Fallimento e panico nel mondo borghese
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Il 1921 si chiude e il 1922 si apre in una atmosfera fallimentare per il regime capitalistico. E questo appare a noi tanto evidente nel quadro nazionale che in quello internazionale. Il crak della Banca Italiana di Sconto fa passare un soffio mortifero su tutta la impalcatura di sfruttamento dei grandi trusts industriali e delle loro imprese bancarie. Nel rigurgitare degli estraprofitti come nella chiusura degli sportelli il meccanismo capitalistico pesa sempre implacabile sulle classi sottostanti; vivo o morente esso ingombra in modo intollerabile l’ambiente sociale e reclama l’intervento urgente della purificazione rivoluzionaria.
Tutto indica al proletariato la necessità di riprendere il ritmo ardente della lotta se non vuole soccombere nel caos sociale per il disfacimento del regime, che nulla potrà arrestare. E se fino a qualche mese fa si doveva obbiettivamente registrare in Italia come in tutti i paesi un momento di depressione della attività di classe dei lavoratori, mai hanno però taciuto i sintomi della fine del capitalismo, anche mentre questo organizzava controffensive potenti nel campo politico e militare, ed oggi è possibile notare come la classe sfruttata si rimetta duramente in moto, carica di maggiori dolori ma anche forte di più ampie esperienze.
Mentre la borghesia mondiale sempre più constata come la lotta di classe sia un fenomeno generale ed insopprimibile, e ad arrestarne il pulsare tempestoso non valgano né le insidie dell’inganno democratico, né le gesta prepotenti della reazione, essa d’altra parte vede con terrore fallire ogni suo piano di ristabilimento del suo regime dopo le terribili scosse della guerra mondiale, e l’addensarsi delle difficoltà sui suoi conati di ricostituzione si accompagna ad una ripresa della aggressività delle masse.
Gli avvenimento che stanno a cavallo tra i due anni forniscono tale somma di dimostrazione di questo stato di cose, che è sufficiente ricordali soltanto, e notare come un linguaggio che suona riconoscimento di una tale situazione comincia a spesseggiare anche nelle dichiarazioni degli uomini di Stato della classe dominante.
Lo spettro della guerra si addensa sulla rivalità dei grandi stati capitalistici produttori che hanno ripreso le loro campagne per la conquista dei mercati in condizioni ben più tragiche che quelle del periodo precedente al 1914. I mercati vergini si restringono sempre più e d’altra parte le popolazioni coloniali non si mostrano più disposte a restare passive sotto le ventose dello sfruttamento imperiale. Lo schiacciamento militare della Germania lungi dall’eliminare le cause di conflitto ha suscitato le rivalità tra gli altri colossi e ha fatto rialzare la testa all’America e al Giappone che con minori sacrifici hanno attraversato la guerra. L’assenza degli imperi centrali, su cui la retorica di guerra delle democrazie di occidente caricava tutta la responsabilità di aver ridotto il mondo moderno ad una polveriera sempre pronta a scoppiare, non rende meno vane le chiacchiere pacifiste e le illusioni del disarmo e dell’arbitrato tra potenze borghesi e la conferenza di Washington ne è stata una prova: doveva essere il campo su cui, dopo aver sconfitto il militarismo e tagliate le unghie al mostro nel suo stesso covo teutonico, i vincitori avrebbero segnata la chiusura di un’epoca di barbari conflitti, ed ha invece rivelati in tutta la loro turpitudine i tentativi di nuovi macelli su scala ancora più vasta che preparano le minoranze dominanti nei paesi più importanti del mondo.
D’altra parte la crisi economica incombe terribile sulla società borghese. Il capitalismo non contiene più gli elementi che dopo tutte le precedenti e assai meno profonde crisi lo condussero a ritrovare, attraverso lo stritolamento dei deboli, i termini del suo equilibrio. Ognuno degli stati anche più potenti sente di vivere su contraddizioni economiche incolmabili: l’America rigurgitante d’oro non sa come servirsene per ristabilire il suo organismo industriale scosso da fallimenti in alto e da disoccupazione in basso, l’Inghilterra è tormentata oltre che dai problemi politici che le levano contro tutti i suoi domini, dalla presenza di due milioni di disoccupati e dalla crisi dei suoi monopoli di ferro e carbone, la Francia non può ristabilire, nonostante le sue risorse, la sua ricchezza senza quelle riparazioni che la Germania non può pagare e non ha con che pagare, dimodochè il suo bilancio di stato è sull’orlo del fallimento essendo le sue entrate assorbite tutte dal servizio dei debiti colossali di guerra. Sui paesi dell’Europa centrale e centro-orientale si abbatte la crisi dei cambi giunta a tal punto che arresta ogni meccanismo degli scambi su base commerciale capitalistica: mentre ovunque infierisce il caro della vita e la crisi non accenna nemmeno a volgersi verso un ribasso generale dei prezzi che avvii sia pure tra sofferenze delle masse alla ripresa del ritmo produttivo tradizionale.
