Partito Comunista Internazionale

Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.14

Categorie: Opportunism, Party Doctrine, Party Theses

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Prima di «(…) concludere che il bilancio della tattica troppo elastica e troppo manovrata è risultato non solo negativo, ma disastrosamente fallimentare» (da Natura, funzione e tattica – 1945), a proposito della «flessibilità» vantata per leninista e sommamente rivoluzionaria è opportuno riflettere che, alla fine, i «flessibili» propugnatori cadono tutti nel, vituperato anche da loro, opportunismo socialdemocratico di stampo «il fine è nulla, il movimento è tutto». Non ci riferiamo tanto ai sottoprodotti odierni dell’estremismo anarco-sindacalista, né a quelli del non marxista ordinovismo, quanto alle posizioni che orecchiano questi motivi, saccheggiate da tutto il movimento opportunista anche quello di «destra». Tutta la politica opportunista si riconduce al contingente, al momentaneo, all’immediato, quale che sia il belletto ideologico che la copre.

In sostanza la «caratteristica della tattica opportunista» è data dal sacrificio della «garanzia prima ed insostituibile della vittoria totale e finale (la capacità rivoluzionaria del partito di classe) all’azione contingente che avrebbe dovuto assicurare vantaggi momentanei e parziali al proletariato (l’aumento dell’influenza del partito sulle masse, ed una maggiore compattezza del proletariato nella lotta per il miglioramento graduale delle sue condizioni materiali e per il mantenimento di eventuali conquiste raggiunte)».

Da sempre l’argomentazione, contro la tattica della Sinistra, considera vacua ed astratta la preparazione rivoluzionaria, ed invece solida e definitiva «l’opera di ogni giorno» per «conquiste» nel campo economico, sindacale, sociale, politico, culturale, ecc. La preparazione rivoluzionaria non è l’inerte attesa dell’atto finale, cui l’opportunismo contrappone l’operosa e fervida iniziativa «volontaristica e pragmatistica» per la «costruzione» quotidiana di pezzi di «socialismo» nel flaccido corpo della società capitalistica, ma azione pratica incessante in ogni campo per l’indirizzamento del proletariato verso la soluzione armata del conflitto sociale.

Il partito prima di intraprendere una data azione si deve chiedere «nel guadagnare una eventuale maggiore influenza del partito sulle masse, non si sarà compromesso il carattere del partito e la sua capacità di guidare queste masse allo scopo finale?» (ivi)

AZIONE TATTICA «INDIRETTA» DEL PARTITO COMUNISTA

Il punto 30 che apre la VI parte delle «Tesi di Roma», sottolinea precisamente l’importanza di questo interrogativo. Intanto la V parte si chiude con un periodo epigrammatico: «È dunque una necessità di pratica e di organizzazione e non il desiderio di teorizzare e schematizzare la complessità dei movimenti che il partito potrà essere chiamato ad intraprendere, che conduce a stabilire i termini e i limiti della tattica del partito, ed è per queste ragioni affatto concrete che esso deve prendere delle decisioni che sembrano restringere le sue possibilità di azione, ma che sole danno la garanzia della organica unità della sua opera nella lotta proletaria». Tema di fondo, questo sul quale abbiamo più volte battuto nel corso di questo lavoro, con particolare insistenza. Il partito, in assenza di forze sue proprie per «l’assalto al potere borghese» e «può e deve» influenzare gli «avvenimenti» premendo su «partiti e movimenti politici e sociali, «tendendo a determinare sviluppi della situazione in senso favorevole alle proprie finalità ed in modo da affrettare il momento in cui sarà possibile l’azione risolutiva rivoluzionaria. «Le iniziative e gli atteggiamenti», ricorda insistentemente il testo, per ottenere l’influenzamento sulle situazioni favorevoli al partito «non devono in alcun modo essere e apparire in contraddizione colle esigenze ulteriori della lotta specifica del partito a seconda del programma di cui esso è il solo assertore e per il quale nel momento decisivo il proletariato dovrà lottare». Tutti i passi che il partito compie nell’azione pratica devono coerentemente svolgersi verso la vittoria finale. Ogni atteggiamento pratico deve essere coerente al programma, deve «porre in evidenza la necessità che il proletariato abbracci il programma e i metodi comunisti, non deve dare l’impressione che un caposaldo contingente sia fine a se stesso, ma un presupposto per «procedere oltre». Questo risultato pratico si consegue con mezzi pratici, nel senso che le masse, nel corso dell’azione, intuiscono che il soffermarsi sul caposaldo conquistato nasconde il pericolo di retrocedere se non addirittura di rimanere sconfitti, per cui si predispongono psicologicamente ad avanzare verso un successivo caposaldo, sempre alla condizione che il partito non abbia mai cessato di sollecitare l’avanzata o addirittura non abbia dato l’impressione che l’azione complessiva è terminata. Nel quale caso si assisterebbe «ad un indebolimento della struttura del partito e della sua influenza sulla preparazione rivoluzionaria delle masse». Lo stesso risultato si otterrebbe nel caso in cui le masse non intendessero «procedere oltre» ed il partito si piegasse alla loro volontà, anziché stigmatizzare l’estrema pericolosità dell’apparente conquista contingente. Lo svolgimento tattico non è un continuum temporale, ma sostanziale e dialettico, di punti che segnano il percorso verso la vittoria; vale a dire che o per la più forte influenza dei fattori oggettivi o per l’immaturità contingente delle masse, l’esecuzione del piano tattico può subire una battuta d’arresto, la cui ripresa è subordinata anche dal fatto che il partito non si faccia coinvolgere da questi elementi negativi. Si deve rilevare il richiamo, pressoché persistente in tutto il testo delle «Tesi», ai riflessi negativi sul partito della tattica sbagliata o non corretta, perché dobbiamo ancora una volta ricordare che una delle deviazioni che si stava facendo strada nel partito e nell’IC era che nel campo dell’indirizzo pratico si potesse essere liberi di decidere, che cioè la tattica fosse in qualche modo svincolata dai principi e dal programma.

