Tesi Presentate Dalla Sinistra (“Tesi di Lione”)
Categorie: Party Theses
Articolo genitore: Tesi di Lione
Questo articolo è stato pubblicato in:
Traduzioni disponibili:
Un documento come il presente difficilmente può andare esente da una certa sproporzione tra le varie sue parti, in quanto l’andamento della discussione ha reso di maggiore utilità certi punti ed argomenti, lasciandone anche di pari importanza in minore luce. Per completare per quanto è possibile il pensiero del gruppo di compagni, cui sono dovute le presenti tesi con riferimento ad altri testi già noti, per quanto non a tutti di facile consultazione, crediamo utile di premettere la citazione di alcuni documenti derivati dallo stesso indirizzo, che in quello odierno viene riaffermato e difeso.
- Tesi di Roma – Votate dal II Congresso del Partito Comunista d’Italia il 26 marzo 1922.
Il testo presentato al Congresso è pubblicato: nel “Comunista” del 31-12-1921, nr. 67; nell’”Ordine Nuovo” del 3-1-1922, nr. 2; nel “Lavoratore” del 5-2-1922, nr. 4960; in “Rassegna Comunista” del 30-1-1922, nr. 17. Le poche varianti apportate dal Congresso al primo testo sono pubblicate: nel “Comunista” del 4-4-1922, nr. 95; nel “Lavoratore” del 5-4-1922, nr. 5014; nell’”Ordine Nuovo” del 6-4-1922, nr. 96; nella “Rassegna Comunista” del 31-7-1922, nr. 26. - Tesi sulla tattica dell’Internazionale Comunista – Presentate al IV Congresso dell’Internazionale Comunista. Pubblicate nel nr. 16 dello “Stato Operaio” del 6-3-1924.
- Programma di azione del Partito Comunista italiano – Presentato al Congresso IV dell’Internazionale Comunista. Pubblicato nello “Stato Operaio”, numero suddetto.
- Mozioni e tesi approvate dalla conferenza nazionale (consultiva) del Partito Italiano del maggio 1924, pubblicate dallo “Stato Operaio” del 18- 3-1924, nr. 16.
- Tesi sulla tattica dell’Internazionale Comunista -Presentate al V Congresso mondiale. Pubblicate (in lingua francese e tedesca), nel Bollettino del Congresso stesso, nr. 20 dell’8-7-1924.
Presentazione delle Tesi di Lione
Le Tesi di Lione, che qui ripresentiamo, si situano in un momento cruciale del movimento operaio e comunista, che ci autorizza a considerarle insieme come un punto di arrivo e come un punto di partenza nella difficile e contrastata genesi del partito mondiale di classe del proletariato.
La direzione di sinistra del Partito Comunista d’Italia, uscita dai congressi di Livorno e di Roma, era stata sostituita provvisoriamente in seguito all’arresto dei principali dirigenti nel febbraio 1923, e definitivamente dopo l’assoluzione di questi ultimi al processo nello stesso anno. Dopo le prime resistenze (da parte di Terracini soprattutto, ma anche di Togliatti), la nuova direzione di “centro” si allineò gradualmente alle posizioni dell’Internazionale, ma ancora alla Conferenza nazionale di Como (maggio 1924) risultava in minoranza rispetto al grosso del partito, quasi unanimemente schierato sulle sue posizioni di origine.
Pur in tale condizione, come al successivo V Congresso dell’Internazionale Comunista, la Sinistra non solo non rivendicò il proprio ritorno alla direzione del partito, ma sostenne che una simile possibilità era condizionata ad una decisa e non equivoca svolta nella politica di Mosca: «Ove l’indirizzo dell’Internazionale e del partito – si legge nello schema di tesi presentato alla suddetta conferenza dalla sinistra – dovesse restare opposto a quello qui tracciato, o anche indeterminato e imprecisato come fino adesso, alla sinistra italiana si impone un compito di critica e di controllo, e il rifiuto fermo e sereno a soluzioni posticce raggiunte con liste di comitati dirigenti e formule svariate di concessioni e di compromessi, quali sono il più delle volte i paludamenti pedagogici della tanto esaltata ed abusata parola di unità».
Coerentemente, al V Congresso, il rappresentante della Sinistra rifiutò non soltanto l’offerta della vice-presidenza dell’Internazionale fattagli da Zinoviev, ma ogni corresponsabilità nella direzione del Partito Comunista d’Italia, mentre la Centrale italiana si orientava sempre più nel senso voluto da Mosca e patrocinato qui da noi dalla corrente di destra Tasca-Graziadei.
Le Tesi presentate dalla corrente di sinistra del Partito Comunista d’Italia, in contrapposto alle tesi della Centrale ormai semi-stalinizzata, al III Congresso del partito tenutosi a Lione nel gennaio 1926, seguono di pochi mesi quel XIV Congresso del partito russo che aveva visto la quasi totalità della vecchia guardia bolscevica, a cominciare da Kamenev e Zinoviev, insorgere in una rovente quanto improvvisa impennata sia contro “l’abbellimento della NEP” e il “contadini arricchitevi” dei “professori rossi” e di Bucharin, sia contro il soffocante regime interno di partito instaurato da Stalin; precede di appena un mese quel VI Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista che, puntando tutti i cannoni di un’oratoria d’ufficio contro l’unica forza internazionale levatasi a denunziare la crisi profonda del Comintern – appunto la Sinistra italiana – e mettendola al bando, spianava la strada alla condanna anche dell’Opposizione russa nel novembre-dicembre.
Il movimento internazionale comunista era giunto al suo fatale crocevia e, come al XIV Congresso del PCR i Kamenev, gli Zinoviev, la Krupskaja avevano avuto la coscienza di esprimere nelle loro parole forze sociali e materiali in lotta nell’ambito dello Stato sovietico contro altre forze sociali e materiali obiettive mille volte più potenti degli individui alternatisi alla tribuna, così sul piano internazionale la Sinistra, nel redigere come sempre un corpo di tesi riguardanti non l’angusto confine della “questione italiana”, ma l’intero mondiale campo della tattica comunista, sapeva di dar voce a un corso storico che nel giro di pochi mesi avrebbe avuto nome Cina e, per una rara e per molti anni unica convergenza di circostanze obiettive, Inghilterra – dunque un paese semicoloniale e la metropoli imperialistica per eccellenza.
Era l’anno della prova suprema, giacché dall’esito della titanica lotta degli operai e contadini cinesi e dei proletari britannici sarebbe dipeso, in ultima istanza, il destino della Russia sovietica e dell’Internazionale. L’Opposizione russa sentirà nel corso di quell’anno la terribile urgenza dei nodi venuti al pettine della storia e, superando antichi dissapori, Trotski e Zinoviev (per citare soltanto due nomi) faranno disperatamente blocco contro le forze incalzanti della controrivoluzione; il primo in particolare muoverà, fino a tutto il 1927, una splendida battaglia, e ne uscirà battuto. Uscirà battuta, con l’Opposizione russa, la rivoluzione cinese, e sconfitto il grandioso sciopero britannico, uscirà distrutto l’intero movimento internazionale comunista.
Per l’ultima volta a Mosca, in quel biennio l’internazionalismo proletario si batterà a corpo perduto contro l’accerchiatore esercito del “socialismo in un solo paese”, e quella battaglia rimarrà iscritta a caratteri indelebili nelle pagine destinate ad ispirare le generazioni future dell’avanguardia marxista.
Ma l’Opposizione russa non potrà redigere e consegnare all’avvenire il bilancio generale di un corso storico iniziatosi molto prima del 1926, e di cui l’estrema débâcle era, in parte, il suo prodotto: potrà denunziare il male, non curarlo alla radice. Non così la Sinistra italiana, l’unica che da molti anni di gravi ammonimenti sulle conseguenze oggettive dell’eclettismo tattico del Comintern traesse la capacità di derivare la lezione globale di un quinquennio e riconoscere nel fatto compiuto quanto anticipatamente previsto.
Sola contro tutti, al VI Esecutivo Allargato rimarrà anche sola nel chiedere che la “questione russa”, cioè la questione del “socialismo in un solo paese” e del regime caporalescamente disciplinare imposto dallo stalinismo a tutti i partiti del Comintern, fosse iscritta all’ordine del giorno di un congresso internazionale da tenersi con urgenza, svincolandola dal monopolio di discussione e decisione del partito bolscevico. La richiesta fu devoluta al Presidium, che ne rimise il dibattito all’orchestratissimo Plenum del novembre-dicembre e in tal modo l’archiviò, mentre il congresso si tenne solo due anni dopo sulle macerie di qualunque opposizione rivoluzionaria, e neppure vi fece cenno.
Offrendo al movimento internazionale il suo corpo di Tesi come piattaforma su cui erigere una soluzione organica e completa dei problemi tattici inquadrata in una visione non meno organica e completa dei loro presupposti programmatici, la Sinistra inseriva già la vitale questione russa come un anello in una catena di questioni di vita o di morte per l’Internazionale, ponendo ferme basi di un suo ritorno alle origini.
Nel VII Esecutivo Allargato Trotski avrà mille ragioni di dire che, puntando tutte le sue carte sulla rivoluzione mondiale, il partito bolscevico avrebbe potuto rimanere arroccato non per uno ma per cinquant’anni. Ma non sarebbe tuttavia stato possibile senza, come disse la Sinistra, “capovolgere la piramide” di un Comintern poggiante in modo pauroso sul vertice del partito russo in crisi; senza cambiare da cima a fondo il suo regime interno e, soprattutto, senza la revisione spietata di una tattica le cui svolte imprevedute e imprevedibili avevano prodotto tanti disastri. Quella rivendicazione non aveva, beninteso, nulla di democratico, non contrapponeva al necessario accentramento l’ignobile decentramento delle “vie nazionali”. Era una trasposizione sul piano internazionale della nostra visione del centralismo organico per cui il vertice è legato alla base della piramide dal filo di una dottrina e di un programma unici e ne riceve e sintetizza gli impulsi, o la stessa piramide crolla.
È vano dire che, nella situazione di allora, l’Occidente non avrebbe potuto dare alla Russia bolscevica e allo stesso Comintern l’ossigeno che mancava sempre più, essendo esso stesso immerso in un democratismo che presto diverrà grandeggiante e onnipresente. Quello che la Sinistra rivendicò fu un principio, valido sempre e dovunque, che vede al culmine l’Internazionale, partito unico del proletariato rivoluzionario, che dirige le sue sezioni “nazionali” se ancora esistenti. Il potere coercitivo dello Stato russo, vulnerabile proprio in forza della sua vittoria isolata (specialmente in un paese economicamente arretrato) mai avrebbe dovuto essere utilizzato, come ribadì con forza la Sinistra al VI Esecutivo Allargato, per “risolvere” le questioni disciplinari dell’Internazionale o del partito al comando della dittatura di classe.
Nemmeno Trotski seppe rispondere: vi rispose ripercorrendo passo a passo, in ibrido connubio con la scintillante rivendicazione della rivoluzione permanente, l’accidentato cammino delle manovre elastiche.
Nella parte generale delle Tesi di Lione (e, a sua illustrazione, nei corollari internazionali), questa risposta generale c’è, la si accetti o la si respinga (e accettarla o respingerla si può soltanto in blocco, appunto perché rappresenta una soluzione generale). Sulla sua base la Sinistra poteva essere, e fu, schiacciata dal peso di rapporti di forza ormai pregiudicati; ma è certo che su di essa soltanto poteva risorgere; su di essa soltanto – vogliamo dire sulla base di una sistemazione non parziale ma globale delle questioni tattiche oltre che programmatiche e, per deduzione, organizzative – sarà possibile una ripresa internazionale del proletariato rivoluzionario e del suo partito.
È perciò che le Tesi di Lione, come sono un punto di arrivo nella storia degli anni ardenti 1919-1926, così sono un punto di partenza per l’oggi e il domani, in quanto rappresentano non il prodotto di secrezioni cerebrali di individui, ma il bilancio dinamico di forze reali scontratesi sull’arena delle lotte di classe nel periodo in cui tutto un secolo di battaglie rivoluzionarie si condensò, e mise alla prova del fuoco la saldezza dei partiti comunisti nel tener fede senza mai deviare ai suoi insegnamenti. Il marxismo non sarebbe nulla se non sapesse convertire (come ha saputo in Marx e in Lenin) perfino la sconfitta in premessa di vittoria. È qui il senso profondo ed attuale delle nostre tesi del 1926.
È quindi importante sottolineare come tutti i fili della lunga battaglia sostenuta dalla Sinistra in seno all’Internazionale convergano e si annodino nelle Tesi di Lione, e come da queste si possa ripercorrere a ritroso il cammino fino al 1920, per trovare la saldatura fra lo svolgersi di quella battaglia e la successione degli eventi storici di cui esse furono il bilancio dinamico – e anticipatore di corsi futuri.
Nel movimento socialista internazionale, la Sinistra – come documentano i volumi I e I bis della nostra Storia – era stata senza possibilità di contestazione l’unica a schierarsi di fronte alla guerra mondiale sulle stesse posizioni di principio ardentemente difese da Lenin e dall’esile pattuglia della “sinistra di Zimmerwald”.
Era stata quindi allo scoppio della rivoluzione di Ottobre e nel biennio successivo la sola a dare ai fini e ai mezzi della dittatura bolscevica e del suo organo dirigente, il partito russo, un’adesione sostanziale e di principio ben diversa da quella formale, generica e ispirata dall’entusiasmo del momento, che dettò le conversioni di 180 gradi della maggioranza del Partito Socialista Francese o i repentini accostamenti del massimalismo internazionale demagogico e confusionario anche nell’ipotesi migliore della sincerità dei suoi “capi”.
Era stata la sola, dalla fine del 1918 in poi, a dichiarare pregiudiziali ad uno scioglimento rivoluzionario della crisi postbellica la rottura irrevocabile non solo con la Destra, ma con l’ancora più infido Centro, e la formazione del partito comunista sulle basi che il II Congresso dell’Internazionale Comunista fisserà nel 1920.
Non stupisce perciò che a quel congresso la Sinistra, intervenuta senza mandato ufficiale come semplice corrente del PSI, non solo non opponesse alle fondamentali tesi sul ruolo del partito nella rivoluzione proletaria, sulle condizioni di costituzione dei Soviet, e sulle questioni nazionale e coloniale, sindacale e agraria, nessuna delle obiezioni che i rappresentanti delle delegazioni ufficiali invece sollevarono (o tacquero solo per ripresentarle dopo, al ritorno in patria o in sede di successivi congressi mondiali), ma desse un contributo decisivo alla formulazione delle vitali condizioni di ammissione all’Internazionale Comunista, insistendo perché fossero rese ancor più rigide e, soprattutto, non lasciassero aperti il pericoloso spiraglio degli adattamenti alle “situazioni locali”.
Ma nel quadro di questa battaglia comune e solidale per erigere “barriere insormontabili” al riformismo in seno all’Internazionale Comunista, v’era sin d’allora nelle direttive che la Sinistra invocava per tutto il movimento quell’esigenza di globalità, di carattere “chiuso”, in ogni formulazione – riguardasse il programma o il modo di organizzarsi dei partiti aderenti – di cui le Tesi di Lione saranno la rivendicazione definitiva, e quasi lapidaria.
Tale esigenza, come non nasceva dal cervello di un singolo ma dall’accumularsi di esperienze di lotta nell’Occidente in regime di democrazia piena (con gli inevitabili codazzi riformista e centrista), così si affermò con vigore polemico, non per “lusso teorico” o per scrupolo di integrità morale o di perfezione estetica, come poi si disse, ma per motivi squisitamente “pratici” (nel senso, beninteso, che per il marxismo teoria e azione sono termini dialetticamente inseparabili).
Essa era dettata da una sana preoccupazione non tanto del presente – cioè di una fase storica tuttavia lontana dall’aver esaurito le sue potenzialità rivoluzionarie – quanto del futuro, con particolare riguardo a quell’Europa occidentale e centrale che a buon diritto era considerata la chiave di volta della strategia mondiale comunista, ma in cui il processo di maturazione delle premesse soggettive della rivoluzione – prima fra tutte quella del partito – era in ritardo sul processo di sviluppo delle premesse oggettive, e si svolgeva nel quadro di contingenze storiche atte a favorire, molto più che la chiarezza, la confusione teorica e, sul piano organizzativo, la disorganicità e l’inefficienza.
Nell’oggi, urgeva dare al movimento proletario in pieno slancio una guida mondiale centralizzata e, sotto il fermo polso del partito di Lenin e Trotski, le lacune di formule relativamente “aperte” e perfino “elastiche” potevano sì rappresentare un rischio, ma calcolato, e forse inevitabile. Ma che cosa sarebbe avvenuto domani, se e quando l’ondata gigantesca fosse regredita e, nel rabbuiarsi delle prospettive di rapida marcia in avanti, il pericolo – per usare una frase di Trotski – di “recidiva socialdemocratica”, ben più grave nelle fasi di rinculo che alla vigilia della insurrezione, fosse divenuto attuale, riportando a galla e lasciando filtrare nel movimento le scorie non assimilate né espulse del riformismo?
A guerra ormai lontana, a rivoluzione forse vicina, era facile ai Cachin o ai Chrispien, con la stessa prontezza con cui sei anni prima erano passati nel campo della difesa nazionale e della guerra imperialistica, accettare le tesi dell’Internazionale Comunista, “il potere dei Soviet”, “la dittatura del proletariato”, “il terrore rosso”; ma, esauritesi le spinte oggettive di cui la loro adesione era il prodotto inconscio e involontario, la frattura non sarebbe divenuta (come divenne) voragine? Di più: la stessa Internazionale sarebbe stata al riparo, oltre che dalla pressione esterna di congiunture negative, da quella che le Tesi di Lione chiameranno “la ripercussione che sul partito hanno i mezzi stessi della sua azione, nel gioco dialettico di cause ed effetti”?
* * *
Un filo ininterrotto lega dunque il 1920 al 1926; e questo spiega come le Tesi di Lione, riprendendo i temi di allora, ampliandoli e dando loro una sistemazione definitiva e generale, abbiano potuto e possano ancora offrirli a generazioni più tarde, carichi del bilancio reale della loro conferma pratica. Gli anelli della nostra catena dialettica sono già allora precisi: siano unici, noti a tutti e per tutti vincolanti, la dottrina, il programma, il sistema delle norme tattiche; sarà unica, quindi disciplinata ed efficiente, l’organizzazione. Sicuro nel possesso di queste che sono le condizioni della sua esistenza, il partito sarà in grado di preparare sé stesso e il proletariato alla soluzione rivoluzionaria della crisi della società capitalistica, senza pregiudicare, nelle alternative di riflusso di tale crisi, le possibilità di ripresa.
Allentate prima le maglie della catena, teorizzate poi questo allentamento e avrete perduto tutto, le potenzialità di vittoria nelle situazioni montanti e le potenzialità di risalita nelle situazioni calanti. Avrete distrutto il partito, che è l’organo della rivoluzione se e in quanto abbia previsto in una salda continuità teorica e pratica “come accadrà un certo processo quando certe condizioni si verificheranno” (Lenin nel cammino della rivoluzione, 1924) e “che cosa dovremo fare nelle varie ipotesi possibili sull’andamento delle situazioni oggettive” (Tesi di Lione, parte generale).
La storia della III Internazionale è, purtroppo, anche la storia di come si uccide il partito, pur non volendolo, pur agendo con la miglior intenzione di salvarlo. Il 1926 è l’anno del “socialismo in un solo paese” con tutto il suo necessario contorno (bolscevizzazione, schiacciamento dell’opposizione di sinistra sotto il rullo compressore della disciplina-per-la-disciplina): non altro che l’uccisione del partito mondiale, quella formula maledetta significava. È il vero anno di morte del Comintern: il resto non sarà che la macabra danza intorno alla sua bara.
* * *
La dégringolade avvenne su tre piani che teniamo distinti solo per comodità di esposizione, ma che si intrecciarono l’uno all’altro e il cui risultato convergente fu di distruggere la vera unità del movimento internazionale comunista, sostituendola nel 1926-27 con una unità esteriore, formale e militaresca, buona soltanto a mascherare ed avallare in anticipo ogni libertà del centro dirigente di calpestare fino all’ultimo brandello del programma e, infine, cessata la compressione esterna degli “apparati” di partito e del potere statale russo, dar briglia sciolta alle mille “vie nazionali” verso un “socialismo” irriconoscibile. Riprendiamo l’evocazione delle sue dolorose tappe.
Avevamo chiesto con insistenza che a base della formazione dei partiti comunisti (meglio ancora, dell’Internazionale come partito comunista mondiale unico) fosse posta una piattaforma teorico-programmatica definita per sempre, da prendere o lasciare – qualcosa di simile alla sintetica proclamazione del primo punto delle Tesi di Lione (Questioni generali). Dovevano essere irrevocabilmente escluse, grazie a questo sbarramento teorico-programmatico, non solo le dottrine della classe dominante, fossero in filosofia spiritualistiche, religiose, idealistiche e reazionarie in politica, ovvero in filosofia positivistiche, volterriane, libero-pensatrici, e in politica massoniche, anticlericali e democratiche, ma anche le scuole godenti di un certo seguito nella classe operaia, dal riformismo socialdemocratico, pacifista e gradualista, al sindacalismo svalutatore dell’azione politica della classe operaia e della necessità del partito come supremo organo rivoluzionario; dall’anarchismo, ripudiante per principio la necessità storica dello Stato e della dittatura proletaria come mezzi di trasformazione dell’assetto sociale e di soppressione della divisione in classi, fino allo spurio ed equivoco “centrismo”, sintesi e condensato di analoghe deviazioni al coperto di una fraseologia pseudo-rivoluzionaria.
