Partito Comunista Internazionale

Alla radice degli errati indirizzi nel sindacalismo che si dice “di base” Pt. 3

Categorie: Cobas, Union Question

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Proudhon-Sorel-Consiglisti

Tutte queste posizioni pretendono di essere ultramoderne, mentre non sono che copie sbiadite e, ci si perdoni il termine, miserabili, di tentativi grandiosi che coinvolsero milioni di lavoratori in determinate fasi della storia del movimento operaio e che fallirono miseramente.

Contro la classica impostazione di Marx, definita statutariamente dalla Conferenza di Londra del 1871 e dal Congresso dell’Aia del 1872 dell’AIL, che vedeva nel partito lo strumento costitutivo della classe per sè, nella dittatura proletaria la costituzione del proletariato in classe dominante e nel sindacato la leva formidabile per scardinare, ad un certo svolto storico critico dell’economia capitalistica, il sistema di dominio borghese, si sono opposte teorie e sistemi che tutti rigettavano partito e Stato dittatoriale privilegiando altre forme di aggregazione proletaria più atte, a loro dire, a permettere l’emancipazione del proletariato.

Il primo di questi sbilenchi sistemi è costituito dal proudhonismo. Proudhon rifugge dalla battaglia politica, il partito e lo Stato non gli interessano. Accetta come strumento transitorio il sindacato e come un mezzo-male l’arma dello sciopero. La memoria dei delegati francesi al Congresso di Ginevra dell’AIL del 1866 di ispirazione proudhoniana afferma: «Spinti dalla necessità di una remunerazione più elevata, i lavoratori sospendono il lavoro, allo scopo di ottenere per i loro servizi un salario superiore, o una diminuizione nella durata del lavoro. Allora diventa ben evidente che, dal momento che i produttori sono ad un tempo consumatori, la cessazione del lavoro, aprendo un vuoto nella borsa del lavoratore, causa immediatamente e forzatamente una restrizione del consumo e porta come conseguenza la disoccupazione nelle altre industrie (…) Vi è un circolo vizioso da cui i lavoratori devono uscire al più presto».

Per Proudhon è solo mediante la cooperazione tra produttori che il proletariato potrà emanciparsi dimostrandosi capace di poter sostituire la classe dominante. Nella Memoria del 1866 è esaltata «la cooperazione (che) raggruppa gli uomini per esaltare le forze e l’iniziativa di ognuno» ed è citato Proudhon: «L’idea madre è dunque quella di un contratto per mezzo del quale più individui convengono di organizzare tra loro in una certa misura e per un tempo determinato sia la produzione, sia la circolazione o lo scambio; di conseguenza si obbligano gli uni verso gli altri e si garantiscono mutuamente, reciprocamente una certa somma di prodotti, servizi, vantaggi, compiti, etc. che sono in grado di procurarsi e di rendersi, riconoscendosi per il resto perfettamente indipendenti, sia per la loro produzione, sia per il loro consumo. Questo contratto è quindi essenzialmente sinallagmatico: impone ai contraenti solo gli obblighi che risultano dalla loro promessa reciproca; non è sottoposta ad alcuna autorità esterna; fa solo la legge delle parti; non si realizza se non dalla loro iniziativa».

Per il proudhonismo la tendenza del principio cooperativo è l’universalità. L’”autorganizzazione universale” dei proletari era per Proudhon la cooperativa, mentre per gli attuali neo-proudhoniani sono i Cobas.

Sulla questione cooperativa l’AIL aveva già preso nettamente posizione fin dall’Indirizzo inaugurale del 1864: «L’esperienza del periodo dal 1848 al 1864 ha provato, al di sopra di ogni dubbio, che il lavoro cooperativo, per quanto eccellente sia in pratica, limitato in una ristretta cerchia di sforzi parziali di operai isolati, non è in grado di arrestare il progresso geometrico del monopolio, non è in grado di emancipare le masse e neppure è capace di alleviare in modo sensibile il fardello della loro miseria».


