Alla radice degli errati indirizzi nel sindacalismo che si dice “di base” Pt. 2
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Il sindacato di classe sarà il risultato di uno scontro sociale di grande ampiezza e violenza, preludio alla vera e propria guerra civile tra proletariato e borghesia. La sua nascita non potrà essere separata dall’aumento dell’influenza del Partito Comunista sulle grandi masse operaie. Nascita del Sindacato di classe e sviluppo del Partito sono fenomeni tra loro interagenti, e strettamenti connessi allo svolgersi della crisi capitalistica.
Per questi motivi tutti coloro che svalutano l’importanza delle lotte economiche e del Sindacato di classe, per partecipare magari poi alla sarabanda referendaria (vedi Cobas-Scuola e aútonomi in genere), convergono con gli opportunisti ufficiali nella svalutazione delle lotte rivendicative immediate e disarmano i proletari di un’arma potentissima per disarticolare il potere borghese.
Per quanto riguarda la traiettoria descritta dal sindacalismo italiano nel secondo dopoguerra è bene ribadire, nei confronti di chi si ostina ad affermare che la “mutazione genetica” dei sindacati confederali è cominciata nel 1977, che essa in realtà ha seguito il corso mondiale precedentemente descritto.
La CGIL unitaria partorita nel 1944 non aveva niente a che vedere, neanche nelle tradizioni, con la CGL rossa. Anziché essere una organizzazione di classe controllata dall’opportunismo è un sindacato messo in piedi da un blocco di forze politiche strette nell’unità nazionale, a cui appartengono indifferentemente partiti apertamente borghesi e partiti sedicenti “operai”, il tutto sotto l’egida dell’imperialismo americano e la benedizione della Chiesa. Basta la constatazione di questo connubio e dei suoi patroni, che sarebbe risultato impossibile permanendo le caratteristiche della CGL del primo dopoguerra, per designarne il carattere apertamente borghese.
Nulla cambierà l’uscita della CGIL delle forze sindacali (CISL e UIL) ispirate dai partiti borghesi o apertamente opportunisti. A guidare queste scissioni non saranno considerazioni di classe, ma i contrasti interimperialistici delle nazioni uscite vittoriose dal macello da poco concluso.
È utile ricordare che l’affermazione della CGIL non fu pacifica e senza resistenze da parte del proletariato, specialmente nel Sud. Le tradizioni comuniste avevano portato in molte regioni dell’Italia “liberate” dagli americani alla rinascita dal basso del sindacalismo rosso, più forte della ufficiale CGIL. Contro la CGL rossa si mossero all’unisono le forze dell’occupazione militare e quelle della CGIL. Mentre questa ereditava le attrezzature e i mezzi del sindacato fascista, alla CGL rossa era vietata l’azione di propaganda e di sciopero, pena anche la morte.
Principali concezioni erronee
Molte sono le differenze costitutive ed organizzative tra i vari movimenti dei lavoratori sedicenti “autorganizzati” (Cobas-Scuola, Sla etc.) e del sindacalismo che si dice “di base” (Cub). Alcune concezioni sono però comuni.
Nessuna garanzia
Leggendo gli statuti, i preamboli, i documenti di tutte queste organizzazioni si coglie il terrore che hanno di degenerare, di diventare un qualcosa d’altro delle “masse” di cui si propongono o si autocandidano come difensori intransigenti. Incapace la maggior parte dei loro dirigenti, compresa una buona parte di quelli dei Cobas della scuola, di cogliere la reale natura dell’opportunismo, si affannano alla ricerca di garanzie di ordine costituzionale, elettorale, di forme organizzative per impedire che l’organizzazione degeneri, non rappresenti più gli interessi dei salariati ma dello Stato e del capitale.
Questa ossessione di tutte le organizzazioni è indice della loro estrema debolezza, della scarsità dei loro legami con il proletariato e riflette una concezione idealistica piccolo-borghese e non materialistica del fenomeno storico definito opportunismo. L’opportunismo non è un fatto di carenze morali degli individui, siano essi capi o elementi di base, ma un fatto sociale, un compromesso tra le classi che avviene in profondità. Il capitalismo in dati svolti della sua storia offre patti al proletariato. In cambio di garanzie sociali e di un buon salario chiede la rinuncia alla lotta di classe intransigente e in modo particolare chiede al proletariato di abdicare ad ogni pretesa al potere politico, premessa per il passaggio da una economia capitalistica a una comunista.
