Partito Comunista Internazionale

«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.9

Categorie: Organic Centralism, Party Doctrine

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Ribaditi i cardini fondamentali della nostra prospettiva e dell’atteggiamento del partito nei confronti del movimento della classe operaia sul terreno economico, possiamo addentrarci nell’esame della situazione del secondo dopoguerra ed attuale per delinearvi le linee fondamentali dell’azione del pur piccolo partito comunista di oggi.

La limitatissima estensione delle forze organizzate del partito, l’assenza quasi assoluta di legami fra esso e la classe operaia non ci spinge infatti a dichiarare modificati i termini in cui si svolgerà la lotta di classe e la sua ripresa rispetto alle fasi storiche trascorse sulla cui esperienza si è costruita la visione marxista del processo rivoluzionario, caratteristica ed originale. Da una parte, e per sempre, questo restringimento quantitativo anche massimo delle sue forze non spinge il partito a rinunziare all’insieme dei suoi compiti pratici ed a relegarsi nella disfattista visione di se stesso come una conventicola intellettuale dedita alla manutenzione «filosofica» di una teoria, fosse pure essa la teoria di Marx e di Engels.

È dalle nostre tesi caratteristiche del 1952 che andiamo ribadendo questo aspetto: «Oggi, nel pieno della depressione, pur restringendosi di molto le possibilità d’azione, tuttavia il partito, seguendo la tradizione rivoluzionaria, non intende rompere la linea storica della preparazione di una futura ripresa in grande del moto di classe, che faccia propri tutti i risultati delle esperienze passate. Alla restrizione dell’attività pratica non segue la rinuncia dei presupposti rivoluzionari. Il partito riconosce che la restrizione di certi settori è quantitativamente accentuata ma non per questo viene mutato il complesso degli aspetti della sua attività, né vi rinuncia espressamente… Con questa giusta valutazione rivoluzionaria dei compiti odierni, il partito, sebbene poco numeroso e poco collegato alla massa del proletariato e sebbene sempre geloso del compito teorico come compito di primo piano, rifiuta assolutamente di essere considerato un’accolta di pensatori o di semplici studiosi alla ricerca di nuovi veri o che abbiano smarrito il vero di ieri considerandolo insufficiente… Gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini, determinano così anche il settore di penetrazione delle grandi masse, limitandolo ad un piccolo angolo dell’attività complessiva. Tuttavia il partito non perde occasione per entrare in ogni frattura, in ogni spiraglio, sapendo bene che non si avrà la ripresa se non dopo che questo settore si sarà grandemente ampliato e divenuto dominante…». Il partito può essere ad effettivi ristretti quanto si vuole, può anche essere ridotto alle dimensioni di un piccolo gruppo di individui; non per questo cessa di essere il partito il quale tende con tutte le sue forze allo svolgimento di tutti i suoi compiti rivoluzionari e trova un limite alla sua azione in tutti i campi, non in se stesso, nella sua volontà, ma nei rapporti di forza alla scala sociale, contro i quali la sua volontà deve però urtare con tutte le sue forze nel tentativo di «entrare in ogni frattura, in ogni spiraglio, sapendo bene che non si avrà la ripresa se non dopo che questo settore si sarà grandemente ampliato e divenuto dominante». Traduciamo in altre parole il contenuto di questa tesi che costituisce definitivo cardine e sbarramento a tutti coloro che, pur riferendosi alla nostra stessa tradizione, la deformano e la tradiscono in tutta la loro azione. Si è fuori dalla nostra tradizione e dal marxismo rivoluzionario ogni volta che si teorizza la situazione di estrema debolezza del partito per farne un pretesto per il restringimento volontario della sua azione nella classe; ogni volta che il compito essenziale della difesa e della restaurazione della nostra teoria viene contrapposto come altra cosa, o cosa più importante, all’azione esterna del partito; ogni volta cioè, che di quello che è il risultato di un ciclo sfavorevole della lotta di classe e l’espressione più evidente del predominio totalitario del nemico di classe, il fatto che il partito sia stato storicamente falciato e ridotto di numero, il fatto che siano stati recisi i suoi mille legami con le masse degli operai, se ne fa un pretesto non per approfittare di ogni spiraglio e di ogni frattura allo scopo di far uscire il partito dal ghetto in cui la storia lo ha relegato. Si teorizza questo isolamento e questa impotenza pratica dicendo: «lasciamo perdere l’attività pratica, lasciamo perdere le poche, limitate ed insoddisfacenti lotte operaie, lasciamo perdere il lavoro sindacale, i sindacati odierni sono troppo schifosi perché ci si debba degnare di combattervi, gli operai odierni sono troppo pavidi perché le loro lotte meritino la nostra attenzione; siamo nella fase dello studio teorico e della restaurazione dei principi dottrinali, il nostro posto naturale è il tavolino dove si studia, un altro giorno scenderemo anche noi nella strada e nella piazza, non oggi, non qui».