I successivi punti mettono a fuoco il nodo della tattica costituito dalla questione, spinosa e delicata, delle «alleanze», per la migliore utilizzazione delle situazioni. Il nodo sussiste ancor oggi e sussisterà sinché non arriderà al proletariato la vittoria finale.

«DESTRA» E «SINISTRA»

È un dilemma che sconvolge non solo le menti dei politicanti odierni, ma anche quelli di cinquant’anni fa. L’avvento del fascismo, la sconfitta terribile della classe operaia mondiale culminata nel disastro sociale della seconda guerra imperialistica, hanno sciolto per sempre questo dilemma nella constatazione «che oggi i postulati economici, sociali e politici del liberalismo e della democrazia sono antistorici, illusori e reazionari e che il mondo è alla svolta per cui nei grandi paesi l’organamento liberale scompare e cede il posto al più moderno sistema fascista» (da Natura, funzione e tattica – 1945).

La Sinistra Comunista scioglie il dilemma nell’unico modo possibile e cioè mettendo al centro della questione l’assoluta ed indiscutibile indipendenza e autonomia programmatica e tattica del partito. Le Tesi pervengono alla soluzione, quindi, che non è possibile prospettare appoggi a governi borghesi di sinistra né alleanze con partiti «operai», pur svolgendo una dimostrazione lucida che le forze in campo assumono posizioni diverse. «Nella situazione storico-politica che corrisponde al potere democratico borghese – inizia la dimostrazione – (nel 1922 eravamo a cavallo tra l’agonia della democrazia e l’avvento del fascismo) si verifica in generale una divisione del campo politico in due correnti o «blocchi», di destra e di sinistra, che si contendono la direzione dello Stato». Blocchi che operano all’interno del regime borghese, anche se quello detto di sinistra inalbera a volte la bandiera del socialismo. «Al blocco di sinistra aderiscono di massima più o meno apertamente i partiti socialdemocratici coalizionisti per principio». Anche il Partito Republicano faceva parte del campo della sinistra, ed oggi è dichiaratamente borghese, allo stesso modo che i falsi partiti operai dal PSDI al PCI. Le Tesi continuano: «Lo svolgimento di questa contesa non è indifferente al partito comunista, sia perché esso verte su punti e rivendicazioni che interessano le masse proletarie e ne richiamano l’attenzione, sia perché la sua soluzione con una vittoria della sinistra può realmente spianare la via alla rivoluzione proletaria». È difficile individuare oggi quali siano i «punti e le rivendicazioni» interessanti gli operai. Forse la repubblica, il compromesso storico, l’autonomia locale, la riforma della amministrazione statale, ecc.? Ma questi sono «punti e rivendicazioni» della piccola borghesia, delle aristocrazie operaie, del capitale, non della classe operaia! Il testo prosegue: «Nell’esaminare il problema della opportunità tattica di coalizioni con gli elementi politici di sinistra e volendo evitare ogni apriorismo falsamente dottrinario o scioccamente sentimentale e puritano, si deve tener soprattutto presente che il partito comunista dispone di una iniziativa di movimenti nella misura in cui è capace di seguire con continuità il suo processo di organizzazione e di preparazione da cui trae quella influenza sulle masse che gli consente di chiamarle all’azione. Esso non può proporsi una tattica con un criterio occasionale e temporaneo, calcolando di poter eseguire, al momento in cui tale tattica apparisce superata, una brusca conversione e cambiamento di fronte mutando in nemici i suoi alleati di ieri. Se non si vogliono compromettere i legami con la massa ed il loro rafforzamento nel momento in cui sarà più necessario che si manifestino, si dovrà dunque seguire nelle dichiarazioni e negli atteggiamenti pubblici ed ufficiali una continuità di metodo e di intenti strettamente coerente alla propaganda e alla preparazione ininterrotta per la lotta finale». Per i falsificatori d’ogni risma citiamo da Natura, funzione e tattica del 1945 in che modo il partito scolpisce le lezioni della storia, anticipate nelle Tesi di Roma: «(…) la tattica delle alleanze insurrezionali contro i vecchi regimi storicamente si chiude col grande fatto della rivoluzione in Russia, che eliminò l’ultimo imponente apparato statale militare di carattere non capitalistico».