Lo strato del proletariato che si fa mediatore tra l’interesse del capitale e l’interesse immediato della gran massa del proletariato, che in questo modo per il classico piatto di lenticchie abdica alla sua funzione storica e si rende oggettivamente complice dell’imputridimento dell’attuale forma sociale di produzione, storicamente è stata definita con il termine di aristocrazia operaia. Questa aristocrazia domina l’apparato sindacale e impregna la sua prassi delle proprie concezioni collaborazioniste. Essa costituisce il puntello più solido della borghesia al potere nello Stato e nelle imprese.
Il problema quindi della degenerazione delle organizzazioni dei lavoratori salariati non è di ordine morale, elettorale, tecnico, ma economico e sociale. Essendo l’opportunismo un fenomeno economico-sociale che coinvolge in profondità il capitalismo e la classe operaia è risibile pensare che possano esistere garanzie di tipo giuridico, elettorale, organizzativo che preservino il movimento operaio e le sue organizzazioni della degenerazione opportunista.
L’opportunismo è il prodotto di un patto contro natura tra capitale e lavoro. Tale patto può reggere finché il capitale non ha subito la sua “critica interna”: la crisi. Il cambiamento del rapporto di forze in favore dell’indirizzo radicale e classista all’interno del proletariato non può operarsi che a partire da una crisi economica generale di estrema profondità. La chiusura lenta ma regolare delle fabbriche, l’aggravamento della situazione economica nelle branche decisive dell’industria e dei servizi, il dilagare della miseria, man mano che la crisi di sovrapproduzione si trasforma in penuria, dai continenti di colore alle metropoli sviluppate, faranno sì che i lavoratori si libereranno progressivamente dell’influenza dei dirigenti sindacali, le cui parole d’ordine appariranno per quello che sono: pura demagogia dinanzi al fallimento economico che subisce il programma dei collaboratori di classe, in veste sempre più sinistra di difensori del padrone e dello Stato.
Le stesse attuali nuove organizzazioni sono il prodotto dell’inizio della crisi, e quindi riflettono lo sfilacciarsi del controllo dell’opportunismo sul movimento dei salariati. Non è lo sfrenato attivismo di un pugno di militanti che potrà rilanciare le masse operaie nella lotta frontale, né meccanismi elettorali, forme speciali organizzative, o addirittura come pretendono alcuni una legge dello Stato che permetta all’iscritto di denunciare il dirigente per tradimento che potrà impedire ad un rinato movimento di degenerare. Non a caso è stato scritto che la rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione. La lotta di classe al pari della rivoluzione, che ne costituisce il momento più alto, è un problema di forza.
Per questo il proletariato non deve legarsi le mani con nessun limite costituzionale, elettorale, formale, ma deve essere in grado di piegare il padronato con i suoi strumenti organizzativi, Sindacato, Partito e, domani, Stato dittatoriale; e i suoi mezzi, sciopero senza limiti di categoria, di tempo e di spazio fino all’insurrezione armata e l’instaurazione del terrore rosso contro tutte le forze controrivoluzionarie.
Le leggi, le costituzioni scritte dalle classi dominanti non sono al di sopra delle parti, non sono neutrali. Esse possono garantire dei diritti al “cittadino” non al proletariato che per definizione è privo di diritti perché il suo carattere è di essere: «una classe della società civile la quale non (è) una classe della società civile (…) uno stato che (è) la dissoluzione di tutti gli stati (…) una sfera che per i suoi dolori universali possiede un carattere universale e non rivendica alcun diritto particolare, poiché contro di essa viene esercitato non una ingiustizia particolare bensì l’ingiustizia senz’altro, la quale può fare appello non più ad un titolo storico ma al titolo umano (…) di una sfera che non può emancipare se stessa senza emanciparsi da tutte le rimanenti sfere della società, la quale, in una parola, è la perdita completa dell’uomo, e può dunque guadagnare nuovamente se stessa soltanto attraverso il completo riacquisto dell’uomo. Questa dissoluzione della società in quanto stato particolare è il proletariato» (Marx: Per la Critica della Filosofia del diritto di Hegel, Introduzione).
Autonomia dai partiti o autonomia dal partito?
Ad ogni grande ondata del processo di involuzione e degenerazione del movimento dei salariati si succedono tentativi di ridare forme di organizzazione proletaria diverse da quelle definite dalla Prima Internazionale, in particolar modo dalla Conferenza di Londra del 1871 e del Congresso dell’Aia del 1872, che vedono al loro centro il partito di classe e lo Stato dittatoriale del proletariato. Fu su quella base che si attuò nella storia dell’umanità il primo serio tentativo di emancipazione dei lavoratori salariati: la rivoluzione di Ottobre.