La prima liquidazione del proudhonismo sempre risorgente.

Sulla fine dell’800 i partiti politici del proletariato erano divenuti organizzativamente potenti e numerosi in tutta Europa. Ma essi erano dominati dal revisionismo politico. A tale degenerazione della politica e della dottrina socialista, segui in larghi strati operai un’ondata di sfiducia verso la forma-Partito.

Data la debolezza delle correnti radicali marxiste la lotta al revisionismo per oltre un decennio fu egemonizzata nelle file operaie dal sindacalismo rivoluzionario, il cui capo teorico fu Sorel. La forma primogenita dell’organizzazione proletaria era per Sorel il sindacato economico che, in prima linea, doveva non solo condurre la lotta di classe per la difesa degli immediati interessi operai, ma anche prepararsi, senza alcuna soggezione ad un partito politico, alla direzione della guerra rivoluzionaria finale per l’abbattimento del sistema capitalistico.

Sorel negava la funzione del partito politico proletario e scorgeva la rivoluzione come un urto diretto tra i sindacati di classe e lo Stato borghese. Non riusciva a comprendere il problema del potere storico, del centralismo di classe. Gli bastavano le lotte di categoria e di azienda purché ne fosse tolto il veleno della collaborazione di classe, per arrivare al rovesciamento del potere borghese e alla espropriazione dei padroni. Sorel non capiva che se la peste della collaborazione tra le classi è sempre risorta è proprio in quanto la lotta, da rapporti in limiti aziendali, categoriali, nazionali, non ha potuto assurgere alla generale unità della lotta politica del proletariato mondiale guidato dall’Internazionale.

Sorel riduceva il determinismo dialettico ad un esasperato volontarismo attivo della classe luogo per luogo, gruppo per gruppo; non poneva stadi diversi, nè nell’individuo in lotta, nè nei suoi raggruppamenti, tra l’interesse, la coscienza, la volontà. Puri proletari, operai salariati che si affiancano, altro non occorreva per Sorel per dare loro volontà di combattere e conoscenza degli scopi da raggiungere. L’errore di Sorel è ingenuo. Esso gli fu direttamente suggerito dalla situazione del suo tempo. Egli non aveva una concezione teorica della storia, le sue soluzioni erano dirette, concrete, tangibili, evidenti, ma non uscivano dal quadro immediato.

Il partito politico gli sembrava superfluo e comunque fattore di degenerazione crescente. L’apoliticità dei “sindacati rivoluzionari” significava che l’operaio come elettore sarebbe stato sempre gabbato dalla borghesia. Ma i sindacalisti rivoluzionari dimenticavano, al pari dei revisionisti, che le manifestazioni politiche supreme non sono per nulla le elezioni, ma le guerre e le rivoluzioni. La più bella “apoliticità” del mondo crolla davanti al semplice fatto che sono principalmente gli operai a fornire gli effettivi degli eserciti imperialisti e che sono essi che fanno le rivoluzioni. Nel 1914 revisionisti e sindacalisti rivoluzionari si ritrovarono abbracciati alla causa della difesa nazionale.

I limiti dell’azione sindacale si rivelarono fatali quando l’imperialismo diede uno sbocco politico e militare alla sua crisi economica. L’organizzazione economica fu travolta come un fuscello dalla tormenta del ’14 e se resistenze vi furono, che posero le basi della controffensiva proletaria culminata nell’Ottobre rosso, esse avvennero proprio nei partiti politici di classe che Sorel tanti anni prima aveva boicottato invitando i proletari ad abbandonarli per cercare rifugio nei sindacati operai.

Fallito il sindacalismo rivoluzionario, dalle fiamme della rivoluzione tedesca sorse il Comunismo dei Consigli rappresentato dal KAPD (Partito Comunista Operaio di Germania), nato nell’aprile del 1920 da una scissione del KPD, e dai Tribunisti olandesi.

