Via libera del PCI alle misure antioperaie del governo
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L’astensione del PCI nella votazione sul governo non rappresenta certo una svolta nella politica opportunista. Nelle intenzioni del partitone questa è solo una tappa della marcia verso la agognata poltrona. Lo stratagemma della «non sfiducia» rappresenta il tentativo di assecondare il piano della borghesia di risolvere i suoi problemi politici di direzione dello Stato attraverso il meccanismo elettorale.
Il capitalismo internazionale non ha ritenuto ancora maturi i tempi per chiamare il PCI alle redini dello Stato e il partitaccio se ne sta buono a cuccia in attesa che arrivi il momento, non mancando però di far notare che solo con la sua presenza al governo, sarà possibile far accettare alle masse proletarie i sacrifici che la salvezza dell’economia capitalistica richiede.
Ed è proprio questa la funzione dei nazionalcomunisti. Non a caso essi proclamano di agire «nell’interesse generale del paese» e ammoniscono la borghesia che la situazione è grave; per fare in modo che le masse si «sentano rappresentate» negli organi dello Stato, è necessario «allargare la base delle istituzioni». Su Rinascita del 28-8-76 si legge: «… stabilire un nuovo rapporto tra le masse e le istituzioni parlamentari e rappresentative non è solo interesse del PCI. Ma di tutti. Perché questo è il solo modo per aumentare il peso, il prestigio, l’influenza di queste istituzioni…».
In altre parole, dice il PCI, il proletariato potrà sopportare con rassegnazione lo schiacciamento delle sue condizioni materiali solo se crederà che alle redini dello Stato siano i suoi rappresentanti. Ed è proprio per questo che i falsi comunisti in Italia come in Spagna e in Francia si atteggiano a salvatori della patria: in cambio delle loro prebende sono pronti a gettare sulla bilancia il sudore e le sofferenze di milioni di proletari, a consegnare mani e piedi legati le masse operaie alla feroce ingordigia del capitalismo. Ecco perché si scagliano con tanta violenza contro qualsiasi moto spontaneo degli sfruttati che tenti anche timidamente di opporre una reazione di classe all’offensiva del capitale e cercano sempre di legare gli interessi di classe dei salariati al carro dell’economia capitalistica. Così la lotta economica dei ferrovieri diviene lotta «per la riforma dei trasporti», quella dei braccianti lotta «per la riforma dell’agricoltura», quella degli statali lotta «per la riforma della pubblica amministrazione».
Ma la marcia irresistibile del PCI verso le poltrone governative segna anche le tappe del suo smascheramento di fronte ai lavoratori.
La situazione presto non lascerà alternative; le briciole di plusvalore con cui la borghesia ha corrotto le aristocrazie operaie si stanno esaurendo e le masse proletarie dovranno per forza riconoscere il loro nemico e ritornare sul terreno della lotta di classe.
Perciò ci rallegriamo vivamente con gli opportunisti del PCI per i loro «successi» come quello che essi chiamano la «fine delle preclusioni» o degli «steccati», cioè il fatto che la borghesia si avvale della «non sfiducia» del PCI per far funzionare il governo, che è la loro grande conquista di questi giorni.
Che vadano pure a insediarsi nei ministeri, nelle banche, negli enti statali, nelle amministrazioni delle imprese: il loro posto è là, come «consulenti del lavoro» (ad indicare ai padroni il metodo migliore per sfruttare la mano d’opera fino all’osso) e come aguzzini al servizio dei capitalisti.