«Dopo tale fase, LA POSSIBILITÀ ANCHE TEORICA DELLA TATTICA DEI BLOCCHI DEVE CONSIDERARSI FORMALMENTE E CENTRALMENTE DENUNZIATA DAL MOVIMENTO INTERNAZIONALE RIVOLUZIONARIO». Punto e basta. Non si discute.

In quale senso si differenziano la sinistra dalla destra? «Il contenuto dei dissensi – sono le Tesi – tra la destra e la sinistra borghese per la massima parte viene a commuovere il proletariato solo in virtù di falsificazioni demagogiche (…). In generale le rivendicazioni politiche della sinistra (…) corrispondono a condizioni di miglior respiro e di più efficace difesa del capitalismo moderno tanto nel loro intrinseco valore tanto perché tendono a dare alle masse l’illusione che le presenti istituzioni possano essere utilizzate per il loro processo di emancipazione. Questo deve dirsi per i postulati di allargamento del suffragio ed altre garanzie e perfezionamento del liberalismo, come per la lotta anticlericale e tutto il bagaglio della politica «massonica».

«Non diverso valore hanno le riforme legislative di ordine economico o sociale: o la loro realizzazione non si avvererà o si avvererà solo nella misura e con l’intento di creare una remora alla spinta rivoluzionaria delle masse». Come è ben dimostrato dalle autentiche pagliacciate sull’«equo canone» per le abitazioni, il «salario garantito», la scala mobile, divorzio, aborto, e così all’infinito.

Ed ecco in quale senso «un governo di sinistra borghese o anche di un governo socialdemocratico» potrebbero «spianare la via alla rivoluzione proletaria»: «(…) in quanto cioè la loro opera permetterà al proletariato di dedurre dai fatti la reale esperienza che solo la instaurazione della sua dittatura dà luogo ad una reale sconfitta del capitalismo. È evidente che la utilizzazione di una simile esperienza avverrà in modo efficace solo nella misura in cui il partito comunista avrà conservata una salda organizzazione indipendente attorno a cui il proletariato potrà raggrupparsi allorquando sarà costretto ad abbandonare i gruppi e i partiti che avrà in parte sostenuto nel loro esperimento di governo».

È solo in questo senso che si valuta l’utilità obbiettiva per la preparazione rivoluzionaria delle masse dei governi della sinistra borghese, e non perché questi costituiscano un passo innanzi verso il potere. Ad oggi 1976, anzi, la sinistra e la destra borghesi sono talmente strette tra loro che appare inverosimile che un eventuale governo di sinistra si accinga a proporre al proletariato rivendicazioni e obbiettivi che lo commuovano come classe.

La borghesia in alleanza con l’opportunismo dei falsi partiti operai ha dovuto ricorrere ad una delle tante «false rivoluzioni» per condizionare il proletariato ai suoi interessi, la cosiddetta Resistenza, copia più tragica dell’altra «falsa rivoluzione», quella fascista. Siamo in piena sarabanda di «rivendicazioni illusorie presentate dalle colludenti gerarchie di innumerevoli partiti, gruppi e movimenti», tanto illusorie che sfiorano addirittura l’autolesionismo per i proletari. Dato ed accertato che il presupposto perché si possano costituire governi di sinistra è comunque quello della difesa dello Stato, nessuna «maggior libertà di organizzazione, di preparazione, di azione rivoluzionaria» verrebbe concessa al proletariato, ma, al contrario, questi governi «dinanzi ad un assalto della massa contro la macchina dello Stato democratico risponderebbero con la più feroce reazione». Il PCI, sebbene non formalmente al governo, sebbene non si sia in presenza di «un assalto delle masse contro la macchina dello Stato democratico», proclama assieme a tutti gli altri partiti anticipatamente che difenderà questo Stato dagli eventuali assalti, con tutti i mezzi, compresa la repressione armata.