Il KAPD svaluta l’azione politica e di partito in generale. Il partito è ridotto ad una associazione di propaganda mentre il compito rivoluzionario è affidato alla AAU (Allgemeine Arbeiter Union: Unione generale dei lavoratori) sorta sulla base dei B.O. (Betriebs-Organisation: Organizzazione di fabbrica). I B.O. legali esistenti in Germania nel 1920 e controllati dal USPD (Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania) sono boicottati dal KAPD. Esso lavora, al di fuori di essi come al di fuori dei sindacati, considerati organi dello Stato, a formare delle organizzazioni di fabbrica (B.O.) distinte da quelle legali elette dagli operai. Le B.O. sono divise in distretti, i quali a loro volta eleggono la direzione generale dell’A.A.U. I membri della B.O. possono revocare in qualsiasi momento i loro uomini di fiducia, e costringerli a sostituire immediatamente le istanze più alte.

Il B.O. come la AAU (scheletro del sistema dei Consigli) sono concepiti come organismi che unificano la lotta economica e la lotta politica del proletariato. Si pongono il compito di distruggere i sindacati e i B.O. legali, di superare la scissione che si era avuta durante il periodo della II Internazionale tra politica ed economia.

Osserviamo che la lotta sindacale non è molto considerata né dal KAPD né dal AAU. Il compito fondamentale è di prendere possesso della fabbrica, procedere quando e dove è possibile a espropriazioni.

È una specie di proudhonismo violento.

Come per il proudhonismo l’emancipazione è concepita come il risultato del sorgere di aziende amministrate dagli operai che vi lavorano. I B.O. e la AAU, cioè Consiglio di fabbrica e sistema dei Consigli, sono considerati per loro essenza rivoluzionari.

Il programma del KAPD afferma:
     «I sindacati sono (…) uno dei pilastri principali dello Stato capitalistico di classe (…) Il carattere controrivoluzionario di queste organizzazioni sta nella loro struttura peculiare e nel loro stesso sistema (…) Dalla lotta di massa è sorta l’organizzazione di fabbrica (…) Essa è conforme all’idea dei Consigli, perciò non è affatto una pura forma o un nuovo gioco organizzativo, oppure un artistico prodigio, bensì è il mezzo espressivo che cresce organicamente nel futuro e che forma il futuro per la rivoluzione di una società che tende alla società senza classi. Essa è una organizzazione di lotta puramente proletaria (…) All’interno della fabbrica ognuno sta accanto all’altro come compagni di classe, qui ognuno deve stare con gli stessi diritti, qui la massa sta come motore della produzione e spinge ininterrottamente per comprendere e dirigere autonomamente, qui, la lotta ideale, il rivoluzionamento della coscienza passa da uomo a uomo, da massa a massa, in un attacco incessante (…)
     «Lo scopo dell’organizzazione di fabbrica è, in generale, doppio. Il Primo è rivolto alla distruzione dei sindacati (…) Il secondo grande scopo dell’organizzazione di fabbrica è la preparazione alla costruzione della società comunista.
     «Membro dell’organizzazione di fabbrica può diventare ogni operaio che parteggi per la dittatura del proletariato. Di ciò fa parte il rifiuto risoluto dei sindacati (…) Questo distacco dovrà essere la pietra di paragone per l’ingresso nell’organizzazione di fabbrica (…) Nell’organizzazione di fabbrica le masse rivoluzionarie si uniscono per mezzo della coscienza, della loro solidarietà di classe, della loro solidarietà proletaria: qui si prepara organicamente l’unità del proletariato, che non è mai possibile nel campo di un programma di partito
».

Considerato la funzione secondaria e veramente educativa del partito, coerentemente Otto Rühle postula il superamento della forma-Partito. Non ha senso l’esistenza simultanea del KAPD e dell’AAU. Il politico e l’economico devono fondersi in un unico organismo e questo non può essere il partito, il quale deve diluirsi nella classe, la quale deve assumersi in prima persona l’onere della propria emancipazione senza alcuna mediazione.

