Demagogia opportunista e impotenza borghese nella “ricostruzione” del Friuli
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Secondo l’uso delle visite nelle diocesi degli alti prelati e per fornire succoso materiale da «mandare in onda» nei telegiornali super l’uno, ultrademocratico l’altro, il grande capo del partitaccio nazional-comunista italiano è stato spedito a distribuire strette di mano e sorrisi mesti nei comuni friulani colpiti prima dalle forze della natura, poi dalla ben più disastrosa «solidarietà nazionale» e della propaganda oscena del regime.
Niente di consistente – lo dicono anche i giornali – è stato fatto, la popolazione sbandata in rifugi di fortuna, le famiglie divise; le poche opere di ricostruzione, abbandonate alla iniziativa individuale degli sfollati senza mezzi, eseguite in modo da non poter offrire resistenza al sisma, sono nuovamente rovinate nelle ultime scosse. Ma non importa, quel che conta è che si possano cantare le lodi della unità di tutte le classi di fronte alla disgrazia.
L’approccio tecnico alla bisogna per il capitalismo è impossibile: l’impiego di mezzi tecnici moderni, la conoscenza ormai assodata della direzione, della entità e della frequenza delle accelerazioni del suolo che si verificano durante i terremoti permetterebbe di dimensionare con esattezza le strutture portanti degli edifici in modo tale da garantirne comunque la stabilità. Si tratta della seconda legge della dinamica e non della «cieca furia della natura».
Il soccorso immediato alle popolazioni, per un regime basato sul mercato e sul profitto diventa un fatto imprevedibile, non pianificabile alla scala sociale, traumatico, occasione soltanto di espressione della impotenza dello Stato ed abbandonato al pietismo individuale. Problemi squisitamente tecnici, organizzativi, lineari ed univoci nella loro soluzione materiale, come il trasporto delle case prefabbricate dai luoghi ove si trovano (proprietà a parte) ai luoghi ove occorrono (proprietà a parte), divengono nella società divisa in classi una girandola di corruzione ed inconcludenza. Il capitalismo non è più capace di tirare avanti anche senza terremoto, basta una scossa o un forellino in un serbatoio chimico che, dimensionato tutto all’osso, ed anche meno, l’incidente si trasforma in catastrofe.
Una sola struttura è calcolata con abbondanza e senza risparmio: gli organi repressivi, pletorici e ben pasciuti, principale cemento della «unità nazionale». In nessuno Stato esiste invece un efficiente servizio di soccorso civile, che abbia approntati alloggi di fortuna prefabbricati, mezzi di trasporto acconci: in poche ore potrebbero essere impiantati villaggi interi. L’impresa, in sé realizzabile, è per il capitalismo fuori portata, a meno che non si trasformi in un’altra colossale ruberia foraggiata dallo Stato nella quale lo scopo principale di trarne profitto annulla l’utilità sociale dell’impresa.
È quello che si sta verificando con l’appalto delle unità di abitazioni prefabbricate: non occorre la nostra sfiducia storica in questo regime per prevedere che l’impresa aprirà soltanto una voragine ingorda di «finanziamenti», i prezzi d’appalto saranno altissimi data l’improvvisità e l’entità della domanda (bustarelle a parte) ed il prodotto di qualità talmente scadente da rendere inutilizzabili: un prefabbricato scadente si trasforma in breve tempo in una baracca inabitabile per l’umido ed il freddo. Ed è significativo che «nelle prime 48 ore il bando di concorso di appalto ha già ricevuto decine e decine di adesioni»!
Quindi, una volta ottenuti gli alloggi, dove e come distribuirli? Dopo mesi e mesi dal terremoto manca qualsiasi studio geologico, sismico, urbanistico che possa indirizzare l’insieme dei lavori. O meglio, certo gli studi ci sono anche, ma nella misura in cui contraddicono gli interessi del capitale paragrafi interi verranno soppressi con frego rosso trasversale tracciato da chi non tanto di ideologia e della vita futura degli insediamenti si interessa, quanto, «operatore economico», della immediata ripresa produttiva. E su questo è d’accordo in pieno la CGIL: «importante è che il lavoro riprenda», la mostruosa ossessione del capitale; è il sindacato che spinge i capi famiglia a ritornare nelle fabbriche «pericolanti al limite della sicurezza», che li costringe ad abbandonare le famiglie alloggiate in lontani comuni, a fermarsi appena la notte impiegando ore ed ore per raggiungere il posto di lavoro, nella regione ove ancora il fenomeno sismico non si è acquietato: «la produzione deve riprendere», quasi che fosse interesse degli operai lavorare tutto il giorno in fabbrica invece di aiutare le famiglie ad accamparsi in qualche modo. Ciò che spinge i proletari nelle officine pericolanti è il bisogno, il ricatto su chi ha perduto tutto e che viene abbandonato senza aiuto alcuno.
Ma di questo non si parla sull’Unità, si preferisce far conoscere all’Italia le imprese dei «nostri soldati» in questa «Caporetto civile», lacrimevoli interviste con alti ufficiali della «sala operativa», «un po’ curvi ma pieni di vitalità». Tutto serve alla mobilitazione in senso nazionale del proletariato, ogni occasione è buona per la propaganda patriottica, per soffocare gli interessi e la ideologia di classe nella collaborazione al salvataggio della economia.
Ricordiamo che a Caporetto i comunisti stavano dall’altra parte, non del tedesco ovviamente, ma della rivoluzione, contro la borghesia, il suo Stato, il suo esercito; come, dopo, contro le sue paci, le sue ricostruzioni e la sua solidarietà.