dei «sinistri», ma dovevano diventare dei comunisti.
Nel secondo dopoguerra ed oggi in particolare abbiamo avuto, noi partito marxista della classe operaia, una «fortuna colossale» fra le tante tragedie ed essa consiste nel fatto che il predominio totalitario dell’opportunismo sulla classe operaia impedisce qualsiasi serio movimento di essa anche sul piano puramente economico e perciò, mentre priva di qualsiasi alimento e possibilità di collegamento con le masse proletarie il partito di classe, allo stesso tempo priva della stessa possibilità che tutte le posizioni piccolo borghesi che cinquanta anni fa impestarono il movimento operaio e le riduce a cercare le loro adesioni, non molto più larghe delle nostre, in strati sociali piccolo borghesi come gli studenti, gli intellettuali scontenti ecc. La storia ci presenta per somma irrisione lo spettacolo di una classe operaia globalmente purificata, purificata dall’influenza del partito rivoluzionario, ma anche, con somma nostra gioia, dall’influenza delle mille sfumature pseudo rivoluzionarie: tutta e globalmente compenetrata di ideologia pacifista e democratica. Il partito marxista può dunque sperare che la ripresa di classe genererà fin dall’inizio una prevalenza totalitaria delle posizioni marxiste in seno alle masse proletarie e che non rinasceranno in esse mai più le illusioni e le debolezze piccolo borghesi del semi-marxismo.
Se questo avverrà o meno, se negli organismi e nelle lotte operaie dovranno o no trovare ancora una volta alimento tendenze pseudo rivoluzionarie, lo dirà la ripresa della battaglia da parte dei milioni di operai ed il risorgere delle loro organizzazioni di classe. Quello che è certo è che il partito deve approfittare di questa favorevole circostanza storica per impedire con tutti i mezzi a sua disposizione che si realizzi qualsiasi collegamento fra il movimento operaio e queste tendenze non proletarie e non comuniste, indicandole sempre ai proletari che si muovono come pericoli da evitare, travestimenti dell’influenza del nemico di classe, altre facce dell’opportunismo tradizionale ed approfittando di tutte le circostanze dell’azione pratica per svelarne e smascherarne la essenza non rivoluzionaria.
Le indicazioni di azione pratica del partito spuntano pian piano nel corso del lavoro di ribattitura dei chiodi. Ne diamo al lettore impaziente un’altra di primaria importanza: trovandosi al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane o lo difende dalla insaziabile ingordigia padronale, il partito non racconterà mai loro che «esiste un campo delle forze rivoluzionarie» comune a lui e ad altri raggruppamenti, ma approfitterà dell’azione di difesa del pezzo di pane per dimostrare materialmente ai proletari che tutti gli altri raggruppamenti stanno nel campo opportunista e controrivoluzionario per quanto adottino la mimetizzazione marxista e che, proprio per difendere coerentemente ed efficacemente il pane quotidiano gli operai devono guardarsi come dalla peste dalle illusioni di cui essi sono portatori in seno al movimento proletario.
Nessuna solidarietà, nessuna adesione, nessun appello sarà lanciato dalle forze del partito in presenza di uno sciopero di fabbrica nei confronti di nessun «comitato esterno di solidarietà con lo sciopero» formato dai raggruppamenti extrarivoluzionari. Il partito anzi indicherà il tragico pericolo che gli operai di quella fabbrica si illudano sulla «solidarietà» che può venir loro da un simile organismo e li inviterà a smascherarlo ricercando la solidarietà con la propria lotta fra i proletari delle altre fabbriche e delle altre categorie. Si fa carico, con la sua rete organizzativa, di stabilire e mantenere il collegamento fra le diverse fabbriche e dimostrerà nei fatti ai proletari che, se vogliono realmente ritrovare la solidarietà dei loro compagni, devono farlo contro ed al di sopra di tutti i raggruppamenti che falsamente si richiamano al marxismo ed al comunismo. Visto che il «comitato di solidarietà», per storica fortuna della lotta di classe, è «esterno» agli operai, il partito farà tutti i suoi sforzi per farlo rimanere tale ed impedirgli qualsiasi collegamento con essi.
E se il comitato di solidarietà fosse composto da operai di altre fabbriche che intendono sostenere i loro compagni in lotta? Allora i militanti operai del partito avrebbero il compito di entrare in esso ed il partito nel suo insieme avrebbe il compito di sostenerlo e di indirizzarlo combattendo al suo interno, cioè nella milizia e nel corso dell’azione, tutte quelle ideologie che tenderebbero a sviarlo dalla sua funzione specifica, il collegamento e la solidarietà fra operai che difendono il pezzo di pane, sia che quelle emanino dal pacifismo opportunista classico sia che siano travestite da «rivoluzionarie», anzi tanto più.
