Partito Comunista Internazionale

Los Angeles, Rivolta della disperazione nella tragica assenza della classe operaia organizzata

Categorie: North America, Racial Question, USA

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Più di 50 i morti, centinaia i feriti, parecchie migliaia gli arrestati nella feroce repressione che ha visto l’impiego di ben 13 mila uomini tra Polizia, Guardia nazionale ed Esercito, con impiego di armi pesanti, mezzi corazzati, aviazione.

I soldati reduci da Panama e dal Medio Oriente si sono trovati a fare i cani da guardia in casa propria; un giornale inglese, l’Observer, ha scritto in prima pagina «La superpotenza rioccupa una città sventrata».

Il motivo scatenante è stata la sfacciata assoluzione dei poliziotti che qualche mese prima avevano massacrato di botte un operaio nero, ma le vere cause dell’esplosione di rabbia, come ha riconosciuto anche la scandalizzata stampe borghese, sono da ricercare nella miseria, nella disperazione in cui vive la popolazione dei ghetti.

Quando, quasi trent’anni fa, scoppiò la rivolta nera di Watts la disoccupazione in quel quartiere era del 15%, oggi nell’intero South Central Los Angeles, un’area di circa 90 chilometri quadrati dove si accalcano mezzo milione di negri e latino americani, essa raggiunge il 40%. Sui 9 milioni di abitanti di Los Angeles ben 1.336.000 sono iscritti nelle liste di indigenza, un abitante su 7 ha un reddito al di sotto del livello di povertà.

E Los Angeles non è un’eccezione negli USA, dove l’85% della popolazione vive ormai in grandi agglomerati urbani: secondo le statistiche ufficiali ben 36 milioni di americani, il 14,7% della popolazione del paese che domina il mondo, uno su sette appunto, sono poveri.

La povertà non è questione di razza, infatti se è vero che in percentuale sono i negri a crepare più spesso di fame (il 32%), è povero anche il 10,7% dei bianchi ed in numero assoluto i negri poveri sono 9 milioni contro 21 milioni di bianchi e 6 milioni tra ispanici ed altri. Tutte le statistiche sulla povertà concordano che questa è in crescita e che cresce continuamente il divario tre i ricchi, sempre più ricchi, ed i poveri, sempre più poveri e sempre più numerosi.

L’analisi sociologica non aiuta molto di più, aiuta invece un’analisi dei rapporti tra le classi. I “poveri” non costituiscono una classe, spesso si identificano col sottoproletario. Esistono borghesi più poveri di proletari. La borghesia sa che le rivolte della povertà non possono avere in sé alcuno sbocco e, nei momenti di crisi, lascia che il problema sia risolto con la repressione. La questione cambia se i poveri sono anche proletari che lavorano ma il cui salario non è sufficiente per vivere, se sono disoccupati ancora legati ai loro compagni rimasti al lavoro e quindi ancora organizzabili sul piano sindacale e politico.

Dal 1898 negli Stati Uniti sono scomparsi quasi tre milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero, quello che pagando buoni salari e richiedendo una modesta preparazione professionale ed intellettuale, occupava una manodopera generica spesso composta da negri o ispanici. Durante gli anni ‘80 c’è stata una spettacolare crescita di operai retribuiti col minimo del salario: «Nel 1964 gli americani in questa categoria erano 11,2 milioni ma negli anni successivi erano scesi a 6,6 milioni e si erano stabilizzati intorno a quella cifra fino ai tempi di Reagan quando gli uomini e le donne con compensi di soli 12.000 dollari all’anno sono aumentati ininterrottamente fino a raggiungere i 14,4 milioni» (Il Sole 24 ore, 20 maggio).

D’altronde il salario minimo non è stato elevato una sola volta tra il 1981 e il 1989 ed oggi non rappresenta «che il 25% del salario medio dell’industria contro il 50% di trent’anni fa» da Le Monde Diplomatique, giugno 1992).

Anche il salario settimanale reale è dal 1973 che è in continua, anche se lenta, discesa: nel 1973 era pari a 327,45 (in dollari del 1982‑84), nel 1982 era sceso a 276,95 e nel 1990 è arrivato a 274,76 con una diminuzione del 19,1% rispetto al 1973.

Se esiste dunque il problema di una povertà crescente che riguarda non solo gli Stati Uniti ma tutti i paesi capitalistici, risulta sempre più chiaro che negli ultimi anni c’è stato in tutti questi paesi, un attacco diretto alle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia che è risultato più massiccio nei paesi che sono stati più colpiti dalla crisi economica. Sono stati gli operai finora a pagare la crisi del sistema capitalistico statunitense e per essi “il sogno americano” è finito dal 1973.

Fino ad allora essi avevano goduto di tutti î privilegi derivanti dall’essere schiavi della borghesia più potente del mondo ed hanno costituito quella “aristocrazia operaia” che ha sorretto il regime e perfino le sue guerre imperialiste; adesso però la discesa delle loro condizioni di vita iniziata lentamente vent’anni fa, si fa sempre più veloce ed i privilegi svaniscano con la disoccupazione che cresce e i salari che diminuiscono ogni giorno mentre sale lo sfruttamento; infatti se fino a qualche anno fa la borghesia riusciva a scaricare il peso della crisi soprattutto sui negri, sugli ispanici sugli immigrati cercando di camuffare il problema di classe sotto quello razziale, adesso questo gioco non è più possibile e le condizioni di tutti i proletari vanno sempre più unificandosi al livello peggiore.

D’altronde l’ottenimento da parte della minoranza negra dei diritti civili ha permesso in pochi anni di mostrare che cosa si celava sotto la questione razziale: la borghesia negra ha potuto arricchirsi e prendere il suo posto accanto a quella bianca mentre il proletariato negro è rimasto a svolgere i lavori peggiori, peggio pagati e a vivere nei ghetti. Su queste basi materiali noi fondiamo la nostra speranza ed il nostro augurio che dalle rivolte della fame e della disperazione che si esauriscono senza lasciare traccia si passi finalmente all’ORGANIZZAZIONE della lotta per la distruzione del regime capitalistico e del suo Stato. Noi auspichiamo che le minoranze operaie più coscienti inizino un lavoro metodico, costante, di riorganizzazione del proletariato in organismi economici per la difesa delle sue condizioni di vita e di lavoro, indipendentemente dalla sua razza, dalla sua religione e del colore della sua pelle.

Noi auspichiamo che all’odio verso una società sempre più ingiusta, sempre più violenta ed oppressiva rinascano i primi nuclei del Partito sulle basi del classico programma comunista rivoluzionario, aperto a tutti gli individui che vogliono dedicare la loro esistenza allo scopo esaltante della dittatura proletaria, del comunismo.