Marittimi inglesi contro il patto sociale delle Unions
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Il congresso delle Trade Unions che si è recentemente svolto a Brighton non doveva, negli intenti dei suoi animatori, avere altro scopo se non quello di riconfermare alla borghesia inglese ed al suo governo la completa disponibilità dei sindacati a far subire agli operai tutte le conseguenze dell’attuale crisi economica che la Gran Bretagna, in modo più profondo che non in altri paesi, sta attraversando.
Così è stato, ed il piccolo incidente che i marittimi inglesi hanno provocato col loro sciopero si è risolto in una tempestiva conferma della politica perseguita dalle Trade Unions. Ma andiamo con ordine.
Al congresso le Trade Unions si sono presentate consce di aver fatto tutto il loro dovere: negli ultimi dodici mesi i limiti salariali previsti dal patto erano stati rispettati, non si era avuto nessuno sciopero comprendente intere categorie, il totale di ore di sciopero era stato la metà rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dall’altra parte il governo, il quale, senza aver potuto aiutare l’economia a risollevarsi, aveva invece permesso che la disoccupazione arrivasse al limite di un milione e mezzo di unità cifra altissima se si pensa che per trovarne una simile nella storia della classe operaia inglese bisogna risalire agli anni trenta. Il ruolo reale della politica antioperaia dei sindacati inglesi viene ben individuato da un articolo de L’Unità del 7-9: «L’intesa (…) ha portato un contributo decisivo al piano di contenimento che ha abbassato la spirale inflazionistica dal trenta all’undici per cento. Ma il prezzo è stato alto: un milione e mezzo di disoccupati, un aspro processo di ristrutturazione industriale, la riduzione dei livelli di vita». E non si può certo dire che questa critica viene da avversari, ché il PCI guarda all’opportunismo inglese come ad un fratello maggiore, maestro di tradimenti ai danni del proletariato.
Tasso di inflazione dal 30 all’11 per cento, peggioramento delle condizioni di vita, disoccupazione: a questo punto apparirebbe normale anche per un opportunista chiedere qualcosa in cambio per gli operai, se non altro per garantirne la sopravvivenza materiale; invece no, dicono i sindacati, bisogna che il governo operi un controllo selettivo sulle importazioni, blocchi la fuga di capitali, e tutta la solfa che siamo abituati a sentire anche qui, investimenti compresi; e più potere ai sindacati, perché «tutti sanno oggi che non si può sperare di gestire il paese (leggi: tenere buoni gli operai) senza il contributo deciso dei sindacati».
Interessante in tal senso il discorso del segretario del TUC (Trade Unions Congress), Len Murray: «Non siamo davanti solo ad un bilancio di attività dell’ultimo triennio ma ad un esperimento di democrazia, significativo e senza precedenti, ossia al coinvolgimento del movimento sindacale nella elaborazione della vita economica e sociale del paese. (…) A questa posizione (…) non v’è alternativa a meno di ricadere, ancora una volta, nella inaccettabile tattica dello scontro».
Non v’è dubbio che nell’attuale situazione economica la borghesia inglese, rappresentata dal governo laburista di Callaghan, sia disposta a concedere qualsiasi investitura, pur di scongiurare il pericolo di massicci movimenti operai, anche se solo di tipo rivendicativo, perché una volta scatenati nemmeno l’opportunismo più astuto riuscirebbe a fermarli, date le condizioni drammatiche del proletariato. D’altronde le promesse del TUC sono allettanti: il patto sociale resterà in vigore fino all’estate 1977, dopo di che si avrà «una liberalizzazione molto graduale e controllata della dinamica salariale». Se questo non bastasse a dimostrare che Trade Unions e Labour Party sono dei servi della borghesia inglese, diversi dai conservatori solo per la facciata ma non per la funzione, che rimane quella di polizia antioperaia, citiamo dai dati dall’Economist, rivista conservatrice e comunque non accusabile di tenerezze verso gli operai del 4-9-1976: «La disoccupazione con tutta probabilità continuerà a salire per tutto il prossimo inverno (…) La cosiddetta politica del 5 per cento porterà in realtà aumenti medi del 9-10 per cento. Ciò sarà troppo per arrestare l’inflazione, ma sarà sempre al di sotto del probabile 10-14 per cento di aumento nei prezzi al consumo che si avrà nell’anno a venire; cosicché il livello medio di vita dell’operaio britannico dovrà scendere ancora e per il terzo anno successivo da quando i laburisti sono al potere».
Così l’opportunismo d’oltre Manica è decisamente incamminato verso lo sfruttamento di tutti i mezzi possibili per permettere all’avida borghesia inglese di salvarsi ancora una volta da un destino catastrofico comunque inevitabile, e ciò sulla pelle dei proletari inglesi, naturalmente. Ma accetteranno le vittime di farsi sgozzare sull’altare del dio Capitale? Anche se ad un primo esame ciò non appare improbabile all’immediato, vi sono dei sintomi che fanno sperare in una reazione al tradimento delle dirigenze politiche e sindacali dei lavoratori.
