L’ «equo canone», misero mito piccolo-borghese
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Si fa un gran parlare in questi giorni di «equo canone», un canone di locazione che sia cioè equo per due classici nemici, il locatore e l’affittuario, che da una parte dia il giusto reddito a chi ha investito in un immobile e dall’altra salvaguardi il consumatore da tutte le artificiali deformazioni del mercato. La demagogia ha avuto via libera: combattere gli sprechi, le iniquità, le rendite parassitarie (per questi buffoni evidentemente ne esistono di non parassitarie!), che la giustizia finalmente trionfi! tuonano ai venti agitatori e demagoghi abituati da una pratica decennale a fregare i lavoratori.
C’è stata una vera e propria inflazione di proposte e di disegni di legge, si contano quelle del CNEL, del PCI, della DC, del PSI, dei Sindacati e del SUNIA, della Confedilizia e dei Piccoli Proprietari, che hanno tutti anticipato il testo governativo che dovrebbe venire presentato a fine settembre alle Camere. Senza attendere oltre possiamo stilare queste brevi note per mostrare come il marxismo ha sempre posto la questione sia delle abitazioni che dei fitti riservandoci con il prosieguo del lavoro di analizzare i vari metodi di determinazione dell’«equo canone» per mostrare quali interessi economici intendono salvaguardare, e qui possiamo anticipare che nessuno ha a cuore gli interessi della classe lavoratrice.
Marx ed Engels hanno più volte trattato nelle loro opere della questione delle abitazioni, un male che non grava esclusivamente sulla classe operaia, e proprio per questo suo carattere, perché è una sofferenza in comune ad altre classi, in special modo la piccola-borghesia, costituisce uno dei campi preferiti dell’attenzione e delle premure del socialismo piccolo borghese e reazionario.
La conclusione del marxismo è che il capitalismo non può risolvere nessuna questione sociale e che tutte le soluzioni che vengono prospettate dalla borghesia e dall’opportunismo tendono e mirano a ritardare l’unica e vera soluzione storica, l’abbattimento violento del potere statale esistente e l’instaurazione della dittatura del proletariato.
Prima distruggere, prima abbattere tutte le strutture di questa marcia società, senza lasciare una pietra su un’altra e poi, solo poi, procedere a reali e irreversibili riforme sociali ed economiche.
Nota Engels in chiusura del suo opuscolo sulla «questione delle abitazioni» che: «nulla è così poco pratico quanto le “soluzioni pratiche” foggiate anticipatamente e applicabili a tutti i casi, e che il socialismo pratico consiste piuttosto nella esatta cognizione del modo capitalistico di produzione secondo i suoi differenti aspetti» e che siccome i comunisti non hanno da formulare nessun sistema utopistico per la società futura, l’unica cosa «pratica» che propongono è la conquista del potere politico da parte del proletariato.
Oggi di fronte ai vani tentativi di riforme questa via di rivoluzione è luminosamente confermata!
L’equo canone in poche parole non è altro che l’instaurazione di un mercato dei fitti controllato, corretto dall’istituzione di limiti massimi, limiti che a seconda le varie proposte vengono determinati attraverso la rendita catastale dell’immobile, o il suo costo di produzione, o il suo valore fiscale, o componendo questi tre fattori. Si tratta né più né meno di un calmiere, un po’ più complicato dei normali perché in questo caso ogni merce (la casa) è diversa dalle altre per cui bisogna tener conto di molteplici fattori: dalla vetustà dell’immobile alla superficie ecc. ecc.
Il calmiere è sempre stato imposto dallo Stato e ha interessato in ogni svolta storica la distribuzione dei mezzi di sussistenza; quasi tutti i regimi a partire da quello schiavista lo hanno applicato in determinate circostanze per svincolare la determinazione dei prezzi dal gioco della domanda e dell’offerta.
I calmieri sui generi di prima necessità sono sempre regolarmente falliti e tutte le volte che uno Stato calmierava subito, meccanicamente, nasceva la borsa nera, le merci calmierate sparivano e riapparivano a prezzi altissimi al mercato nero.