Il proletariato per Rühle deve «disfarsi della direzione dei capi e deve altresì compiere l’opera di liberazione attraverso le proprie forze e mezzi oltre che secondo le proprie iniziative e sotto la propria direzione».

Ciò porterà ad una scissione tra Rühle ed il KAPD alla fine del 1920. In realtà la scissione avverrà nell’AAU con la formazione dell’AAU-E fondata da Otto Rühle (Unione Generale dei Lavoratori – Organizzazione Unitaria), mentre KAPD e AAU unite formeranno la cosiddetta doppia organizzazione (KAPD-AAU).

La AAU-E nelle sue tesi di fondazione si definisce “l’organizzazione politica ed economica del proletariato rivoluzionario“.  

La tesi 4 afferma: «I compiti più urgenti dell’AAU-E sono: a) la distruzione dei sindacati e dei partiti politici (…) La rivoluzione sociale (…) non sarà nè affare dei partiti nè affare dei sindacati. b) L’unione del proletariato rivoluzionario nella fabbrica, cellula di produzione, fondamento della società futura. La forma di ogni unione è l’organizzazione di fabbrica».

La tesi 6 dichiara: «La AAU-E rigetta fondamentalmente tutti i capi di professione».

Da Proudhon attraverso Sorel con il comunismo dei Consigli ritorniamo a Proudhon. Un Proudhon che non si pone però il compito di dimostrare che pacificamente le aziende condotte dagli operai funzionano meglio di quelle condotte dai capitalisti, ma di assumere, con la forza, mediante il sistema dei Consigli il controllo di tutte le imprese nazionali prima e internazionali dopo, avendo il capitalismo fatto bancarotta storica nel 1914. Il sistema dei Consigli viene concepito, come per Proudhon la cooperativa e per Sorel il sindacato, come l’organo di unificazione di tutte le attività del proletariato e quindi per sua essenza rivoluzionario. Tutti i sistemi fin qui analizzati hanno in comune il rigetto del partito e dello Stato dittatoriale.

«Il sistema dei Consigli, con il suo specifico sviluppo, è capace di sradicare e non soltanto di far sparire la burocrazia statale, ma anche la burocrazia sindacale (…) Durante le discussioni nel partito, in Germania, si è voluto prendere in giro chi affermava che una forma di organizzazione possa essere rivoluzionaria col pretesto che tutto dipendeva soltanto dalla coscienza rivoluzionaria degli uomini, degli aderenti. Ma se il contenuto essenziale della rivoluzione consiste nel fatto che le masse prendono nelle loro mani la direzione dei loro affari, la direzione della società e della produzione, occorre conseguentemente dire che qualsiasi forma organizzativa che non permette alle masse di dominare e di dirigere se stesse è controrivoluzionaria e nociva, per questa ragione deve essere sostituita con un’altra forma organizzativa che è rivoluzionaria per il fatto che questa permette agli operai stessi di decidere attivamente su tutto» (A. Pannekoek).

Non si deve pensare che queste teorizzazioni riguardassero poche migliaia di proletari. Nel suo massimo splendore la AAU giunse ad organizzare più di mezzo milione di proletari e insieme al KAPD fu alla testa di moti insurrezionali di vasta portata.

Le escursioni nel passato del movimento operaio non sono compiute per accademia. Si vuol dimostrare che le posizioni attualmente espresse non sono affatto originali, come vogliono pretendere, ma sono vecchie di 150 anni e non hanno nè la potenza teorica nè la base di massa che i sistemi, loro lontani e allora rispettabili antenati, possedevano. Oggi si esalta semplicisticamente la condizione “superiore” della forma-Cobas, contrapposta non solo al “rigor mortis” delle “forme professionali del sindacalismo della Cgil-Cisl-Uil” e dei partiti, ma alla forma-Partito, Sindacato, Stato in generale.

