Sono comunque contro gli operai le contese fra le 3 confederazioni
Categorie: CGIL, CISL, Democrazia Cristiana, Italy, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano, UIL
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Le Centrali sindacali stanno litigando tra di loro e, a nome della Federazione unitaria, gli esponenti CISL accusano il PCI di strumentalizzare i sindacati con la sua politica di «disponibilità alle misure di austerità e ai sacrifici» per entrare «nell’area di governo». Accusano anche «(…) la politica sin qui seguita (…) da CGIL, CISL, UIL, che porta alla paralisi del sindacato, alla sua impotenza e subalternità nei confronti dei partiti politici, cui vengono concesse deleghe fiduciarie».
Siamo forse in presenza delle prime mosse di una nuova «scissione» sindacale? Nel 1947 si spezzò l’unica centrale sindacale, la CGIL, legittima erede della Centrale sindacale fascista per via della «resistenza». Ogni partito si creò il suo sindacato. Il PCI e il PSI restarono nella CGIL, la DC fondò la CISL con i quattrini e i consigli americani e governativi, e lo stesso fecero PSDI e PRI in combutta con il PSI, che suonava a doppio. Abbiamo definito questa una scissione di funzioni contro gli interessi economici e di classe del proletariato italiano. La scissione non produceva finalmente il ritorno al sindacato di classe, al sindacato rosso per la lotta anticapitalista, ma rifletteva il bisogno del capitalismo italiano di mantenere una direzione politica dello Stato unica, per lungo tempo, per consentire lo sfruttamento intensivo degli operai, appoggiandosi appunto, da un lato al partito che godeva le simpatie degli USA e della borghesia e dall’altro su una rete sindacale che almeno contrastasse le illusioni rosse del proletariato imprigionato nella carcassa della CGIL superstite. Insomma il fronte unico dei sindacati e dei partiti resistenziali, con cui si era inchiodata la classe operaia alla difesa dello Stato capitalista italiano, in perfetta linea di continuità con il ventennio fascista, non si spezzava per dare origine al ritorno del proletariato italiano sul terreno dell’attacco al potere. I partiti, prima al governo, PCI e PSI, passano democraticamente all’opposizione leale e «costruttiva», e democraticamente manovrano la loro rete sindacale, con lo stesso programma di ricostruzione e di difesa della economia capitalista e dello Stato repubblicano. Il testo che stiamo pubblicando su queste vicende storiche ben dimostra lo svolgimento di queste funzioni. Da allora il ricongiungimento formale delle tre organizzazioni si è andato sviluppando in rapporto diretto al processo di inserimento dei sindacati nella struttura statale, sino ad arrivare in questi ultimi anni a chiare dimostrazioni di tracotanza e demagogia politica, quando – e il ricordo è vivissimo – proprio la CISL, creatura democristiana, per bocca del suo general manager, sosteneva che solo un forte partito operaio avrebbe potuto dirigere le sorti del paese e che questo partito esisteva ed era un vero partito fatto di soli operai, cioè i sindacati che raccoglievano oltre otto milioni di lavoratori, che nessun partito poteva sognarsi di inquadrare. In nessuna di queste fasi, prima e dopo la scissione, durante la riunificazione e dopo, nessun sindacato ha fatto un passo per spostarsi sul terreno anticapitalista né di conseguenza si è trovato a doversi scontrare con lo Stato, cioè con gli interessi delle classi superiori, dei padroni, della borghesia, dei proprietari fondiari. Sotto questo aspetto di classe, che è quello che conta, vista cioè la questione nel solo modo reale, che una rete sindacale si formi o si scomponga, restando legata saldamente alla difesa del regime esistente, essendo la questione principale quella del ritorno degli operai alla difesa effettiva, non effimera, delle loro condizioni materiali assieme allo schieramento contro le classi che li sfruttano dentro e fuori delle fabbriche, è completamente indifferente. Non è indifferente, invece, sotto il profilo tattico della borghesia ed in una certa misura per le indicazioni che il partito deve dare agli operai. Abbiamo esaurientemente dimostrato in tutto il nostro lavoro, con l’autorevole esempio di Lenin, che non esiste un movimento sindacale «autonomo», svincolato cioè da un indirizzo politico, che non si ricolleghi direttamente o indirettamente agli interessi di una classe, espressi da uno o più partiti. O il movimento è influenzato dalla politica borghese o è influenzato dalla politica rivoluzionaria comunista. Non esiste una terza condizione. Il metro per misurare la qualità di questa influenza consiste nella predisposizione che il movimento sindacale o un sindacato ha verso le classi che sfruttano il lavoro salariale, e di conseguenza in quale modo difende le condizioni economiche dei lavoratori. Un sindacato che dichiara di voler difendere il salario operaio, ma si ferma dinanzi alla preoccupazione o alla paura di colpire troppo gli interessi delle aziende e giunge fino al paradosso di consentire «sacrifici» per gli operai quando l’economia delle imprese, la cui somma è esattamente l’economia nazionale, è in difficoltà o in crisi; un sindacato siffatto non si pone dal punto di vista degli interessi immediati della classe operaia, ma da quelli delle classi padronali, perché subordina le condizioni economiche e sociali degli operai alle condizioni del regime economico capitalista esistente. Se l’economia progredisce – è la dottrina dei sindacalisti odierni che ricalca quella liberale e borghese – anche il salario progredisce, se regredisce anche il salario regredisce. Nelle morse di questa mistificazione, l’indicazione politica che viene data ai lavoratori dai loro organi sindacali e politici ufficiali, è, a fil di logica, di sostenere e assecondare gli interessi dell’economia del paese, cioè delle imprese capitaliste, dei padroni, della classe borghese, controllando che non vi siano abusi e che la distribuzione del valore aggiunto dai soli operai alla produzione venga equamente ripartito tra borghesi e proletari. Gli operai sanno per esperienza che la ripartizione del frutto del lavoro non avviene con calcolo matematico, ma con la forza. Se gli operai si fossero astenuti anche dai pochi e deboli scioperi di questi ultimi decenni starebbero ancora più in basso di quanto stanno ora. Se non avessero escogitato, sempre senza e contro il consenso dei bonzi sindacali, mezzi di difesa indiretta, come il frequente ricorso alla cassa malattie e infortuni, il rallentamento dello sforzo lavorativo, ecc., si sarebbero già schiantati da un pezzo. È con questi strumenti di forza, spesso illegali, come la simulazione di infortunio e malattie, il sabotaggio obiettivo della produzione, che gli operai contrastano lo strapotere delle aziende, consistente nella disciplina ferrea sui posti di lavoro, nelle multe, licenziamenti «per mancanze», com’è codificato nei contratti di lavoro, ecc., vale a dire riassunto nel potere politico che permette al padrone di esercitare la sua indiscussa autorità sull’operaio.
