Sardegna: imbrogli del PCI contro i giovani minatori
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«Il 62% dei disoccupati oggi ha meno di 24 anni» è questo il titolo di testa de l’Unità di alcuni giorni fa; l’articolo proseguiva riportando altre interessanti notizie: Su un milione e 200 mila disoccupati stimati dal Ministero del Lavoro nel febbraio scorso (in realtà i disoccupati sono circa 2 milioni) il 62% è costituito da giovani compresi tra i 15 e i 24 anni. Oggi il numero dei giovani disoccupati si avvicinerebbe al milione ed il 60% sarebbe concentrato nel Mezzogiorno. Vi sono poi, avverte l’Unità, le aree «di parcheggio» (così si esprimono queste carogne…): 3 milioni e 800 mila studenti, 150 mila militari di leva, 1 milione e 118 mila ragazze tra i 14 e i 25 anni che vengono considerate casalinghe; in totale oltre 5 milioni di persone che, se non si presentano a cercare all’immediato un posto di lavoro, possono certamente essere considerate disoccupati potenziali.
La situazione, come si vede, non è certo allegra: dietro queste cifre si nasconde la situazione tragica di chi è costretto a vivere con lavori saltuari, chi deve rinunciare a tutto in una società feroce, la situazione di tante giovani donne schiacciate dalla famiglia, da tutta la società che le costringe al ruolo di serve e che non hanno la possibilità materiale di cambiare la loro condizione proprio perché è loro impossibile trovare un lavoro e guadagnarsi la vita.
I partiti opportunisti, soprattutto il PCI, si mostrano sensibili a questa situazione; non certo perché preoccupati delle condizioni di vita della classe operaia, bensì, come dice l’Unità, perché «troppi giovani senza far niente costituiscono un serbatoio di contraddizioni esplosivo». I fetenti del partitaccio sanno che il pericolo per questa società che essi difendono, così strenuamente, viene soprattutto dai giovani che più dei vecchi proletari, ormai stroncati da un’intera vita condotta da schiavi, sentono la necessità di ribellarsi e di lottare per una società completamente diversa, di combattere contro lo sfruttamento e l’oppressione. Ecco il motivo per cui l’Unità parla tanto di disoccupazione giovanile mentre se ne fotte dei disoccupati non più giovani giungendo, per bocca del superbonzo Lama, a fare vera e propria opera di divisione tra disoccupati dichiarando che se qualcuno deve essere licenziato è preferibile che lo siano i vecchi anziché i giovani.
Nonostante la sua costante preoccupazione però, le contraddizioni del modo di produzione capitalistico restano ed il partitone opportunista non può in effetti trovare alcun serio rimedio contro la «contraddizione esplosiva» della disoccupazione giovanile.
Un esempio concreto ci viene dalla Sardegna, una terra ove la disoccupazione è antica come è antico il dominio della borghesia e l’unico rimedio fino ad ora è consistito nell’emigrazione o nell’arruolamento volontario. Una delle più «convincenti» proposte del PCI per ridurre la disoccupazione è quella di istituire corsi di «formazione professionale» per formare personale qualificato che dovrebbe poi essere facilitato nel trovare un impiego. Ebbene i duecento giovani corsisti che avevano da più di un mese terminato il corso per minatori, in seguito al quale avrebbero dovuto essere assunti a lavorare nelle miniere di Carbonia, sono stati costretti, alla fine di luglio, ad occupare la miniera di Seruci, posta tra Carbonia e Iglesias per tentare di ottenere un posto di lavoro. Le promesse di tutti i partiti prima delle elezioni erano state tante, ma «avuta la grazia, gabbato lo santo» e dopo le elezioni questi giovani proletari si sono trovati con un pugno di mosche in mano. Adesso il PCI cosa proporrà loro, un corso di superspecializzazione?
La disoccupazione non deriva, come vuol far credere l’opportunismo, da una pretesa cattiva gestione dell’economia capitalistica di cui si sarebbero resi colpevoli gli attuali partiti al governo, essa è invece una necessità per il capitalismo che anche nei periodi di prosperità ha cura di mantenere un serbatoio di manodopera inattiva per mezzo della quale premere sugli operai alla produzione ed alla quale poter attingere in caso di bisogno, come nei lavori che richiedono mano d’opera stagionale. D’altra parte, nei periodi di crisi del sistema capitalistico com’è quello attuale, la disoccupazione è una delle prime conseguenze del rallentamento della produzione e l’esercito dei disoccupati si allarga a ritmo vertiginoso. Contro queste ferree leggi dell’economia borghese non valgono i piagnistei opportunisti, né i «rimedi» a base di corsi di riqualificazione, né i cantieri di lavoro, né tanto meno i disoccupati possono sperare in una ripresa della produzione che esiste soltanto nelle demagogiche promesse degli opportunisti: la disoccupazione si combatte con la lotta! La classe operaia deve difendere le sue condizioni di vita e di lavoro ingaggiando una lotta senza quartiere contro la borghesia e contro i suoi servi opportunisti. Contro la disoccupazione c’è un solo rimedio reale ed immediato: Riduzione dell’orario di lavoro di tutti gli operai alla produzione a parità di salario; aumento dei salari per eliminare il lavoro straordinario; salario integrale agli operai che, nonostante questi provvedimenti, restassero disoccupati.