Nel tentativo di superare la necessità della forma Partito e della forma Sindacato non si prende in minima considerazione la questione dello Stato e della necessità della sua distruzione. La dittatura del Partito comunista, che non altro significa la dittatura del proletariato, è la condizione indispensabile per distruggere gli ostacoli all’erompere della nuova forma di produzione comunista dall’involucro capitalista. Mentre le forme Partito, Sindacato e Stato produrrebbero inevitabilmente la burocratizzazione e quindi i “mostri”, la forma Cobas sarebbe per sua natura garantita da ogni degenerazione. Sembra di risentire il vecchio Pannekoek e il suo sistema dei consigli.

I Cobas-scuola pretendono di essere una forma superiore ma garantiscono che giammai sarà usata la violenza e men che mai la dittatura degli oppressi per l’emancipazione del proletariato. Al massimo si richiederà una riduzione dell’orario di lavoro e una sua maggiore flessibilità. Probabilmente per permettere ai salariati la scelta tra il doppio lavoro e il rincoglionimento davanti alla TV. La Rivoluzione e la dittatura, insegna Marx, servono non solo per schiacciare i capitalisti e i loro alleati ma anche per rivoluzionare i rivoluzionari e in particolare la classe rivoluzionaria per eccellenza: il proletariato.

L’attuale maggioranza dei Cobas-scuola è una eclettica accozzaglia di opportunisti piccolo-borghesi di varia provenienza (stalinista, operaista, autonoma, anarchica, rifondatrice e federalista) disposti ad ogni manovra per rimanere a galla. Non a caso si sono accodati ai Consigli unitari, ultima spiaggia del sindacalismo confederale, nell’opera di inganno dei lavoratori, con l’operazione referendaria contro l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori.

Nei Cobas-scuola, a differenza delle altre organizzazioni di base, si è enucleata una opposizione di sinistra con centro Torino su chiare basi di classe, che ha prodotto un articolato documento e delle tesi caratteristiche sul sindacato di classe che si rifanno al miglior patrimonio di lotta del proletariato italiano.

Questa opposizione di classe oltre ad operare all’interno dei Cobas-scuola cerca collegamenti con tutte le organizzazioni di base e le loro eventuali opposizioni interne per giungere ad una unione intercategoriale su basi classiste.


Per il sindacato di classe

Il Sindacato di classe è contemporaneamente necessario e insufficiente per l’emancipazione dei lavoratori. Necessario perché i lavoratori hanno bisogno di uno strumento di difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro che risponda solo al proletariato e se ne infischi delle esigenze dell’economia nazionale e aziendale. Insufficiente perché il sindacato privo di direzione comunista può difendere gli interessi dei lavoratori fino a che il capitalismo funziona “normalmente”. Già quando scoppia la crisi economica il sindacato vede diminuire il suo potere di contrattazione. Se poi la crisi economica si trasforma in crisi politica e militare il sindacato diretto dal riformismo evidenzia tutta la sua impotenza.

Il sindacato svolge l’utile funzione di palestra della lotta di classe e di pedagogo presso le masse dell’aleatorietà di ogni conquista operaia finché sussiste il modo di produzione capitalistico (aleatorietà ampiamente dimostrata nella estate del ’92 in cui in due mesi sono state spazzate via conquiste di cinquant’anni). Solo se agisce in questo modo il sindacato è di classe e rivoluzionario.

Necessità e insufficienza sembrano aspetti che si autoelidono in politica. In realtà essi si completano l’un l’altro: i lavoratori, da una parte hanno bisogno di uno strumento di difesa il più vasto e largo possibile, dall’altra devono comprendere sulla loro pelle e trasmetterlo alle generazioni future che ogni conquista, finché sussiste il capitalismo, può essere loro tolta, e che quindi le stesse lotte economiche e lo stesso strumento sindacale contano non in quanto tali, ma in quanto mezzi e strumenti utili a risolvere positivamente ben altro scontro che ha in palio la distruzione dell’economia capitalistica, per il quale trapasso non basta il sindacato ma occorre la direzione del Partito di classe.