Cambia l’atteggiamento del partito nei due casi! Certo, ed è qui che la costruzione marxista si differenzia da tutte le altre. Ad un gruppo di operai che difendono la loro vita contro il padronato noi non chiediamo, per essere i loro migliori compagni di lotta, quali siano le loro idee; chiediamo loro di combattere insieme e dimostriamo loro nel corso dell’azione che, per combattere coerentemente ed efficacemente, le sole idee valide sono quelle del comunismo rivoluzionario. Ci battiamo all’interno degli organismi operai economici, cioè costituiti per la difesa delle condizioni di vita per la loro esistenza, la loro estensione, il loro potenziamento, contro l’influenza su di essi di qualunque ideologia che non sia quella del partito. Ma per impostare questa norma di azione tattica occorre essere il Partito comunista della classe operaia, cioè occorre non avere abbandonato la visione marxista della lotta di classe e sapere, anche se l’attualità schifosa sembra negarlo cento volte al giorno sconvolgendo tutte le sette piccolo borghesi, che dovrà risorgere la rete economico associativa della classe, che rinasceranno, come effetto della ripresa della lotta, gli organismi economici di classe, i quali saranno economici anche se dovranno combattere con il fucile in mano in quanto saranno caratterizzati: 1) dall’essere organismi operai; 2) dal sorgere per la difesa delle condizioni economiche.
Ad organismi di questo genere, per aderirvi e per militarvi in maniera disciplinata svolgendovi nel contempo l’opera di contrapposizione frontale fra le posizioni del partito e tutte le altre che vi fossero presenti, non si chiede quale grado di coscienza essi possiedono, perché si sa, dai tempi di Lenin, che la coscienza «può essere loro apportata solo dall’esterno, dall’esterno della lotta economica, della contrapposizione fra operai e padroni» e questo apporto dall’esterno si materializza nel fatto che il partito organizza negli organismi economici la sua rete di gruppi sindacali combattendo contemporaneamente per il potenziamento degli organismi economici e contro le ideologie politiche avversarie per la realizzazione del risultato che precede l’assalto rivoluzionario al potere capitalistico: «Alla vigilia della rivoluzione i sindacati sono uniti ed alla testa di essi sta l’unico partito comunista». Per questo abbiamo riportato all’inizio quella magnifica citazione: «L’Internazionale comunista non respinge nessuna delle forme di organizzazione generate dallo sviluppo del movimento operaio, e non ne considera nessuna presa a sé come panacea universale».
Ne riportiamo un’altra ancora più evidente: «Un altro gruppo di compagni, che riconoscono bene che chi si ritiene capace di rovesciare il mondo capitalista non deve disperare di poter abbattere anche uno dei suoi puntelli, dichiara che la vittoria sui dirigenti sindacali sarebbe bensì possibile, ma che la lotta durerebbe troppo tempo, mentre la rivoluzione richiede che la direzione dei sindacati si trovi già fin da ora nelle nostre mani. Perciò bisognerebbe provocare la scissione dei vecchi sindacati e formare colle masse che ci seguono nuove organizzazioni sindacali che diverranno il fulcro nella lotta nelle industrie e nelle categorie. Da questa idea ‘che manchi il tempo’ traspare la preoccupazione per il dispendio di forze che costerebbe la lotta contro i vecchi sistemi e vecchi dirigenti e la volontà di evitare questo impiego di energie.
Abbiamo qui davanti a noi un caso di impazienza rivoluzionaria che vorrebbe fissare alla rivoluzione sul terreno sindacale una scadenza, e che dichiara di non avere il tempo di attendere il maturarsi della premessa principale di ogni rivoluzione, la volontà di lotta delle grandi masse. Creare nuovi sindacati che temprino più rapidamente questa volontà è illusorio. La rivoluzione non si anticipa di un solo giorno, per quanto io sappia non esiste un libro di medicina che fissi il periodo di gestazione della società capitalista. Insomma, il risultato di questa fretta non sarebbe altro che un aborto sindacale. E ciò per le seguenti ragioni: le masse operaie affluiscono nei sindacati a milioni, non perché sui loro locali sta scritto la parola Sindacato, ma perché esse desiderano entrare nelle grandi organizzazioni già esistenti, ritenendole organizzazioni di lotta. La scissione non attaccherebbe presso queste masse poiché esse vedrebbero con ciò sfuggire lo scopo principale della loro entrata nelle organizzazioni: l’unione. La tesi secessionista verrebbe seguita soltanto dagli operai già comunisti e noi otterremmo in questo modo organizzazioni sindacali comuniste, quindi una seconda edizione delle nostre organizzazioni politiche, organizzazioni di una piccola avanguardia rivoluzionaria, capaci di formare un nucleo di azione e di propaganda ma non un organismo di masse. Ma essendo una organizzazione economica senza una grande massa un non senso la tesi secessionista sul terreno sindacale è altrettanto reazionaria quanto fu rivoluzionaria nel campo politico. La lotta di classe sul terreno economico infuria malgrado tutte le male arti di Buozzi e C. e va trasformandosi in lotta civile. Ora si tratta di raccogliere le forze che avanzano contro il capitalismo e non di scinderle.
