Partito Comunista Internazionale

La storiella del feudalesimo nelle campagne

Categorie: Agrarian Question, Feudalism, Italy, Opportunism, Partito Comunista Italiano

Questo articolo è stato pubblicato in:

Sono note le matte bestialità che le grandi firme progressive spacciano sulla economia agraria italiana. In essa sussisterebbero, e non allo stato fossile, come si crederebbe, ma vivi e imperanti, forme di produzione e rapporti sociali caratteristici del feudalesimo, cioè propri di una costruzione sociale che era reazionaria persino di fronte alla piratesca società borghese. Il capitalismo urbano italiano, non si sa se per serietà o compassione verso i «baroni» della terra, avrebbe «mancato» di assolvere al sacro dovere di liquidare la dominazione feudale sulle campagne, per cui tale compito spetterebbe, nientemeno, al partito proletario, sceso in tal modo dal rango di distruttore di ogni forma di sfruttamento del lavoro, a quello di ramazzatore degli angolini dimenticati dal capitalismo. Le comuni finalità antifeudali giustificherebbero la sporca politica di collaborazione e di appoggio alla borghesia agraria che il P.C.I. si vanta di fare sua, essendo la borghesia nemica, per definizione, del feudalesimo…

Non per niente il senatore Ilio Bosi, segretario della Federterra, dichiarava nell’Unità del 28-3-’50, inorgogliendosi della sua spregiudicatezza politica, che il suo degno partito non si perita di difendere e appoggiare, contro i rischi della crisi agricola, gli imprenditori capitalisti agrarii. Inutile dire che la «tattica temporanea» di collaborazione con le piccole e medie proprietà terriere, che poi si risolve in pratica nella difesa dell’ordine costituito nelle campagne, serve, spingendo la democratizzazione dei rapporti agricoli, a spianare la via… alla rivoluzione socialista. Furbo, no? Fingendo di accontentarci della democrazia, costringiamo il capitalismo ad estenderla nelle campagne gementi ancora sotto il giogo dei baroni feudali; l’avremo stretto così a costruire il trampolino di lancio del successivo rivolgimento socialista ecc, ecc. Oh! le meraviglie della «tattica»! Essa elimina la scossa violenta della lotta di classe che si svolge invece secondo una serie di mosse prestabilite, proprio come nelle partite a scacchi…

Il guaio è che i giocatori di parte nazionalcomunista sono, cento volte su cento, dei volgarissimi bari, che però riescono ad imbrogliare non certamente gli agrari, ma il proletariato delle campagne e delle città. Le prove le fornisce quotidianamente, ironia della sorte, l’Unità che nel numero del 31-3-’50 scriveva, con una disinvoltura paragonabile all’intreccio dei Tre Moschettieri famosi di cui sta pubblicando da un pezzo le imprese:

«La grande proprietà terriera per i suoi legami di cointeressenza alle imprese commerciali e di esportazione riesce a mantenere ancora alti i prezzi all’ingrosso di alcune produzioni e ad evitare la caduta dei prezzi al minuto. Essa a differenza della piccola azienda contadina, è cointeressata e partecipa alle industrie di trasformazione dei prodotti agricoli e (udite! udite! udite!) alla grande industria dalla quale derivano le materie prime per l’agricoltura, cioè concimi, anticrittogamici, macchine e attrezzi agricoli ecc. ecc.».

Ecco, dunque, che la grande proprietà terriera diventa «socia» del grande capitalismo industriale, delle oligarchie finanziarie che, se abbiamo letto bene non Marx, ma qualsiasi professorucolo di storia elementare, sappiamo essere l’essenza, non del dominio feudale che è morto da tanto tempo che nemmeno puzza più, ma della sopraffazione borghese.

Puzza, invece e moltissimo la carogna dell’opportunismo, tanto che nessun stratagemma demagogico riesce a dissimularlo, nemmeno la «tattica» del cavallo di Troia.

Spudorata ciurmeria è inventare un inesistente feudalesimo, contro cui si lavora a deviare gli assalti delle masse affamate, mentre vanno scagliati contro il capitalismo impersonato nello Stato; ma che i gazzettieri dell’Unità debbano autoscornarsi ogni volta che tentano di abbordare seriamente un argomento qualsiasi, quale ad es. la caduta dei prezzi agricoli, ciò dà addirittura il voltastomaco. Accade allora che gli stessi scribacchini imbeccati dai Grieco e dai Bosi ti vengano a dimostrare che gli arbitri incontrastati sono nelle campagne, come nelle città, solo le attrezzatissime bande dei gangsters del capitale, degli accaparratori, degli esportatori ecc., abilitate e incoraggiate dallo Stato a far ricadere il peso della crisi sulle spalle delle piccole e medie aziende. Evidentemente la storiella umoristica della sopravvivenza feudale nelle campagne non è elettoralmente redditizia, quando gli imboniti sono i rappresentanti dei «ceti medi» agricoli, cui non è possibile dare a bere che i fenomeni economici dell’agricoltura si verificano nelle condizioni «feudali» scoperte dai ciarlatani togliattiani. Quelli se ne infischiano dei «baroni»; vogliono che i prezzi riprendano quota, che aumenti il prezzo del vino, dell’olio, del latte, ecc.; come succede ai prezzi all’ingrosso.

La medesima cosa deve volere l’Unità.