Una obiezione molto diffusa è che, se il sindacato per essere di classe e rivoluzionario, senza rinunciare ai suoi compiti specifici, deve essere strumento del partito, esso sindacato sarebbe impossibile senza di questo, per cui bisognerebbe prima concentrare gli sforzi perché il partito nasca dalle viscere della società.

Obiezione puerile e scolastica: l’umanità si pone i problemi che può risolvere. Oggi i lavoratori sentono l’esigenza di una potente organizzazione sindacale che li difenda dagli attacchi sempre più devastanti del capitale. Non sentono ancora l’esigenza del Partito rivoluzionario di classe. La formazione del partito e quella del sindacato si influenzano reciprocamente ma non hanno lo stesso ritmo nè tempi paralleli.

Il Sindacato senza la guida del Parito può svolgere solo la funzione di monopolista della forza-lavoro. Se è un onesto sindacato socialdemocratico può costringere il singolo imprenditore a rispettare i patti sottoscritti, e lo può fare solo fino a che l’imprenditore ha fiducia nella capacità del sindacato di ottenere da parte degli operai il rispetto con la forza degli obblighi contratti. Comunque il sindacato si muove sul terreno del rispetto della legge del valore e del plusvalore. Esso conferma e non nega il Capitale. Se è un sindacato giallo esso è alle dipendenze dell’azienda e ad essa subordina gli interessi degli operai; se è nero è alle dipendenze del capitalista collettivo rappresentato dallo Stato e ad esso subordina gli interessi di tutto il proletariato.

Il Partito senza il sindacato è un cervello senza corpo. Gli mancano le membra per poter operare come forza storica. Come è affermato nel nostro “Partito rivoluzionario e azione economica”: «In ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato, 3) un forte partito di classe rivoluzionario nel quale militi una minoranza di lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese».

Come scritto nelle pagine precedenti la rinascita del sindacato di classe non sarà né graduale né pacifica. Esso sarà il risultato di un violento scontro sociale, al limite della guerra civile tra proletariato e borghesia. Nell’alternarsi di cicli alti e bassi della lotta di classe compaiono e spariscono forme di organizzazione indipendente degli operai.

Al Partito interessa relativamente ciò che tali forme pensano di essere. Se affronta criticamente la coscienza di sé di tali forme lo fa per martellare i principi della teoria e della tattica di partito in materia sindacale. Interessa molto invece al Partito ciò che esse sono oggettivamente. Tutte le forme di organizzazione economica indipendente del proletariato apparse in questi decenni in ogni paese del mondo rappresentano lo sfilacciarsi, sotto i colpi della crisi, del controllo dell’opportunismo sul proletariato. Non bisogna illudersi sulla distruzione a breve di tale controllo. L’opportunismo controlla non solo le organizzazioni storiche del movimento operaio ma anche i gruppi dirigenti e la stessa base organizzata dei Cobas.

Sotto i colpi della crisi e dell’offensiva capitalista si stanno cominciando ad aprire spazi per l’intervento attivo dei comunisti internazionalisti. Tali spazi sono ancora molto stretti e probabilmente effimeri. Ma é certo che procedendo l’attacco alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato, stritolata alfine la miserabile aristocrazia operaia, non tarderà molto il crollo dei sindacati di regime e la rinascita di nuove estese organizzazioni economiche del proletariato in cui il Partito potrà liberamente operare per la loro conquista, dimostrando al proletariato, nell’azione quotidiana dei suoi militanti, che esso è l’unico organo abilitato a guidarlo sulla dura strada della sua emancipazione.