Qual è la via che noi dobbiamo seguire per raggiungere questo fine? Noi dobbiamo lottare nei sindacati locali senza alcuna intenzione di scissione per le azioni economiche sostanzialmente necessarie. I funzionari sindacali che si oppongono alle azioni richieste dalla massa, dando prova del loro carattere controrivoluzionario dobbiamo metterli alla porta. Non bisogna tenere alcun conto dei divieti degli organismi centrali controrivoluzionari quando si è impegnati in azioni che toccano la massa da vicino. Se la direzione provvede all’espulsione della organizzazione locale bisogna dirigerla indipendentemente e cercare un contatto con altre organizzazioni colpite dalla stessa sorte, non senza opporsi contro l’espulsione nel Congresso dell’intero sindacato. La massa vedrà in questo modo che non si tratta di antagonismi politici ‘introdotti dal di fuori’, ma dell’adempimento di compiti per i quali essa ha aderito ai sindacati, ed una scissione provocata dai dirigenti li isolerà dalle masse, mentre una scissione provocata da noi determinerebbe il nostro isolamento. Una lotta energica condotta in questo modo infonderà nei sindacati un nuovo spirito, li adatterà ai nuovi compiti, educherà i nuovi dirigenti e promuoverà la lotta rivoluzionaria.
In che misura i sindacati potranno trasformarsi da organizzazioni per mestiere in organizzazioni per industria dimostrerà la pratica. La propaganda per le organizzazioni d’industria è un tentativo dottrinario di trasportare gli ‘Industrial Workers of The World’ in Germania; si dimentica completamente che la causa per cui queste organizzazioni hanno in America la forma di Consigli di fabbrica, consiste nel fatto che, dato il carattere finora controrivoluzionario degli operai inglesi in America, organizzati nella Federation of Labour, gli I.W.W. comprendevano generalmente soltanto gli operai stranieri, non qualificati, e trovantisi tutti sullo stesso basso livello di salari. Finché sussisteranno le grandi differenze nella retribuzione degli operai di differenti categorie, occupati nella stessa azienda, sarà oltremodo difficile indurre gli operai a rinunciare ai loro interessi speciali di categoria ed organizzarsi in sindacati per industria. L’esempio della Russia dimostra che perfino dopo la conquista del potere gli operai non rinunciano subito ai loro interessi di categoria. Per combattere lo spirito corporativista e per raggiungere l’unione di tutti gli operai dell’azienda i sindacati, se essi sono veramente animati di spirito rivoluzionario, troveranno ben presto le forme più adatte.
Ciò non può essere opera di un partito politico che deve essere, col suo programma e la sua ossatura teorica, bensì l’anima dei sindacati ma non può avere la capacità di dettare dal tavolino verde le riforme del movimento sindacale, così complicato e dipendente dalle condizioni concrete della lotta economica».
(Radek – L’azione dei comunisti nei sindacati – Ordine Nuovo 23 maggio 1921).
In linea con le tesi successive della nostra organizzazione. Dalle «Tesi caratteristiche» del 1945:
«Punto 7 – Il partito non adotta mai il metodo di formare organizzazioni economiche parziali comprendenti i soli lavoratori che accettano i principi e la direzione del partito comunista. Ma il partito riconosce senza riserve che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell’influenza del partito e la classe si estenda lo strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazione comunista sindacale). Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria è di prevedere le forme ed incoraggiare l’apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, che nell’avvenire potranno assumere anche aspetti del tutto nuovi, dopo i tipi ben noti di lega di mestiere, sindacato di industria, consiglio di azienda e così via. Il partito incoraggia sempre le forme di organizzazione che facilitano il contatto e la comune azione tra lavoratori di varie località e di varia specialità professionale, respingendo le forme chiuse».