Un accordo contro i braccianti
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Il contratto di lavoro dei braccianti recentemente siglato non ha mancato di affascinare coloro che ne seguivano lo svolgersi sulle colonne de l’Unità. Infatti non mancava nessuno degli ingredienti cari agli scrittori di romanzi di appendice: la lotta tra il Bene ed il Male, la Giusta Causa da difendere fino alla morte, le battaglie campali (quasi sempre notturne), ed infine l’arrivo dei Nostri ed il trionfo del Bene. L’unica ombra su tutta la vicenda sta nel fatto che coloro che vengono dichiarati vincitori, i braccianti, sono nella realtà degli sconfitti, mentre il capitalismo agrario esce dalla contesa trionfatore. Questa la verità, e basta leggere con attenzione il testo del contratto, al di là del solito fumo che i sindacati diffondono sempre a piene mani, per rendersene conto.
Ma vediamo punto per punto i termini dell’accordo, come ce li propone una sintesi de l’Unità del 18-8-’76:
– Struttura: si passa da un patto collettivo, che finora aveva una importanza quasi solamente normativa ed un peso relativo, in quanto destinato a venire ampiamente ridefinito in sede provinciale, soprattutto per quanto riguardava il trattamento salariale, ad un contratto nazionale, molto più impegnativo e meno elastico. In linea di principio è un passo avanti in quanto parifica, e quindi unifica, gli interessi di tutti i lavoratori della terra; ma in questo caso la manovra dimostra il machiavellismo antioperaio dei bonzi i quali, sapendo che il contratto sarebbe stato un passo indietro, lo preferiscono impegnativo e scarsamente modificabile, così che le conquiste, quelle padronali, siano più difficilmente attaccabili dalle contrattazioni locali; nella stipulazione dei patti provinciali i bonzi avranno buon gioco nel dimostrare che il contratto nazionale è bene che rimanga il più possibile uguale per tutti, per l’unità, la solidarietà, ecc.;
– Investimenti: la solita solfa degli «incontri» fra sindacati ed imprenditori per «esaminare» programmi di investimenti ed utilizzazione del denaro dei finanziamenti: «Tale esame dovrà verificare la rispondenza dei piani aziendali ai principi di sviluppo produttivo e al potenziamento dei livelli d’occupazione». Sembra molto bello e costruttivo, ma pensiamoci: sviluppo produttivo significa produrre di più e, se si vuole vendere la merce, con costi minori; ora, da che mondo è mondo, i capitalisti hanno sempre abbassato i costi aumentando lo sfruttamento degli operai: se non si può aumentare la giornata lavorativa (il che rimane possibile con lo straordinario) si aumentano i ritmi e l’intensità del lavoro. Altre vie realistiche non ve ne sono. Così i nostri poveri bonzi, se un giorno dovranno sedersi con i padroni a decidere, dovranno scegliere fra sviluppo produttivo e difesa dell’occupazione e delle condizioni della classe operaia, perché le due cose insieme sono impossibili nel sistema capitalistico. Data la loro posizione responsabile e corporativa non v’è dubbio che sceglierebbero la prima soluzione. Se quindi si trovassero in tale situazione la loro funzione sarebbe soprattutto quella di denunciare quei rappresentanti della borghesia agraria che non utilizzano i fondi pubblici per il non abbastanza osannato profitto, ma che invece li indirizzano direttamente nelle loro tasche. Un controllo moralizzatore della stessa borghesia quindi, degno delle più pure tradizioni mussoliniane, secondo le quali gli operai vanno sfruttati, certo, ma anche nel supremo interesse della Patria.
Abbiamo messo tutto ciò al condizionale, perché siamo certi che questa clausola, sbandierata come la vittoria più «qualificante» e non solo in questo contratto, resterà quello che è, e cioè fumo negli occhi, e se avrà un senso lo avrà solo se e quando un nuovo fascismo, magari col fazzoletto rosso al collo, si imporrà alla classe operaia.
È significativo il fatto che questo punto è stato propagandato come il più controverso e combattuto, superato solo grazie all’intervento dell’«imparziale» ministro del lavoro, che è riuscito a piegare la tenace resistenza della parte più retriva degli agrari (il Male).