Il calmiere può invece funzionare nel caso dell’affitto, basta infatti che lo Stato non mandi gli sbirri a buttar fuori di casa l’affittuario che ha respinto l’aumento richiesto dal padrone di casa; questo è un leone senza denti un povero cristo rimasto ancorato al vecchio schema della domanda e dell’offerta e che ancora non si è reso conto che deve affittare la sua merce al giusto costo di produzione, che deve ambire al giusto reddito e non a un centesimo di più.
Il fascismo, insuperabile maestro per le mezze figure del democraticume, durante la guerra fece di più: bloccò i fitti cercando di far passare questa misura come il non plus ultra dei provvedimenti pro-lavoratori; i fiumi di demagogia si sprecavano! Risultato inevitabile di un simile provvedimento è: il patrimonio edilizio si degrada velocemente infatti il padrone di casa non trova conveniente manutenere lo stabile a pigione bloccata, spendere soldi che mai gli tornerebbero in tasca, preferisce far degradare l’immobile, abbatterlo e costruirne un altro al suo posto per affittarlo ad un fitto altissimo per premunirsi degli eventuali blocchi futuri.
Ed eccoci, di anno in anno, di proroga del blocco in proroga, all’anno di grazia 1976: si vuole rilanciare l’edilizia, mettere ordine nella giungla dei fitti, e gli opportunisti del partitone staliniano spingono le organizzazioni sindacali operaie a farsi carico della lotta per l’equo canone, un problema, si dice, di capitale importanza per l’intera classe operaia.
Ma cosa c’è di vero in queste chiacchiere? Non c’è assolutamente niente, è tutto falso e gli interessi della classe lavoratrice vanno da tutt’altra parte volgendo le terga a questi cialtroni.
Così come non lo era il blocco nemmeno l’equo canone è una conquista operaia.
Definizione di salario: «I costi di produzione del semplice lavoro ammontano ai costi di esistenza e di riproduzione dell’operaio. Il prezzo di questi costi di esistenza e di riproduzione costituisce il salario. Il salario così determinato si chiama salario minimo. Il salario dell’intera classe operaia, entro i limiti delle sue oscillazioni, è uguale a questo minimo». Il prezzo dei mezzi di esistenza e di riproduzione comprende il prezzo dell’alloggio, del vestiario, dei generi di prima necessità ed altri prodotti. Inevitabilmente il salario si alza e si abbassa a seconda che si innalzino o si abbassino questi prezzi, la stessa misura riformista della scala mobile lo dimostra.
Ritorniamo all’opuscolo di Engels; proprio all’inizio viene spiegato che la questione delle abitazioni «è uno dei numerosi minori e secondari inconvenienti che scaturiscono dall’odierno sistema capitalistico della produzione», pietra angolare del quale è l’estorsione di plus-valore alla classe lavoratrice, plus-valore che «viene ripartito complessivamente tra la classe dei capitalisti e dei proprietari dei fondi, unitamente ai loro servi, dal papa e dall’imperatore sino alle guardie notturne e via via. In qual modo questa ripartizione di plus-valore, prodotto dalla classe degli operai e carpito loro senza pagamento, fra le classi non lavoratrici si svolge tra litigi assai edificanti e reciproci inganni. In quanto questa ripartizione procede sulla via della compera e della vendita, una delle sue leve principali è il turlupinamento del compratore da parte del venditore, e questo nel commercio in piccolo, specialmente nelle grandi città, è ormai divenuto una completa necessità per il venditore. Ma quando il lavoratore viene ingannato nel prezzo e nella qualità della merce dal suo bottegaio o dal fornaio (o viene preso per il collo dal padrone di casa che gli appiccica un iperbolico affitto, aggiungiamo noi), ciò non gli accade nella sua speciale qualità di lavoratore. Al contrario non appena una certa media di turlupinature diventa in qualche luogo regola sociale, deve trovare alla lunga il suo compenso in un corrispondente rialzo della mercede».
Pertanto far lottare la classe operaia per un blocco o una regolamentazione dei fitti è ingannarla sbandierando degli obbiettivi che niente cambiano nel suo rapporto di sfruttamento odierno.
