La sconfitta dei lavoratori del commercio
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Le bonzerie sindacali hanno concluso il 25-9 il loro «lavoro», siglando un contratto infame che costringe i lavoratori del commercio a subire ancora una volta le decisioni padronali e di ciò non ci meravigliamo ben sapendo di che panni vestono i traditori confederali.
Questi alcuni punti ove maggiormente i bisogni proletari hanno subito i colpi più duri: aumento di 25.000 lire, previste data la media di aumenti salariali concessi alle categorie dal maggio all’oggi, ma non per questo minimamente soddisfacenti i bisogni dei lavoratori, come d’altra parte neanche le 30.000 lire richieste dai bonzi rappresentavano una reale difesa del salario, bensì una mancia da concedersi agli operai per tenerli buoni. Va considerato poi che questi vigliacchi hanno addirittura svenduto anche questo minimo aumento, facendolo scattare dal 1 gennaio 1977 e coprendo gli arretrati con «una tantum» di 75.000 lire, più 65.000 lire come acconto sulla liquidazione! I bonzi – d’altra parte – si sono «conquistati» il controllo sugli investimenti, ribadendo la loro aspirazione a divenire sempre più parte integrante dello Stato, di più, ad essere loro in prima persona a «gestire» ristrutturazioni e quindi licenziamenti. Infine lo slittamento a luglio delle contrattazioni aziendali e del contratto integrativo, ha gettato altra acqua sul fuoco della rabbia operaia.
Adesso tornando un po’ indietro vediamo gli antefatti.
La lotta dei lavoratori del commercio per il rinnovo del contratto di lavoro, che era stata bloccata dai bonzi sindacali il 20 luglio quando con uno sciopero nazionale di otto ore si era dato in pratica il saluto estivo agli operai facendo loro capire chiaramente che sino all’autunno di contratto non si sarebbe riparlato, sotto la pressione dei lavoratori è sfociata in un nuovo sciopero nazionale di otto ore, che ha ampiamente dimostrato una ennesima volta come i sindacati ufficiali conducano – o meglio non conducano – le lotte.
La categoria pur avendo un nucleo più combattivo di circa 200.000 lavoratori impiegati in medi e grossi centri di distribuzione – Standa, supermercati, Rinascente, ecc. – ha il peso non indifferente di altre 500 mila unità impiegate in piccole aziende, tutte al di sotto dei 15 impiegati, ma per il 70% le piccole aziende contano un numero molto inferiore di dipendenti che si aggira in media sui due-tre. La lotta, già difficile in categorie più omogenee, diviene in questo caso difficilissima, e potrebbe essere condotta soltanto da un sindacato che veramente svolgesse il suo compito di difesa di classe impegnando tutti i suoi sforzi alla convocazione di assemblee, alla pubblicazione ed all’organizzazione costante del movimento, sino ad adottare, nel momento della lotta, il giusto metodo dei picchetti, strumento che nella nostra categoria è essenziale per la riuscita di uno sciopero considerata l’alta polverizzazione. Naturalmente da tutto questo i traditori confederali si sono guardati, è bastato il loro immobilismo per frustrare gli sforzi dei lavoratori più combattivi. Molti di questi hanno aperto gli occhi dinanzi al continuo intrallazzamento delle confederazioni facendosi portavoci del malcontento generale; a questi abbiamo dato l’indirizzo di unirsi, di formare comitati e gruppi a carattere sindacale per la reale difesa dei loro interessi e delle loro condizioni di vita e di lavoro, unico mezzo questo per uscire dal mugugno generico ed inconcludente, per impedire realmente la svendita del contratto ieri, per una reale difesa dei lavoratori domani.
Per ciò che riguarda le migliorie concesse basta citare quella di 30 mila lire, cifra stabilita fin dal giugno, svalutazione o no, che tutte le categorie che sino ad oggi hanno rinnovato il contratto sono state costrette – grazie al tradimento sindacale – ad accettare, quando sappiamo bene che con il tasso di inflazione odierno anche il doppio non coprirebbe la diminuita capacità d’acquisto dei salari. Altra bella canagliata sarebbe quella della «giusta causa», grande pensata attraverso la quale si tenta di far credere agli operai che i sindacati si muovono anche per la difesa del posto di lavoro, come se non fosse la lotta, proprio quella lotta che questi ruffiani hanno soffocato, l’unica arma per opporsi alla politica padronale; ma facciamo parlare il superbonzo Gatta della CGIL: «Noi non pretendiamo il blocco dei licenziamenti. Noi vogliamo solo che si licenzi per motivi validi (!) e non per le bizze del padrone. E poi noi sulla “giusta causa” vogliamo dalla Confcommercio solo il riconoscimento della validità del principio, non l’applicazione immediata pratica». Detto questo pensiamo possa tranquillamente andarsene a cena (e a quel paese) con il capintesta Orlando presidente della Confcommercio, dalla discussione con il quale abbiamo tolto questo significativo stralcio. Facciamo grazie ai lavoratori di tutte le chiacchiere bonzesche su «piani di sviluppo» e balle simili e ricordiamo soltanto ai proletari che cosa significhi piano di sviluppo e conseguente «ristrutturazione» aziendale, termini inscindibili dello stesso piano antiproletario, ristrutturazione significa licenziamenti, cassa integrazione, aumento dei ritmi lavorativi per chi rimane alla produzione.
Altra carognata, che ha indebolito il movimento nel suo insieme è l’aver siglato il 17/9 il rinnovo del contratto dei lavoratori delle cooperative. L’aver operato il rinnovo a parte, quando nella ipotesi di piattaforma si dichiarava: «di chiamare al loro rinnovo contrattuale in concomitanza con il rinnovo del contratto del commercio, sulla medesima piattaforma rivendicativa e con gli stessi tempi di consultazione», evidentemente ha comportato un ulteriore dissanguamento delle forze della categoria proprio in un momento così decisivo della lotta, lasciando mano libera al padronato di poter trattare con più calma e dall’alto delle 25.000 lire concesse ai lavoratori delle cooperative, riducendo così immediatamente le 30 mila lire richieste pro-elemosina dai confederali. Questi ruffiani fanno un gran parlare di ipotetici poteri di controllo sulla produzione che i lavoratori avrebbero conquistato! In nome dei quali, aggiungiamo noi, sono stati fatti rinunciare ad ogni maggiore e in più reale richiesta salariale, in nome dell’economia nazionale, e magari lanciando l’accusa di corporativismo a chiunque avesse loro gridato sul muso che oggi 25.000 lire rappresentano veramente una miseria e che è soltanto in forza di forti aumenti salariali che i proletari possono resistere all’incalzare dell’offensiva padronale, non grazie ai fumi ed alle promesse bonzesche.
La politica di collaborazione con il padronato non è naturalmente prerogativa dei bonzi del nostro settore, è la politica «normale» di questi signori che vendono sempre più spudoratamente la pelle degli operai in nome della difesa dell’economia nazionale, cioè dell’economia capitalistica, dello Stato padronale dunque. A questi traditori che marciano fianco a fianco della borghesia, deve rispondere la lotta organizzata dei lavoratori per la difesa con tutti i mezzi, nessuno escluso, dei loro salari e delle loro condizioni di vita e di lavoro.