Siamo convinti che nessuna utile costruzione teorica e pratica per una grande ripresa del movimento di classe uscirà mai da questa trepida diffidenza per le forme di organizzazione indispensabili al capovolgimento storico del rapporto di dominazione di classe: il Partito e lo Stato.
L’obiezione puerile si riduce tutta alla convinzione che vi sia nella natura dell’uomo una insuperabile condanna a volgere l’esercizio del potere, dalla difesa delle cause delle forze sociali, alla difesa dell’interesse individuale nella libidine vanesia del soggetto, rivestito, nel partito e nello Stato, da funzioni di potere.
Negli statuti o in documenti più o meno ufficiali delle strutture “autorganizzate” è ribadito che l’organizzazione è indipendente da tutti i partiti. Art. 3 comma 2, Statuto della Cub: «La Cub è un sindacato autonomo dai partiti, dai padroni, dai governi e dallo Stato»; ed ancora dall’art 10: «È incompatibile la carica di componente di organismi direttivi ed esecutivi della Cub con (…) incarichi direttivi ed esecutivi di partito». Dall’art. 3 comma 3 dello Statuto dello Sla: «Lo Sla è autonomo da Stato, governo, partiti e padroni». Dall’art. 1 dello statuto dei Cobas-scuola: «L’associazione (…) è indipendente da partiti o gruppi politici di qualsiasi natura».
Questo non impedisce a queste strutture di richiedere incontri con tutti i partiti, di mantenere rapporti cordiali con certi partiti considerati più a “sinistra” e più “vicini” ai lavoratori, di candidare propri dirigenti a cariche elettive parlamentari di determinati partiti.
In realtà questa autonomia dai partiti è la richiesta anticipata di autonomia dal partito che non c’è ma che si teme possa risorgere in futuro: il partito di classe.
Le principali concezioni delle opposizioni sindacali
Gli organismi che hanno espresso le concezioni più articolate e note all’interno del movimento sono la Cub, lo Sla, i Cobas-scuola.
Il movimento dei ferrovieri, in particolare quello dei macchinisti, pur avendo espresso il più elevato volume di lotta, è stato incapace, a causa del mediocre spirito corporativo che lo ha contraddistinto, di svolgere qualsiasi funzione di stimolo ideale e organizzativo nei confronti del movimento. I ferrovieri, nel passato sempre all’avanguardia, da anni sono totalmente al rimorchio ora della Cub ora dei Cobas, se non divisi tra di loro in partigiani dell’una o degli altri. È chiaro che finché i ferrovieri non avranno superato la fase dei sindacatini di qualifica nessun ruolo trainante potranno svolgere. È auspicabile che essi giungano al più presto alla costituzione di un sindacato unitario, che probabilmente li porterebbe a svolgere un ruolo di avanguardia, elevando di molto il livello di coscienza ed organizzativo dei movimenti di base e favorendo la rinascita del sindacato di classe.
a) La Confederazione Unitaria di Base
La Cub ha posto l’anno 1977 come inizio della «avvenuta mutazione genetica di Cgil-Cisl-Uil che si sono trasformate in strutture burocratiche lottizzate dai partiti, prive di rapporto democratico con i lavoratori, subordinate al governo e alle esigenze del grande padronato» (Documento conclusivo dell’Assemblea di fondazione della Cub, 24 gennaio 1992).
La “mutazione” si sarebbe conclusa con l’accordo del 10 dicembre del 1991 e del 3 luglio 1992.
Il lavoro del partito ha dimostrato ampiamente come la Cgil sia rinata nel 1944 “tagliata sul modello Mussolini” (non consideriamo qui Cisl ed Uil sottoprodotti della guerra fredda in campo sindacale). Nel 1977 non c’è stata alcuna mutazione genetica ma semplice adeguamento del sindacato tricolore alle esigenze del capitale italiano.