Lo sbarramento non ci fu, e dalla breccia lasciata aperta entrò il giacobinismo massonico (Frossard) e popolaresco (Cachin) del partito francese, marcio fino al midollo di tabe parlamentare e democratica – all’occasione perfino cripto-sciovinista (Algeria, Ruhr) – sordo alla necessità della lotta sindacale e insofferente di ogni direzione centralizzata (se occorre, in nome delle famose “condizioni particolari del proprio paese”); si fece strada nei partiti scandinavi la teoria della “religione come affare privato”, e tutto un Esecutivo Allargato (quello del 1923, a pochi mesi di distanza dall’ultimo sussulto rivoluzionario in Germania, quando urgeva concentrare tutte le energie nella possibile soluzione rivoluzionaria di una crisi i cui riflessi positivi o negativi dovevano farsi sentire su tutto il movimento) fu costretto ad assumersi l’inverosimile compito di “grattare anche una simile rogna”; il sindacalismo sonnecchiante nelle file del partito francese e l’operaismo sonnecchiante in quello tedesco ripresero fuoco e slancio per reazione all’imperante atmosfera gradualista e parlamentare, minimalista e democratica; più avanti ancora, ebbe briglia sciolta quel miscuglio di sorelismo e idealismo crociano che era la corrente dell’”Ordine Nuovo”, tenuta severamente “in linea” quando l’Internazionale era ancora ferma sulle sue posizioni di partenza e la Sinistra reggeva il partito italiano, ma sguinzagliatasi non appena la situazione si invertì; infine, fu possibile varare, con una campagna orchestrata al modo del lancio dei prodotti più “originali” dell’industria borghese, la teoria assassina del socialismo in un solo paese, bestemmia suprema contro Marx, Engels e Lenin, contro un secolo di internazionalismo proletario.
Tutto ormai era lecito, perché nulla era stato vietato dalla lucida e invariabile definizione della dottrina e del programma. Inquadrando nella “Parte Generale” la questione dei rapporti tra determinismo economico e volontà politica, tra teoria e azione, tra classe e partito, le Tesi di Lione gettavano le basi di una rinascita futura del movimento fuori dal doppio scoglio del passivismo inerte da un lato e del volontarismo tuttofare dall’altro, di cui l’orgia della cosiddetta “bolscevizzazione” e i tristi saturnali della “edificazione del socialismo” in vaso chiuso non erano che nuove varianti.
* * *
La Sinistra aveva chiesto (ed eccoci al secondo piano della dégringolade) che, a costo di una certa schematizzazione, fosse definito un sistema unico e imperativo di norme tattiche, saldamente ancorato ai princìpi ed alla previsione (derivante da essi: ché se così non fosse, neppure princìpi essi sarebbero) di una “rosa” di alternative possibili nella dinamica dello scontro fra le classi. Parve una rivendicazione impeciata di astrattismo, una formula “metafisica”; i fatti, i duri fatti di un quarantennio, sono lì a provare che era una richiesta terribilmente concreta. L’abbiamo visto per la formula della “conquista della maggioranza”; poi per quella del “fronte unico politico”; infine per quella del “governo operaio”, mentre abbiamo seguito a grandi linee i riflessi organizzativi delle affannose manovre di recupero di gruppi o di intere ali riformiste e centriste.
Habent sua fata non solo i libelli, ma le parole; più ancora le parole d’ordine. Il IV Congresso chiudeva l’anno di amari insuccessi 1922 e apriva il tormentatissimo 1923, che vedrà il glorioso partito russo travagliato da una prima grave crisi interna al cui snodamento mancherà l’apporto di infrangibile acciaio di un Lenin (le Lettere al Congresso di quell’anno mostrano quale vigoroso colpo di timone avrebbe dato, senza esitazioni né rimorsi, il grande rivoluzionario, se mai avesse potuto riprendere il suo posto al timone del comitato centrale), ma assisterà pure al riaprirsi del ciclo di lotte proletarie in Germania, Bulgaria, Estonia, e al primo accendersi delle fiammate di Oriente; e in questa cornice di luci e di ombre esso vedrà perdersi sempre più il filo conduttore dei grandi princìpi, e l’eclettismo tattico rovinare irrimediabilmente le ultime grandi occasioni di quella fase storica, aggravando per riflesso il marasma in seno al partito bolscevico, quindi all’Internazionale.
Mai come negli eventi di allora si vede fino a che punto le sbandate tattiche reagiscano sui principi e provochino in tutti i campi reazioni a catena. Le Tesi di Lione lo ricordano nella seconda parte (Questioni Internazionali): è bene, tuttavia, seguire più nel dettaglio il processo purtroppo inesorabile che, appunto da allora, condurrà l’Internazionale degli anni gloriosi al completo sfacelo.
* * *
Mentre in Italia il fascismo al potere lanciava la sua offensiva contro il movimento comunista e, arrestando i principali dirigenti di sinistra del Partito Comunista d’Italia, impediva loro di far sentire la propria voce in un anno cruciale come quello che si stava aprendo, in Germania l’occupazione francese della Ruhr, il crollo verticale del marco, il fermento diffuso in tutti i ceti e la comparsa in scena dei primi nuclei del partito nazista (NSPD), ponevano il partito comunista (KPD) – una volta fallito o rimasto inoperante il tentativo di un’azione comune dei partiti fratelli al di qua e al di là del Reno – di fronte all’ingrato compito di “scegliere”, fra le molte interpretazioni possibili del “fronte unico” e del “governo operaio”, la più conforme alle tesi del IV Congresso e alla situazione tedesca. In tale dilemma, le “due anime” che, come potremmo dimostrare in altra sede, coesistevano fin dalla nascita nel partito, rispondevano in modo discorde al duplice quesito: fronte unico al vertice – come sosteneva e predicava la Centrale – o fronte unico “dal basso” – come sosteneva e predicava una malcerta e fluttuante “sinistra”? Governo operaio nel senso di appoggio parlamentare a un governo socialdemocratico, magari di coalizione governativa socialcomunista, perfino di benevola neutralità verso il governo borghese in carica, promotore della resistenza passiva al colpo di forza alleato (come prospettava la Centrale), o in quello di una “mobilitazione generale delle masse in direzione della presa rivoluzionaria del potere” (come insisteva, non meglio specificando, la minoranza di “sinistra”)?
Né i dissensi si limitavano a questi due punti di data relativamente recente. In una situazione che, specialmente nella Renania e nella Ruhr, vedeva masse di operai agitarsi, spesso armi alla mano, sia contro gli occupanti sia contro il governo nazionale borghese, riprendevano corpo gli spettri dell’”azione di marzo” 1921: dissolidarizzare da queste generose impennate come forme di “avventurismo” infantile (come era incline a proporre la Centrale, facendo leva sull’impreparazione delle masse e del partito e sull’analisi troppo ottimistica dei rapporti di forza nella corrente di “sinistra” per rifugiarsi in un tendenziale “legalitarismo”che troverà clamorosa espressione verso la metà dell’anno), o invece sforzarsi di coordinarle, indirizzarle, disciplinarle, come andava propugnando l’ala opposta – a ragione in linea di principio, ma in modo più retorico e comiziaiolo che ponderatamente realistico?
Lo sbandamento e la confusione che questo incrociarsi di direttive contraddittorie suscitava nel partito nell’atto in cui l’atmosfera politica e sociale si arroventava erano tali che occorse una “conferenza di conciliazione” promossa dall’Esecutivo del Comintern (aprile 1923) per rimediarvi alla meglio (o alla meno peggio), da un lato condannando la tattica della direzione come un tendenziale “adattamento del partito comunista ai capi riformisti”, dall’altro mettendo le briglie alle impazienze e alle grida di “rivoluzione alle porte” della minoranza. Ma non bastavano pourparlers, specie se di “conciliazione”, per sanare ferite ormai purulente e sempre pronte a riaprirsi negli alti e bassi delle direttive emananti da Mosca. E il peggio aveva ancora da venire.
Infatti, prima timidamente, poi in forma sempre più esplicita si fece strada nelle sfere dirigenti del partito l’idea che l’occupazione della Ruhr avrebbe fornito l’occasione ideale alla “conquista della maggioranza” nella sua interpretazione più elastica – conquista non solo dei larghi strati proletari, ma del “popolo” genericamente inteso – qualora si fossero lanciati appelli e seduzioni alle tormentatissime falangi piccolo-borghesi, vittime della svalutazione del marco da un lato e succubi del rigurgito nazionalista dall’altro, cosa possibile solo cercando di dimostrar loro (proclama della Centrale del 17 maggio) che potevano «difendere se stesse e il futuro della Germania soltanto alleandosi ai comunisti per una lotta contro la vera (?) borghesia» e addossando al partito la tutela dei “valori nazionali” tedeschi.
Fieramente bollata nel 1921, quando un gruppetto operaista di Amburgo se n’era fatto portavoce, faceva il suo ingresso in scena – questa volta senza che l’Internazionale reagisse – la parola di “nazionalbolscevismo”, frutto e matrice insieme di due macroscopiche deviazioni del marxismo. La prima consisteva in una equiparazione più o meno esplicita della questione nazionale nelle colonie o semicolonie e in un paese ad altissimo sviluppo capitalistico.
L’Esecutivo Allargato del 12-23 giugno non si periterà di affermare: «L’insistere fortemente sull’elemento nazionale in Germania costituisce un fatto rivoluzionario come l’insistere sull’elemento nazionale nelle colonie»; rincarando la dose nel famigerato “discorso Schlageter”, Radek dichiarerà che «ciò che viene chiamato nazionalismo tedesco non è soltanto nazionalismo; è un largo movimento nazionale avente un ampio significato rivoluzionario»; chiudendo i lavori dell’Esecutivo, Zinoviev si rallegrerà del riconoscimento da parte di un giornale borghese del carattere “nazionalbolscevico” finalmente assunto dal KPD come di una prova che il partito aveva finalmente acquisito una “psicologia” di massa.
La Sinistra, per le ragioni già dette, non poté far sentire la propria voce in questa drammatica svolta; lo farà un anno dopo alla vigilia del V Congresso: «noi neghiamo che sia giustificabile sulle basi accennate (Le tesi del II Congresso sulle questioni nazionale e coloniale) il criterio di un avvicinamento in Germania tra il movimento comunista e il movimento nazionalista e patriottico. La pressione esercitata sulla Germania dagli Stati dell’Intesa, anche nelle forme acute e vessatorie che ha preso ultimamente, non è elemento tale che ci possa far considerare la Germania alla stregua di un piccolo paese di capitalismo arretrato. La Germania resta un grandissimo paese formidabilmente attrezzato in senso capitalistico, e in cui il proletariato socialmente e politicamente è più che avanzato (…) Ecco come il dimenticare l’origine di principio delle soluzioni politiche comuniste può portare ad applicarle laddove mancano le condizioni che le hanno suggerite, sotto il pretesto che ogni più complicato espediente sia sempre utilmente adoperabile» (Il comunismo e la questione nazionale, in “Prometeo” nr. 4 del 15 aprile 1924). Quanto alla nostra interpretazione del fascismo, si vedano i due rapporti tenuti dalla Sinistra al IV e V Congresso dell’Internazionale Comunista.
La seconda deviazione connessa fu il riconoscimento più o meno larvato delle potenzialità rivoluzionarie autonome della piccola borghesia (ancora Radek: il KPD deve mostrare di non essere soltanto (!) «il partito della lotta degli operai industriali per una pagnotta, ma il partito dei proletarizzati che si battono per la propria libertà, una libertà coincidente con la libertà di tutto il popolo, con la libertà di tutti coloro che lavorano e soffrono in Germania»), e perciò anche l’interpretazione del fascismo come automobilitazione della piccola borghesia contro il grande capitale, anziché, inversamente, come mobilitazione delle piccola borghesia ad opera del grande capitale e nel suo esclusivo interesse; dunque, in senso antiproletario.
Per qualche mese del 1923, nel disperato sforzo di accattivarsi i “vagabondi nel nulla” della piccola borghesia, il KPD agirà in veste di compagno di strada dell’NSPD, gli oratori dei due gruppi alternandosi sulle stesse tribune per tuonare contro Versaglia e Poincaré (la luna di miele durerà, è vero, lo spazio di un mattino, ma solo perché, fa vergogna il dirlo, i nazisti per primi denunzieranno l’“alleanza” di fatto) suscitando sbigottimento e indignazione perfino nel partito cecoslovacco!
Inesorabili, gli anelli della catena si snodano. L’Esecutivo Allargato del giugno non discute a fondo la sempre più rovente situazione tedesca (ben altri problemi lo assillano: il “federalismo” norvegese, il “neutralismo” di fronte alla religione nel partito svedese, l’ennesimo tentativo di mercanteggiare una fusione tra il PCD’I e il PSI, malgrado l’altissimo prezzo richiesto da quest’ultimo per… non fondersi affatto), e, senza prendere decisioni impegnative, avalla la tesi della Centrale che il KPD debba erigersi a polo di attrazione delle masse piccolo borghesi proletarizzate, cullandole nei loro sogni di riscatto nazionale. Nessuna risoluzione tradisce anche solo il sospetto che il problema tedesco nel 1923 sia squisitamente internazionale e che nulla più di un “programma nazionalista della rivoluzione proletaria” in Germania minacci per contraccolpo di accrescere il peso conservatore e controrivoluzionario della piccola borghesia in Francia e in Inghilterra, annullando gli ipotetici vantaggi di una sua conquista, su quel terreno bastardo, nella repubblica di Weimar.
Nello stesso tempo e per logico parallelismo, l’Esecutivo decide di allargare le maglie della parola d’ordine “governo operaio” e, affascinato dal proliferare di partiti contadini non solo nei Balcani ma nella stessa America del Nord (La Follette), la trasforma in “governo operaio e contadino” per tutti i paesi, Germania inclusa! È vero che le tesi (Cfr. Protokoll der Konferenz der Erweiterten ExeKutive der Kommunistischen Internazionale, Moskau, 12-23 Juni 1923) mettono in guardia contro una interpretazione parlamentare e socialrivoluzionaria della nuova ricetta tattica; ma la prima, lo si è visto, era autorizzata dalle indeterminatezze e dai possibilismi del IV Congresso, e la seconda dalla meccanica e grossolana trasposizione della parola d’ordine “dittatura degli operai e dei contadini” dai paesi alla vigilia di una doppia rivoluzione ai paesi di capitalismo ultrasviluppato. Un altro lembo di ciò che aveva sempre e inequivocabilmente contraddistinto il partito rivoluzionario marxista andava perduto.
Ancora una volta, quelli che forzano la mano e abbacinano la vista di una organizzazione internazionale sempre meno ancorata alla solidità dei princìpi sono la suggestione del fatto contingente e il timore di farsi precedere dalla socialdemocrazia nella “conquista delle masse”; e il problema senza dubbio vitale di un’energica azione verso il contadiname povero è posto nei termini di una manovra che, nel giro di pochi anni, sboccherà nella teorizzazione di un ruolo mondiale autonomo della classe contadina, indifferenziata nella varietà delle sue componenti diverse e contraddittorie, e fuori da ogni precisa caratterizzazione dei suoi rapporti col proletariato industriale e agrario nei paesi ad alto sviluppo capitalistico e nell’immensa area coloniale e semicoloniale, specialmente asiatica. Questa teorizzazione sarà svolta in particolare da Bucharin a partire dal V Esecutivo Allargato del marzo 1925 (si vedano gli accenni alla questione nella II parte delle nostre Tesi di Lione).
Ma il punctum dolens del cruciale 1923 resta la Germania, ed è qui che le oscillazioni tattiche e l’eclettismo del Comintern (assai più che in Bulgaria e in Estonia, episodi sui quali non possiamo soffermarci) producono nella seconda metà dell’anno quello che, per le sue conseguenze vicine e lontane, può definirsi il grande disastro preparatorio delle sconfitte in Cina e in Inghilterra e della mortale crisi del partito russo e della stessa Internazionale negli anni successivi.
Improvvisamente in luglio si fanno strada a Mosca – rimasta a lungo passiva di fronte agli sviluppi della situazione tedesca, forse nella consapevolezza della scarsa consistenza e omogeneità del KPD – l’allarme per il pericolo fascista da un lato, la convinzione (non discutiamo se fondata) che un ciclo prerivoluzionario stia per aprirsi dall’altro. Le direttive rimangono tuttavia a lungo vaghe e prudenti.
La revoca della grande “giornata antifascista” già fissata per il 23 luglio in seguito al divieto governativo trova la sanzione di Mosca e, di rimbalzo, riaccende i contrasti tra la Centrale e la sinistra tedesca, fra l’ardente Berlino e la tiepida provincia, fra il proletariato già in azione e l’ “aristocrazia operaia” lenta a mettersi in moto.
Sui primi di agosto, di fronte ai chiari segni di agonia del governo Cuno, la Centrale del KPD giudica prossimo il momento di una mobilitazione delle masse sotto la parola d’ordine del ”governo operaio e contadino”; inversamente, dalla sua roccaforte berlinese, la sinistra del partito proclama che «la fase intermedia del governo operaio sta divenendo, in pratica, sempre più improbabile». Fra il divampare di nuovi imponenti scioperi, e nella confusione prodotta da questa altalena di parole d’ordine contrastanti, il grande capitale, fermamente deciso a liquidare l’ormai fallita campagna di “resistenza passiva” all’occupazione della Ruhr e a conciliarsi con l’Intesa, con particolare sguardo all’Inghilterra, manda al potere Stresemann.
Come ormai normale, la reazione a Mosca è una brusca sterzata dall’attendismo fondamentalmente pessimistico all’ottimismo frenetico: «La rivoluzione batte alle porte della Germania – scrive l’organo del Profintern in settembre – È solo questione di mesi». Presente a Mosca l’intero stato maggiore del KPD, si decide tra mille andirivieni che l’assalto debba essere preparato d’urgenza, e se ne fissi addirittura la data. Quale il trampolino di lancio? Non v’è dubbio: il IV Congresso l’ha chiarito; il III Esecutivo Allargato ne ha dato conferma. Il primo ottobre, al culmine della crisi economica e sociale, Zinoviev prospetta al segretario del partito tedesco Brandler l’approssimarsi del «momento decisivo fra quattro, cinque, sei settimane»; è quindi «necessario porre in forma concreta il problema del nostro ingresso nel governo sassone (dominato dai socialdemocratici) a condizione che la gente di Zeigner (il presidente del consiglio riformista) sia realmente disposta a difendere la Sassonia contro la Baviera e i fascisti» (dopo il 1918, il 1919, il 1921, si ridà fiducia alla “volontà” dei socialdemocratici di rinunziare ad essere… sé stessi!).
Nell’opuscoletto Probleme der deutschen Revolution, scritto proprio allora dal presidente dell’Internazionale, da un lato si proclama giustamente che «la prossima rivoluzione tedesca sarà una rivoluzione proletaria classica» (cioè “pura”) ma si traggono deduzioni fin troppo ottimistiche dall’alto grado e spirito di organizzazione del proletariato germanico (quel talento e fascino dell’organizzazione in cui Luxemburg nel 1918 e Trotski nel 1920 avevano individuato una delle cause del fallimento di fronte alla prova cruciale della guerra – in assenza di una ferma direzione di partito) e dalla sua “cultura” (l’altra faccia di un largo strato di aristocrazia operaia); dall’altro si attribuisce un ruolo rivoluzionario «alle masse piccolo-borghesi cittadine, i funzionari piccoli e medi, i piccoli commercianti ecc.» e si arriva a ipotizzare che «il ruolo giocato nella rivoluzione russa dal contadiname stanco della guerra sia ripreso fino a un certo punto nella rivoluzione tedesca dalla larghe masse piccolo-borghesi urbane, spinte dallo sviluppo del capitalismo all’orlo dello sfacelo e del precipizio economico»!
In questa fantastica valutazione, tuttavia c’è un’ombra: il fronte unico ha ottenuto senza dubbio in Germania l’auspicato successo di trascinare nella lotta «anche gli strati più retrogradi della classe operaia, avvicinandoli all’avanguardia rivoluzionaria (…) L’ora in cui l’enorme maggioranza dei lavoratori tedeschi, che oggi ripone ancora qualche speranza nella socialdemocrazia, si convincerà definitivamente che la lotta decisiva dev’essere condotta senza e contro le ali destra e sinistra dell’SPD, sta avvicinandosi». Ora che non è però ancora suonata, e perché suoni è necessario un nuovo “round” di esperienze non solo di fronte unico politico, ma di governo di coalizione “operaia”. Ecco perché si impone l’ingresso dei comunisti nel governo sassone, al doppio scopo «1) di aiutare l’avanguardia rivoluzionaria di Sassonia a prendere stabile piede, ad occupare un determinato territorio, e a fare del suo paese il punto di partenza di ulteriori battaglie; 2) di offrire ai socialdemocratici di sinistra la possibilità di rivelarsi coi fatti e così facilitare ai proletari socialdemocratici il compito di vincere le ultime illusioni»!
D’altra parte l’esperimento governativo, che può avvenire solo «col consenso del Comintern», ha senso «unicamente se offre la sicura garanzia che l’apparato statale cominci realmente a servire gli interessi della classe operaia, che centinaia di migliaia di lavoratori vengano armati per la lotta contro il fascismo bavarese e tedesco in genere, che non solo a parole ma nei fatti abbia inizio un’espulsione in massa dei funzionari borghesi dell’apparato statale (…) e che si introducano senza indugio misure economiche di carattere rivoluzionario, tali da colpire la borghesia in maniera decisiva». Ovvero, come nel famoso telegramma di Zinoviev a Brandler del primo ottobre, «armare subito 50-60 mila uomini in Sassonia (…) ed egualmente in Turingia».
Tutto qui è contraddittorio: si anticipa una situazione rivoluzionaria seducentemente “favorita” dall’intervento in funzione eversiva delle grandi masse piccolo borghesi, e se ne indica lo snodamento in una combinazione parlamentare-governativa; si esaltano i successi ottenuti col fronte unico nello stringere intorno al partito l’enorme maggioranza della classe operaia, e ci si sottomette alla coalizione con la più screditata delle socialdemocrazie mondiali; si predica la “conquista del potere” al modo rivoluzionario classico, e se ne addita la strada nell’armamento del proletariato, nella cacciata dei funzionari borghesi e nell’introduzione di misure dittatoriali antiborghesi, da parte di un governo in maggioranza socialdemocratico; ci si prefigge di “smascherare” in tal modo l’SPD, e si cancellano soltanto i caratteri distintivi del proprio partito; si pretende che per tale via il KPD «convincerà coi fatti la maggioranza della classe operaia tedesca di non essere più, come nel 1919-21, soltanto l’avanguardia, ma di avere dietro di sé milioni di lavoratori», e si presenta a questi ultimi il fatto umiliante e vergognoso di una combinazione di governo dove tre ministri comunisti (uno dei quali, il segretario del partito, Brandler) sono legati mani e piedi ai ministri socialdemocratici, ai massacratori di Rosa e Carlo, e mentre «hanno dietro di sé milioni e milioni di proletari», non li chiamano all’assalto al potere, bensì all’attesa paziente e fiduciosa di qualche fucile dei compari riformisti! Una coalizione alla conclamata vigilia dell’insurrezione!