Cosa si ha infatti se i fitti vengono bloccati? Si ha per contraccolpo una riduzione dei salari reali, riduzione che in genere si verifica prima dei provvedimenti governativi in modo indiretto: la inflazione ha alzato i prezzi degli altri generi di prima necessità. Guadagno dell’operaio zero.
E se invece i fitti aumentano secondo il valore della determinata merce-casa, del tutto indipendentemente dalle rendite parassitarie e le speculazioni tanto esecrate dal PCI? Possiamo allargare l’esempio per rendere più comprensibili i termini della questione: e se tutti i generi di sussistenza venissero venduti al loro giusto valore la sorte dei proletari migliorerebbe?
La sorte dei proletari non cambierebbe di una virgola perché il loro schiacciamento deriva proprio dal fatto che in regime capitalistico si hanno tutti scambi fra equivalenti, pure la forza-lavoro è comprata al suo valore e l’inghippo è che il capitalista ne ricava molto di più del valore stesso facendo lavorare gli operai per un tempo molto più lungo di quello necessario per la riproduzione del prezzo pagato per lo sfruttamento della forza-lavoro.
Pertanto, a quale strato sociale interessa che gli affitti siano bloccati o siano equamente determinati? Allo stesso strato sociale che strilla come una gallina di fronte alla questione del credito, delle imposte, del debito pubblico: la piccola borghesia bottegaia, questa mezzana costantemente minacciata dalla concentrazione capitalistica di precipitare, perdendo tutte le illusioni e le sostanze accumulate in decenni di piccole e schifosissime ruberie, nell’odiato proletariato nullatenente.
La piccola borghesia è direttamente interessata alla questione dei fitti; certo perché nella sua lotta contro il grande capitale per rimanere attaccata alla sua condizione sociale ha bisogno il più possibile di una base stabile e a buon mercato, tant’è che se potesse eliminerebbe tutto, interessi, debiti, fitti, imposte. Questa base stabile e sicura le è vitale proprio perché le consente di riversare, con gli interessi, sul proletariato tutti gli attacchi che le vengono portati dalla grande industria, dal grande capitale: questo aumenta i prezzi delle sue merci, la piccola borghesia vi risponde a sua volta con un aumento, il proletariato paga, e così via. È un processo inevitabile, perché mentre il proletario non può dilatare il suo salario che dopo dure lotte la piccola-borghesia può dilatare i suoi proventi secondo le sue esigenze economiche, una volta conquistata una base stabile di partenza.
Quindi per concludere qualsiasi provvedimento di blocco e di «equità» lascia in piedi il rapporto di sfruttamento della forza lavoro e lo schiacciamento sociale del proletariato non viene minimamente scalfito ed alleviato.
Questo non significa che il proletariato non debba reagire all’incrudimento dello schiacciamento economico e sociale del Capitale, significa che la difesa della classe operaia è un anello inscindibile dalla sua preparazione rivoluzionaria.
Lotta contro il caro vita! ci rientra un po’ tutto, dai fitti al vitto, la produzione della nostra società è sufficiente per procurare il vitto a tutti i suoi membri, così come il patrimonio edilizio odierno è più che sufficiente per assicurare a tutti un alloggio decente; ad impedire questo c’è lo Stato di classe che difende i rapporti di produzione capitalistici, ecco perché occorre legare l’azione contingente alla lotta finale, mobilitare le masse in una lotta serrata sul duplice fronte anticapitalistico e antiopportunista.
È l’indirizzo del Manifesto del 1848 quando, trattando delle coalizioni operaie, stila che l’importante non è tanto il successo immediato, in definitiva effimero, ma l’unione sempre più estesa degli operai in un fronte di battaglia contro gli ordinamenti esistenti.
Stroncare i sindacati attuali e sostituirli con veri sindacati operai che, abbandonate le lotte articolate per le riforme e la salvaguardia dell’economia nazionale, abbraccino nei fatti i metodi dei comunisti e facciano leva su ogni rivendicazione contingente per la preparazione e lo svolgimento della lotta rivoluzionaria politica, ecco la strada che il movimento rivoluzionario futuro dovrà percorrere.