Allo stesso modo ha fatto la borghesia. Se non avesse approfittato della svalutazione e della inflazione a suo favore, non avrebbe potuto lucrare gli ingenti guadagni che le sono derivati dall’aumento dei prezzi molto superiore all’aumento nominale dei salari. E questa manovra non le sarebbe riuscita senza poter disporre dell’apparato statale e bancario con cui imporre le sue condizioni. La borghesia non ha trovato in questo alcun ostacolo da parte dei sindacati né da parte dei falsi partiti operai, che, anzi, l’hanno praticamente assecondata nell’unico modo possibile ed efficace, tenendo fermi i lavoratori, impedendo loro di organizzarsi adeguatamente per contrapporsi al potere dei padroni.
Ma oggi non siamo più in presenza ad un sindacato che svolge una politica insufficiente, timorosa, o inopportuna, siamo in presenza invece di un movimento sindacale che ha scelto volontariamente di mettersi al servizio del regime padronale borghese, che dichiara di considerare gli interessi degli operai alla stessa stregua di quelli dei borghesi, delle aziende, della nazione, dello Stato. Per tutte queste ragioni siamo in presenza di sindacati non operai, non riflettenti, cioè, gli esclusivi interessi dei soli salariati, come furono i sindacati fascisti, nazionali, tricolore, patriottici.
Stando così le cose l’eventuale lacerazione del patto federativo delle centrali sindacali non apporterà uno spostamento di classe della politica sindacale. Servirà semmai a creare altri motivi di impedimento per la ripresa di classe, creerà nuovi ostacoli e remore per la resurrezione di una vera organizzazione di classe degli operai. A più forte ragione è reale e valida la nostra indicazione che i lavoratori debbano ribellarsi a questa politica, a queste centrali, alla loro legalità infame imposta a tutta la classe lavoratrice, con l’ausilio determinante dei partiti politici e dello Stato totalitario. È ingenerosa da parte della CISL l’accusa al PCI di strumentalizzare i sindacati, perché se oggi le quotazioni CISL sono più alte di venti anni fa ciò è dovuto all’appoggio incondizionato dei PCI e PSI alla unificazione federativa che ha consentito alla minoritaria CISL e alla ancor più minoritaria UIL di essere presente in sindacati, categorie, aziende in cui non ha mai avuto rappresentanti autorevoli. Sia la Confindustria che i partiti e i governi sanno di rafforzare il regime con un’unica centrale sindacale sottoposta com’è oggi allo Stato e agli interessi del regime economico, obiettivo per cui lavora da decenni sia la CGIL che il PCI, senza nasconderlo, in quel «quadro pluralistico», in cui ogni componente dovrebbe avere la funzione demagogica di mantenere l’equilibrio tra le varie classi e strati sociali, come d’altronde tentò di fare il fascismo nero, con la differenza di rendere esplicito anche nelle parole il programma di «collaborazione tra capitale e lavoro». Ma al solito il capitalismo, quale che sia la camicia che indossa, non può mai riuscire a creare un equilibrio sociale perenne, perché è sottoposto di continuo a rivolgimenti sia economici che politici, come il carattere caotico ed anarchico della produzione e della distribuzione, del sistema bancario, ecc., sottoposti a pressioni ciclopiche dalla concentrazione e centralizzazione dei mezzi di produzione e di scambio, e come le guerre regionali, locali e universali, che mettono sottosopra gli equilibri sociali preesistenti e premono sui rapporti tra le classi, in maniera sempre più aspra.
La politica sindacale e opportunista trasmette questa illusione corporativa della borghesia nel proletariato sotto la forma suggestiva di una organizzazione unica dei lavoratori, che è aspirazione dei proletari e condizione favorevole per l’azione comunista rivoluzionaria, ma che in queste condizioni di totale inserimento dei sindacati nella politica statale, è ostacolo gigantesco da rimuovere per ottenere la vera «unità proletaria» delle organizzazioni dei lavoratori, che può fondarsi soltanto sul ritorno degli operai a lottare senza esclusione di colpi e di mezzi soltanto per la difesa del lavoro, del pane, del salario, della vita, ignorando gli interessi di nazione, patria, democrazia, Stato borghese.