Lo sdegno di Trotski ne Gli insegnamenti di Ottobre per questa ricaduta (ma in peggio) nelle esitazioni capitolarde della minoranza bolscevica di fronte alla conquista del potere nel 1917 era ben giustificato, anche se, eludendo la questione di fondo, non avvertisse che quella “recidiva socialdemocratica” era stata la conclusione necessaria delle tattiche “elastiche” del fronte unico e del governo operaio, da lui stesso appoggiate e difese prima del 1925 e dopo.
Ma una brillantissima esposizione dell’audacia con cui Trotski avrebbe voluto che si usassero, e subito si scavalcassero, le “formule algebriche” del “fronte unico” e del “governo operaio”, per porre in tutta la sua ampiezza ed urgenza il problema della conquista rivoluzionaria del potere, è ricordato nell’articolo, La politica dell’Internazionale, pubblicato nel nr. 15, ottobre 1925, dell’ “Unità” insieme con le nostre obiezioni anche a questa interpretazione non certo da dozzina.
Si fissa la data dell’insurrezione… dal trampolino di lancio di un governo socialcomunista, la si sposta in seguito ai suggerimenti della Centrale tedesca: tutto si svolge come se la rivoluzione fosse un fatto tecnico, non il prodotto di una situazione oggettiva ben precisa e di un’adeguata preparazione soggettiva ad opera del partito (che da mesi predicava ai proletari la via semilegalitaria delle manovre di accostamento a questo o quel gruppo, e delle soluzioni governative o paragovernative).
Si ammonisce il partito ad evitare che «nella Germania di oggi, ribollente e tumultuante, in cui l’avanguardia si getterà oggi o domani nella lotta decisiva trascinandosi dietro la fanteria pesante proletaria, la giusta tattica del fronte unico non si converta nel suo diretto contrario», ma tutto si fa perché appunto questo avvenga vincolando il partito, in uno o al massimo due Stati regionali isolati nel gran mare della Germania, nella morsa del potere centrale pienamente nelle mani borghesi e delle truppe più o meno regolari della Baviera, eterna riserva della controrivoluzione tedesca, al carro della socialdemocrazia e della sua provata vocazione al tradimento.
Si rincalza: «Nell’attuale Germania, giunta alla soglia della rivoluzione, la formula generale del “governo operaio e contadino” è già insufficiente… e noi dobbiamo non solo nella propaganda, ma nell’agitazione di massa mostrare e chiarire non solo all’avanguardia, ma anche alle grandi masse che non si tratta d’altro che della dittatura del proletariato, o della dittatura dei lavoratori delle città e dei campi», e si pretende di poter far ciò andando e rimanendo al governo con una socialdemocrazia che, per dichiarazioni programmatiche esplicite e per tradizione sancita dai fatti, esclude l’impiego della dittatura e del terrore…
L’epilogo seguì nel giro di pochissimi giorni. Il 20 ottobre, il governo centrale del Reich invia a quello di Sassonia un ultimatum per lo scioglimento immediato delle pur esili milizie operaie, minacciando in caso di inadempienza, di dare ordine di marcia alla Reichswehr. Il partito decide la proclamazione dello sciopero generale in tutta la Germania; ma insicuro di sé stesso e dell’appoggio dei proletari, disorientati dalla girandola di parole d’ordine e di obiettivi contraddittori, Brandler pensa di “consultare” preventivamente le masse – rappresentate da una assemblea di operai e funzionari politici e sindacali a Chemnitz – e, convintosi che il momento buono è ormai fuggito, revoca l’ordine di cessazione del lavoro. Basta un distaccamento della Reichswehr per deporre il governo sassone: un ritardo nella notizia della revoca dello sciopero impedisce ad Amburgo proletaria di non insorgere isolata – per essere domata in ventiquattr’ore con la forza. Avrebbero dovuto marciare i proletari sotto la guida del partito: marciò l’esercito sotto la guida dei generali kaiseristi lasciati ai loro posti dagli Ebert-Sheidemann. Qualche focolaio di resistenza venne rapidamente soffocato: il 1923 tedesco era finito.
Sarà facile nei mesi successivi, e segnatamente al Plenum dell’Esecutivo moscovita dell’8-12 gennaio 1924, scaricare la responsabilità del disastro sulle insufficienze, gli errori, le debolezze della Centrale tedesca: altrettanto facile, da parte di quest’ultima,rispondere che – errori di dettaglio a parte – si erano applicate punto per punto le direttive del Comintern, a loro volta conformi ai deliberati del IV Congresso. Per salvare il salvabile, cioè l’”unità” di un partito più che mai diviso, se ne rimaneggerà la direzione e se ne condanneranno i “rei”, pur conservandoli come sospetta minoranza nella nuova Centrale, di “sinistra”, salvo, un anno dopo, a riconoscerla… peggiore di quella che l’aveva preceduta (Il resoconto dell’acre dibattito e delle imbarazzate risoluzioni si leggono in Die Lehren der deutschen Ereignissen, Amburgo, 1924).
Ma il più grave è che, parallelamente, si annunzierà un’ennesima “svolta tattica” su scala mondiale: Non più fronte unico al vertice – come, per “un’errata interpretazione” dei deliberati del IV Congresso, l’hanno praticato diversi partiti, primo fra tutti quello tedesco – ma fronte unico dal basso: «È venuto il momento di proclamare apertamente che noi rinunziamo a qualunque trattativa con il Comitato Centrale della socialdemocrazia tedesca e con la direzione centrale dei sindacati germanici; non abbiamo nulla da discutere coi rappresentanti della socialdemocrazia. Unità dal basso, ecco la nostra parola d’ordine: già in parte realizzato il fronte unico dal basso è ora realizzabile anche contro i suddetti signori». Non più sottili distinzioni tra destra e sinistra socialdemocratica: «I socialdemocratici di destra sono traditori aperti: quelli di sinistra, invece, coprono soltanto con le loro frasi l’azione controrivoluzionaria degli Ebert, dei Noske, degli Sheidemann. Il KPD respinge ogni trattativa non solo contro la centrale dell’SPD, ma anche con i dirigenti di “sinistra”, almeno finché (una porticina riaperta dopo di aver chiuso il portone) questi eroi non trovino il coraggio di rompere apertamente con la banda controrivoluzionaria a capo del partito socialdemocratico».
Non più una possibile interpretazione del governo operaio e contadino come «un governo nel quadro della democrazia borghese, come un’alleanza politica con la socialdemocrazia»: «la parola d’ordine del governo operaio e contadino è, tradotta nella lingua della rivoluzione, la dittatura del proletariato (…) mai, in nessun caso, una tattica di accordo e transazione parlamentare coi socialdemocratici. Al contrario, anche l’attività parlamentare dei comunisti deve avere per oggetto lo smascheramento del ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia e l’illustrazione agli operai dell’inganno e dell’impostura dei governi “operai” da essa creati, che sono in realtà soltanto dei governi borghesi liberali». Non più “governo migliore” contrapposto a “governo peggiore: «fascismo e socialdemocrazia sono la mano destra e sinistra del capitalismo contemporaneo».
Al V Congresso dell’Internazionale Comunista, 17 giugno – 8 luglio 1924, che da un lato riflette il profondo smarrimento dei partiti dopo il disastroso bilancio di un biennio di brusche svolte tattiche e di ordini equivoci (lo stesso Togliatti chiede che infine si dica senza mezzi termini che cosa esattamente si deve fare!), che dall’altro riconferma la prassi della crocifissione dei dirigenti delle sezioni nazionali sull’altare dell’infallibilità dell’Esecutivo, ancora una volta la Sinistra leva l’unica voce tanto severa quanto serena e schiva da fronzoli personali e locali.
Se mai fosse stato nel suo costume il rallegrarsi delle conferme schiaccianti delle sue previsioni alla terribile prova del sangue proletario inutilmente versato, o di chiedere a sua volta che teste di “rei” e di “corrotti” rotolassero per cedere il posto a teste “innocenti” e “incorruttibili”, quello sarebbe stato il momento. Ma non questo chiede e vuole la Sinistra: chiede e vuole che si affondi coraggiosamente il bisturi nelle deviazioni di principio di cui quegli “errori” erano il prodotto inevitabile, e le “teste” soltanto l’espressione occasionale. “Fronte unico dal basso”? E sia; purché non si lasci aperta la scappatoia ad “eccezioni” in senso opposto (come si dice già nel proporlo), e si proclami senza mezzi termini che la sua base «non può mai essere quella di un blocco di partiti politici (…) bensì essere trovata soltanto in altre organizzazioni della classe operaia, non importa quali, ma tali che, per la loro costituzione, siano conquistabili alla direzione comunista».
Niente dunque inviti ad organizzazioni, come la destra o la sinistra socialdemocratica, che non possono «lottare sulla via finale della rivoluzione mondiale comunista» e nemmeno «sostenere gli interessi contingenti della classe operaia», e alle quali sarebbe, come è stato, criminoso «dare col nostro atteggiamento un certificato di capacità rivoluzionaria, sconvolgendo così tutto il nostro lavoro di principio, tutta la nostra opera di preparazione della classe lavoratrice».
Lotta contro la socialdemocrazia “terzo partito borghese”? D’accordo; ma come giustificare allora la nuovissima “bomba” della proposta di fusione dell’Internazionale Sindacale Rossa con l’odiata Internazionale Sindacale di Amsterdam? Governo operaio “sinonimo di dittatura del proletariato”? Troppo duramente abbiamo pagato l’impiego anche solo di una frase ambigua: chiediamo «un funerale di terza classe non solo per la tattica, ma per la stessa parola di “governo operaio”. Lo chiediamo perché “dittatura del proletariato, questo mi dice: il potere proletario sarà esercitato senza dare nessuna rappresentanza politica alla borghesia. Questo mi dice pure: il potere proletario può essere conquistato soltanto grazie all’azione rivoluzionaria, attraverso l’insurrezione armata delle masse. Quando invece dico governo operaio, si può, volendo, intendere pure questo; ma, se non si vuole, si può anche intendere (Germania!) un altro governo che non sia caratterizzato dal fatto di escludere la borghesia dagli organi di rappresentanza politica né, tanto meno, dal fatto che la conquista del potere si è verificata con mezzi rivoluzionari e non con mezzi legali».
Si risponde che quella del “governo operaio” è una forma più comprensibile alle masse? Ribattiamo: «Che cosa può comprendere del governo operaio un semplice lavoratore o contadino, quando, dopo tre anni, noi, i capi del movimento operaio, non siamo ancora giunti a comprendere e definire in modo soddisfacente che cosa esso sia?».
Ma la questione è ancora più profonda. Che nel 1925 l’Internazionale vada “a sinistra” potrebbe essere per noi motivo di sollievo, se ponessimo il problema nei termini di una meschina rivincita. Ma non così lo poniamo: «Ciò che abbiamo criticato nel metodo di lavoro dell’Internazionale è appunto questa tendenza ad andare a destra e a sinistra seguendo le indicazioni della situazione o di come si crede di interpretarle. Finché non sarà discusso a fondo il problema dell’elasticità, dell’eclettismo (…) finché questa elasticità permane e nuove oscillazioni devono verificarsi, una forte svolta a sinistra ce ne fa temere una ancora più forte a destra». Non occorre dire che proprio questo avverrà negli anni successivi. «Non è una deviazione a sinistra nella congiuntura attuale che noi chiediamo, ma una rettifica generale delle direttive dell’Internazionale: questa rettifica non sia pur fatta nel modo che noi chiediamo (…) ma sia fatta, e in modo chiaro. Noi dobbiamo sapere dove adiamo».
E infine: siamo noi della Sinistra a volere più di chiunque la centralizzazione e la disciplina mondiale; ma una simile disciplina «non si può affidare alla buona volontà di tale o tal altro compagno che, dopo venti sedute, firmi un accordo nel quale destra e sinistra siano finalmente unite»; è una disciplina «che si deve trasportare nella realtà, nell’azione, nella direzione del movimento rivoluzionario del proletariato teso verso l’unità mondiale» e che, per essere tale, «abbisogna di una chiarezza nella direzione tattica e di una continuità nella costituzione delle nostre organizzazioni, nel porre i limiti che ci separano dagli altri partiti». Occorre dunque gettare le basi della disciplina poggiandola sul piedistallo incrollabile della chiarezza, saldezza e invarianza dei princìpi e delle direttive tattiche.
In anni il cui fulgore faceva sembrare lontani, la disciplina si creava per un fatto organico che aveva le sue radici nella granitica forza dottrinaria e pratica del partito bolscevico: oggi, o la si ricostruisce sulle fondamenta collettive del movimento mondiale, in uno spirito di serietà e di fraterno senso della gravità dell’ora, o tutto andrà perduto.
La “garanzia” che non si ricadrà nell’opportunismo – osa proclamare la Sinistra ad un congresso che appena sfiora la questione russa come un pericoloso tabù – non può più venire dal solo partito russo, perché è il partito russo che ha bisogno, urgente bisogno, di noi, e in noi cerca la “garanzia” che invano gli chiediamo. È giunta l’ora in cui «l’Internazionale del proletariato mondiale deve rendere al PC russo una parte degli innumerevoli servizi che ne ha ricevuti. La situazione più pericolosa, dal punto di vista del pericolo revisionista è la sua situazione, e contro questo pericolo gli altri partiti devono sostenerlo. È nell’Internazionale che esso deve attingere la maggior forza di cui ha bisogno per attraversare la situazione estremamente difficile in cui si dibatte» (Citiamo dal protocollo tedesco del V Congresso (pagg. 394-406): il testo italiano riprodotto nel nr. 7-8, 1924 dello “Stato Operaio” non è infatti completo, mentre il testo del protocollo francese è scandalosamente mutilo. Le Tesi sulla tattica dell’Internazionale che la Sinistra presentò allora, sostanzialmente analoghe a quelle presentate al IV furono rinviate all’esame di un… futuro congresso.
Battaglia grande, ma perduta! Dalla débâcle dell’ottobre tedesco trarrà nuovo alimento la crisi interna del partito bolscevico; dal riflusso della rivoluzione in Occidente e dalla sua teorizzazione di comodo, uscirà il mostro del “socialismo in un solo paese”; dal “fronte unico dal basso” si tornerà agli entusiasmi per il fronte unico al vertice, e addirittura ai giri di valzer col radicalismo borghese in Germania.
Alla fine del 1924, essendosi riscosso un numero di voti inferiori al previsto alle elezioni presidenziali, la Centrale di “sinistra” del KPD rimpiangerà in una risoluzione pubblica di non aver seguito il consiglio dell’Internazionale Comunista di condurre «la classe operaia tedesca, facendo blocco su un programma repubblicano minimo con i veri partigiani della repubblica, ad unirsi sul nome di un repubblicano militante nella lotta contro la reazione». Si tornava pari pari al “governo operaio”, quale combinazione parlamentare addirittura con partiti borghesi, contro il pericolo “monarchico” incarnato da… Hindenburg.
E si arriverà alla sciagurata profferta gramsciana alle “opposizioni” di un Antiparlamento durante la crisi Matteotti, basata una volta di più sull’attribuzione di un ruolo autonomo alla piccola borghesia e anticipatrice dei “fronti popolari” contro il fascismo; alla ignobile dottrina del “qualunque mezzo è buono al fine”, garante di ciò il possesso di uno scolasticizzato “marxismo-leninismo” decaduto a volgare formula machiavellica, ecc.
A ognuna di queste storture è data risposta nella parte generale delle nostre Tesi di Lione, mentre la loro “storia” è riassunta nelle parti internazionale e italiana su cui perciò non insistiamo. Quello che verrà dopo, lo sanno tutti: l’Internazionale svirilizzata, ridotta a strumento mutevole della politica estera russa; l’abbandono di ogni principio; infine lo scioglimento in funzione dell’alleanza di guerra con le “democrazie”; e la strada libera a tutte le vergogne di questo dopoguerra.
* * *
Si è visto – e siamo al terzo aspetto della débâcle – come non solo parallelamente, ma con un certo anticipo sulle manovre tattiche, e sempre nell’illusione di ottenere più in fretta un largo concentramento di forze proletarie intorno al partito, si fosse iniziato un processo di graduale abbandono di quel rigore nei criteri di organizzazione che i ventun punti avevano tuttavia rivendicato come necessaria premessa della costituzione dell’Internazionale su basi non fittizie e fluttuanti.
Contro il nostro parere, si era cominciato col tollerare nelle draconiane “condizioni di ammissione” un margine di possibile manovra in vista di riconosciute “particolarità nazionali”: in omaggio a queste, si era accettata l’adesione quasi totalitaria dell’ex Partito Socialista Francese solo per dover constatare, ad ogni nuova sessione dell’Esecutivo, di avere di fronte lo spettro malamente riverniciato della vecchia socialdemocrazia parlamentarista e magari sciovinista; prima ancora, si era avallata la fusione del KPD con la “sinistra” degli Indipendenti, solo per vederseli sfuggire di nuovo dopo di aver largamente inquinato il partito o di averne aggravato le malattie di origine.
Si era praticato al vertice, per esempio nei confronti del PSI, quel “federalismo” che nel 1923 si rinfaccerà ai partiti norvegese e danese, ogni qualvolta e in qualunque paese una vaga prospettiva di reclutare nuove forze numeriche sembrasse profilarsi. Accanto ai partiti comunisti, si erano accolti nelle file dell’Internazionale rivoluzionaria – quasi alla pari – partiti sedicentemente simpatizzanti.
Ora che il rosario delle innovazioni tattiche continuava a sgranarsi ridando fiato ogni volta alle correnti centrifughe sonnecchianti in tutti i partiti, e le svolte brusche si susseguivano ingenerando confusioni e dislocamenti anche nei militanti più saldi, la questione della “disciplina” si poneva forzatamente non come il prodotto naturale e organico di una conseguita omogeneità teorica e di una sana convergenza di azione pratica, ma al contrario come manifestazione morbosa della discontinuità nell’azione e della disarmonia nel patrimonio dottrinale. Nella stessa misura in cui si constatavano errori, deviazioni, cedimenti, e si cercava di rimediarvi rimaneggiando comitati centrali o esecutivi, si imponevano da un lato il “pugno di ferro” e dall’altro la sua idealizzazione come metodo e norma interna del Comintern e delle sue sezioni, e come antidoto di sicura efficacia contro non già gli avversari o i falsi amici, ma i compagni. L’era dei processi a rotazione contro se stessi, di quello che la Sinistra al VI Esecutivo Allargato chiamò “lo sport dell’umiliazione e del terrorismo ideologico” (spesso ad opera di “ex-oppositori umiliati”), era incominciato: e non v’è processo senza carceriere.
Si era deviato dalla disciplina verso il programma, lucido e tagliente com’era all’origine: si pretese, per impedire che da quell’indisciplina nascesse lo scompiglio, di ricreare in vitro dei “partiti veramente bolscevichi”: è noto che cosa diverranno, sotto il tallone staliniano, queste caricature del partito di Lenin. Al IV Congresso avevamo ammonito: «La garanzia della disciplina non può essere trovata che nella definizione dei limiti entro i quali i nostri metodi devono applicarsi, nella precisione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali, e delle misure di organizzazione». Ripetemmo al V Congresso ch’era illusorio rincorrere il sogno di una disciplina di tutto riposo, se mancavano chiarezza e precisione nei campi pregiudiziali ad ogni disciplina e omogeneità organizzativa; ch’era vano cullarsi nella chimera di un partito mondiale unico, se la continuità e il prestigio dell’organo internazionale erano continuamente distrutti dalla “libertà di scelta”, concessa non solo alla periferia ma al vertice, nei princìpi determinanti l’azione pratica e in questa stessa azione; che era ipocrita invocare una “bolscevizzazione” che non significasse intransigenza nei fini, e aderenza dei mezzi ai fini.
Non bastando una disciplina applicata come la concepiscono generali e furieri, si scoprì una particolare ricetta di organizzazione: si volle ricostruire i partiti (cinque anni dopo la loro prima costituzione!) sulla base delle cellule di azienda come modello ideale derivante dal patrimonio storico del bolscevismo, e si attese da questa forma la soluzione di quel problema di forza che è la rivoluzione. Rispondemmo che la formula, ovvia per la Russia pre-1917 e non mai elevata a dogma immutabile da Lenin, non poteva essere trasferita tale e quale all’Occidente, mentre nella sua applicazione formalistica, implicava un’autentica rottura coi princìpi di formazione e con il processo reale di genesi e di sviluppo del partito rivoluzionario, una caduta nel “laburismo” (VI Esecutivo Allargato), il partito marxista non essendo definito dalla bruta composizione sociale dei suoi membri ma dalla direzione nella quale si muove, ed essendo tanto più vivo e vitale come organismo rivoluzionario, quanto meno rinchiuso nell’orizzonte angusto e corporativo della prigione aziendale.
Chiarimmo che questa “revisione”, vantata come antidoto alla burocratizzazione, avrebbe comportato, all’opposto, una ipertrofia del funzionalismo, unico legame rimasto a collegare cellula a cellula, come azienda ad azienda.
Allargammo la questione al problema ben più vasto e generale, e nel 1925-1926 coinvolgente tutte le questioni destinate a divenire brucianti nella lotta interna del partito russo: denunziammo, prima che fosse troppo tardi, la smania e la mania della “lotta al frazionismo”, di quella caccia alle streghe che celebrerà i suoi saturnali nell’ignobile campagna 1926-28 contro la sinistra russa e poi contro la destra, una caccia alle streghe che non aveva goduto diritto di cittadinanza nel partito bolscevico degli anni di splendore nemmeno contro il nemico aperto – distrutto, se necessario, mai vilmente coperto di fango – e che, varcando i confini statali russi, partorirà la sconcia figura del pubblico accusatore prima, del delatore d’ufficio poi, del carnefice infine.
La rivoluzione proletaria è generosa quanto la controrivoluzione (la frase risale a Marx) è cannibalesca. Il primo sintomo dell’ ”astro” controrivoluzionario nascente – segno, non causa – sarà il feroce, il viscido, l’ipocritamente velato di fraseologia “leninista” cannibalismo, e nessuno lo praticherà con zelo più intenso che le reclute dell’ultima ora, i menscevichi “convertiti”, i socialpatrioti copertisi il capo di cenere, gli uomini dell’immancabile “sì” nel buio che lentamente si addensava, così come erano stati gli uomini dell’immancabile “no” o, al più, dell’immancabile “ni” nella grande luce che credevamo non dovesse mai più offuscarsi.
