Marx e le classi medie Pt.2
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- Inglese: Marx and the Middle Classes Pt.2
- Italiano: Marx e le classi medie Pt.2
II.
Nella struttura della Società capitalistica la classe media è immortale. Non solo i piccoli commercianti e bottegai adoratori del principio della proprietà privata e del credito, assicurano inevitabilmente l’esistenza di parassiti nell’organismo sociale, in quanto sono causa della dissipazione e dello sperpero del lavoro sociale, ma anche fuori dal loro ambiente appaiono come i fautori di una speciale filosofia che ha per obbiettivo di impedire la rivoluzione proletaria.
“La classe media – con le parole di Marx – non ha speciali interessi di classe. La sua liberazione non importa una rottura col sistema della proprietà privata. Essendo incapace di fare una parte indipendente nella lotta di classe, essa considera ogni decisiva lotta di classe come un disastro per la comunità. Le condizioni della sua propria libertà, che non comportano un distacco dal sistema della proprietà privata sono, agli occhi dei membri della classe media, quelle stesse secondo le quali l’intera società può essere salvata”.
E questa è la vera ragione per la quale le masse delle piccole classi medie sono le più pericolose nemiche della dittatura del proletariato. Esse rappresentano una porzione molto forte della Società. I loro speciali interessi sono assolutamente incompatibili con le perturbazioni economiche che accompagnano inevitabilmente i periodi di transizione.
Le perturbazioni del credito tagliano il terreno sotto i loro piedi. Esse cominciano ad agitarsi per l’ordine, per il rafforzamento del credito, in tal modo che ogni concessione ad esse conduce in effetti ad una completa restaurazione dell’antico ordine.
I fautori della filosofia della classe media, che mettono cattedra come critici del capitalismo nel movimento delle classi lavoratrici, nel tempo in cui questo movimento è ancora nello stadio di un’attitudine puramente critica verso il capitalismo, e che esercitano su di esso una particolare vigilanza piccolo-borghese, si sentono disillusi quando giunge l’ora della decisiva battaglia.
La loro supremazia nel campo intellettuale non può continuare a lungo, perché non è in loro potere di liberarsi dalle concezioni piccolo-borghesi della vita e del mondo.
Questo è ciò che Marx dice nel suo “18 Brumaio” nel quale egli ci dà una magistrale analisi di questa vigilanza della classe media, a proposito di questi “rappresentanti” del movimento operaio o, per essere più esatti, di queste sanguisughe che si sono attaccate ad esso. “Ciò che fa di loro gli esponenti della piccola borghesia è il fatto che i loro sentimenti non abbandonano la via in cui muove tutta la vita di questa, e che perciò essi vengono per una via teoretica agli stessi problemi e soluzioni cui la piccola borghesia giunge nella vita attuale. Tale è in genere la relazione tra i rappresentanti politici e letterari di una classe e la classe medesima”.
Marx era spietato con questi avvelenatori della coscienza di classe del proletariato. Tutto il movimento proletario dovrebbe esserlo parimenti. Con le armi del ridicolo e dell’odio egli combatteva contro gli “eroi” della democrazia sociale francese dell’epoca, il movimento politico che rappresentava una irregolare unione tra la piccola borghesia e il proletariato.
Egli mirava a separare il movimento operaio da tutti gli elementi piccolo-borghesi, perché l’attitudine della piccola borghesia – attaccamento all’idea della proprietà privata, più o meno aperta lotta per sostenere il credito, terrore di ogni profonda perturbazione sociale – è in pratica il più grande nemico interno del proletariato e della rivoluzione proletaria.
III.
Una dittatura proletaria che dimostra una tendenza a far concessioni alla piccola borghesia, è minacciata di distruzione.
Una classe lavoratrice che lotta contro la borghesia “dal disotto” si sottrae a questo pericolo più facilmente che un proletariato vittorioso.
Un proletariato che combatte “dal disopra” possedendo il potere dello Stato ed affrontando i problemi della organizzazione della produzione, è in una posizione più difficile che un proletariato che ancor non abbia raggiunta la vittoria. La classe lavoratrice stessa non è ancora libera di tutti gli abiti mentali piccolo-borghesi, mentre le masse di parassiti della classe media che vivono sotto il vecchio regime non sono egualmente pronte a vivere sotto il regime dello Stato proletario.
Lo schiacciamento della controrivoluzione in Russia (ricordiamo che questo scritto è del maggio 1918) mostra che anche ivi è venuta l’epoca in cui, come dice Marx nella “Guerra civile in Francia” tutte le frazioni della borghesia ad eccezione dei grandi capitalisti – “bottegai, commercianti, esercenti” – riconoscono che il proletariato è la sola classe capace di iniziativa nella sfera della ricostruzione sociale. Questo vuol dire dunque, che la stessa frazione della piccola borghesia la quale “offriva i lavoratori come un sacrifizio ai propri creditori” tenterà ancora una volta di venire ad un accordo coi suoi creditori.
Finché la piccola borghesia esiste, essa non è capace di rinunziare a sé stessa, quando debba sottomettersi al proletariato. Benché incapace di una resistenza indipendente essa tenterà nondimeno per diverse vie di deviare l’indirizzo e i metodi della rivoluzione.
Se essa perviene una volta, sotto qualsiasi maschera a riapparire nell’arena della lotta dei lavoratori, essa userà tutte le sue energie allo scopo di poter rimanere la proprietaria delle sue bottegucce e la cliente del capitalismo. Essa chiede prima di tutto “il ristabilimento del credito” – ma questo grido rappresenta per la piccola borghesia solo “una forma dissimulata del grido pel ristabilimento della proprietà privata”.
La Rivoluzione, mentre celebra il centenario della nascita di Marx, non deve dimenticare la sentenza che egli pronunziò nei riguardi della piccola borghesia.
Béla Kun