È per questo che abbiamo svolto, non solo nel corso di questo lavoro, ma in quello di tutto il lavoro del partito, la tesi che il partito è l’organo di battaglia politica della classe il quale si serve della teoria come di una formidabile ed insostituibile arma il cui possesso ed il cui apprendimento è fatto di una collettività, appunto l’organizzazione militante ed agente del partito, e non fatto individuale ed intellettuale. Vogliamo ribadire in forma netta e definitiva questa affermazione che è contenuta in tutte le nostre tesi: l’organo della direzione politica e rivoluzionaria di classe, il partito, organismo del futuro assalto armato al potere internazionale borghese, soggetto (per fare un po’ di analisi logica, ma ce n’è bisogno), è stato ridotto dalla violenza della controrivoluzione padrona del campo da 50 anni ad un piccolo raggruppamento costretto a limitare la sua attività allo studio teorico, alla registrazione ed alla interpretazione dei fatti sociali contemporanei. È una vittoria dell’avversario di classe, è un «purtroppo» contro il quale l’organo partito reagisce con tutti i mezzi a sua disposizione per spezzare i limiti, il cerchio in cui è stato confinato.

Non solo ma, se il marxismo non rimane per noi assolutamente sconosciuto, è anche la situazione più sfavorevole alla stessa acquisizione della teoria. Il partito, che è per sua natura un organo di battaglia, non solo viene costretto dal nemico di classe ad esplicare al minimo la sua azione naturale di direzione delle lotte proletarie, ma proprio per questo è anche messo nella situazione più innaturale, più sfavorevole per capire la stessa dottrina di classe, per farla propria. Perché questa acquisizione della dottrina non è un fatto intellettuale e individuale, ma per i militanti si svolge di pari passo con l’azione complessa del partito, anzi nell’azione del partito e consiste non nell’individuale imparare a memoria testi e tesi, ma nell’abitudine dell’organo collettivo a muoversi, cioè ad impostare tutta la sua azione molteplice, sulla base di essi. Il terreno di questa collettiva abitudine, di questo allenamento dell’organo partito ad agire secondo le sue posizioni teoriche e di principio, cioè a tradurre in azione presente e in piano di azione futura, quelle che altro non sono che le esperienze della storia passata del movimento rivoluzionario del proletariato, è stato demolito dall’avversario di classe il quale togliendoci di sotto i piedi il terreno dell’azione ci ha strappato contemporaneamente anche il terreno più favorevole e più naturale della acquisizione teorica, dell’apprendimento. Ci mancherebbe altro che il partito, invece di cozzare con tutte le sue forze contro questa cappa di piombo e di tendere a demolirla dovunque si presenti una frattura od uno spiraglio, cominciasse ad idealizzare il suo stesso schiacciamento ed a sostenere che anzi esso può essere un terreno favorevole a restaurare e difendere la teoria.

