Partito Comunista Internazionale

Solo la loro dittatura proletaria darà la parità sociale ai negri del Sud Africa

Categorie: Apartheid, South Africa, Stalinism

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A meno di un mese dal possente sciopero che aveva visto i proletari neri manifestare la propria rabbia nelle strade delle città sudafricane, un secondo sciopero di tre giorni ha bloccato fabbriche e servizi con tassi di astensione che hanno toccato l’80-90 per cento. Si sono ripetuti gli scontri con la polizia e con l’esercito, mentre a Roiyantiis, una cittadina ad una ventina di chilometri da Johannesburg, si è tentato di stroncare ancora una volta le lotte trasferendo forzatamente 45 mila africani nelle riserve tribali, il che equivale ad una condanna a morte in territori paludosi, privi di pascoli, privi di alloggi e di qualsiasi tipo di assistenza.

Vorster ha così ricevuto il «benvenuto» di ritorno dai colloqui che aveva avuto con il gangster Kissinger e la sua banda, colloqui nei quali si era parlato naturalmente non di ipotetici «diritti della maggioranza nera» come i traditori social-comunisti tentano di far credere dalle colonne dei propri fogliacci, bensì dell’opportunità di cooptare al governo dello Stato anche alcuni rappresentanti dell’esigua piccola borghesia nera, iniettando in tal modo quel minimo di droga democratica in virtù della quale i proletari si possano sentire finalmente «rappresentati» ai vertici dello Stato. Ed è qui il nodo centrale della questione sudafricana, della politica di apartheid del governo di Pretoria. È intorno a questo che i traditori dei partiti che falsamente si richiamano al comunismo intessono la loro rete democratoide. Il problema, passato al setaccio opportunista, perde la sua caratteristica di classe, di scontro tra proletariato e borghesia, per divenire pura questione razziale, irredentismo nazionale o ancora «problematica» della «democratizzazione», ove la alchimistica risoluzione è l’annosa e putrescente conta delle teste.

Tutto questo per un paese a moderna, anzi putrescente, conduzione capitalistica, paese ove il problema della indipendenza nazionale è già stato risolto dalla borghesia fin dal primo dopoguerra, con il formale distaccamento dalla Gran Bretagna. Se il problema era dunque reale quando ottentotti e bantù combattevano i coloni boeri o tedeschi, esso diviene pura demagogia democratoide ed antirivoluzionaria oggi quando i bianchi non sono più i colonizzatori, ma moderni capitalisti, ed i neri non sono più tribù che si battono per difendere una economia primitiva e di carattere precapitalistico, ma moderni proletari che veramente niente hanno da perdere se non le loro catene e tutto hanno da conquistare. Dunque l’apartheid non è dovuta a «pregiudizi razziali» come borghesi ed opportunisti tentano di far credere all’ombra dei loro congressi cristiani pro-Africa, bensì è determinata da motivi esclusivamente economici. Non si tratta quindi di schiavismo perpetrato da foschi tradizionalisti, bensì di sfruttamento di forza lavoro da parte di modernissime compagnie a capitale internazionale.

La politica di segregazione razziale ha le sue radici nelle imprese minerarie e nelle grandi piantagioni: il padronato sudafricano, specialmente nel settore estrattivo, mantiene basso il suo investimento in capitale costante, macchine ed attrezzature, facendo leva sul capitale variabile, la forza lavoro, ottenendo così la possibilità di spostare agilmente i profitti in altri settori più remunerativi quando, ad esempio, il prezzo del minerale cala o lo sfruttamento di una miniera non è più redditizio. Mezzi tecnici ridotti al minimo e massiccio sfruttamento di mano d’opera con salari al di sotto del minimo vitale e senza «superflue» spese per infortuni, malattie professionali ecc. (va precisato che il salario medio di un operaio nero è 15 volte inferiore a quello di un bianco). I borghesi non hanno nessun interesse ad usare macchine il cui prezzo è elevato e che debbono essere ammortizzate, macchine che richiedono manutenzione e personale specializzato, quando hanno a disposizione milioni di operai neri che non costano quasi nulla e che possono essere costantemente rimpiazzati in caso di incidenti con altra mano d’opera; per non considerare che gli ostacoli naturali che l’estrazione di minerale incontra nel Sud Africa, quali la profondità dei pozzi, la strettezza dei giacimenti stessi, il calore eccessivo, la polvere e le infiltrazioni d’acqua, mal si conciliano con l’uso «intensivo» delle macchine; tali ostacoli renderebbero infruttuoso tale settore se non si operasse appunto il bestiale sfruttamento dei «colored», che ora per ora rischiano la vita per aumentare il profitto capitalistico. Questa è la realtà: attraverso il lavoro non pagato di milioni di uomini, il Sud Africa ha potuto ottenere masse di plusvalore enormi, che gli hanno permesso negli ultimi 25 anni una industrializzazione forsennata. Sono i profitti ottenuti dall’estrazione dell’oro, dei diamanti, del ferro, del carbone, dell’uranio che hanno creato le metropoli ed i centri industriali di Johannesburg, di Pretoria o di Soweto e che dialetticamente vi hanno altresì creato le bidonvilles intorno, i passaporti interni, il filo spinato intorno alle riserve.