D’altra parte, non fosse che per il nome che la neo-confederazione ha deciso di assumere (Cub), essa dovrebbe avere maggiore memoria storica. Le lotte operaie degli anni 1968-70, di cui i Cub furono uno dei prodotti più alti dell’organizzazione indipendente degli operai in campo economico, furono lotte dure contro i sindacati degenerati. Allora il capitale offriva ancora margini di manovra ai sindacati, i quali d’altra parte ebbero l’intelligenza, dopo un inutile tentativo di soffocare le lotte, di lanciare la parola d’ordine del “sindacato dei consigli”. Come qualche anno fa ha ricordato Del Turco il sindacato dei consigli ha avuto l’obiettivo di stroncare il movimento degli operai. Certo gli operai con il loro ultrademocraticismo, la loro incapacità di comprendere la natura reale dell’opportunismo, e quindi dei mezzi per combatterlo, facilitarono l’opera di recupero sindacale; ma è indubbio che l’esperienza di allora fu estremamente significativa nel dimostrare che la parola d’ordine di democratizzazione dei sindacati era controrivoluzionaria e che il “controllo operaio” attraverso i consigli, specialmente quando furono riconosciuti per legge con lo Statuto dei lavoratori, non poteva assolutamente contrastare l’opportunismo, ma anzi lo favoriva. Questa lezione non è stata compresa dalla Cub, e ancora di più dallo Sla che anzi del Sindacato dei Consigli fa «un embrione del potere alternativo a quello dominante» (art. 3 comma 7 dello statuto dello Sla).
La Cub non intende porsi come struttura gerarchica interferente nelle attività delle organizzazioni aderenti. Essa è organizzata su basi federaliste, ogni organizzazione ad essa aderente mantiene totale e incodizionata autonomia. Questa giunge fino al riconoscimento che «le iniziative e le trattative di carattere generale debbono essere oggetto di preventiva approvazione da parte di tutte le organizzazioni sindacali aderenti» (art. 5 dello Statuto della Cub). Questo diritto di veto di ogni organizzazione se fosse applicato veramente, e per il momento non lo è, condannerebbe la Cub alla impotenza perpetua. La Cub si trova quindi costretta o a violare il suo Statuto o a perdere preziose energie nell’opera di mediazione tra tutte le organizzazioni componenti. Attualmente la questione non è bruciante in quanto di fatto nella Cub le decisioni sono prese dalla Flmu e dalle RdB. Ma è chiaro che nel momento in cui la Cub venisse a raccogliere decine di forti organizzazioni di categoria la mediazione sarebbe praticamente impossibile e l’impotenza certa.
La Cub nulla dice sulla riscossione delle quote per delega. Il suo Statuto, nulla dice sul modo di riscossione dei contributi sindacali da parte delle organizzazioni componenti. Di fatto la riscossione per delega al padrone è fatta propria dalle organizzazioni fondatrici della Cub. Per la Cub la questione della delega è solo di semplificazione contabile e non comprende che la sua introduzione ha costituito l’inizio della distruzione della rete sindacale sui luoghi di lavoro, costituita dai collettori che, nell’assolvere la specifica funzione di fiduciari per la riscossione dei contributi sindacali, collegavano ogni lavoratore iscritto in una rete di difesa operaia libera dalle influenze dei padroni e dei loro manutengoli. La distruzione di questa rete di collettori è servita ai sindacati per liberarsi della pressione diretta e immediata degli iscritti. Con la delega si è concluso il lungo processo che ha portato le organizzazioni sindacali di regime ad essere impermeabili alle pressioni dei lavoratori, insensibili alle loro sofferenze, schierate sempre e dovunque contro gli operai e per il padronato. Senza trascurare il fatto che la delega consegna l’organizzazione dei lavoratori e i suoi mezzi finanziari nelle mani dello Stato e dell’azienda.
La delega viene giustificata dalla Cub come mezzo per essere riconosciuta come soggetto contrattuale dal padronato e dallo Stato. La questione della rappresentanza un’organizzazione classista la risolve sul suo terreno, che è quello della lotta di classe e della forza, non su quello imposto dall’avversario.
Lo Statuto afferma all’articolo 3 che la Cub «si oppone a qualsiasi forma di regolamentazione per legge del diritto di sciopero», ma niente è detto sull’accettazione o meno dei codici di autoregolamentazione da parte di organismi di base aderenti alla Cub. I codici sono stati firmati dalla maggiore organizzazione aderente alla Cub, le RdB. L’accettazione dei codici è la fine di ogni organizzazione di classe indipendente. È debole l’obiezione che afferma che l’accettazione è puramente strumentale per aver accesso alle trattative.
Cosa si direbbe di un generale che consegna unilateralmente le armi del suo esercito per potersi sedere al tavolo delle trattative con l’avversario se non che sta tradendo? Alcuni dirigenti della Cub affermano pubblicamente che l’accettazione dei codici è solo un fatto formale. Pensano in questo modo, presuntuosamente, di ingannare un avversario con una esperienza secolare. In realtà alla borghesia interessa far vedere ai lavoratori che nella sostanza gli organismi si base non si distinguono in nulla dai sindacati di regime. Che essi non sono altro che una immagine rimpicciolita dei sindacati venduti.