Cento volte abbiamo innalzato barriere contro questo pericolo, che equivale a distruzione del partito, eppure, a riprova di quanto abbiamo detto più sopra, ogni goccia di acqua ci bagna e la possibilità collettiva dell’organo partito è così limitata e superficiale che periodicamente non riesce a sottrarsi alla malattia più lieve e ritorna fuori, con maggiore o minore virulenza, il falso problema: “Partito storico o partito formale?” “Fase della dottrina o fase dell’azione pratica?” “Esiste o non esiste il partito?”.

Citiamo dai nostri testi la soluzione definitiva di questi falsi problemi. Tesi del 1952, punto 5: «Il partito non solo non comprende nelle sue file tutti gli individui che compongono la classe proletaria, ma nemmeno la maggioranza, bensì quella minoranza che acquista la preparazione (attenzione agli attributi; ancora analisi logica di classe) e maturità collettiva, teorica e di azione (teorica e di azione!) corrispondente alla visione generale e finale del movimento storico, in tutto il mondo e in tutto il corso che va dal formarsi del proletariato alla sua vittoria rivoluzionaria. La questione della coscienza individuale non è la base della formazione del partito (commento legittimo: il partito non è l’associazione di coloro che hanno imparato a memoria e conoscono bene la dottrina di classe, dei perfetti marxisti. Bestemmia enorme per migliaia di falsi rivoluzionari più o meno “sinistri”: si può militare nel partito senza conoscere neanche il nome di Carlo Marx e ancora meno il “contributo teorico della Sinistra”! ritorneremo su questo) non solo ciascun proletario non può essere cosciente e tanto meno culturalmente padrone della dottrina di classe, ma nemmeno ciascun militante preso a sé, e tale garanzia non è data nemmeno dai capi. Essa consiste solo nella organica unità del partito. Come quindi è respinta ogni concezione di azione individuale o di azione di una massa non legata da preciso tessuto organizzativo (prima faccia della medaglia antianarchica ed antispontaneista per tutti i secoli avvenire!) così lo è quella del partito come raggruppamento di sapienti, di illuminati o di coscienti (altra faccia della stessa medaglia per ora e per sempre!) per essere sostituita (concezione marxista del partito dal Manifesto dei Comunisti in poi, come abbiamo dimostrato nei precedenti articoli) da quella di un tessuto e di un sistema che nel seno della classe proletaria ha organicamente la funzione di esplicarne il compito rivoluzionario in tutti i suoi aspetti e in tutte le complesse fasi». La classe ha bisogno di un sistema e di un tessuto, cioè di un organo che, nel suo seno, cioè nelle sue lotte, nelle sue manifestazioni anche minime ha organicamente il compito non di insegnare ai proletari il marxismo, come se presupponesse che più essi lo imparano meno vi sarebbe bisogno dell’organo speciale (è tesi di nostri pretesi affini, i più affini di tutti!), ma di esplicare il compito rivoluzionario della classe in tutti i suoi aspetti e in tutte le complesse fasi.