Allargammo di qui il problema dell’ancor più scottante questione della salvezza dell’Ottobre nel cruciale 1926: lanciammo un ultimo appello perché, contro tutti i divieti e le minacce di tutt’altro che metaforiche sanzioni, la crisi del partito russo fosse portata in discussione in tutti i partiti e nelle loro assise mondiali «poiché la rivoluzione russa è la prima grande tappa della rivoluzione mondiale, essa è anche la nostra rivoluzione, i suoi problemi sono i nostri problemi, e ogni membro dell’Internazionale rivoluzionaria ha non solo il diritto ma il dovere di collaborare a risolverli» (VI Esecutivo Allargato), ben sapendo che quella crisi significava crisi dell’Internazionale Comunista.
Riprendendo un argomento che gli storici d’oggi capiscono a rovescio (è la loro vocazione!) ricordammo che la grandezza del partito russo era consistita nell’applicare a un paese arretrato la strategia e la tattica prevista per i capitalismi pienamente evoluti nel quadro di una visione mondiale dell’Ottobre, e che per costruirsi una solida barriera contro i rigurgiti dell’opportunismo, l’Internazionale doveva «trovare per le questioni strategiche» (prima fra tutte quella dei rapporti fra la dittatura del proletariato vittoriosa nell’URSS e il proletariato mondiale in lotta, fra Stato e partito e specialmente fra Stato e Internazionale Comunista, come per l’immenso arco della strategia rivoluzionaria nel mondo e della tattica ad essa collegata) «soluzioni che stanno fuori dal raggio dell’esperienza russa» (La nostra disperata battaglia, soli contro tutti, al VI Esecutivo Allargato dovrà essere e sarà oggetto di un’adeguata trattazione: si veda intanto il Protokoll Erweiterte Exekutive etc., Moskau 17 Februar bis 15 März 1926, pp. 122-144, 283-289, 517,577, 609-611 e passim.).
Invocammo non dei rabberciamenti ma un radicale cambiamento di rotta nei metodi dell’Internazionale. Non esistono partiti puri e, nel caso del partito bolscevico 1926, la garanzia “soggettiva” di non-inquinamento – sempre labile e condizionale – cessava di funzionare nell’atto in cui questioni non secondarie ma centrali e di principio dividevano lo stupendo organo di battaglia teorica e pratica ch’era stato il partito dell’Ottobre rosso. L’internazionalismo proletario doveva rinascere in tutto il suo folgore se dalla minaccia incombente di uno “sbandamento a destra” poteva essere salvato il potente baluardo della rivoluzione mondiale negli anni ardenti del primo dopoguerra. Lì era la salvaguardia del comunismo dalle aberrazioni del “socialismo in un solo paese” o, più tardi, delle “vie nazionali al socialismo”: lì ed allora o mai più!
Il movimento proletario comunista doveva essere ricostruito ab imis sulla base delle “lezioni di Ottobre” non meno che su quella di un bilancio francamente e virilmente redatto, come la Sinistra aveva chiesto in un congresso dopo l’altro che lo si redigesse. Le Tesi di Lione, e il loro commento all’Esecutivo Allargato del febbraio-marzo 1926, vollero essere un apporto fornito in questo spirito dal movimento internazionale alla Russia rivoluzionaria in pericolo. Fummo imbavagliati e dispersi: l’appello e l’apporto caddero nel vuoto per le generazioni di allora: valgano per le generazioni di oggi e di domani.
* * *
Sarebbe antimarxista cercare nelle sole deviazioni del Comintern dal 1922 al 1926 la causa di una catastrofe che oggi ci sta dinanzi in tutta la sua imponenza. Troppi fattori vi concorsero, troppe determinazioni oggettive fecero sì che il corso storico fosse, e potesse solo essere, quello. Ma delle situazioni oggettive l’azione del partito è pure un elemento e, in date circostanze, un elemento-cardine. Riconoscere le origini storiche dell’opportunismo – dicemmo al IV Esecutivo Allargato – non ha mai significato né può significare per noi subirlo come necessità storicamente ineluttabile: «anche se la congiuntura e le prospettive ci sono sfavorevoli, o relativamente sfavorevoli, non si devono accettare in uno stato d’animo di rassegnazione le deviazioni opportunistiche, o giustificarle col pretesto che le loro cause risiedono nella situazione obiettiva. E se, malgrado tutto, una crisi interna si verifica, le sue cause e i mezzi per sanarle devono essere ricercati altrove, cioè nel lavoro e nella politica del partito». Curiosa deduzione: agli occhi di un’Internazionale i cui congressi avevano finito sempre più per divenire le grigie aule di processi a partiti, gruppi o persone chiamati a rispondere di tragici rovesci in Europa e nel mondo, tutto ora diveniva il prodotto di “congiunture sfavorevoli”, di situazioni “avverse”.
La verità era che non diciamo il processo, ma la revisione critica, andava fatta alla radice e basata su coefficienti impersonali mostrando come il gioco di cause ed effetti tra fattori oggettivi e soggettivi sia infinitamente complesso e se, sui primi – considerati solo per un momento come “puri”, cioè a sé stanti, fuori dall’influenza della nostra azione collettiva – il potere d’intervento del partito è limitato, è invece in nostro potere salvaguardare, anche a prezzo di impopolarità e insuccessi momentanei, le condizioni che sole permettano ai secondi di agire sulla storia, e fecondarla.
Il partito non sarebbe nulla se non fosse, soggettivamente e oggettivamente, per i suoi militianti e per la classe operaia indifferenziata, il filo conduttore ininterrotto che il flusso e il riflusso delle situazioni non spezza, o, se anche dovesse spezzarlo, non altera. Nella lotta perché il filo non si spezzasse, allora; nella lotta per riannodarlo nei lunghi anni dello stalinismo imperante, poi; nella lotta per ricostruire su di esso e intorno ad esso il partito mondiale del proletariato, è tutto il senso della nostra battaglia.
I. – QUESTIONI GENERALI
1. – Princìpi del comunismo
I capisaldi dottrinari del partito comunista sono quelli del marxismo sulle cui basi, ricostituite contro le deviazioni opportuniste, si fonda la III Internazionale. Tali capisaldi consistono: nel materialismo dialettico quale sistema di concezione del mondo e della storia umana; nelle dottrine economiche fondamentali contenute nel «Capitale» di Marx quale metodo di interpretazione della economia capitalistica odierna; nelle formulazioni programmatiche del «Manifesto dei comunisti» quale tracciato storico e politico della emancipazione della classe operaia mondiale. La grandiosa vittoriosa esperienza della rivoluzione russa e l’opera di Lenin, suo capo e maestro del comunismo internazionale, sono la conferma, la restaurazione e lo sviluppo conseguente di quel sistema di princìpi e di metodi. Non è comunista e non può militare nelle file dell’Internazionale chi ne respinge anche una sola parte.
Conseguentemente il partito comunista respinge e condanna le dottrine della classe dominante, da quelle spiritualistiche religiose, idealistiche in filosofia e reazionarie in politica, a quelle positivistiche, volterriane libero-pensatrici, in politica massoniche, anticlericali e democratiche.
Parimenti esso condanna le scuole politiche aventi un certo seguito nella classe operaia, quali: il riformismo socialdemocratico, che concepisce una evoluzione pacifica e senza lotte armate dal potere capitalistico a quello operaio e invoca la collaborazione di classe; il sindacalismo, che svaluta l’azione politica della classe operaia e la necessità del partito quale supremo organo rivoluzionario; l’anarchismo, che nega la necessità storica dello Stato e della dittatura proletaria come mezzi di trasformazione dell’assetto sociale e di soppressione della divisione in classi. Parimenti il partito comunista avversa le molteplici manifestazioni di spurio rivoluzionario, tendenti a far sopravvivere tali errate tendenze attraverso una loro compenetrazione con apparenti tesi comuniste, pericolo questo designato col termine ormai ben noto di “centrismo”.
2. – Natura del partito
Il processo storico della emancipazione del proletariato e della fondazione di un nuovo assetto sociale deriva dal fatto della lotta di classe. Ogni lotta di classe è lotta politica, ossia tende a sboccare in una lotta per la conquista del potere politico e la direzione di un nuovo organismo statale. Per conseguenza l’organo che conduce la lotta di classe alla sua vittoria finale è il partito politico di classe, unico possibile strumento prima di insurrezione rivoluzionaria e poi di governo. Da queste elementari e geniali affermazioni di Marx, rimesse in massima evidenza da Lenin, sorge la definizione del partito, come una organizzazione di tutti coloro che sono coscienti del sistema di opinioni in cui si riassume il compito storico della classe rivoluzionaria e sono decisi ad agire per la vittoria di questa. Grazie al partito la classe operaia acquista la conoscenza della sua strada e la volontà di percorrerla, e quindi nelle successive fasi della lotta il partito rappresenta storicamente la classe pur avendone nelle proprie file solo una parte più o meno grande. Questo significa la definizione del partito data da Lenin al II Congresso mondiale.
Tale concetto di Marx e di Lenin si contrappone a quello squisitamente opportunista del partito laburista od operaista, cui partecipano di diritto tutti quegli individui che sono, per condizione sociale, dei proletari. Essendo chiaro che in un simile partito, anche se di più forte apparenza numerica, possono ed in certe situazioni debbono prevalere le dirette influenze controrivoluzionarie della classe dominante (rappresentata nella dittatura di organizzatori e di capi indifferentemente provenienti come individui dal proletariato o da altre classi), Marx e Lenin non solo hanno combattuto questo fatale errore teorico, ma non hanno esitato a frantumare praticamente la falsa unità proletaria per assicurare, anche in momenti di eclissamento della attività sociale del proletariato, ed anche attraverso piccoli gruppi politici di aderenti al programma rivoluzionario, la continuità della funzione politica del partito nella preparazione dei compiti successivi del proletariato. Questa risulta la sola via possibile per attuare nell’avvenire la concentrazione della più gran parte possibile dei lavoratori attorno alla direzione e sotto le bandiere di un partito comunista capace di battaglia e di vittoria.
Una organizzazione immediata di tutti i lavoratori in quando economicamente tali non può assurgere a compiti politici, ossia rivoluzionari, in quanto i singoli gruppi professionali e locali non risentiranno che impulsi limitati per la soddisfazione di esigenze parziali determinate dalla conseguenze dirette dello sfruttamento capitalista. Solo facendo intervenire alla testa della classe operaia un partito politico, definito dalla adesione politica dei suoi membri, si realizza la progressiva sintetizzazione di quegli impulsi particolari in una visione ed azione comune, nella quale individui e gruppi riescono a superare ogni particolarismo, accettando difficoltà e sacrifici per il trionfo generale e finale della causa della classe operaia. La definizione del partito come partito della classe operaia ha in Marx e in Lenin valore storico e finalistico, non volgarmente statistico e costituzionale.
Ogni concezione dei problemi di organizzazione interna del partito, che riconduca all’errore della concezione laburista del partito, rivela una grave deviazione teorica in quanto sostituisce una visione democratica ad una visione rivoluzionaria, e attribuisce più importanza a schemi utopistici progettati che alla realtà dialettica dell’urto delle forze di due classi opposte; essa rappresenta un pericolo di ricaduta nell’opportunismo. Quanto ai pericoli di degenerazione del movimento rivoluzionario, ed ai mezzi per assicurare quella continuità di indirizzo politico necessaria nei capi e nei gregari, non è possibile eliminarli con una formula di organizzazione. Tanto meno si elimina la formula secondo cui solo il lavoratore autentico può essere comunista, contraddetta dalla immensa maggioranza degli esempi relativi a individui e a partiti che ci hanno fornito la propria esperienza. La garanzia di cui si tratta va cercata altrove, se non si vuole contraddire al fondamentale postulato marxista: «La rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione», postulato in cui si riassume tutta la conquista realizzata dal socialismo scientifico rispetto ai primi vaneggiamenti dell’utopismo.
Partendo da queste concezioni sulla natura del partito di classe va data risposta ai problemi contingenti attuali di organizzazione interna dell’Internazionale e del partito.
3. – Azione e tattica del partito
La questione del come il partito agisce sulle situazioni e sugli altri aggruppamenti, organi, istituti, della società in cui si muove, è la questione generale della tattica, di cui vanno stabiliti gli elementi generali in rapporto all’insieme dei nostri princìpi, e in secondo stadio vanno precisate le norme di azione concreta per rapporto ai singoli gruppi di problemi pratici ed alle successive fasi dello svolgimento storico.
Nell’assegnare al partito rivoluzionario il suo posto ed il suo compito nella palingenesi della società, la dottrina marxista fornisce la più brillante delle risoluzioni al problema della libertà e della determinazione nella attività dell’uomo. Riferito all’astrazione “individuo” tale problema fornirà ancora per lungo tempo materiale alle elucubrazioni metafisiche dei filosofi della classe dominante e decadente. Il marxismo lo pone nella giusta luce di una concezione scientifica ed oggettiva della società e della storia. Come è lontanissima dalla nostra concezione l’opinione che l’individuo, e un individuo, agisca sull’ambiente esterno deformandolo e plasmandolo a suo piacere e per una potenza d’iniziativa trasmessagli da una virtù di tipo divino, così è per noi condannabile la concezione volontaristica del partito, secondo cui un piccolo gruppo di uomini, forgiatasi una professione di fede, la diffondono e la impongono al mondo con uno sforzo gigantesco di volontà, di attività, di eroismo. Dall’altro lato sarebbe una concezione aberrante e stolta del marxismo quella per la quale, il processo della storia e della rivoluzione svolgendosi secondo leggi fisse, non resti a noi altro che indagare obiettivamente quali sono queste leggi e tentare di formulare previsioni sull’avvenire, senza nulla tentare nel campo dell’azione: concezione fatalistica che equivale ad annullare la necessità dell’esistenza e della funzione del partito. Il determinismo marxista è, non nel mezzo, ma ugualmente superiore a queste due concezioni, nella sua potente originalità. La soluzione data al problema è dialettica e storica, appunto perché non aprioristica e scevra dalla pretesa che una unica astratta risposta sia buona per tutte le epoche e tutti gli aggregati. Se l’attuale sviluppo delle scienze non consente l’indagine completa delle cause che conducono ad agire il singolo individuo partendo dai fatti fisici e biologici per risalire ad una scienza delle attività psicologiche, il problema si risolve però nel campo della sociologia applicando a questa, come fece Marx, i metodi di indagine propri della moderna scienza positiva e sperimentale che il socialismo eredita in pieno e che sono altra cosa della filosofia sedicente materialista e positivista adottata nella sua avanzata storica dalla classe borghese. Si viene così in un certo senso ad eliminare la indeterminatezza sul processo svolto entro ogni individuo, col tener conto razionalmente delle influenze reciproche tra gli individui con lo studio critico della economia e della storia, avendo sgombrato il campo da ogni pregiudizio di ideologie tradizionali. Da questo punto di partenza il marxismo perviene a stabilire un sistema di nozioni, che non è un vangelo immutabile e fisso, ma un vivo strumento per seguire e riconoscere le leggi del processo della storia.Il fondamento di questo sistema sta nelle scoperte di Marx sul determinismo economico per cui lo studio delle forme e dei rapporti economici e dello sviluppo dei mezzi tecnici di produzione ci offre la piattaforma oggettiva su cui si può solidamente poggiare le enunciazione delle leggi della vita sociale ed in una certa misura la previsione dello sviluppo successivo di essa. Ricordato tutto questo, va rivelato come la soluzione finale non è una formula immanente secondo cui, trovata questa chiave universale, è possibile dire che, lasciando evolvere i fenomeni economici, si determinerà senz’altro una preveduta e stabilita serie di fatti politici.
Perché se la nostra critica equivale ad una svalutazione completa e definitiva di quello che è, per i singoli individui, anche presentati come protagonisti dei fatti storici, non tanto la loro azione, ma le intenzioni e le prospettive a cui si illusero di coordinarla, ciò non corrisponde a negare che un organismo collettivo, quale il partito di classe, abbia e debba avere una sua iniziativa e una sua volontà. La soluzione a cui si giunge è ripetutamente formulata nei nostri testi fondamentali.
L’umanità ed anche i suoi potenti aggregati, come classi, partiti e Stati, si sono mossi quasi come dei balocchi nelle mani delle leggi economiche finora ad essi in massima parte ignote. Questi aggregati erano privi al tempo stesso della coscienza teorica del processo economico e della possibilità di dirigerlo e governarlo. Ma per la classe che appare nell’epoca storica presente, il proletariato, e per gli aggregati politici, partito e Stato, che da essa devono emanare, il problema si modifica. Questa classe è la prima che non è spinta a basare il suo avvento sulla consolidazione di privilegi sociali e su una divisione in classi, per assoggettarne e sfruttarne una nuova. E nello stesso tempo è la prima che riesce a foggiarsi una dottrina dello svolgimento economico, storico e sociale, appunto nel comunismo marxista.
Per la prima volta dunque una classe combatte per la soppressione delle classi in generale, e per la soppressione della proprietà privata dei mezzi economici, in generale, e non solo per una trasformazione delle forme sociali di essa proprietà.
Il programma del proletariato è, insieme alla sua emancipazione dalla attuale classe dominante e privilegiata, la emancipazione della collettività umana rispetto alla schiavitù delle leggi economiche che esso comprende, per poi dominarle in una economia finalmente razionale e scientifica che subirà il diretto intervento dell’opera dell’uomo. Per questo e in questo senso Engels scrisse che la rivoluzione proletaria segna il passaggio dal mondo della necessità in quello della libertà.
Questo non vuol dire risuscitare il mito illusorio dell’individualismo che vuol liberare l’Io umano dalle influenze esterne, mentre invece l’intreccio di queste tende a divenire sempre più complesso e la vita del singolo sempre più parte indistinguibile di una vita collettiva. All’opposto, il problema è portato altrove e la libertà e la volontà sono attribuite ad una classe destinata a divenire lo stesso aggregato unitario umano, in lotta un giorno contro le sole forze avverse del mondo fisico esterno.
Se solo l’umanità proletaria, da cui siamo ancora lontani, sarà libera e capace di una volontà che non sia illusione sentimentale, ma capacità di organizzare e tenere in pugno l’economia nel più largo senso della parola; se oggi la classe proletaria è pur sempre, sebbene meno delle altri classi, determinata nei limiti della propria azione da influenze ad essa esterna, l’organo invece in cui proprio si riassume il massimo di possibilità volitiva e di iniziativa in tutto il campo della sua azione è il partito politico: non certo un qualunque partito, ma il partito della classe proletaria, il partito comunista, legato, per così dire, da un filo ininterrotto alle ultime mete del processo avvenire. Una tale facoltà volitiva nel partito, così come la sua coscienza e preparazione teoretica, sono funzioni squisitamente collettive del partito, e la spiegazione marxista del compito assegnato nel partito stesso ai suoi capi sta nel considerarli come strumenti ed operatori attraverso i quali meglio si manifestano le capacità di comprendere e spiegare i fatti e dirigere e volere le azioni, conservando sempre tali capacità la loro origine nella esistenza e nei caratteri dell’organo collettivo. Per queste considerazioni il concetto marxista del partito e della sua azione rifugge, come abbiamo enunciato, così dal fatalismo, passivo aspettatore di fenomeni su cui non si sente di influire in modo diretto, come da ogni concezione volontaristica nel senso individuale, secondo cui le qualità di preparazione teoretica, forza di volontà, spirito di sacrificio, insomma uno speciale tipo di figura morale ed un requisito di «purezza» siano da chiedersi indistintamente ad ogni singolo militante del partito, riducendo questo ad una élite distinta e superiore al restante degli elementi sociali che compongono la classe operaia; mentre l’errore fatalista e passivistico condurrebbe, se non a negare la funzione e l’utilità del partito, almeno ad adagiarlo senz’altro sulla classe proletaria intesa nel senso economico, statistico. Si ribadiscono le conclusioni accennate nella tesi che precede sulla natura del partito, condannando sia il concetto operaistico che quello della élite a carattere intellettuale e morale, entrambi aberranti dal marxismo e condotti ad incontrarsi tra loro sulla via dello sbocco opportunista.
Risolvendo la questione generale della tattica sullo stesso terreno di quello della natura del partito, si deve distinguere la soluzione marxista, sia dall’estraniamento dottrinario dalla realtà della lotta classista, che si appaga di elucubrazioni astratte e tralascia l’attività concreta, sia dall’estetismo sentimentale che vorrebbe con gesti clamorosi ed attitudini eroiche di esigue minoranze determinare nuove situazioni e movimenti storici, sia dall’opportunismo che dimentica il legame con i princìpi, ossia con gli scopi generali del movimento, e, in vista solo di un immediato successo apparente delle azioni, si contenta di agitarsi per rivendicazioni limitate ed isolate senza curarsi se contraddicono alle necessità della preparazione delle supreme conquiste della classe operaia. L’errore della politica anarchica risente nello stesso tempo di sterilità dottrinaria, incapace di comprendere le tappe dialettiche della reale evoluzione storica, e di illusione volontaristica che si illude di anticipare i processi sociali coll’efficacia dell’esempio e del sacrificio di uno o di pochi. L’errore della politica socialdemocratica risale teoricamente tanto a una falsa concezione fatalistica del marxismo secondo cui la rivoluzione maturerà lentamente e per conto suo senza intervento insurrezionale della volontà proletaria, come a un pragmatismo volontarista, che non sapendo rinunziare ad effetti immediati della sua iniziativa e del suo intervento quotidiano, si accontenta di lottare per obiettivi che solo apparentemente interessano gruppi del proletariato ma il cui raggiungimento soddisfa al gioco conservatore della classe dominante invece di servire alla preparazione della vittoria del proletariato: riforme, concessioni, vantaggi parziali economici e politici ottenuti dal padronato e dallo Stato borghese.
Una artificiale introduzione nel movimento classista di dettami teorici della «moderna» filosofia volontarista e pragmatista a basi idealistiche (Bergson, Gentile, Croce) non può essere gabellata come reazione al riformismo per il fatto che questo mostra certe simpatie esteriori col positivismo borghese, ma prepara soltanto l’affermazione opportunista di nuove fasi riformistiche.