Per altro l’apartheid è concezione moderna e si affaccia alla storia dello Stato sudafricano soltanto intorno al 1900, grazie al «democraticissimo» partito laburista, che in nome della difesa degli operai bianchi e dei loro salari, varò il «Natives Land Act» con il quale si divideva il paese in zone riservate alla popolazione di colore (territori semidesertici, aridi, senza strade, ecc.) e si stabiliva che la permanenza dei negri fuori dalle riserve fosse possibile soltanto in forza di un rapporto di lavoro che legasse l’operaio al padrone bianco. Nel secolo precedente, infatti, quando ancora dovevano essere scoperti i giacimenti auriferi, le condizioni della popolazione indigena pur mantenendosi a livelli molto bassi venivano parzialmente tutelate, come dimostra l’ordinanza del generale Burke che stilata intorno al 1810 aboliva il parziale obbligo di residenza imposto dai Boeri ai neri che prestavano servizio presso i coloni, e concedeva agli ottentotti il diritto di possedere terre; ciò pur non riconoscendo la piena uguaglianza giuridica concedeva agli Africani la possibilità di non essere completamente alla mercé dei colonizzatori bianchi e di poter vivere in molti casi in condizioni migliori di quelle in cui non siano costretti oggi gli abitanti delle moderne bidonvilles.

Dunque il rincrudimento dell’apartheid è legato alla potenza industriale sempre crescente, al sempre maggior bisogno per la classe capitalistica sudafricana di evitare il pagamento di «costi sociali» troppo onerosi che ridurrebbero i profitti e renderebbero meno concorrenziali i prodotti nazionali nell’arena internazionale, in un momento in cui l’oro non «tiene» più come un tempo ed in cui lo spettro della crisi mondiale si fa ogni giorno più reale ed inevitabile. In questa situazione di netta contrapposizione lo Stato sudafricano è costretto a mantenere in piedi un gigantesco apparato repressivo: dal 1960 al 1966 le spese militari si sono quintuplicate ed oggi enormemente di più.

Tutto questo impianto militare, guardiano feroce dello status quo, pur schiacciando senza mezzi termini il proletariato ha oggettivamente alimentato la rivolta operaia inasprendo le contraddizioni capitalistiche ed alimentando lo scontro di classe, questo per ribadire contro gli odierni spandi-lacrime opportunisti – extra o no -, che è molto più pericoloso ai fini dell’emancipazione proletaria il democratismo che non la camicia nera o bruna, come dimostrano Spagna, Argentina ecc… Ciò ben sapendo i «falchi» e le «volpi» d’oltre oceano hanno tentato – come già accennavamo in un nostro precedente articolo – di spingere Vorster e compari alla formazione, magari artificiosa attraverso l’intellettualismo studentesco, di una piccola borghesia autoctona o, alla disperata dinanzi all’incalzare della lotta proletaria, visto fallito il progetto «a tempi lunghi», di far leva su quegli operai neri meglio pagati giocando l’arma razziale per dividere il movimento. Il tentativo era quello di creare il mito di una aristocrazia operaia nera, mito che celasse la reale aristocrazia del lavoro sudafricana che è esclusivamente composta da bianchi: impiegati e salariati di lusso. È in questa prospettiva che si sono mobilitati gli zulù e si sono apertamente comprati i capi nazionalisti. In realtà non esiste e non può esistere una aristocrazia «nera», bensì esistono due settori della classe operaia (e su questo lo Stato può giocare): la bassa forza delle miniere e delle piantagioni da una parte, composta da milioni di proletari, una manodopera con un livello minimo superiore nell’industria manifatturiera dall’altra. È questo secondo settore che si tende a contrapporre alla maggioranza dei salariati, magari scegliendo proprio tra i figli di questi lavoratori, gli «studenti» dell’oggi, la manodopera specializzata del domani.

Quindi nell’area geo-politica del Sud Africa chi porta avanti rivendicazioni di carattere democratico e nazionale è nemico della classe operaia ed opera per il mantenimento della situazione attuale; in tal senso fortemente deleterio sarebbe il ruolo che potrebbe giocare un partito piccolo borghese alimentato da intellettuali e studenti e da quei movimenti «radicali» bianchi che oggi in Sud Africa sorgono come funghi velenosi, come d’altro canto giocano un ruolo antiproletario tutte le posizioni che assumono i vari partiti pseudo-comunisti della marcia Europa frignanti creature della controrivoluzione staliniana.

La rivoluzione in Sud Africa non può essere democratica dicevamo, ma solo ed unicamente comunista, una sola può essere la parola d’ordine da lanciare: tutto il potere al proletariato! Univoca e non doppia la rivoluzione, come unica e sola è la classe operaia che tale rivoluzione deve condurre, classe il cui compito è quello di percorrere il cammino che la dovrà portare al ricongiungimento col suo partito. Non si tratta più di elaborare ruffiane teorie terzomondiste o di blaterare a destra ed a manca che la questione è esclusivamente sociale, essa ha assunto inequivocabilmente il carattere politico di lotta per il potere da quando la storia ha in questa area definitivamente ed una volta per tutte tracciato il solco che divide soltanto sfruttatori e sfruttati, borghesia e proletariato.