Questo organo impugna teoria ed organizzazione collettivamente e come collettività operante le possiede. In quanto esplica collettivamente il compito rivoluzionario, cioè in quanto agisce come organo rivoluzionario della classe, la collettività partito possiede e conosce, impara ed apprende il suo stesso patrimonio dottrinale e teorico come enuclея dal suo seno, in quanto esplica collettivamente la funzione rivoluzionaria, i suoi organi di azione adatti alle varie funzioni: sia il potenziamento della prima arma (la coscienza teorica) sia il potenziamento della seconda (l’organizzazione di ferro) hanno la loro base naturale, il loro ossigeno, la loro linfa vitale nell’azione collettiva del partito, nella collettività militante in seno alla classe operaia. Scrivemmo sempre: «Il ciclo delle lotte fortunate e delle sconfitte anche più disastrose e delle onde opportuniste in cui il movimento rivoluzionario soggiace all’influenza della classe nemica, rappresentano un campo vasto di esperienze positive, attraverso cui si sviluppa la maturità della rivoluzione. Le riprese dopo le sconfitte sono lunghe e difficili; in esse il movimento, malgrado non appaia alla superficie degli eventi politici, non spezza il suo filo, ma continua, cristallizzato in una avanguardia ristretta, l’esigenza rivoluzionaria di classe». (Tesi del 1952). Scrivemmo sempre: «Dato che il carattere di degenerazione del complesso sociale si concentra nella falsificazione e nella distruzione della teoria e della sana dottrina, è chiaro che il piccolo partito di oggi ha un carattere preminente di restaurazione dei principi di valore dottrinale, e purtroppo manca dello sfondo favorevole in cui Lenin la compì dopo il disastro della prima guerra. Tuttavia, non per questo possiamo calare una barriera fra teoria ed azione pratica; poiché oltre un certo limite distruggeremo noi stessi e tutte le nostre basi di principio. Rivendichiamo dunque tutte le forme di attività proprie dei momenti favorevoli nella misura in cui i rapporti reali di forze lo consentono». Tutto ciò andrebbe svolto molto più lungamente, ma si può pervenire ad una conclusione circa la struttura organizzativa del partito in un trapasso tanto difficile. Sarebbe errore fatale riguardarlo come divisibile in due gruppi: uno dedito allo studio e l’altro all’azione perché questa distinzione è mortale non solo per il corpo del partito, ma anche in riguardo ad un singolo militante. Il senso dell’unitarismo e del centralismo organico è che il partito sviluppa in sé gli organi atti a varie funzioni, che noi chiamiamo propaganda, proselitismo, organizzazione proletaria, lavoro sindacale ecc. fino, domani, all’organizzazione armata, ma che nulla si deve concludere dal numero dei compagni che si pensa addetti a tali funzioni, perché in principio nessun compagno deve essere estraneo a nessuna di esse. È un incidente storico che in questa fase possano sembrare troppi i compagni dediti alla teoria e alla storia del movimento, e pochi quelli già pronti all’azione. Soprattutto insensata sarebbe la ricerca del numero dei dediti all’una e all’altra manifestazione di energia. Tutti sappiamo che, quando la situazione si radicalizzerà, elementi innumeri si schiereranno con noi, in una via immediata, istintiva e senza il menomo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche».

Soggetto: il partito, cioè l’organo rivoluzionario di classe. Ma dove avete mai letto, dai tempi di Carlo Marx in poi, che un determinato giorno un pugno di uomini ha dichiarato terminato per una fase il partito “formale” e, chiusosi in casa ha proclamato l’avvento della fase della “restaurazione teorica” del cosiddetto “partito storico”. Per i prossimi 10 anni “abbiamo da procedere al restauro teorico”, terminato, o portato a buon punto questo lavoro, scenderemo in piazza di nuovo, dichiareremo aperta “l’era del partito formale” e ci daremo ad affrontare, avendo ormai ben saldi nella nostra mente tutti i “sacri principi”, i “problemi pratici”, i problemi “organizzativi”, “sindacali” ecc. Nella fase “storica” possiamo fregarcene di tattica organizzazione, sindacato ecc. Nella fase “formale”, al contrario, è bandito ogni riferimento ai “sacri principi” giudicati “astratti”, per passare alla “costruzione del partito”.

Nella storia del partito proletario e marxista non esiste traccia di simili aberrazioni da intellettuali piccolo borghesi. Nella realtà il soggetto dell’azione è sempre il partito, cioè l’organo di classe, anche quando è ridotto “a me, te e pochi altri” (Marx ad Engels), ed esso tende a svolgere sempre tutte le sue funzioni di organo della rivoluzione proletaria, in termini ed in proporzioni che non sono scelte da questo, ma da “reali rapporti di forza” i quali determinano il perimetro organizzativo del partito, la ampiezza dell’arco di contatto con le grandi masse, la prevalenza perciò dell’aspetto teorico, pratico, organizzativo, militare dell’azione senza che per questo nessuno dei compiti e degli aspetti di essa venga meno.

