Partito Comunista Internazionale

Il PCF abbandona i lavoratori ai piani anticrisi del capitale

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Anche la Francia si accinge a varare il suo piano d’emergenza e si affianca all’Italia e all’Inghilterra nella classifica dei paesi più colpiti dalla crisi economica mondiale. L’ingresso dell’Inghilterra nel campo della crisi è significativo sia da un punto di vista emblematico, di ex potenza mondiale, sia da un punto di vista sociale, sostenendosi su un regime ai margini della manovra, fortemente centralizzato e senza possibilità di ricambio della veste politica per continuare nella sua funzione mistificatrice. Quello della Francia assume un significato importante sia per il fatto che il tanto decantato regime presidenziale, che avrebbe dovuto essere il toccasana per la soluzione dei problemi del capitalismo francese, mostra la corda, sia perché, dall’accoglienza fatta dalla borghesia grande e piccola al «Piano Barre», questo regime, sostanzialmente sostenuto dai sindacati e dai partiti di opposizione, non cela il proposito di colpire i salari a beneficio e dei contadini e delle classi che ostentano i «segni esteriori della ricchezza», come si esprime eufemisticamente il primo ministro francese Barre per indicare le classi superiori privilegiate.

I tre centri della crisi in atto, Inghilterra, Italia e Francia, se raffrontati con le condizioni di USA, Germania Federale e Giappone le cui economie sono di nuovo in espansione, come lo attesta l’irrobustimento delle rispettive valute nazionali, dollaro, marco e yen, sul mercato mondiale rispetto alle altre divise straniere, non fanno pensare ad un rallentamento della crisi né ad una sua limitazione geografica ai paesi più deboli, per cui, fino ad oggi le recessioni economiche locali e limitate si sono compensate con lo sviluppo in altre regioni. L’attuale andamento dell’economia mondiale sta mettendo in evidenza i punti cruciali del mercato mondiale che non sono costituiti soltanto dalla decelerazione produttiva ma anche dalla forte accelerazione dei paesi più potenti. Infatti, se la crisi economica del regime capitalistico ha le sue radici nelle strutture economiche stesse, nel modo di produzione attuale, i centri capitalistici più forti sono i veri acceleratori delle tensioni economiche, perché la loro potenza economica le innalza all’ennesima potenza, comprimendo, giocoforza, i punti più deboli, pur studiando di ricercare ogni possibile equilibrio che, in alcuni casi e frangenti, comporta volontari «sacrifici» per i più forti. Il rapporto tra i paesi industrializzati non è lo stesso che tra questi e i paesi sottosviluppati. Il divario tra i primi e i secondi si dilata di anno in anno sino a divenire incolmabile ormai. Lo stesso divario si sta allargando anche tra i paesi industrializzati più deboli e quelli più forti. La crisi che alla partenza ha colpito tutti, grandi e piccoli, ora si concentra sui meno forti. Gli scambi per l’80% dei paesi industrializzati si verificano tra di loro. Un indebolimento delle economie di un gruppo di paesi non solo rallenta gli scambi in generale ma produce una serie di effetti a catena che alla fine rimbalzano, con rinnovata energia esplosiva, sui più forti.

In questa dislocazione delle forze economiche, i provvedimenti di emergenza dei rispettivi governi dei paesi in crisi sono della stessa natura solo eccezionalmente per l’Italia è consentita temporaneamente una limitazione delle importazioni, che è una anomalia degli scambi. L’identità consiste nel colpire i salari sia direttamente, gravandoli di riduzioni per nuovi interventi fiscali, sia indirettamente con la limitazione degli aumenti salariali ad una percentuale prestabilita ben inferiore all’aumento reale dei prezzi. Perché, stante la collusione dei sindacati e dei partiti falsi operai con i governi borghesi, la limitazione degli aumenti salariali è possibile e viene puntualmente realizzata, quella della «lotta all’inflazione» non è nelle mani dei governi ma delle aziende, cioè dell’anarchia economica capitalistica che ubbidisce solo alle leggi del sistema produttivo. In Francia, mentre l’imposta IVA resta al 7% per i generi di prima necessità, è ridotta dal 20% al 17,5% per gran numero di merci, favorendo così le classi mediane e per non compromettere ulteriormente la ripresa produttiva. Le tasse aumenteranno del 4% e dell’8 per cento rispettivamente per le società e i contribuenti tassati tra i 4.500 e i 20.000 franchi l’anno, cioè tra 750.000 e 3.400.000 lire, con la possibilità per coloro che rientrano in queste fasce fiscali di sottoscrivere un prestito nazionale al 6,5% rimborsabile entro cinque anni. Se non è proprio un premio non è nemmeno una «stangata». Intanto i contributi assicurativi sociali sia a carico delle aziende che degli operai aumenteranno di un punto; quindi i salari si ridurranno ancora. Aumenterà anche il bollo delle auto, benzina. Infine la stampa borghese riferisce che «Cresceranno anche, ma in misura simbolica, le tasse relative ai “segni esteriori della ricchezza”, e cioè per chi possiede panfili, aerei da diporto cavalli da corsa, ecc.». Alla faccia…! Il governo francese sostiene che gran parte del ricavato dei provvedimenti andrà a compensare le «perdite delle aziende agricole colpite dalla siccità e a ridurre il deficit della previdenza sociale».

Per misurare al meglio l’effetto che ha prodotto la sortita di Barre, basta segnalare che «la borsa di Parigi ha dato segni di ripresa, e sui mercati valutari il franco ha guadagnato una parte del terreno perduto». Al solito hanno recalcitrato sindacati e opposizioni di sinistra nel modo consueto, a chiacchiere.

In Italia lo stile è diverso, ma la sostanza è la stessa. Non c’è bisogno, almeno per ora, che il governo sancisca, come in Gran Bretagna e in Francia, nonché in Germania e USA, i limiti precisi ai salari. In Italia il «senso di responsabilità» delle bonzerie e quello dei partitacci è tale che di loro spontanea volontà ed iniziativa limitano gli aumenti, che, come si sa, sono stati previsti di 25.000 lire al mese per tutte le categorie.

Ma non finisce qui la storia. Continuerà e presto.