L’attività del partito non può e non deve limitarsi solo alla conservazione della purezza dei principi teorici e della purezza della compagine organizzativa, oppure solo alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di popolarità numerica. Essa deve conglobare in tutti i tempi e in tutte le situazioni, i tre punti seguenti:
a) la difesa e la precisazione in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano dei postulati fondamentali programmatici, ossia della coscienza teorica del movimento della classe operaia;
b) l’assicurazione della continuità della compagine organizzativa del partito e della sua efficienza, e la sua difesa da inquinamenti con influenze estranee ed opposte all’interesse rivoluzionario del proletariato;
c) la partecipazione attiva a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati, per incoraggiarne lo sviluppo, ma costantemente apportandovi il fattore del loro raccordamento con gli scopi finali rivoluzionari e presentando le conquiste della lotta di classe come ponti di passaggio alle indispensabili lotte avvenire, denunziando il pericolo di adagiarsi sulle realizzazioni parziali come su posizioni di arrivo e di barattare con esse le condizioni della attività e della combattività classista del proletariato, come l’autonomia e l’indipendenza della sua ideologia e delle sue organizzazioni, primissimo tra queste il partito.
Scopo supremo di questa complessa attività è preparare le condizioni soggettive di preparazione del proletariato nel senso che questo sia messo in grado di approfittare delle possibilità rivoluzionarie oggettive che presenterà la storia, non appena queste si affacceranno, ed in modo da uscire dalla lotta vincitore e non vinto.
Da tutto ciò si parte nel rispondere ai quesiti sui rapporti tra il partito e le masse proletarie, e tra il partito e gli altri partiti politici, come tra il proletariato e le altre classi sociali. Deve considerarsi erronea la formulazione tattica che dice: ogni vero partito comunista deve saper essere in ogni situazione un partito di massa; ossia avere una organizzazione numerosissima ed una influenza politica larghissima sul proletariato, per lo meno tali da superare quelle degli altri partiti sedicenti operai. Questa formulazione è una caricatura della tesi di Lenin, il quale nel 1921 stabiliva una parola d’ordine pratica e contingente giustissima, ossia per la conquista del potere non bastava aver formato dei «veri» partiti comunisti e lanciarli all’offensiva insurrezionale, ma occorreva avere dei partiti potenti numericamente e prevalenti per influenza sul proletariato. Tale formula equivale all’affermazione che, nel periodo precedente la conquista del potere e nel quale si avanza verso di essa, il partito deve avere con sé le masse, deve anzitutto conquistare le masse. Di tale formula è solo in un certo modo pericolosa la dicitura di maggioranza delle masse, perché nei leninisti «della lettera» espone ed ha esposto al pericolo di interpretazioni teoretiche e tattiche socialdemocratiche, e, non precisando dove si misuri la maggioranza, se nei partiti, nei sindacati, o in altri organi, pur esprimendo un concetto giustissimo ed ovviando al pericolo pratico dell’ingaggiare azioni «alla disperata» con forze insufficienti ed in momenti immaturi, lascia adito all’altro pericolo di un diversivo all’azione quando questa invece è possibile e doverosa, quando sia affrontata con decisione ed iniziativa veramente «leninista». Ma questa formula che il partito deve alla vigilia della lotta per il potere avere con sé le masse, nella balorda interpretazione dei pseudo leninisti odierni è diventata formula di squisito sapore opportunista, quando essi affermano che «in ogni situazione» deve il partito essere partito di masse. Vi sono situazioni oggettivamente sfavorevoli alla rivoluzione, e lontane da essa come rapporti delle forze (pur potendo esserne meno lontane di altre nel tempo, perché la evoluzione storica presenta – è marxismo – diversissime velocità) in cui il voler essere a tutti costi partiti di masse e di maggioranza, il volere avere a tutti i costi preminente influenza politica, non si può raggiungere che rinunciando ai princìpi ed ai metodi comunisti e facendo una politica socialdemocratica e piccolo borghese. Si deve altamente dire che, in certe situazioni passate, presenti e avvenire, il proletariato è stato, è e sarà necessariamente nella sua maggioranza su una posizione non rivoluzionaria, di inerzia e di collaborazione col nemico a seconda dei casi; e che in tanto, malgrado tutto, il proletariato rimane ovunque e sempre la classe potenzialmente rivoluzionaria e depositaria della riscossa della rivoluzione, in quanto nel suo seno il partito comunista, senza mai rinunziare a tutte le possibilità di coerente affermazione e manifestazione, sa non ingaggiarsi nelle vie che appaiono più facili agli effetti di una popolarità immediata, ma che devierebbero il partito dal suo compito e toglierebbero al proletariato il punto di appoggio indispensabile della sua ripresa. Su tale terreno dialettico e marxista, non mai sul terreno estetista e sentimentale, va respinta la bestiale espressione opportunista che un partito comunista è libero di adottare tutti i mezzi e tutti i metodi. Si dice che, appunto perché il partito è veramente comunista sano cioè nei princìpi e nella organizzazione, si può permettere tutte le acrobazie della manovra politica, ma questa asserzione dimentica che il partito è per noi al tempo stesso fattore e prodotto dello sviluppo storico, e dinanzi alla forze di questo si comporta come materia ancora più plastica il proletariato. Questo non sarà influenzato secondo le giustificazioni contorte che i capi del partito presenterebbero per certe «manovre», ma secondo effetti reali che bisogna saper prevedere, utilizzando sopratutto l’esperienza dei passati errori. Solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi le false strade con norme di azione precise e rispettate, il partito si garantirà contro le degenerazioni, e mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative.
Altro errore nella questione generale di tattica che riconduce nettamente alla classica posizione opportunista smantellata da Marx e da Lenin, è la formulazione che il partito, salvo a rappresentare a suo tempo il fattore della rivoluzione proletaria totale e finale, sapendo che le condizioni di questa matureranno solo attraverso una evoluzione delle forme politiche e sociali, quando si determinino lotte di classe e di partiti che non siano ancora quelle del suo terreno specifico debba scegliere tra le due forze in contesa quella che rappresenta lo sviluppo della situazione più favorevole alla evoluzione storica generale, e debba più o meno apertamente sorreggerla e coalizzarsi con essa.
Il presupposto di una simile politica manca anzitutto, perché lo schema tipico di una evoluzione sociale e politica fissata in tutti i suoi dettagli, e che equivalga alla migliore preparazione dell’avvento finale del comunismo, è concetto che solo gli opportunisti hanno voluto prestare al marxismo, è la base della diffamazione dei Kautsky alla rivoluzione russa ed al movimento comunista attuale. Nemmeno si può stabilire come tesi generale che condizioni più propizie al lavoro fecondo del partito comunista si ravvisino in certi tipi del regime borghese, ad esempio i più democratici. Se è vero che misure reazionarie e di «destra» dei governi borghesi hanno più volte arrestato il proletariato, non è men vero, ed è stato assai più frequente, che la politica liberale e di sinistra dei governi borghesi ha molte volte smorzata la lotta di classe e deviato da azioni decisive la classe operaia. Più esatta valutazione, e veramente consona alla rottura dell’incantesimo democratico, evoluzionista e progressivo attuata dal marxismo, è quella per cui la borghesia tenta e spesso riesce ad avvicendare i suoi metodi e partiti di governo secondo il suo interesse controrivoluzionario: mentre tutta la nostra esperienza ci mostra come il trionfo dell’opportunismo è sempre passato attraverso l’appassionamento del proletariato alle vicende successive della politica borghese.
In secondo luogo, anche se fosse vero che certe trasformazioni di governo nel campo del regime attuale agevolano l’ulteriore sviluppo dell’azione del proletariato, l’esperienza mostra all’evidenza che ciò è sottoposto ad una espressa condizione: la esistenza di un partito il quale a tempo abbia avvertito le masse della delusione che sarebbe seguita a quello che si presentava come un successo immediato: e non solo la pura esistenza del partito, ma la capacità di agire, anche prima della lotta cui ci riferiamo, in una maniera evidentemente autonoma agli occhi del proletariato, che lo segue secondo la sua attitudine concreta e non soltanto secondo gli schemi che gli facesse comodo di adottare ufficialmente. Il partito comunista dunque, in presenza di lotte che non possono ancora svolgersi come la lotta definitiva per la vittoria proletaria, non si farà il gerente di trapassi e di realizzazioni che non interessano direttamente la classe che esso rappresenta, e non baratterà il suo carattere e la sua attitudine autonoma con quelli di una specie di società di assicurazioni per tutti i moti politici sedicenti «rinnovatori», o per tutti i sistemi e governi politici minacciati da un preteso «governo peggiore».
Contro le esigenze di questa linea di azione viene spesso falsamente accampata la formulazione di Marx che i «comunisti appoggiano ogni moto diretto contro le condizioni sociali esistenti», e tutta la dottrina di Lenin contro «la malattia di infanzia del comunismo». La speculazione tentata su queste enunciazioni nell’interno del nostro movimento non differisce nella intima natura dalla speculazione analoga sempre condotta dai revisionisti e dai centristi, che in nome di Marx e di Lenin, si chiamassero i loro capi Bernstein o Nenni, hanno preteso di deridere i rivoluzionari marxisti.
Circa quelle enunciazioni due osservazioni vanno fatte anzitutto; esse hanno valore storico contingente, e si riferiscono per Marx alla Germania non ancora borghese, e, per l’esperienza bolscevica illustrata da Lenin nel suo libro, alla Russia zarista. Queste basi non sono le sole su cui si debba fondare la risoluzione della questione tattica nelle condizioni classiche: proletariato in lotta con una borghesia capitalistica pienamente delineata. In secondo luogo, l’appoggio di cui parla Marx e i «compromessi» di cui parla Lenin sono appoggi e compromessi (termine preferito da Lenin più che altro per «civettarvi» da magnifico dialettico marxista, egli che resta il campione della vera e non formale intransigenza tesa e diretta verso una immutabile meta) sono appoggi e compromessi con movimenti ancora forzati, anche contro le ideologie e la volontà eventuale dei loro capeggiatori, ad aprirsi la via colla insurrezione contro le forme passate, e l’intervento del partito comunista si presenta come un intervento sul terreno della guerra civile: così nella formulazione leninista della questione dei contadini e delle nazionalità, nell’episodio di Kornilov ed in cento altri. Ma, anche a parte queste due sostanziali osservazioni, il senso della critica di Lenin all’infantilismo, e di tutti i testi marxisti sull’agilità della politica rivoluzionaria, non è affatto in contraddizione colla barriera volutamente elevata dagli stessi contro l’opportunismo, che è per Engels e poi per Lenin definito come «assenza dei princìpi», ossia come oblio dello scopo finale.
Sarebbe contro Lenin e Marx il costruire la tattica comunista con un metodo non dialettico ma formalistico. Sarebbe errore madornale l’asserire che i mezzi devono corrispondere ai fini non per la loro successione storica e dialettica nel processo dello sviluppo, ma secondo una somiglianza e una analogia degli aspetti che mezzi e fini possono prendere dal punto di vista immediato e quasi diremmo etico, psicologico, estetico. Non bisogna commettere in materia di tattica lo sbaglio che anarchici e riformisti commettono in materia di princìpi, allorché ad essi pare assurdo che la soppressione delle classi e del potere statale vada preparata attraverso il predominio di classe e lo stato dittatoriale proletario, che l’abolizione di ogni violenza sociale si realizzi attraverso l’impiego della violenza offensiva e difensiva, rivoluzionaria del potere attuale e conservatrice di quello proletario. Analogamente sbaglierebbe chi asserisse che un partito rivoluzionario deve essere in ogni momento per la lotta senza contare le forze di amici e nemici; che di uno sciopero ad esempio il comunista non può propugnare che la continuazione ad oltranza; che un comunista deve rifuggire da certi mezzi come la dissimulazione, l’astuzia, lo spionaggio, ecc. perché poco nobili o simpatici. La critica del marxismo e di Lenin al superficialismo pseudo-rivoluzionario che appesta il cammino del proletariato, costituisce lo sforzo per eliminare questi criteri sciocchi e sentimentali dalla risoluzione dei problemi di tattica. Questa critica è definitivamente acquisita all’esperienza del movimento comunista.
Un esempio degli errori di deduzione tattica che secondo essa vanno evitati è quello secondo cui, dato che noi attuammo la scissione politica dei comunisti dagli opportunisti, dobbiamo sostenere anche la scissione dei sindacati capeggiati dai gialli. Solo per un organizzato trucco polemico si seguita da tempo ad asserire che la sinistra italiana abbia basato le sue conclusioni su argomentazioni come quella che è indecoroso avvicinare le persone dei capi dei partiti opportunisti, et similia.
Ma quella critica all’infantilismo non significa che in materia di tattica debbano regnare sovrani la indeterminazione, il caos e l’arbitrio, e che «tutti i mezzi» siano adeguati al raggiungimento dei nostri scopi. Il dire che la garanzia della coordinazione dei mezzi agli scopi sta nella natura rivoluzionaria acquisita dal partito e nel contributo che alle sue decisioni portano uomini insigni o gruppi aventi dietro di sé una brillante tradizione, è un gioco di parole non marxista, in quanto prescinde dalla ripercussione che sul partito hanno i mezzi stessi della sua azione, nel gioco dialettico di cause ed effetti, e dalla negazione nostra di un valore qualsiasi alle «intenzioni» che dettano le iniziative di singoli e di gruppi; a parte il «sospetto», nel senso non ingiurioso, su tali intenzioni da cui, come mostrano sanguinose esperienze del passato, mai si è potuto prescindere.
Lenin dice nel suo libro sull’infantilismo che i mezzi tattici debbono essere prescelti, in ordine alla realizzazione dello scopo finale rivoluzionario, attraverso una chiara visione storica della lotta del proletariato e del suo sbocco, e che sarebbe assurdo scartare un certo espediente tattico solo perché sembri «brutto» o meriti la definizione di «compromesso»: occorre invece stabilire se quel mezzo è o non rispondente al fine. Questo problema è sempre aperto e resterà sempre aperto come formidabile compito dinanzi all’attività collettiva del partito e dell’Internazionale Comunista. Se sul problema dei princìpi teorici dopo Marx e Lenin ci possiamo dire in possesso di una sicura eredità, senza voler dire che sia finito ogni compito di nuove ricerche teoriche per il comunismo, lo stesso non si può dire nel campo tattico, neppure dopo la rivoluzione russa e la esperienza dei primi anni di vita della nuova Internazionale, a cui troppo presto Lenin è venuto a mancare. Il problema della tattica, assai più ampio delle semplicistiche risposte sentimentali degli «infantili», deve essere ancora meglio lumeggiato col contributo di tutto il movimento comunista internazionale, e di tutta la sua esperienza antica e recente. Non è contro Marx e Lenin l’affermare che nel risolverlo si devono perseguire delle regole di azione, non vitali e fondamentali come i princìpi, ma obbligatorie sia per i gregari che per gli organi dirigenti del movimento, che contemplino le possibilità diverse di sviluppo delle situazioni, per tracciare col possibile grado di precisione in quale senso dovrà muoversi il partito quando esse presenteranno determinati aspetti.
L’esame e la comprensione delle situazioni devono essere elementi necessari delle decisioni tattiche, ma non in quanto possano condurre, ad arbitrio dei capi, a «improvvisazioni» ed a «sorprese», ma in quanto segnaleranno al movimento che è giunta l’ora di un’azione preveduta nella maggior misura possibile. Negare la possibilità e la necessità di prevedere le grandi linee della tattica – non di prevedere le situazioni, il che è possibile con sicurezza ancora minore, ma di prevedere che cosa dovremo fare nelle varie ipotesi possibili sull’andamento delle situazioni oggettive – significa negare il compito del partito, e negare la sola garanzia che possiamo dare alla rispondenza, in ogni eventualità, degli iscritti al partito e delle masse agli ordini del centro dirigente. In questo senso il partito non è un esercito, e nemmeno un ingranaggio statale, ossia un organo in cui la parte dell’autorità gerarchica è preminente e nulla quella dell’adesione volontaria; è ovvio il notare che al membro del partito resta sempre una via per la esecuzione degli ordini, a cui non si contrappongono sanzioni materiali: l’uscita dal partito stesso. La buona tattica è quella, che allo svolto delle situazioni, quando al centro dirigente non è dato il tempo di consultazione del partito e meno ancora delle masse, non conduce nel seno del partito stesso e del proletariato a ripercussioni inattese e che possano andare in senso opposto alla affermazione della campagna rivoluzionaria. L’arte di prevedere come il partito reagirà agli ordini, e quali ordini otterranno la buona reazione, è l’arte della tattica rivoluzionaria: essa non può essere affidata se non alla utilizzazione collettiva delle esperienze di azione del passato, assommate in chiare regole di azione; commettendo queste all’esecuzione dei dirigenti, i gregari si assicurano che questi non tradiranno il loro mandato, e si impegnano sostanzialmente e non apparentemente ad una esecuzione feconda e decisa degli ordini del movimento. Non esitiamo a dire che, essendo lo stesso partito cosa perfettibile e non perfetta, molto deve essere sacrificato alla chiarezza, alla capacità di persuadere delle norme tattiche, anche se ciò comporta una certa quale schematizzazione: quando le situazioni rompessero di forza gli schemi tattici da noi preparati, non si rimedierà cadendo nell’opportunismo e nell’eclettismo, ma si dovrà compiere un nuovo sforzo per adeguare la linea tattica ai compiti del partito. Non è il partito buono che dà la tattica buona, soltanto, ma è la buona tattica che dà il buon partito, e la buona tattica non può essere che tra quelle capite e scelte da tutti nelle linee fondamentali.
Noi neghiamo sostanzialmente che si possa mettere la sordina allo sforzo ed al lavoro collettivo del partito per definire le norme della tattica, chiedendo una obbedienza pura e semplice ad un uomo, o ad un comitato, o ad un singolo partito dell’Internazionale, e al suo tradizionale apparato dirigente.
L’azione del partito prende un aspetto di strategia nei momenti culminanti della lotta per il potere, in cui la parte sostanziale di essa prende carattere militare. Nelle situazioni precedenti l’azione del partito non si riduce, però, alla pura funzione ideologica, propagandistica ed organizzativa, ma consiste, come si è detto, nel partecipare ed agire nelle singole lotte suscitate nel proletariato. Il sistema delle norme tattiche deve essere dunque edificato appunto allo scopo di stabilire secondo quali condizioni l’intervento del partito e la sua attività in simili movimenti, la sua agitazione tra il vivo delle lotte proletarie, si coordina allo scopo finale e rivoluzionario e garantisce simultaneamente il progresso utile della preparazione ideologica, organizzativa e tattica.
Nei punti che seguiranno sarà chiarito in ordine ai singoli problemi come si presenta questa elaborazione delle singole norme di azione comunista all’attuale stadio di sviluppo del movimento rivoluzionario.
II. – QUESTIONI INTERNAZIONALI
1. – La costituzione della Terza Internazionale
La crisi della II Internazionale, determinata dalla guerra mondiale, ha avuto con la costituzione dell’Internazionale Comunista una soluzione completa e definitiva dal punto di vista della restaurazione della dottrina rivoluzionaria, mentre dal punto di vista organizzativo e tattico la formazione del Comintern costituisce una immensa conquista storica, ma non ha dato alla crisi del movimento proletario una soluzione altrettanto completa.
Fattore fondamentale per la formazione della nuova Internazionale è stata la rivoluzione russa, prima gloriosa vittoria del proletariato mondiale. Per le condizioni sociali della Russia, la rivoluzione russa non ha dato il tipo storico generale per le rivoluzioni degli altri paesi sotto l’aspetto dei problemi tattici. In essa, nel trapasso dal potere feudale autocratico alla dittatura proletaria, non si è inserita un’epoca di dominio politico della classe borghese organizzata, in un suo proprio esclusivo e stabile apparato statale.
Appunto per questo la conferma storica della concezione del programma marxista ha avuto nella rivoluzione russa la più grandiosa portata, ed ha maggiormente servito a sbaragliare il revisionismo socialdemocratico sul terreno dei princìpi. Ma sul terreno organizzativo la lotta contro la Seconda Internazionale, parte integrante della lotta contro il capitalismo mondiale, non ha avuto egual decisivo successo, e sono stati commessi molteplici errori per cui i partiti comunisti non hanno raggiunto la efficienza che avrebbero loro consentito le condizioni oggettive.
Altrettanto deve dirsi sul terreno tattico, su cui sono stati risolti e si risolvono oggi insufficientemente molti problemi propri dello scacchiere su cui figurano: borghesia, Stato borghese moderno e parlamentare con apparato storicamente stabile, proletariato; e non sempre i partiti comunisti hanno ottenuto quanto era possibile agli effetti dell’avanzata del proletariato contro il capitalismo e della liquidazione dei partiti socialdemocratici, organi politici della controrivoluzione borghese.
2. – Situazione economica e politica mondiale
La situazione internazionale appare oggi meno favorevole al proletariato di quanto fosse nei primi anni del dopoguerra. Dal punto di vista dell’economia si assiste ad una parziale ristabilizzazione del capitalismo; intendendo però per stabilizzazione il solo sedarsi delle perturbazioni di alcune parti della struttura economica, ma non una condizione di cose che escluda il possibile ripresentarsi, anche vicinissimo, di nuove perturbazioni.
La crisi del capitalismo resta aperta e il suo definitivo aggravarsi è inevitabile. Nel campo politico si assiste ad un indebolimento del movimento rivoluzionario operaio in quasi tutti i paesi più progrediti, controbilanciato però felicemente dal consolidamento della Russia sovietica, e dall’azione delle popolazioni dei paesi coloniali contro le potenze capitalistiche.
Una tale situazione presenta il pericolo che, seguendosi l’erroneo metodo del situazionismo, si delinei una tendenza, anche appena accennata, verso un menscevismo nella valutazione dei problemi dell’azione proletaria. In secondo luogo vi è il pericolo che, diminuendo il peso dell’azione genuinamente classista, nella politica generale del Comintern manchino le condizioni preconizzate da Lenin per la corretta applicazione della tattica nella questione nazionale e contadina.
All’offensiva proletaria del dopoguerra susseguì un’offensiva padronale contro le posizioni proletarie a cui il Comintern rispose con la parola del fronte unico. Successivamente si pose il problema dell’avvento di situazioni democratiche-pacifiste in vari paesi, giustamente denunziato dal compagno Trotski come un pericolo di degenerazione per il nostro movimento. È da evitarsi la interpretazione della situazione che ponga, come una questione vitale per il proletariato, la lotta tra le due parti della borghesia, la destra e la sinistra, volute ravvisare come aderenti troppo strettamente a distinzioni sociali.
L’interpretazione giusta è che la classe dominante possiede più metodi di governo e di difesa sostanzialmente riducibili a due: quello reazionario e fascista e quello liberale democratico.
Le tesi di Lenin stanno a provare, partendo dall’analisi economica, che gli strati più moderni della borghesia tendono non solo ad unificare il meccanismo produttivo, ma anche la loro difesa politica nelle forme più decisive.