Il partito è “storico” nella accezione di Marx e di Engels, in quanto l’organizzazione combattente, limitata od estesa che sia, deve poggiare la sua azione in tutti i campi sulla “storia”, cioè sull’esperienza mondiale del proletariato rivoluzionario da un secolo ad oggi: le generazioni dei militanti rivoluzionari si succedono, ma esse devono, mentre conducono la battaglia di classe, con i mezzi stabiliti non da loro ma dai rapporti di forza, poggiare la loro azione organizzata sulla base dell’esperienza delle generazioni passate e trasmettere questa esperienza alle generazioni future che verranno a schierarsi sulla trincea della rivoluzione. Di conseguenza è sempre necessaria l’azione di difesa e di restaurazione della teoria contro ogni deformazione, perché si tratta non di imparare un’idea, ma di mantenere intatta un’arma essenziale del combattimento e di servirsene costantemente per il combattimento trasmettendola integra alle future generazioni proletarie, come è sempre necessaria l’azione sindacale, l’azione di formazione dell’organizzazione ecc. La proporzione reciproca fra questi compiti ugualmente e sempre necessari non la stabilisce il partito, ma la realtà, il terreno reale della lotta.

E, se il partito non diventa mai, nemmeno nei momenti più sfavorevoli, una accolta di studiosi, di illuminati, di coscienti, di apostoli o di eroi, esso non diventa mai, nemmeno nei momenti della suprema battaglia finale quando tutto si gioca nelle strade e nelle armi, un esercito. La soluzione del quesito è semplice: perché rimane, sia in un periodo che nell’altro, il partito.

Ci piace ribadire qui, come formulazioni tipiche del partito marxista, due collimanti definizioni sulla base della centralizzazione assolutamente monolitica e ferrea del partito di classe. Alla domanda: chi detiene nell’organizzazione il potere di comando, agli ordini di chi si deve obbedire come un sol uomo da parte di tutti i militanti comunisti? Lenin rispose: «La massima autorità del partito sarà sempre costituita dai militanti rivoluzionari del mondo intero» (Lettera agli operai americani); e la nostra corrente: «le generazioni dei morti, dei viventi e dei nascituri» (Dialogato con i morti), dai quali i primi e gli ultimi è materialmente impossibile richiedere di opinione e chiamar a votare in qualsiasi congresso, mentre i viventi possono anche farlo dando così proprio il più allarmante segnale di deviazione del partito “formale” (i viventi) da quello “storico” (i morti e i nascituri). Dicemmo anche sempre che nel partito la dittatura appartiene ai principi e che ad essa le basi ed i vertici devono sottostare derivando solo da questa la loro autorità contingente di emanare ordini e di ottenere obbedienza senza discussioni.

Non sembri oziosa questa insistenza sulle caratteristiche che distinguono il partito di classe, né estranea alla questione dell’azione pratica che ci occupa in questa serie di articoli. La realtà infatti dimostra che se si perde la bussola e si fa tanto di mollare il concetto che il partito come organo combattente è sempre il soggetto, soggetto anche dell’azione teorica, si va alla deriva privi di qualsiasi ancoraggio verso sponde apparentemente opposte, ma in realtà convergenti nella negazione della visione marxista.