– Definizione operai: altra «vittoria» è il fatto che gli operai a tempo determinato, o braccianti avventizi, se effettuano in un anno 180 giornate lavorative, passano fissi. Ora, in agricoltura, uno dei grandi problemi dei padroni è quello di mantenere occupati continuamente gli operai per tutto l’anno, e ricorrere ad un minimo di avventizi, più costosi per l’unità di produzione; in questo senso, se un operaio può esser fatto lavorare per più di 180 giorni, conviene senz’altro assumerlo fisso; d’altra parte si ha così una persona in più per i periodi di intenso lavoro, nei quali trovare un numero sufficiente di avventizi può essere un problema. A dimostrazione che anche in questo caso si tratta di pura demagogia è il fatto che in molti contratti provinciali questa clausola è di gran lunga superata: per esempio nella provincia di Firenze il contratto del 1971 limitava a 150 le giornate lavorative in un anno per poter essere assunti fissi di diritto (a maggior disonore dei sindacati va detto che nel contratto provinciale del passato gennaio questo limite era passato a 156 giornate).
– Trattamento economico: qui si spiega la ragione di tante chiacchiere e di tanto fumo: la richiesta di partenza era di 23.000 lire (una miseria e comunque meno di quanto tutte le altre categorie abbiano ottenuto) e se ne ottengono, dopo lunghe notti insonni di trattative, 15.000. È per questo che si sono fatti lottare i braccianti? Certo è che le lotte, poche ma soprattutto mal dirette, non erano tali da impensierire i padroni: infatti, oltre ad essere superarticolate nella maggior parte dei casi, esse si sono svolte all’insegna di quello che i sindacati chiamano «senso di responsabilità», e cioè nel rispetto della Santa Produzione. In agricoltura questo giochetto è molto più facile per i bonzi; infatti qualche ora di sciopero non significa necessariamente una diminuzione di produzione in eguale misura ma quasi sempre un lavoro frenetico dopo la fine dello sciopero. È per questo che nelle campagne gli scioperi improvvisi ed a oltranza sarebbero molto più importanti che nell’industria, forse gli unici efficaci. Un esempio: viene sbandierato il fatto che nella Valle Padana si è saltata una mungitura delle bovine; ora, se come di solito le mungiture sono tre, nelle restanti due la produzione di latte non sarà 2/3 del totale giornaliero, ma perlomeno 4/5, se non di più. Una cosa è certa in questi casi, e cioè che all’operaio le ore non lavorate non saranno pagate; così, in nome della salvaguardia della produzione e del «senso di responsabilità», si toglie qualsiasi efficacia alle lotte che pure costano sacrifici ai lavoratori.
Ma i boia sindacali hanno un’altra freccia al loro arco: la paga non basta? Lavorate sodo e vedrete che se l’azienda fa buoni profitti anche voi vedrete qualche briciola; infatti l’incentivo di produttività, passato negli ultimi anni dal 2 per cento al 3 per cento, viene portato ora al 4 per cento.
Per il resto non vi sono innovazioni tali da costituire miglioramenti reali rispetto ai precedenti contratti provinciali; due parole per la cassa integrazione che passa dal 70% all’80 per cento: d’ora in poi gli operai in cassa integrazione potranno mangiare 8 giorni su 10 al posto di 7 su 10.
Ma l’aspetto peggiore del contratto sta nella mancanza di qualsiasi tentativo di tutelare la manodopera avventizia, esposta da sempre alle vicissitudini dell’economia ed alle angherie dei padroni. Ma sono queste le forze più vive del glorioso proletariato agricolo, e saranno le prime nelle campagne a scagliarsi contro il padronato ed i suoi servi quando sarà l’ora della rivoluzione sociale. Per ora la loro unica difesa sta nel rifiutare con decisione il contratto, che sta ai loro interessi come la corda all’impiccato, e nell’organizzarsi in questo rifiuto contro i padroni e contro i suoi servi, i bonzi sindacali e politici.
I sindacati hanno giocato la carta del contratto nazionale per riuscire a inchiodare gli operai agricoli alle loro tremende condizioni di vita e di lavoro, sempre più pesanti e pericolose; ma questo passo potrebbe domani contribuire a coagulare le forze di questa categoria oltremodo sparpagliata e farne una massa inarrestabile lanciata contro le fondamenta stesse della società capitalistica.