Non è quindi esatto asserire in generale che la via per il trapasso al comunismo deve attraversare uno stadio di governo borghese di sinistra. Nei casi particolari in cui questo accadesse la condizione della vittoria proletaria sarebbe in una tattica per cui il partito si schierasse contro le illusioni sull’avvento del governo di sinistra, non attenuando la sua opposizione alle forme politiche corrispondenti nemmeno nel periodo reazionario.
3. – Metodo di lavoro dell’Internazionale
Uno dei compiti più importanti dell’Internazionale Comunista è stato quello di liquidare la diffidenza del proletariato per l’azione politica, derivata dalle degenerazioni parlamentari dell’opportunismo.
Il marxismo non parla di politica come della comune arte o tecnica consistente negli accorgimenti dell’intrigo parlamentare o diplomatico, come ogni partito adotterebbe per i suoi fini speciali. La politica proletaria si contrappone al metodo della politica borghese, anticipa forme superiori di rapporti per culminare nell’arte dell’insurrezione rivoluzionaria. Questo distacco, di cui si omette qui più vasta presentazione teoretica, è condizione vitale per l’utile collegamento fra proletariato rivoluzionario e il suo stato maggiore comunista o per la selezione utile del personale di quest’ultimo.
La pratica del lavoro dell’Internazionale va contraddicendo a questa necessità rivoluzionaria. Nei rapporti tra gli organi del movimento comunista prevale molte volte la politica a doppio aspetto, una subordinazione delle motivazioni teoretiche ai moventi occasionali, un sistema di accordi e patteggiamenti fra persone che nei suoi risultati, non riuscendo a tradurre felicemente i rapporti dei partiti e delle masse, ha condotto a gravi delusioni.
Troppo facilmente nelle grandi e fondamentali decisioni dell’Internazionale entra l’elemento della improvvisazione, della sorpresa e del cambiamento di scena, disorientando i compagni ed i proletari.
Tutto questo avviene ad esempio nella maggior parte delle questioni interne dei partiti, risolte dagli organi e congressi internazionali con successive e stentate sistemazioni, fatte accettare ai vari gruppi dirigenti, ma che non introducono utilmente nel divenire reale dei partiti.
4. – Questioni organizzative
Nella fondazione del Comintern ebbe molto peso la considerazione che urgeva attuare un vasto concentramento di forze rivoluzionarie, prevedendosi allora molto più rapido lo sviluppo delle situazioni oggettive. Tuttavia si è potuto constatare che sarebbe stato molto più conveniente procedere con maggior rigore nei criteri di organizzazione. Agli effetti della formazione dei partiti o della conquista delle masse i risultati non sono stati favoriti né dalle concessioni a gruppi sindacalisti ed anarchici, né da piccole transazioni ammesse nelle 21 condizioni verso i centristi, né dalle fusioni organiche con partiti e parti di partiti ottenute con noyautage politico, né dal tollerare la doppia organizzazione comunista in certi paesi con partiti simpatizzanti. La parola d’ordine della organizzazione dei partiti sulla base delle cellule, lanciata dopo il V Congresso, non raggiunse il suo scopo di sanare i difetti concordemente constatati nelle sezioni dell’Internazionale.
Nella sua generalizzazione, e soprattutto nella interpretazione datale dalla Centrale italiana, tale parola d’ordine si presta a gravi errori e ad una deviazione sia dal postulato marxista che la rivoluzione non è una questione di forme di organizzazione, che dalla tesi leninista che una soluzione organica non può mai essere valida per tutti i tempi e per tutti i luoghi.
Relativamente a quei partiti che agiscono nell’epoca attuale e nei paesi borghesi a regime stabile parlamentare, il tipo di organizzazione per cellule risulta meno adeguato di quello su base territoriale, mentre erra teoricamente chi afferma che il partito a base territoriale è un partito socialdemocratico e quello basato sulle cellule un vero partito comunista. Nella pratica il secondo tipo permette di svolgere meno facilmente il compito unificatore del partito fra i gruppi proletari di categoria e di industria, compito tanto più grave quanto più la situazione è sfavorevole e le possibilità di organizzazione proletaria più ridotte. Diversi inconvenienti pratici accompagnano la organizzazione per cellule ritenuta come base esclusiva del partito. Diversamente invece si ponevano le cose nella Russia zarista, per i diversi rapporti fra padronato industriale e Stato, mentre il pericolo corporativo era meno grave per l’imminenza del porsi della questione centrale del potere.
Il sistema delle cellule non aumenta l’influenza degli operai nel partito, avendo in tutti i suoi nodi superiori una rete di elementi non operai o ex operai costituenti l’apparato dei funzionari. In relazione ai difetti del metodo di lavoro dell’Internazionale la parola d’ordine della bolscevizzazione, negli aspetti organizzativi, corrisponde ad una applicazione pedestre ed inadeguata della esperienza russa, e tende già in molti paesi ad un sistema di immobilizzazione, anche involontaria, delle spontanee iniziative ed energie proletarie e classiste, da parte di un apparato la cui selezione e la cui funzione si svolgono con criteri in gran parte artificiali.
Il conservare al partito l’organizzazione di base territoriale non vuol dire rinunciare ad aver organi di partito nelle officine: questi devono essere i gruppi comunisti collegati al partito e diretti da questo, ed inseriti nell’inquadramento sindacale del partito. Questo sistema risolve assai meglio il contatto con le masse e serba meno visibile l’organizzazione fondamentale del partito.
5. – Disciplina e frazioni
Un altro aspetto della parola bolscevizzazione è quello di far consistere la sicura garanzia della efficienza del partito in un completo accentramento disciplinare e nel severo divieto del frazionismo.
L’ultima istanza per tutte le questioni controverse è l’organo centrale internazionale, nel quale si attribuisce, se non gerarchicamente, almeno politicamente, una egemonia al Partito Comunista Russo.
Questa garanzia in realtà non esiste, e tutta la impostazione del problema è inadeguata. In linea di fatto non si è evitato l’imperversare del frazionismo nell’Internazionale, ma se ne sono incoraggiate invece forme dissimulate ed ipocrite. Dal punto di vista storico poi il superamento delle frazioni nel partito russo non è stato un espediente né una ricetta ad effetti magici applicata sul terreno statutario, ma è stato il risultato e l’espressione della felice impostazione dei problemi di dottrina e di azione politica.
Le sanzioni disciplinari sono uno degli elementi che garantiscono contro le degenerazioni, ma a patto che la loro applicazione resti nei limiti dei casi eccezionali, e non divenga la normalità e quasi l’ideale del funzionamento del partito.
La soluzione come non sta in una esasperazione a vuoto dell’autoritarismo gerarchico (la cui investitura iniziale viene a mancare, sia nella incompletezza delle pur grandiose esperienze storiche russe, sia perché nella stessa vecchia guardia, custode delle tradizioni bolsceviche, sorgono di fatto dissensi la cui soluzione non va ritenuta a priori come la migliore) così non sta in una applicazione sistematica dei princìpi della democrazia formale, che nel marxismo non hanno altro posto che quello di una pratica organizzativa suscettibile di essere comoda.
I partiti comunisti devono realizzare un centralismo organico che, col massimo compatibile di consultazione della base, assicuri la spontanea eliminazione di ogni aggruppamento tendente a differenziarsi. Questo non si ottiene con prescrizioni gerarchiche formali e meccaniche, ma, come dice Lenin, colla giusta politica rivoluzionaria.
La repressione del frazionismo non è un aspetto fondamentale della evoluzione del partito, bensì lo è la prevenzione di esso.
Essendo assurdo e sterile, nonché pericolosissimo, pretendere che il partito e l’Internazionale siano misteriosamente assicurati contro ogni ricaduta o tendenza alla ricaduta nell’opportunismo, che possono dipendere da mutamenti della situazione come dal gioco dei residui delle tradizioni socialdemocratiche, nella risoluzione dei nostri problemi si deve ammettere che ogni differenziazione di opinione non riducibili a casi di coscienza o di disfattismo personale può svilupparsi in una utile funzione di preservazione del partito e del proletariato in generale da gravi pericoli.
Se questi si accentuassero, la differenziazione prenderebbe inevitabilmente ma utilmente la forma frazionistica, e questo potrebbe condurre a scissioni non per il bambinesco motivo di una mancanza di energia repressiva da parte dei dirigenti, ma solo nella dannata ipotesi del fallimento del partito e del suo asservimento ad influenze controrivoluzionarie.
Un esempio del falso metodo si ravvisa nelle soluzioni artificiose della situazione del partito tedesco dopo la crisi opportunista del ’23, con le quali, senza d’altra parte riuscire ad eliminare il frazionismo, si è intralciata la determinazione spontanea, nelle file di un proletariato così avanzato come quello tedesco, della giusta reazione classista e rivoluzionaria alla degenerazione del partito.
Il pericolo dell’influenzamento borghese sul partito di classe non si presenta storicamente come organizzazione di frazione, ma piuttosto come una accorta penetrazione sventolante una demagogia unitaria e operante come una dittatura dall’alto, immobilizzatrice delle iniziative della avanguardia proletaria.
Si riesce ad individuare e colpire un simile fattore disfattista non ponendo la questione di disciplina contro i tentativi di frazione ma riuscendo ad orientare il partito ed il proletariato contro una tale insidia nel momento in cui prende l’aspetto non solo di una revisione dottrinale, ma di una proposta positiva di una importante manovra politica ad effetti anticlassisti.
Uno degli aspetti negativi della cosidetta bolscevizzazione consiste nel sostituire alla elaborazione politica completa e cosciente nel seno del partito, che corrisponde ad effettivo progresso verso il centralismo più compatto, una agitazione esteriore e clamorosa delle formule meccaniche dell’unità per la unità e della disciplina per la disciplina.
I risultati di questo metodo danneggiano il partito ed il proletariato e ritardano il raggiungimento del «vero» partito comunista. Questo metodo applicato in molte sezioni dell’Internazionale, è di per sé stesso un grave sintomo di un latente opportunismo. Nella situazione di oggi nel Comintern non si delinea la costituzione di una opposizione internazionale di sinistra, ma se continuasse lo sviluppo dei fattori sfavorevoli fin qui indicati, il formarsi di una tale opposizione sarà nello stesso tempo una necessità rivoluzionaria ed un riflesso spontaneo della situazione.
6. – Questioni di tattica fino al V Congresso
Nella soluzione dei problemi di tattica presentatisi nelle situazioni prima accennate nel campo internazionale, si sono commessi errori analoghi in generale a quelli organizzativi e dipendenti dalla pretesa di dedurre tutto dai problemi presentatisi nel passato al Partito Comunista Russo.
La tattica del fronte unico non va intesa come una coalizione politica con altri partiti cosidetti operai, ma come una utilizzazione delle rivendicazioni immediate sollevate dalle situazioni allo scopo di estendere l’influenza del partito comunista sulle masse senza compromettere la sua autonomia di posizione.
Vanno dunque scelti a base del fronte unico quegli organismi proletari in cui i lavoratori entrano per la loro posizione sociale ed indipendentemente dalla loro fede politica e dal loro inquadramento al seguito di un partito organizzato. Ciò al doppio scopo di non escludere affatto tanto la critica dei comunisti contro gli altri partiti, quanto la progressiva organizzazione dei nuovi elementi prima dipendenti da questi ultimi negli inquadramenti propri del partito comunista e nelle sue stesse file; e di assicurare la comprensione da parte delle masse della successiva parola diretta del partito per mobilitare sul suo programma e sotto la esclusiva sua direzione.
L’esperienza ha dimostrato molte volte come il solo modo di assicurare l’applicazione rivoluzionaria del fronte unico stia nel respingere il metodo delle coalizioni politiche permanenti o transitorie e dei comitati di direzione della lotta che comprendono rappresentanti inviati dai vari partiti politici, ed anche quella di negoziati, proposte e lettere aperte agli altri partiti da parte del partito comunista.
La pratica ha dimostrato sterile questo metodo e ne ha sfatato ogni effetto anche iniziale dopo l’abuso che se ne è fatto.
Il fronte unico politico che prende a base una rivendicazione centrale posta nei confronti del problema dello Stato diviene la tattica del governo operaio. Qui non abbiamo solo una tattica erronea, ma una stridente contraddizione coi princìpi del comunismo. Se il partito lancia una parola che significhi l’assunzione del potere da parte del proletariato attraverso organismi rappresentativi propri dello apparato statale borghese, o anche solo che non escluda esplicitamente una tale eventualità, viene abbandonato e smentito il programma comunista, non solo nei cattivi riflessi inevitabili sulla ideologia proletaria, ma nella stessa formulazione ideologica che il partito enuncia ed accredita. La revisione cui il V Congresso ha sottoposto questa tattica, dopo la disfatta tedesca, non è stata soddisfacente, e gli sviluppi posteriori delle esperienze tattiche giustificano le richieste che si abbandoni anche la semplice parola del governo operaio.
In ordine al problema centrale dello Stato il partito può solo dare la parola di dittatura del proletariato, non essendovi altro «governo operaio».
Da questa posizione si passa soltanto all’opportunismo; ossia al favorire o addirittura partecipare a governi sedicenti filo-operai della classe borghese.
Tutto questo non contraddice affatto alla parola «tutto il potere ai Soviet» e ad organismi a tipo di Soviet (rappresentanze elette solo dai lavoratori), anche quando prevalgono in tali organismi partiti opportunisti. Tali partiti sono contro l’assunzione del potere da parte degli organi proletari, essendo questa la dittatura proletaria stessa (esclusione dei non lavoratori dagli organi elettivi e dal potere) che solo il partito comunista potrà gestire.
Non è necessario né viene qui proposto il formulare la parola dittatura proletaria col solo dei suoi sinonimi, cioè: «governo del partito comunista».
7. – Questioni della «nuova tattica»
Il fronte unico e il governo operaio venivano giustificati su questo terreno: Per la nostra vittoria non basta avere i partiti comunisti, ma bisogna conquistare le masse. Per conquistare queste occorre battere l’influenza dei socialdemocratici sul terreno delle rivendicazioni comprensibili da tutti i lavoratori.
Oggi si fa un altro passo e si pone il pericoloso problema: per la nostra vittoria occorre prima ottenere che la borghesia governi in un determinato modo più largo e più arrendevole, oppure che governino classi medie tra la borghesia e proletariato, in modo da consentire la nostra preparazione. La seconda concezione, ammettendo un possibile governo originale delle classi medie, cade in pieno nel revisionismo della dottrina di Marx ed equivale alla piattaforma controrivoluzionaria del riformismo.
La prima concezione vorrebbe riferirsi soltanto alla utilità oggettiva di condizioni che ci permettano di svolgere meglio la propaganda, l’agitazione e la organizzazione. Ma di essa, che non è meno pericolosa, si è già detto dal punto di vista del giudizio sulle situazioni.
Tutto fa prevedere che il liberalismo e la democrazia borghese, in antitesi o in sintesi col metodo «fascista», si evolveranno nel senso di escludere dalle loro garanzie giuridiche, anche per quel poco che esse valgono, il partito comunista, come quello che negandole programmaticamente se ne pone al di fuori; il che non è nemmeno contro i princìpi della democrazia borghese, ed in ogni caso ha precedenti di fatto nell’opera di tutti i sedicenti governi di sinistra, e ad esempio nel programma dell’Aventino italiano. La «libertà» data la proletariato sarà sostanzialmente maggiore libertà agli agenti controrivoluzionari di agitarlo ed organizzarlo. La sola libertà per il proletariato è nella sua dittatura.
Ma anche nei limiti nei quali un governo di sinistra può presentarci utili condizioni, si è già detto che queste sono utilizzabili solo attraverso una antecedente continua e chiara autonomia di posizione del partito. Ciò non equivale a prevedere una diabolica abilità della borghesia, ma alla certezza, al di fuori della quale non vi è diritto di dirsi comunista, che la lotta finale porrà contro le conquiste del proletariato il fronte unico delle forze borghesi, si chiamino esse Hindenburg o Mac Donald, Mussolini o Noske.
Ogni preparazione del proletariato a distinguere in questo fronte i suoi anche involontari favoreggiatori, sarà un coefficiente di sconfitta, anche se ogni intrinseca debolezza di parti del fronte stesso sarà un evidente coefficiente di vittoria.
Per queste considerazioni sono da dichiararsi inaccettabili i metodi tattici preconizzati in Germania dopo la elezione di Hindenburg dell’alleanza elettorale con la socialdemocrazia e con altri partiti «repubblicani», ossia borghesi, come di alleanza parlamentare al Landstag prussiano per evitare un governo di destra, la tattica di favoreggiamento del cartello della sinistra adottata in Francia nelle elezioni amministrative (tattica di Clichy). Anche come stringente conseguenza delle Tesi del II Congresso sul parlamentarismo rivoluzionario, il partito comunista non può scendere sul terreno elettorale e parlamentare che con posizioni rigorosamente indipendenti.
Le recenti manifestazioni tattiche su ricordate presentano una affinità storica non certo completa ma di indubbia evidenza con i metodi tradizionali di blocco e di collaborazionismo adottati nella II Internazionale e che anche si pretendeva giustificare sul piano di una interpretazione marxista.
Tali metodi rappresentano un pericolo effettivo per la impostazione ideologica e costruttiva dell’Internazionale: oltre a ciò essi non sono autorizzati da nessuna deliberazione dei congressi internazionali e tanto meno dalle tesi tattiche del V Congresso.
8. – Questione sindacale
L’Internazionale ha mutato successivamente la concezione dei rapporti tra organismi politici ed economici nel quadro mondiale, ed in questo è un esempio importante del metodo che, anziché derivare dai princìpi le azioni contingenti, improvvisa teorie nuove e diverse per giustificare azioni suggerite da apparenti comodità e facilità di esecuzione e di successo immediato.
Si sostenne dapprima l’ammissione dei sindacati nell’Internazionale Comunista, in seguito si costituì una Internazionale Sindacale Rossa affermando che, mentre il partito comunista deve lottare per la unità dei sindacati nella quale si realizza la più adatta zona di contatto con le vaste masse, e non deve tendere a foggiarsi sindacati suoi propri scindendo anche quelli diretti dai gialli, nel campo internazionale però l’ufficio dell’Internazionale di Amsterdam andava considerato e trattato non come un organismo delle masse proletarie ma come un organo politico controrivoluzionario della Società delle Nazioni.
Ad un certo punto per considerazioni certo importanti, ma limitate soprattutto ad un progetto di utilizzazione del movimento sindacale inglese di sinistra, si è preconizzata la rinuncia alla Internazionale Sindacale Rossa e l’unità sindacale internazionale con Amsterdam organicamente intesa.
Non vale a giustificare così gravi svolte nessuna considerazione sul mutamento delle situazioni, essendo la questione dei rapporti tra organismi internazionali politici e sindacali una questione di principio in quanto si riduce a quella dei rapporti tra partito e classe per la mobilitazione rivoluzionaria.
Si aggiunga che neppure la garanzie statutarie interne vennero rispettate perché tale decisione si portò come un fatto compiuto dinanzi ai competenti organi internazionali.
Il mantenimento della parola Mosca contro Amsterdam non escludeva e non esclude la lotta per la unità sindacale in ciascuna nazione perché la liquidazione di tendenze separatiste nei sindacati (Germania e Italia) è stata possibile solo togliendo ai separatisti l’argomento che si impediva al proletariato di svincolarsi dalla influenza dell’Internazionale di Amsterdam.
Invece la apparente entusiastica adesione del nostro partito di Francia alla proposta di unità sindacale mondiale non toglie che esso dimostri una incapacità assoluta a trattare di fatto in modo non scissionista il problema della unità sindacale nazionale.
Non è però da escludersi la utilità di una tattica di fronte unico su base mondiale con tutti gli organismi sindacali anche aderenti ad Amsterdam.
La sinistra del partito italiano ha sempre sostenuto e lottato per la unità proletaria nei sindacati, attitudine che contribuisce a renderla inconfondibile con le false sinistre a fondo sindacalista e volontarista, combattute da Lenin. Inoltre la sinistra rappresenta in Italia la concezione esattamente leninista del problema dei rapporti tra i sindacati e consigli di fabbrica, respingendo sulla base dell’esperienza russa e delle apposite tesi del II Congresso la grave deviazione di principio consistente nello svuotare d’importanza rivoluzionaria il sindacato, basato su adesioni volontarie, per sostituirvi il concetto utopistico e reazionario di un apparato costituzionale e necessario aderente organicamente su tutta la superficie al sistema della produzione capitalistica, errore che praticamente si concreta nella sopravalutazione dei consigli di fabbrica ed in un effettivo boicottaggio del sindacato.
9. – Questione agraria
La questione agraria è definita fondamentalmente dalle tesi di Lenin al II Congresso dell’Internazionale. La linea fondamentale di Lenin consiste anzitutto nella rettificazione storica del problema della produzione agricola nel sistema marxista. Le premesse della socializzazione delle aziende mancano nell’economia agricola nell’epoca in cui sono già mature nell’economia industriale Non solo ciò non conduce a ritardare la rivoluzione proletaria (sulla cui base soltanto quelle premesse si porranno in modo generale) ma fa sì che il problema degli interessi generali dei contadini poveri si ponga come insolubile nel quadro dell’economia industriale e del potere borghese, permettendo al proletariato di affiancare alla sua propria lotta lo svincolo del contadino povero da un sistema di sfruttamento da parte dei proprietari fondiari e della borghesia, anche se questo svincolo non coincida con una trasformazione generale dell’economia produttiva rurale.
La grande proprietà terriera che è tale giuridicamente, mentre tecnicamente si compone di piccolissime aziende produttive, infrante le sovrastrutture legali ci presenta la ripartizione della terra tra i contadini, che in realtà non è che la liberazione delle piccole aziende già separate da uno sfruttamento comune. Ciò non può farsi senza rompere rivoluzionariamente i rapporti di proprietà, ma di questa rottura può essere protagonista solo il proletariato dell’industria, perché esso non è soltanto, come il contadino, una vittima del sistema dei rapporti di produzione borghese, ma il prodotto storico della loro maturità a cedere il passo ad un sistema di rapporti nuovi e diversi. Il proletariato troverà dunque un aiuto prezioso nella rivolta del contadino povero, ma è sostanziale, nelle conclusioni tattiche di Lenin, in primo luogo la differenza fondamentale fra i rapporti tra il proletariato e classe contadina e i rapporti tra proletariato e ceti medi reazionari dell’economia cittadina espressi soprattutto dai partiti socialdemocratici; ed in secondo luogo il concetto della preminenza e della egemonia intangibili della classe operaia nella condotta della rivoluzione.