La prima deviazione, che chiameremo “da partito storico” secondo cui acquisizione della teoria significa riempire il proprio cervello individuale di una serie di nozioni che poi si danno per sapute da ciascuno, genera inevitabilmente la seconda che chiameremo “da partito formale”, secondo la quale il partito, mentre esiste compiuto quanto a sistemazione dottrinale e programmatica, in una data fase, deve essere costruito in un’altra quanto ad “organizzazione ed azione pratica”. Queste due collimanti bestemmie ne generano inevitabilmente un’altra: che il campo naturale della acquisizione teorica sia la scuola “di marxismo” con alla cattedra forti intellettuali che sanno a menadito la “dottrina di classe” e che, viceversa, il campo dell’azione pratica e della costruzione organizzativa sia dominio della “politique d’abord”, dei pratici, degli strateghi, dell’espedientismo tecnico. Passato il biennio di teoria i non bocciati in marxismo dovrebbero frequentare un triennio di “pratica” e solo alla fine di esso si avrebbe la laurea in “partito rivoluzionario”. Questa volgarità, indegna perfino delle scuole borghesi, vegeta tranquillamente oggi in ambienti sedicenti “rivoluzionari”.

«Abbiamo un patrimonio teorico formidabile, nessuno ci batte sul terreno della teoria, ma rischiamo di perdere l’autobus della “costruzione organizzativa”, dell’incidenza “sulla realtà”. Altri, meno di noi dotati, ma più intraprendenti ci batteranno forse sul tempo!». Non è tesi che si sente con frequenza ripetere anche in colonie di individui che sostengono che la loro lingua deriva dal ceppo marxista comune? Risponderemo con una affermazione che ci sembra definitiva: solo l’organismo collettivo che ha saputo poggiare tutta la sua azione sulla esperienza proletaria mondiale di un secolo, è predisposto a divenire il potente e formale organismo di combattimento di domani, proprio perché la base e l’essenza stessa della dottrina marxista è la soluzione della apparente contraddizione fra conoscenza teorica ed azione pratica, contraddizione che si risolve non con la volontà, ma nelle reali vicende della lotta di classe le quali sanciscono con lezioni sanguinose la idoneità a dirigere il proletariato soltanto per quell’organo che avrà saputo organicamente, in ciascun momento della sua esistenza, combinare in sé e contenere le funzioni vitali di teoria, tattica, organizzazione, indirizzo politico, armamento pratico ed avrà saputo dimostrare che esse costituiscono fra di loro un nesso inscindibile, un blocco unico le cui componenti si influenzano a vicenda in modo dialettico ed inestricabile la cui somma è appunto un organismo vivente ed operante: l’organismo partito.

Ritorniamo ab ovo, ad alcune nostre elementari nozioni. Donde il rafforzamento ed il ritorno alla ribalta storica della potente organizzazione di combattimento, del partito “formale”? La nostra risposta è sempre stata chiara: dal ripresentarsi di un ciclo di acutizzazione della lotta proletaria di classe, generato dalle contraddizioni materiali del modo di produzione capitalistico, la cui espressione formidabile sarà il necessario ricostituirsi della rete degli organismi economici di classe adatti alla difesa del pane quotidiano e alimento di forze vive, di energia, di braccia, di cuori che questa lotta dei milioni di proletari sarà capace di apportare a quell’unico organo che avrà saputo mantenere il suo inflessibile indirizzo politico. Abbiamo scritto a chiare lettere sempre: «Il partito non si rafforzerà in modo autonomo se non risorge la rete economico associativa del proletariato». Non si rafforzerà in modo autonomo è affermazione drastica e definitiva che dovrebbe togliere per sempre la voglia a chiunque di andare a cercare la garanzia del rafforzamento del partito su altri lidi e con altri espedienti. I termini della ripresa di classe sono due ed inscindibili: un partito che abbia saputo mantenere inflessibile il suo indirizzo politico in tutti i campi della sua azione per quanto limitata essa possa essere, un proletariato ritornato alla lotta per il pane e per la sopravvivenza fisica ed esprimente di nuovo dal suo seno le sue proprie organizzazioni per la lotta immediata, i suoi propri organismi sindacali di classe. Se il secondo termine dovesse mancare, non mancherà, è inutile cercare espedienti: non si avrà il rafforzamento del primo.