La Cub ha funzionari stipendiati dal padronato e dallo Stato. Ciò è da rifiutare assolutamente in quanto il regime utilizza i distacchi come arma di corruzione, di intimidazione e di ricatto.
I principi generali su cui si fonda la Cub (art. 3 dello Statuto) non sono principi di un sindacato di classe ma versione, aggiornata con una spruzzatina di ecologismo, dei principi della Lega della Pace e della Libertà già messa alla berlina da Marx 130 anni fa.
L’ultima critica che abbiamo da rivolgere a questa organizzazione riguarda il metodo di lavoro nella fase di preparazione delle lotte. La Cub si preoccupa molto poco di raggiungere intese unitarie con le altre organizzazioni di base. Essa tende a proclamare unilateralmente delle lotte su obiettivi da essa scelti a cui poi chiede l’adesione degli organismi di base. Queste forzature sono sintomo di una sopravvalutazione delle proprie forze e di desideri di primogenitura delle lotte che contribuiscono a frammentare il fronte dei lavoratori più che ad unirlo, come sarebbe necessario.
Alla Cub comunque bisognare riconoscere l’onestà di non dichiararsi sindacato di classe come invece pretende di essere lo Sla.
b) Il Sindacato Lavoratori Autorganizzati, prima variante del “proudhonismo risorgente e tenace”
L’obiettivo dello Sla è il sindacato dei consigli. Lo Sla si pone in rapporto al sindacato dei consigli nello stesso modo in cui l’AAU (Allgemeine Arbeiter Union: Unione generale dei lavoratori) tedesca degli anni 20 si poneva in rapporto al sistema dei consigli. Così come l’AAU si considerava embrione e strumento del sistema dei consigli, lo Sla si pone come strumento ed embrione del sindacato dei consigli. Nel documento introduttivo allo Statuto Sla è affermata, da una parte, la costituzione del Sindacato Nazionale dei Lavoratori Autorganizzati e, dall’altra: «Noi non siamo “il” sindacato dei lavoratori e respingiamo ogni dannosa logica di autoproclamazione. Noi vogliamo essere uno strumento per rifondare dal basso un’organizzazione di massa di milioni di lavoratori, in cui combattere la nostra battaglia anticapitalistica per una società più giusta, diretta non dai comitati di affari delle imprese ma da coloro che producono la ricchezza del paese: i lavoratori stessi».
Alcune concezioni dello Sla (autonomia dai partiti, l’iscrizione attraverso delega, il feticcio della democrazia diretta intesa come garanzia assoluta contro la degenerazione opportunista dei vertici sindacali, etc.) sono comuni alla Cub e ai Cobas-scuola. Anche i principi generali dello Sla differiscono di poco da quelli della Cub. Contengono qualche “classe” ed “internazionalismo” in più, ma nella sostanza non vanno oltre un generico laburismo progressista.
Lo Sla è l’unica organizzazione che si pone l’obiettivo di costruire il sindacato di classe, ma il processo delineato conduce il moderno consiliarismo, forma degenere del già bastardo ordinovismo, nel grembo del fascismo. Il sindacato dei consigli, autoproclamato dallo Sla “sindacato democratico e di classe”, non dovrebbe scaturire dalla lotta di classe ma grazie a due strumenti squisitamente borghesi e controrivoluzionari: il referendum contro l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori e una legge dello Stato sulla rappresentanza e la contrattazione. La regolamentazione per legge del diritto di contrattazione è voluto anche dalla Confindustria, insieme all’applicazione dell’articolo 39 della Costituzione. Rimandando agli articoli apparsi sui numeri scorsi per un’analisi più ampia della questione: la regolamentazione per legge del diritto di contrattazione non significa altro che il fascismo in materia di relazioni industriali.