Dinanzi a questo stato di fatto i governi del liberalismo borghese, e alla testa di essi la pretenziosa Inghilterra, rimangiano in modo pietoso la loro dottrina fondamentale del non intervento economico, si dicono, atterriti, che la macchina della produzione e dello scambio non va più e che alla sua lubrificazione non è più sufficiente il sangue umano che la gendarmeria statale è pronta a versare senza risparmio ogni volta che le folle muovono contro il privilegio padronale. I rappresentanti dei governi si convocano e fanno una ridicola ammenda della fede del capitalismo in se stesso e dei canoni, che la produzione e lo scambio sono affari privati su cui il governo dello Stato non fa che vigilare dall’esterno per mantenerli entro limiti giuridici. Gli alti ruffiani di manovre parlamentari che stanno alla testa delle impalcature borghesi di governo, e che non hanno altra capacità che quella di grandi prefetti di polizia, circondati dai loro funzionari e dai cosiddetti esperti sbalorditi dal crollo di tutto quello che li ha accompagnati nella loro carriera di famiglia del grande capitale, tentano di risolvere i problemi della economia e di abbozzare un piano di “ricostruzione dell’Europa” basato su una sistemazione dei fatti economici, dello scambio delle materie prime, della regolazione dei cambi, e così via.
Nei comunisti è la certezza matematica che la conferenza di Genova non può nemmeno abbordare un compito simile. L’incendio rivoluzionario deve divampare in tutta la sua possanza perché sia possibile intraprendere la ricostruzione, che non i parrucconi del regime attuale possono gestire, ma solo la classe proletaria, erede dell’agonizzante regime capitalista, e sua esecutrice al tempo stesso.
È non è che un’altra prova della impotenza borghese e della coscienza che la borghesia stessa ne ha , e quindi solo per questo una ragione di nostro compiacimento, l’invito a venire a Genova lanciato ai vinti, a cui non si voleva riconoscere altro compito che quello di eseguire rassegnati ed espianti il programma dettato dai vincitori a proprio benefizio, e alla grande repubblica rivoluzionaria di Russia, per abbattere la quale invano la borghesia mondiale ha sperperato riserve ingentissime delle sue ultime energie.
A Genova la borghesia dà atto della propria impotenza e la Russia viene a prendere atto della sua incancellabilità dalla scena del mondo. Ma la coesistenza della repubblica rossa cogli stati borghesi, se pure comporta dei problemi che si possono regolare tra essa e i secondi sul terreno contrattuale, non è che un fatto di transizione. L’ultima parola, se questa non deve essere quella della morte di una umanità infera, può dirla solo il proletariato del mondo che mentre del fallimento borghese sopporta le atroci conseguenze, viene chiamato ogni giorno più al suo compito supremo di liquidatore e di giustiziere.
E potrebbe, per supporlo un momento, la repubblica di Russia ripiegare su un adattamento alla convivenza in una economia borghese rabberciata alla peggio, e potrebbe il proletariato del mondo passare tutto sotto la regola degli occhiuti capi opportunisti che ne stimolano la collaborazione collo sforzo di ricostruzione borghese a costo di prostituirsi e dissanguarsi nelle infime forme di soggezione e sfruttamento, ma non per questo sarebbe scongiurato per il mondo presente e per la gerarchia imperialista internazionale nei suoi turpi schemi di dominio, il declino fino al passo estremo segnato a lettere fiammeggianti nella condanna che ne pronunziò la critica rivoluzionaria del marxismo. E troppo alta riecheggia la voce della dottrina nelle suggestioni dei fatti perché le masse sfruttate non intendano che è giunta l’ora di passare su scala mondiale a quella “critica con le armi”, che la scienza rivoluzionaria del comunismo tracciò come sbocco storico dell’agonia del capitalismo, come compito grandioso delle sue vittime trasformate in ribelli, come soluzione dei contrasti tumultuanti nelle viscere di un mondo in rovina.