Il contadino si presenta al momento della conquista del potere come un fattore rivoluzionario, ma se nella rivoluzione la sua ideologia si modifica per rapporto alle vecchie forme di autorità e legalità, non si modifica gran fatto per rapporto alle relazioni produttive che restano quelle tradizionali nella azienda familiare isolata e concorrente con le altre; sicché il contadino resta un grave pericolo per la costruzione dell’economia socialista a cui soltanto un grande sviluppo dell’energia produttiva e della tecnica agraria potrà interessarlo.
Secondo Lenin, nel piano tattico e organizzativo il proletariato agricolo non legato alla terra (bracciantato) deve essere considerato e inquadrato sul piano del restante proletariato, mentre l’alleanza col contadino povero, lavorante da solo la su parte di terra o una parte insufficiente di terra, diviene semplice neutralizzazione verso il contadino medio in cui si sovrappongono i caratteri di vittima di certi rapporti capitalistici e di sfruttatore della mano d’opera; mentre questi secondi sono infine preminenti nel contadino ricco, diretto nemico della rivoluzione.
L’Internazionale deve evitare gli errori della applicazione della tattica agraria già delineatasi ad esempio nel partito francese, tendenti a concepire una rivoluzione originale dei contadini che si ponga allo stesso livello di quella degli operai, oppure nel credere che la mobilitazione rivoluzionaria degli operai possa essere determinata da un’insurrezione nata nelle campagne, mentre il rapporto esatto è il contrario.
Il contadino reso cosciente del programma dei comunisti, divenuto suscettibile di organizzazione politica, deve divenire un membro del partito comunista; solo in questo senso si combatterà il sorgere di partiti di soli contadini influenzabili inevitabilmente dalla controrivoluzione.
La Krestintern (Internazionale dei contadini) deve inglobare le organizzazioni dei contadini di tutti i paesi, definite (come lo sono i sindacati proletari) dall’accettazione delle adesioni di tutti coloro che si trovano in una data posizione in rapporto ai loro interessi economici immediati. Anche la tattica dei negoziati politici, fronte unico, costituzione di frazioni interne nei partiti contadini, anche al fine di disgregarli, deve essere respinta.
Questa norma tattica non contraddice ai rapporti stabiliti fra i bolscevichi e socialrivoluzionari nel periodo della guerra civile e quando già esistevano i nuovi istituti rappresentativi del proletariato e dei contadini.
10. – Questione nazionale
Anche sulla teoria del movimento delle popolazioni nei paesi coloniali di taluni paesi eccezionalmente arretrati, Lenin ha apportato una fondamentale chiarificazione. Anche prima che siano maturi i rapporti della moderna lotta di classe sviluppati tanto dai fattori economici che da quelli importati nell’espansione del capitalismo, si pongono delle rivendicazioni che sono risolubili solo in una lotta insurrezionale e con la sconfitta dell’imperialismo mondiale.
Quando queste due condizioni si verificano in pieno la lotta può scatenarsi nell’epoca della lotta per la rivoluzione proletaria nelle metropoli, pur assumendo localmente gli aspetti di un conflitto non classista, ma di razza e di nazionalità.
Nella impostazione leninista restano tuttavia fondamentali i concetti della dirigenza della lotta mondiale da parte degli organi del proletariato rivoluzionario, e della suscitazione, non mai del ritardo o della obliterazione, della lotta di classe negli ambienti indigeni, della costituzione e dello sviluppo indipendente del partito comunista locale.
L’estensione di queste valutazioni dei rapporti a paesi in cui il regime capitalistico e l’apparato statale borghese sono da tempo costituiti rappresenta un pericolo, in quanto sotto tale aspetto la questione nazionale e l’ideologia patriottica sono diretti espedienti controrivoluzionari, tendenti al disarmo di classe del proletariato. Ad esempio si sono verificate tali deviazioni con le note concessioni di Radek a proposito dei nazionalisti tedeschi lottanti contro l’occupazione interalleata.
In Cecoslovacchia la parola dell’Internazionale deve essere anche la cancellazione di ogni riflesso organizzativo nel campo del proletariato del dualismo nazionale, essendo le due razze alla stessa altezza storica ed il comune ambiente economico compiutamente evoluto.
L’elevare a principio la lotta delle minoranze nazionali per se stessa è dunque la deformazione della concezione comunista, dipendendo da ben altri criteri il discernere se tale lotta presenta possibilità rivoluzionaria o sviluppi reazionari.
11. – Questioni russe
È pacifica nell’Internazionale Comunista l’importanza della nuova politica economica dello stato russo, quale risulta soprattutto dal discorso di Lenin del 1921 sull’imposta in natura e dal rapporto di Trotski al IV Congresso mondiale. Date le premesse dell’economia russa ed il fatto che negli altri paesi permane al potere la borghesia, non si poteva porre in altro modo marxisticamente la prospettiva dello sviluppo della rivoluzione mondiale e della costruzione dell’economia socialista.
Le gravi difficoltà della politica statale russa nei rapporti interni delle forze sociali, nei problemi della tecnica produttiva e nei rapporti con l’estero, hanno dato luogo a successive divergenze nel seno del Partito Comunista Russo. Su tali divergenze va anzitutto deplorato che il movimento comunista internazionale non abbia avuto modo di pronunciarsi più fondatamente e autorevolmente.
Nella prima discussione con Trotski erano indubbiamente giuste le considerazioni di questi sulla vita interna del partito e sul suo nuovo corso, come nettamente proletarie e rivoluzionarie erano le sue considerazioni sullo svolgimento della politica economica dello Stato considerate nel loro insieme. Nella seconda discussione le considerazioni di Trotski sugli errori dell’Internazionale e la dimostrazione che la stessa migliore tradizione bolscevica non milita a favore dei criteri prevalenti nella dirigenza del Comintern erano non meno giustificate.
I riflessi del dibattito nel seno del partito furono inadeguati e artificiali a causa del noto metodo di porre in primo piano una intimidazione antifrazionista e peggio ancora, antibonapartista, campata assolutamente nel vuoto. Quanto alla recentissima discussione, deve anzitutto avvertirsi che essa verte su problemi di natura internazionale e che il fatto del pronunziato su di essa della maggioranza del Partito Comunista Russo non può essere allegato come argomento contro la discussione e il pronunziato in merito dell’Internazionale, essendo del tutto indifferente che a tale richiesta si rinunzi da parte della opposizione sconfitta.
Come in altri casi la questione di procedura e di disciplina soffoca quella di sostanza. Non si tratta di una difesa di diritti violati di una minoranza, la quale almeno nei suoi capi condivide la stessa responsabilità dei molti errori internazionali, ma si tratta di vitali questioni del movimento mondiale.
La questione russa va portata innanzi all’Internazionale per uno studio completo. I termini della impostazione debbono essere i seguenti: nella economia attuale russa, si incontrano secondo Lenin, elementi pre-borghesi, borghesi, di capitalismo di stato e di socialismo. La grande industria statizzata è socialista per quanto si riferisce alla impostazione produttiva che si trova in mano allo Stato politicamente proletario. La distribuzione dei suoi prodotti si attua però in forma capitalistica, ovverosia col meccanismo del mercato libero concorrentistico.
Non si può escludere in principio che questo sistema non solo tenga, come è di fatto, gli operai in una condizione economica poco fiorente da loro accettata per la coscienza rivoluzionaria acquistata, ma anche si evolva nel senso di un accrescimento della sottrazione di plusvalore, che può avvenire attraverso il prezzo pagato dagli operai per le derrate alimentari, e il prezzo pagato dallo Stato e le condizioni da esse ottenute negli acquisti, nelle concessioni, nel commercio e in tutti i rapporti col capitalismo estero. Si deve porre così la questione di sapere se vi è una progressione o un indietreggiamento degli elementi socialisti dell’economia russa, e questo problema si pone anche come problema di rendimento tecnico e di buona organizzazione dell’industria di Stato.
Mentre deve ritenersi impossibile in un solo paese la costruzione del socialismo integrale esteso alla produzione e alla distribuzione, all’industria e all’agricoltura, deve ritenersi invece attuabile un progressivo sviluppo degli elementi socialisti nell’economia russa, ossia il fallimento del piano antirivoluzionario che conta sui fattori interni dei contadini ricchi e della nuova borghesia e piccola borghesia, e sui fattori esterni delle potenze imperialistiche. Sia che questo piano prenda la forma di una aggressione interna ed esterna, sia di un progressivo sabotaggio ed influenzamento della vita sociale e statale russa, per costringerla ad una involuzione progressiva e ad una deproletarizzazione dei suoi caratteri, è condizione fondamentale del successo la stretta collaborazione e il contributo di tutti i partiti dell’Internazionale.
Si tratta soprattutto di assicurare alla Russia proletaria ed al Partito Comunista Russo il sostegno attivo ed energico dell’avanguardia proletaria soprattutto nei paesi imperialisti, non solo nel senso che vengano impedite le aggressioni e si eserciti una pressione in materia di rapporti degli Stati borghesi con la Russia, ma soprattutto perché occorre che il partito russo sia assistito nella risoluzione dei suoi problemi dai partiti fratelli, i quali non posseggono, è vero, una esperienza diretta dei problemi di governo, ma ciò malgrado contribuiranno alla risoluzione di essi apportandovi un coefficiente classista e rivoluzionario derivato direttamente dalla realtà della lotta di classe in atto nei loro paesi.
In relazione a quanto si è detto innanzi, i rapporti interni dell’Internazionale Comunista risultano inadeguati a questi compiti ed esigono urgenti modificazioni soprattutto in senso contrario alle esagerazioni organizzative, tattiche e politiche della cosidetta bolscevizzazione.
III. QUESTIONI ITALIANE
1. – La situazione italiana
Sono erronei gli apprezzamenti della situazione italiana secondo i quali hanno un valore decisivo le considerazioni sull’insufficiente sviluppo del capitalismo industriale.
Alla minore estensione di questo in senso quantitativo e ad un relativo ritardo storico del suo apparire si contrappongono una serie di altre circostanze, in forza delle quali il potere politico all’epoca del risorgimento è potuto passare tutto solidamente nelle mani della borghesia, e la tradizione di governo di questa è quanto mai ricca e complessa.
Non è possibile una identificazione sistematica di una differenza sociale fra proprietari terrieri e capitalisti e tra grande e piccola borghesia nelle antitesi politiche su cui sono schierati storicamente i partiti in lotta, come la destra e la sinistra storica, il clericalismo e la massoneria, la democrazia ed il fascismo.
Il movimento fascista deve interpretarsi come un tentativo di unificazione politica dei contrastanti interessi dei vari gruppi borghesi a scopo controrivoluzionario. Con tale obiettivo il fascismo, direttamente alimentato e voluto da tutte le classi alte, fondiarie, industriali, commerciali, bancarie al tempo stesso, sorretto soprattutto dall’apparato statale tradizionale, dalla dinastia, dalla chiesa, dalla massoneria, ha realizzato una mobilitazione degli elementi sociali disgregati delle classi medie, che ha scagliati in una alleanza stretta con tutti gli elementi borghesi contro il proletariato.
Quanto è avvenuto in Italia non deve spiegarsi né come l’avvento di un nuovo strato sociale al potere, né come la formazione di un nuovo apparato di Stato con ideologia e programma originali, né come la sconfitta di una parte della borghesia i cui interessi si identificassero meglio con la adozione del metodo liberale e parlamentare. I liberali, i democratici, Giolitti e Nitti, sono i protagonisti di una fase di lotta controrivoluzionaria dialetticamente collegata a quella fascista e decisiva agli effetti della sconfitta del proletariato. Infatti, la politica delle concessioni, con la complicità di riformisti e massimalisti, ha permesso la resistenza borghese ed il deviamento della pressione proletaria nel periodo successivo alla guerra e alla mobilitazione, quando la classe dominante e tutti i suoi organi non erano pronti per una resistenza frontale.
Il fascismo, favorito direttamente in questo periodo da governi, burocrazia, polizia, magistratura, esercito, ecc. ha poi attuata una sostituzione completa del vecchio personale politico borghese, ma questo fatto non deve ingannare e tanto meno servire a riabilitare partiti e raggruppamenti falliti non perché realizzatori di condizioni favorevoli alla classe operaia, ma solo per avere esaurito ormai tutta una fase del loro compito contro di essa.
2. – Indirizzo politico della sinistra comunista
Nello svolgersi delle anzidette situazioni, l’aggruppamento che dette luogo alla formazione del partito comunista si mosse con questi criteri: rottura dei dualismi illusori presentati dalla scena politica borghese e parlamentare e impostazione del dualismo classista rivoluzionario; distruzione nel seno del proletariato della illusione che le classi medie siano capaci di produrre uno stato maggiore politico, di assumere il potere e di avviare alle sue conquiste il proletariato; fiducia della classe operaia nel proprio compito storico acquisita in una preparazione poggiata su successive posizioni critiche, politiche e tattiche originali ed autonome, solidamente connesse tra loro nel succedersi delle situazioni.
Le tradizioni di questa politica si ravvisano già prima della guerra nella sinistra del partito socialista. Fin dai congressi di Reggio Emilia (1912) e Ancona (1914), non solo si forma una maggioranza capace di contrapporsi al tempo stesso all’errore riformista, nonché a quello sindacalista che aveva fino allora impersonato la sinistra proletaria, ma entro questa maggioranza si delinea una estrema sinistra che tende a soluzioni sempre più radicali e classiste. Vengono così giustamente risolti problemi classisti notevoli a proposito della tattica elettorale, dei rapporti coi sindacati, della guerra coloniale, della massoneria.
Durante la guerra mondiale, se tutto il partito, o quasi tutto, si pose contro una politica di unione sacra, ancora meglio si ravvisò nel suo seno l’opera di una ben individuata estrema sinistra la quale nei convegni di Bologna (maggio 1915), di Roma (febbraio 1917), di Firenze (novembre 1917) e al Congresso di Roma del 1918 sostenne direttive leniniste come la negazione della difesa nazionale e il disfattismo, l’utilizzazione della disfatta per la impostazione del problema del potere, la lotta incessante e la richiesta di espulsione dal partito contro i capi opportunisti, sindacali e parlamentari.
Subito dopo la guerra la direttiva dell’estrema sinistra si concretò nel giornale «Il Soviet» che fu il primo ad impostare e difendere le direttive della rivoluzione russa negandone le interpretazioni antimarxiste, opportuniste, sindacaliste e anarcoidi, e ponendo correttamente i problemi essenziali della dittatura proletaria e del compito del partito, sostenendo fin dal primo momento la scissione dal partito socialista.
Questo gruppo sosteneva l’astensionismo elettorale e le sue conclusioni furono respinte dal II Congresso dell’Internazionale; ma l’astensionismo non partiva da errori teorici antimarxisti a tipo anarco-sindacalista, come fanno fede le risolute polemiche condotte contro la stampa anarchica. La tattica astensionista veniva preconizzata anzitutto nell’ambiente politico della completa democrazia parlamentare, la quale crea particolari difficoltà alla conquista delle masse alla giusta coscienza della parola della dittatura, difficoltà, queste, che crediamo tuttora insufficientemente valutate dalla Internazionale.
In secondo luogo l’astensionismo veniva proposto non come tattica per tutti i tempi, ma per la situazione generale, oggi purtroppo superata, dell’imminenza di grandi lotte e della messa in moto delle più grandi masse proletarie.
Colle elezioni del 1919 il governo borghese di Nitti aprì un immenso sfiatatoio alla pressione rivoluzionaria, deviò la spinta del proletariato e l’attenzione del partito sfruttandone le tradizioni di sfrenato elettoralismo. L’astensionismo del «Soviet» fu allora la sola giusta reazione alle vere cause del successivo disastro proletario.
Al successivo Congresso di Bologna (ottobre 1919) la sola minoranza astensionista pose giustamente il problema della scissione dai riformisti, e cercò invano un accordo con parte dei massimalisti rinunziando su questo terreno alla pregiudiziale astensionista. Fallito questo tentativo la frazione astensionista rimase la sola che fino al II Congresso mondiale lavorò su scala nazionale alla formazione del partito comunista.
Fu dunque questo gruppo che rappresentò l’orientarsi spontaneo secondo le proprie esperienze e tradizioni della sinistra del proletariato italiano sulle direttive che contemporaneamente trionfavano nella vittoria di Lenin e del bolscevismo in Russia.
3. – Opera della Centrale di sinistra
Costituito a Livorno (gennaio 1921) il partito comunista, gli astensionisti fecero ogni sforzo per legarsi strettamente agli altri gruppi del partito. Se per alcuni di questi solo la questione dei rapporti internazionali poneva le basi della separazione dagli opportunisti, per il gruppo di sinistra si aveva una coincidenza completa tra le tesi della Internazionale e gli insegnamenti delle precedenti esperienze politiche; e questo per molti altri elementi oltre gli astensionisti, che avevano intanto fatta espressa rinunzia disciplinare alla loro posizione sull’elezionismo.
La centrale del partito ispirò la sua opera a quella interpretazione della situazione italiana e dei compiti del proletariato che è stata tratteggiata. È ormai pacifico che il ritardo nella costituzione del partito rivoluzionario, la cui responsabilità era da attribuirsi a tutti gli altri gruppi, rendeva inevitabile però l’ulteriore ritirata del proletariato e l’aveva ineluttabilmente determinata.
Per realizzare nelle lotte successive le migliori posizioni possibile del proletariato, la Centrale si pose sul terreno che si dovesse fare ogni sforzo per utilizzare l’apparato tradizionale delle organizzazioni rosse, ma che occorresse convincere il proletariato a non contare sui massimalisti e riformisti, che si spingevano fino all’accettazione del patto di pacificazione col fascismo.
Il partito pose fin da principio il postulato dell’unità sindacale e poi avanzò la proposta centrale di fronte unico culminata nella costituzione dell’Alleanza del Lavoro. A parte le opinioni sul fronte unico politico, sta di fatto che questo era contingentemente impossibile in Italia nel 1921-22 e che mai giunse al partito comunista l’invito ad una riunione che dovesse fondare l’alleanza dei partiti. Alla riunione convocata dai ferrovieri per costituire l’alleanza sindacale il partito non intervenne, per non prestarsi a manovre che avrebbero compromesso e l’alleanza stessa e le responsabilità del partito, affermando, invece, pregiudizialmente la sua paternità dell’iniziativa e la disciplina dei comunisti al nuovo organo. Vi furono però successivi contatti con i partiti politici a cui il partito comunista non si rifiutò affatto, ma che fallirono, dimostrando la impossibilità di una intesa sul terreno politico e di azione, e il disfattismo di tutti gli altri gruppi. La Centrale seppe anche, nel quadro della ritirata, difendere la fiducia degli operai nella propria classe ed elevare la coscienza politica dell’avanguardia col tagliare a tempo le tradizionali manovre di gruppetti e partiti pseudo-rivoluzionari verso il proletariato. Nonostante gli sforzi del partito si giunse soltanto più tardi (agosto 1922) all’azione generale; ma la sconfitta proletaria fu inevitabile e fin da allora il fascismo, apertamente appoggiato nella violenta lotta dalle forze dello Stato, retta dalla democrazia liberale, fu padrone del paese, legalizzandosi soltanto formalmente più tardi il suo predominio con la marcia su Roma.
A questo punto, pur nel restringersi del campo dell’azione proletaria, la influenza del partito si affermava prevalente su quella dei massimalisti e riformisti, dopo essersi già dimostrata progressiva nei risultati delle elezioni del 1921 e delle grandi consultazioni successive della Confederazione del Lavoro.
4. – Rapporti tra la Sinistra italiana e l’Internazionale Comunista
Il Congresso di Roma (marzo 1922) definì una divergenza teorica tra la Sinistra italiana e la maggioranza dell’Internazionale, divergenza espressa prima assai male dalle delegazioni nostre al III Congresso e all’Allargato del febbraio 1922 le quali specialmente nella prima occasione commisero effettivi errori in senso infantilista. Le Tesi di Roma furono la felice liquidazione teorica e politica di ogni pericolo di opportunismo di sinistra nel partito italiano.
Nella pratica del partito l’unica divergenza con l’Internazionale si era manifestata a proposito della tattica verso i massimalisti, ma tale divergenza sembrava superata dai risultati unitari del Congresso socialista dell’Ottobre 1921.
Le Tesi di Roma furono votate come un contributo del partito alle decisioni dell’Internazionale e non come una linea di azione immediata; questo nell’Esecutivo Allargato del 1922 fu confermato dalla Centrale e non si aprì la discussione teorica appunto per disciplina all’Internazionale e per decisione di questa.
Nell’agosto 1922 l’Internazionale, però, non interpretò i rapporti della situazione nel modo indicato dalla Centrale del partito, ma ritenne che la situazione italiana fosse instabile nel senso della diminuita resistenza dello Stato e pensò di rafforzare il partito sulla base della fusione con i massimalisti considerando come fattore decisivo non gli insegnamenti che il partito traeva dalla vasta manovra dello sciopero di agosto, ma la scissione tra massimalisti ed unitari.
È da questo momento che le due linee politiche divergono definitivamente. Al IV Congresso mondiale (dicembre 1922) la vecchia Centrale si opponeva alla tesi che prevalse e, al ritorno in Italia dei delegati, rimettendola alla Commissione di fusione, unanime declinava la sua responsabilità, pur conservando naturalmente le proprie funzioni amministrative. Sopravvennero gli arresti del febbraio 1923 e la grande offensiva contro il partito; finalmente nell’ Allargato del giugno 1923 veniva deposto il vecchio esecutivo e sostituito da altro totalmente diverso, situazione dinanzi a cui le dimissioni di una parte dei membri della Centrale furono una semplice conseguenza logica. Nel maggio 1924, una conferenza consultiva del partito dava alla Sinistra ancora una schiacciante maggioranza contro il Centro e la Destra e così si giungeva al V Congresso mondiale del 1924.