Nulla ha ormai di comune l’attuale putrido consiliarismo, che chiede l’intervento dello Stato contro la “irresponsabilità democratica” dei vertici sindacali per l’instaurazione di “Consigli veramente democratici”, perfino con il consiliarista Togliatti che su L’Ordine Nuovo del 13 gennaio 1920 scriveva, in merito ad una ventilata legge sui consigli di fabbrica: «Il rivoluzionario diffida, per istinto, dei consensi troppo vasti, delle adesioni non richieste, dell’unanimità: al di sotto di ciò non può esservi altro che equivoco, confusione, inganno. Ogni volta che si venga a costituire, in un determinato momento storico, intorno ad un determinato punto programmatico, un blocco indifferente di elementi eterogenei, al rivoluzionario spetta compiere la funzione del reagente, provocare la separazione, la dissociazione, di stabilire i reciproci rapporti nella loro aspra e semplice chiarezza. A quanto pare, oggi, quando si parla di consigli e di controllo, si incontrano troppi consensi equivoci; a quanto pare questi due punti stanno per entrare a far parte del corpo di riforme che si chiedono dai più e che si accettano senza discussioni: è dunque necessario separarsi chiaramente da tutti coloro coi quali non si può e non si vuole andare d’accordo. Non si è parlato, nelle assemblee legislative, anche dai banchi del governo, di concedere ai lavoratori diritto di partecipare alla gestione e agli utili delle aziende, non si è apertamente accennato a nuove forme di rappresentanze professionali? Avremo dunque i consigli riconosciuti dallo Stato, avremo i parlamentini dei dipendenti delle aziende pubbliche, avremo anche il controllo istituito per decreto reale, esercitato col consenso e all’ombra dell’autorità dello Stato? E, quel che è peggio, quel che è soprattutto da temere, vi sarà nelle nostre file chi guarderà con occhio benevolo a queste innovazioni, e plaudirà e consiglierà al proletariato un atteggiamento di fiducia?»
c) I Cobas-Scuola, seconda variante del “proudhonismo risorgente e tenace”
Mentre la Cub, considerati geneticamente irrecuperabili dal 1977 – svolta dell’EUR – Cgil-Cisl-Uil, si pone il compito modesto di ricostituire un sindacato non di classe, e in questo c’è una certa onestà, che sia la copia più o meno conforme della Cgil ante-1977; mentre lo Sla vuole sciogliere il sindacato nei consigli dell’aristocrazia operaia, con il suggello dello Stato, pensando presuntuosamente di costituire «un embrione di potere alternativo a quello dominante» (art. 3, 7° comma dello Statuto), i Cobas-Scuola mirano ancora più in alto. Essi puntano ad una sintesi del politico, dell’economico e dell’ideologico (da essi chiamato pudicamente culturale) nella forma Cobas.
Secondo Bernocchi da cui sono tratte queste citazioni (“Socialismo o barbarie”, n. 0, 1992) «Le tragiche vicende del socialismo reale ci impongono di rifiutare ogni scissione che chiuda i lavoratori in un contesto economicistico-sindacale lasciando ad altri il compito della progettualità politica e culturale. Se si vuole evitare l’autonomizzazione della “dittatura del partito” e la creazione di nuove “borghesie di Stato” bisognerebbe rifiutare fin da ora ci costruire strutture politiche come organi separati, che poi vanno ad operare e a fare proseliti tra le masse». Perchè si arrivi a questa autodeterminazione politica, culturale, sociale del lavoratore non è necessaria la vecchia e buona dittatura proletaria perché «è apparsa chiara anche l’inconsistenza della teoria della “dittatura proletaria”, l’ipotesi cioè del manifestarsi, una volta abolita la proprietà privata, di comuni interessi omogenei tra lavoratori, la classe operaia, le masse popolari». Infatti l’ostacolo che impedisce “l’impegno gestionale” del lavoratore(cosa significa questo solo Dio lo sa) non è lo Stato borghese ma «l’attuale orario di lavoro della grande maggioranza degli individui. Impegnarsi per una drastica riduzione di esso (25-30 ore settimanali medie da distribuire annualmente con una certa elasticità) dovrebbe essere un caposaldo di qualsiasi progetto di trasformazione anticapitalistica».
L’articolo anonimo “Il dado è tratto” del giornale Cobas n. 10 del 1992 considera «derisoria la stessa eventualità di costruzione di nuove macchine partitiche e sindacali generatrici di nuovi ceti, magari sedicenti “rivoluzionari”, di professionisti della politica. La politicizzazione di tutto il lavoro dipendente, la sua autorappresentazione politica, il suo istituirsi in nuovo potere universale: questa è la RIVOLUZIONE che oggi si presenta nuovamente possibile e che forse, tra poco, milioni di donne e di uomini sentiranno necessaria».
Tutto ciò nell’ipotesi di Statuto dei Cobas-scuola è sintetizzato dall’ultimo comma dell’art. 2. «L’associazione svolge, ad un tempo, attività politica, culturale, nonché le funzioni che di consuetudine vengono definite sindacali».