Fin dagli inizi del congresso i bonzi si sono trovati in una situazione a dir poco imbarazzante: oltre 22.000 operai della British Leyland in agitazione da dieci giorni, i lavoratori marittimi avevano votato per l’apertura dello stato di agitazione (prima lotta di categoria in un anno!). A complicare le cose è arrivata da Londra una «folla inferocita» di disoccupati che intendevano far sentire la loro voce nell’aula ove si trattava di questioni di alta economia (capitalistica, s’intende).
La questione più delicata era quella riguardante i marittimi; questi infatti chiedevano un aumento di sei sterline che avevano già conquistato nel luglio 1975: il sopravvenire del patto sociale ne aveva bloccato la esecuzione. Niente di più legittimo, senonché il TUC non aveva nessuna intenzione di ammettere che una iniziativa partita dalla base in un momento così delicato avesse successo.
Fra l’altro questa minaccia di sciopero aveva immediatamente causato uno scossone nella City, e la sterlina aveva subito un forte ribasso, seguito a ruota da forti cali in borsa. La borghesia inglese, che economicamente si regge su un equilibrio assai instabile, si è messa subito a piagnucolare per bocca di Callaghan, il quale fra l’altro ha dovuto fare un rimpasto di governo permettendovi l’ingresso ad esponenti di «sinistra» del partito laburista, con la speranza che questi avessero maggiore ascendente su sindacati ed operai. Inoltre è stata lanciata una campagna denigratoria contro la National Union of Seamen (NUS), il sindacato ribelle dei marittimi. Si è detto che erano sempre stati dei rompiscatole, che nel 1926 avevano abbandonato il grande sciopero generale, che nel 1966 in una situazione simile Wilson (il compagno Wilson) li aveva sconfitti dopo uno sciopero di sei settimane grazie alla dichiarazione dello «stato di emergenza nazionale» e che, in definitiva, se tutti stanno buoni non si capisce perché proprio loro debbano chiedere l’aumento. Inoltre si esprimevano dubbi sulla democraticità della decisione, in quanto solo il 38 per cento dei 44.000 iscritti aveva votato, e si era avuta una maggioranza di soli 309 voti; ora, sarebbe bene che i buffoni della democrazia si decidano: se esiste una buona parte di lavoratori che non vuole scioperare, ve ne è una ancora più grande che lo vuole, ed il torto sarebbe assai più grande se si ignorassero questi ultimi; ma lo spirito di tali critiche è evidente: per quei signori lo sciopero è una calamità nazionale che si deve sempre evitare se possibile, perché dannoso per tutti, soprattutto per la patria-padrone. Per quanto riguarda il numero dei votanti la critica è ancora più chiaramente stupida: si tratta prevalentemente di marinai, ed è praticamente impossibile averli presenti in gran numero alle votazioni.
Gli attacchi più violenti sono stati condotti dal TUC al quale non andava giù questa storia, anche perché poteva essere foriera di esempi pericolosi. Ma leggiamo ancora da un giornale borghese, il Sole-24 ore del 14-9, il modo in cui il TUC ha vinto la sua crociata contro i lavoratori: «Innanzitutto il ruolo giocato dal Trade Unions Congress, al quale il governo ha delegato interamente il compito di condurre la mediazione. Il TUC, con una delegazione formata dagli uomini più rappresentativi, ha accettato il difficile impegno di ricondurre il NUS al rispetto dei patti fissati col governo, sconfessando la legittimità delle richieste fatte, assicurando gli ambienti politici e finanziari che nessun appoggio sarebbe stato dato ai lavoratori in sciopero e minacciando l’intero esecutivo del NUS di espulsione dalla confederazione».
Così il TUC ha giocato pesante ed ha vinto un’altra delle sue innumerevoli battaglie contro la classe operaia, ricattando il NUS dall’alto del suo strapotere organizzativo ed economico, e grazie anche alla certamente non eccessiva saldezza dei dirigenti del NUS stesso.
I sindacati britannici, grazie alla loro politica dichiaratamente nazionalistica e corporativa, al loro controllo ferreo su qualsiasi piccolo movimento spontaneo, alla loro oramai determinante posizione in tutte le aziende, e soprattutto grazie alla legge sulla obbligatorietà dell’appartenenza ad un sindacato, stanno velocemente diventando dei veri sindacati fascisti, meta alla quale, a dire il vero, ambiscono anche i bonzi nostrali.
In Gran Bretagna come in Italia ed in tutto il mondo la soluzione risiede nella forza che la classe operaia internazionale saprà esprimere nel liberarsi dalle mille pastoie legali che l’opportunismo le ha imposto in cinquanta anni di controrivoluzione, affinché la crisi avvenire non ricada sulle spalle degli operai come sempre è stato, ma si risolva invece nello sprofondamento di questa società di classe, perché ne nasca una nuova, senza più classi e senza più sfruttamento.