5. – Ordinovismo come tradizione della Centrale attuale
Il gruppo dell’ «Ordine Nuovo» sorse a Torino fra alcuni elementi intellettuali che si posero a contatto con le masse proletarie dell’industria, quando già a Torino aveva largo seguito la frazione astensionista. Nella ideologia di quel gruppo predominavano concezioni filosofiche borghesi, idealistiche, crociane, che naturalmente subirono e subiscono una trasformazione. Questo gruppo interpretò molto tardi e sempre con residui di errori legati alle sue origini le direttive comuniste. Esso non comprese la rivoluzione russa che troppo tardi per applicarne utilmente gli insegnamenti alla lotta proletaria italiana. Nel novembre 1917 il compagno Gramsci pubblicò sull’ «Avanti!» un articolo in cui sosteneva che la rivoluzione russa aveva smentito il materialismo storico di Marx e le teorie del «Capitale», dandone una spiegazione essenzialmente idealistica. Contro tale articolo intervenne subito la corrente di estrema sinistra a cui faceva capo anche la Federazione Giovanile.
L’ulteriore sviluppo delle idee del gruppo ordinovista, come risulta dalle pubblicazioni dell’ «Ordine Nuovo», si svolgeva verso una teoria non marxista e leninista del movimento operaio. In questa teoria sono posti erroneamente i problemi della funzione dei sindacati e del partito, le questioni della lotta armata e la conquista del potere e della costruzione del socialismo. Si edificò invece la concezione di un organamento sistematico non «volontario» ma «necessario» della classe lavoratrice con stretta aderenza al meccanismo industriale produttivo capitalistico.
Questo sistema parte dal commissario di reparto, attraversa il consiglio di fabbrica, e culmina al tempo stesso nell’Internazionale proletaria, nell’Internazionale Comunista, nel sistema dei Soviet e dello Stato operaio che vivrebbe in esso già prima della caduta del potere capitalista.
Di più, le funzioni di questo sistema sono fin dall’epoca borghese funzioni di costruzioni della nuova economia attraverso la rivendicazione e l’esercizio del controllo sulla produzione.
Tutte le posizioni di questa ideologia, aventi caratteri non marxisti: utopismo, sindacalismo a sapore proudhoniano, gradualismo economico prima della conquista del potere, cioè riformismo, sono apparentemente state abbandonate per essere sostituite volta a volta con le ben diverse teorie del leninismo. Ma tale sostituzione avrebbe potuto avvenire in modo non esteriore e fittizio solo nel caso che il gruppo ordinovista non si fosse staccato e schierato contro il gruppo di cui abbiamo dimostrato le tradizioni di sinistra convergenti sull’indirizzo bolscevico in modo ben altrimenti spontaneo e rappresentante seriamente un contributo apportato dall’esperienza proletaria di classe e non da esercitazioni di accademia e di biblioteca su testi borghesi. Ciò non esclude certo che anche il secondo gruppo potesse apprendere e migliorarsi nella stretta collaborazione che è poi venuta a mancare. Questa situazione fa sì che prende un ironico sapore la pretesa dei leaders ordinovisti di bolscevizzare coloro dai quali furono in realtà essi stessi avviati ad un indirizzo bolscevico nel senso serio e marxistico e non con procedimenti meccanici, burocratici e pettegoli.
Gli ordinovisti fino a poco tempo prima del Congresso mondiale del 1920 furono contrari alla scissione del vecchio partito, e posero falsamente tutti i problemi sindacali. Il rappresentante dell’Internazionale in Italia dovette polemizzare con essi sulle questioni dei consigli di fabbrica e della prematura costituzione dei Soviet.
Nell’aprile 1920 la Sezione di Torino approvò le note tesi dell’ «Ordine Nuovo» redatte dal compagno Gramsci e fatte proprie dal Comitato composto dagli ordinovisti e dagli astensionisti. Queste tesi, citate nella risoluzione del II Congresso, esprimevano in realtà, al di fuori del dissenso elezionista, il comune pensiero della frazione comunista in formazione e il loro contenuto non consisteva nelle particolari costruzioni dell’ordinovismo, ma piuttosto nei punti accettati con assoluta chiarezza molto tempo prima dal gruppo di sinistra del partito.
Gli ordinovisti si unirono per qualche tempo alla posizione di sinistra verso l’Internazionale, ma in realtà il loro pensiero si differenziava dalle Tesi di Roma nonostante essi credessero opportuno votarle.
Il vero precursore della odierna adesione dell’ordinovismo alla tattica ed alla linea generale dell’Internazionale fu il compagno Tasca che impostò l’opposizione contro la sinistra al Congresso di Roma.
Dati i caratteri del gruppo ordinovista, il suo particolarismo e concretismo figliati in realtà da posizioni ideologiche idealistiche borghesi, e il destro lasciato dal metodo di direzione dell’Internazionale ad adesioni esteriori ed incomplete, deve ritenersi che, a parte le clamorose dichiarazioni di ortodossia, l’adesione teorica – il che ha importanza decisiva per gli effettivi sviluppi politici che si preparano – degli ordinovisti al leninismo non valga molto di più della loro adesione di una volta alle Tesi di Roma.
6. – L’opera politica dell’attuale Centrale del partito
Dal 1923 ad oggi l’opera della Centrale del partito, pur tenendo presente la difficile situazione nella quale dovette svolgersi, ha dato luogo ad errori che sostanzialmente si riallacciano a quelli indicati a proposito del problema internazionale, ma in parte divennero assai più gravi per effetto delle deviazioni originali proprie della costruzione ordinovista.
La partecipazione alle elezioni del 1924 fu atto politico felicissimo, ma non così può dirsi della proposta dell’azione comune fatta dapprima ai partiti socialisti, e della etichetta assunta di «unità proletaria», come fu deplorevole la tolleranza eccessiva di certe manovre elettorali dei terzini. Più gravi problemi si posero a proposito della crisi manifestatasi con l’eccidio Matteotti.
La politica della Centrale poggiò sulla assurda interpretazione che l’indebolimento del fascismo avrebbe messo in moto prima le classi medie e dopo il proletariato. Ciò significa da una parte sfiducia nella capacità classista del proletariato, rimasta vigile anche sotto la soffocazione dell’armatura fascista, e sopravalutazione dell’iniziativa delle classi medie. Invece, a parte la chiarezza delle posizioni teoriche marxiste al riguardo, l’insegnamento centrale dell’esperienza italiana è quello che dimostra come i ceti intermedi si lasciano spostare e si accodano passivamente al più forte: nel 1919-20 al proletariato; nel 1921-22-23 al fascismo; dopo un periodo di emozione chiassosa ed impotente nel 1924-25, oggi nuovamente al fascismo.
La Centrale errò nell’abbandono del parlamento e nella partecipazione alle prime riunioni dell’Aventino, mentre avrebbe dovuto restare al parlamento con una dichiarazione di attacco politico al governo e una presa di posizione immediata anche contro la pregiudiziale costituzionale e morale dell’Aventino, che rappresentò il determinante effettivo dell’esito della crisi a favore del fascismo. Non è da escludersi che ai comunisti sarebbe potuto convenire di abbandonare il parlamento, ma con fisionomia propria e solo quando la situazione avesse permesso l’appello all’azione diretta delle masse. Il momento era di quelli in cui si decidono gli sviluppi delle situazioni ulteriori; l’errore fu quindi fondamentale e decisivo agli effetti di un giudizio sulle capacità di un gruppo dirigente, e determinò una utilizzazione sfavorevolissima da parte della classe operaia prima dell’indebolimento del fascismo e poi del clamoroso fallimento dell’Aventino.
La rientrata nel parlamento nel novembre 1924 e la dichiarazione di Repossi furono benefiche, come lo dimostrò l’ondata di consenso proletario, ma troppo tardive. La Centrale oscillò lungamente e si decise solo per la pressione del partito e della Sinistra. La preparazione del partito fu fatta sulla base di istruzioni incolori e di un apprezzamento fantasticamente erroneo delle prospettive della situazione (relazione Gramsci al Comitato Centrale, agosto 1924). La preparazione delle masse, indirizzata non alla visione del crollo dell’Aventino, ma a quella della sua vittoria, fu ad ogni effetto la peggiore attraverso la proposta del partito alle opposizioni di costituirsi in Anti-parlamento. Questa tattica anzitutto esulava dalle decisioni dell’Internazionale, che mai contemplarono proposte a partiti nettamente borghesi; di più essa era di quelle che portano fuori dal campo dei princìpi e della politica comunista, come da quello della concezione storica marxista. Indipendentemente da ogni spiegazione che la Centrale poteva tentare di dare sui fini e sulle intenzioni che ispiravano la proposta, spiegazione che avrebbe sempre avuto limitatissima ripercussione, è certo che questa presentava alle masse l’illusione di un Anti-Stato opposto e guerreggiante contro l’apparato statale tradizionale, mentre, secondo le prospettive storiche del nostro programma, solo base di un Anti-Stato potrà essere la rappresentanza dello sola classe produttrice, ossia il Soviet.
La parola dell’Anti-parlamento, poggiante nel paese sui comitati operai e contadini, significava affidare lo stato maggiore del proletariato ad esponenti di gruppi sociali capitalistici, come Amendola, Agnelli, Albertini, ecc.
Al di fuori della certezza di non arrivare a tale situazione di fatto, che si potrebbe chiamare solo col nome di tradimento, il solo presentarla come prospettiva di una proposta comunista significa violazione dei princìpi e indebolimento della preparazione proletaria.
I dettagli dell’opera della Centrale si prestano ad altre critiche. Troppo hanno spesseggiato le parole d’ordine non corrispondenti non già ad una realizzazione, ma nemmeno ad una agitazione seriamente visibile al di fuori dell’apparato di partito. La parola centrale dei comitati operai e contadini, avendo avuto contraddittorie e contorte spiegazioni, non è stata capita né seguita.
7. – Attività sindacale del partito
Un altro grave errore è stato commesso nello sciopero metallurgico del marzo 1925. La Centrale non comprese come la delusione proletaria nei riguardi dell’Aventino lasciava prevedere un impulso generale alle azioni classiste sotto forma di una ondata di scioperi, mentre, se lo avesse fatto, si sarebbe potuto, come si trascinò la FIOM ad intervenire nello sciopero iniziato dai fascisti, spingerla decisamente oltre, fino allo sciopero nazionale, attraverso la costituzione di un comitato di agitazione metallurgico poggiato sulle organizzazioni locali dispostissime allo sciopero in tutto il paese.
L’indirizzo sindacale della Centrale non corrispose chiaramente alla parola dell’unità sindacale nella Confederazione, anche malgrado il disfacimento organizzativo di questa. Le direttive sindacali del partito risentirono di errori ordinovisti a proposito dell’azione nelle fabbriche, nelle quali non solo si crearono o si proposero organi molteplici e contraddittori, ma spesse volte si dettero parole che svalutavano il sindacato e la concezione della sua necessità come organo di lotta proletaria.
Fu conseguenza di questo errore il disgraziato concordato della FIAT a Torino, come il non chiaro indirizzo nelle elezioni di fabbrica, in cui non si impostò giustamente, ossia sul terreno del sindacato, il criterio di scelta tra la tattica delle liste classiste e quella della lista di partito.
8. – Attività del partito nelle questioni agrarie e nazionali
Nella questione agraria è stata giustificata la parola delle associazioni di difesa dei contadini, ma si è troppo identificata questa con un lavoro esclusivamente condotto dall’alto a mezzo di un ufficio di partito.
Malgrado le difficoltà della situazione è da denunziarsi in questa questione il pericolo della visione burocratica dei nostri compiti, che si riferisce anche alle altre attività di partito.
I rapporti corretti tra associazioni dei contadini e sindacati operai devono chiaramente stabilirsi nel senso che i salariati agricoli formano una federazione aderente alla Confederazione del Lavoro, mentre tra questa e l’associazione di difesa deve intercorrere una stretta alleanza centrale e locale.
Nella questione agraria va evitata una concezione regionalistica o meridionalistica per cui si sono già manifestate alcune tendenze. Questo si riferisce anche alle questioni delle autonomie regionali rivendicate da certi nuovi partiti che si dovevano apertamente combattere come reazionari, anziché intavolare con essi fallaci trattative.
Sfavorevoli risultati ha dato la tattica di cercare l’alleanza con la sinistra del partito popolare (Miglioli) e col partito dei contadini.
Ancora una volta si sono fatte concessioni ad uomini politici estranei ad ogni tradizione classista senza ottenere il desiderato spostamento delle masse, e molte volte disorientando parti della organizzazione del partito. Erroneo è pure il sopravvalutare la manovra tra i contadini agli effetti di una ipotetica campagna politica contro l’influenza del Vaticano, problema che certamente si pone, ma che viene così risolto inadeguatamente.
9. – Lavoro organizzativo della Centrale
L’opera di riorganizzazione del partito dopo la raffica fascista fu indubbiamente ricca di buoni risultati. Il lavoro di organizzazione conservò però il carattere troppo tecnico invece di assicurare la centralizzazione col mettere in vigore chiare ed uniformi norme statutarie applicabili ad ogni compagno o comitato locale e non solo attraverso l’intervento dell’apparato centrale. Maggiori passi innanzi si potevano fare nel consentire alle organizzazioni di base di tornare alla elettività dei propri comitati soprattutto nel periodo più favorevole della situazione.
Per quanto riguarda l’aumento degli effettivi del partito e la loro diminuzione successiva, nonché la facilità con cui si allontanano oggi elementi venuti durante la crisi Matteotti con altrettanta facilità, si dimostra come tali fatti dipendono dal volgere delle situazioni e non da ipotetici benefici del mutato indirizzo generale.
Si esagerò nel valutare gli effetti del mese di reclutamento e i vantaggi di una tale campagna. Circa la organizzazione per cellule, la Centrale doveva evidentemente attuare le disposizioni generali del Comintern, di cui si dice in altro luogo. Ma ciò fu fatto con disuniformità, discontinuità e contraddizioni molteplici e solo dopo reiterate pressioni della periferia si ottenne una certa sistemazione.
Sarebbe desiderabile sostituire il sistema dei segretari interregionali con un corpo di ispettori, stabilendo diretto collegamento politico se non tecnico tra la Centrale e gli organismi tradizionali di base del partito, le Federazioni provinciali. Compito degli ispettori dovrebbe soprattutto essere l’intervento attivo ove occorre ricostruire la organizzazione fondamentale del partito seguendola ed assistendola finché non divenga capace di funzionamento normale.
10. – Operato della Centrale nella questione del frazionismo
La campagna culminante nella preparazione del congresso è stata deliberatamente impostata dopo il V Congresso mondiale non come un lavoro di propaganda ed elaborazione in tutto il partito delle direttive dell’Internazionale tendente a creare una vera ed utile più avanzata coscienza collettiva, ma come una agitazione mirante a raggiungere nel modo più spiccio e col minimo sforzo la rinunzia dei compagni alla adesione alle opinioni della sinistra. Non si è badato se un tale metodo era utile o dannoso al partito agli effetti della sua efficienza verso i nemici esterni, ma si è mirato con ogni mezzo al raggiungimento di quell’obiettivo interno.
Si dice altrove della critica in linea storica e teorica al metodo illusorio della repressione dall’alto del frazionismo. Nel caso italiano il V Congresso aveva accolto la richiesta della sinistra di rinunciare ad imposizioni dall’alto e prendere atto dell’impegno a non fare opera di opposizione e a partecipare a tutto il lavoro di partito ma non alla direzione politica. Tale accordo fu rotto dalla Centrale con una campagna non di postulati ideologici e tattici ma di accuse disciplinari a singoli compagni portate innanzi ai congressi federali in una luce unilaterale.
La costituzione del Comitato d’intesa all’annunzio del congresso era un atto spontaneo tendente ad evitare reazioni singole e di gruppi nel senso della disgregazione, per incanalare l’azione di tutti i compagni della sinistra in una linea comune e responsabile entro gli stretti limiti della disciplina e con la garanzia del rispetto ai diritti di tutti i compagni della consultazione del partito. Tale fatto fu colto dalla Centrale ed inserito nel piano di agitazione col presentare i sinistri sotto la luce di frazionisti e scissionisti, attraverso la campagna in cui si vietò loro di difendersi prima che si ottenessero con imposizioni dall’alto voti contro la sinistra dai Comitati federali.
Il piano di agitazione si sviluppò con una revisione frazionista dell’apparato del partito e delle cariche locali, colla maniera di presentare gli scritti di contributo alla discussione, col rifiuto alla sinistra di intervenire con rappresentanti nei Congressi federali, culminando nel sistema di votazione inaudito che attribuisce automaticamente alle tesi della Centrale i voti degli assenti alla consultazione.
Qualunque sia il risultato di una simile opera per il suo effetto numerico maggioritario, esso non ha fatto avanzare, ma ha danneggiato la coscienza ideologica del partito e di il suo prestigio tra le masse. Se si sono evitate peggiori conseguenze lo si deve alla moderazione dei compagni di sinistra, che hanno subìto un tale martellamento non perché lo credessero minimamente giustificato, ma solo per devozione alle sorti del partito.
11. – Schema di programma di lavoro del partito
Nei punti precedenti sono contenute le premesse dalle quali secondo la sinistra dovrebbero scaturire i compiti generali e particolari del partito. Ma è pregiudizialmente evidente che tale problema potrebbe impostarsi soltanto sulla base delle decisioni internazionali. La sinistra non può dunque che indicare uno schema di programma di azione da proporre alla Internazionale per l’espletamento del compito della Sezione italiana di questa.
Il partito deve preparare il proletariato alla ripresa dell’attività classista e della lotta contro il fascismo utilizzando le severe esperienze percorse dal proletariato degli ultimi tempi, e nello stesso tempo deve prepararlo a non illudersi sui mutamenti della politica borghese e disilluderlo sulla possibilità dell’aiuto delle classi medie urbane, utilizzando le esperienze del piccolo liberale-democratico per evitare il ripetersi di illusioni pacifiste.
Il partito non indirizzerà proposte di azione comune ai partiti dell’opposizione antifascista e nemmeno svolgerà una politica di sbloccamento a sinistra dell’opposizione stessa, o di sbloccamento dei singoli partiti detti di sinistra.
Per la mobilitazione delle masse intorno al suo programma, il partito si prefiggerà una tattica di fronte unico dal basso seguendo attentamente le situazioni economiche per formulare le rivendicazioni immediate. Come rivendicazione politica centrale il partito eviterà di porre l’avvento di un governo che conceda garanzie di libertà, non porrà come obiettivo delle conquiste di classe l’esigenza della libertà per tutti, ma postulati che rendano evidente come la libertà per gli operai consista nella lesione della libertà degli sfruttatori e dei borghesi.
Ponendosi oggi il grave problema del diradamento dei sindacati di classe e degli altri organi immediati del proletariato, il partito anzitutto agiterà la parola della difesa dei sindacati rossi tradizionali e della necessità del risorgere di essi. Il lavoro delle officine eviterà di creare organi suscettibili di svuotare della loro efficacia le parole sulla ricostruzione sindacale. Tenendo conto della situazione attuale il partito agirà per il funzionamento dei sindacati nelle «sezioni sindacali di fabbrica», le quali, rappresentando la forte tradizione sindacale, si presentano come gli organismi adatti alla direzione delle lotte operaie in quanto la difesa di queste è oggi possibile appunto nelle fabbriche. Si tenterà a far eleggere la commissione interna illegale dalla sezione sindacale di fabbrica, salvo a rendere, non appena possibile, la commissione interna un organismo eletto dalla massa della fabbrica.
Circa l’organizzazione nelle campagne vale quanto si è detto a proposito della questione agraria.
Utilizzate al massimo tutte le possibilità di organizzazione dei gruppi proletari, si dovrà servirsi della parola dei comitati operai e contadini osservando i seguenti criteri: a) la parola di costituire i Comitati operai e contadini non verrà lanciata con periodicità intermittente e casuale, ma imponendola con una energica campagna ad una svolta della situazione che ponga evidente innanzi alle masse la necessità di un nuovo inquadramento, ossia potendola identificare con una chiara parola non di pura organizzazione, ma di azione del proletariato; b) il nucleo dei Comitati dovrà essere costituito dai rappresentanti di organismi noti tradizionalmente alla massa anche se mutilati dalla reazione, come i sindacati ed organismi analoghi, ma non da convocazioni di delegati politici; c) si potrà dare successivamente la parola della elettività dei Comitati, ma nel primo periodo dovrà essere chiaro che essi non sono i Soviet, ossia gli organi di governo del proletariato, ma sono la espressione di una alleanza locale e nazionale di tutti gli sfruttati per la difesa comune.
Circa i rapporti con i sindacati fascisti, tanto più oggi che essi non appaiono neanche formalmente come associazioni volontarie delle masse, ma sono veri organi ufficiali della alleanza fra padronato e fascismo, è da respingere in generale la parola della penetrazione nel loro interno per disgregarli. La parola di ricostruzione dei sindacati rossi deve essere contemporanea alla parola contro i sindacati fascisti.
Le misure organizzative da adottare nell’interno del partito sono state in parte indicate. In rapporto alla situazione attuale, occorre coordinarle ad esigenze da trattarsi in altra sede (clandestina). È pure urgente che esse vengano sistemate e formulate in chiare norme statutarie obbligatorie per tutti, allo scopo di evitare la confusione del sano centralismo con la cieca obbedienza a disposizioni arbitrarie e disuniformi, metodo pericoloso per la compattezza effettiva del partito.
12. – Prospettive della situazione interna del partito
La situazione interna politica ed organizzativa del nostro partito non può avere una risoluzione definitiva nel quadro nazionale, ma dipende dagli sviluppi della situazione interna e della politica di tutta l’Internazionale. Sarà un grave errore ed una vera colpa dei dirigenti nazionali ed internazionali se si continuerà verso la sinistra il metodo insensato delle pressioni dall’alto e della riduzione a casi di condotta personale del problema complesso della ideologia e della politica del partito.
Essendo la sinistra sempre ferma sulle sue opinioni si deve consentire a tutti i compagni che a quelle opinioni non intendano rinunziare, di offrire in una atmosfera sgombra di patteggiamenti e minacce reciproche il più leale impegno alla esecuzione delle disposizioni degli organi di partito e la rinunzia ad ogni opera di opposizione, senza però pretendere la partecipazione di essi alla Centrale del partito. È evidente che questa proposta non corrisponde ad una situazione astrattamente perfetta, ma sarebbe pericoloso illudere il partito che gli inconvenienti della situazione interna possano essere eliminati da semplici meccaniche misure organizzative e da posizioni personali. Chi questo facesse risponderà di un grave attentato al partito.
Solo risollevando il problema da questa impostazione meschina e ponendolo in tutta la sua vastità dinanzi al partito e alla Internazionale si raggiungerà veramente lo scopo di evitare l’invelenirsi dell’ambiente del partito e si avvierà questo verso il superamento di tutte le difficoltà contro cui oggi è chiamato a combattere.