La lotta su due fronti del proletariato italiano
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L’argomento che in questi ultimi giorni ha dominato la vita politica italiana, e non solo per quelli che la guardano dal punto di vista rivoluzionario, è stato quello dei grandi scioperi proletari.
Da alcuni anni la borghesia italiana ha la fobia dello sciopero, e se lo figura come un’invenzione diabolica a cui bisogna trovare riparo, e che è possibile eliminare con qualche risorsa, sia quella delle lamentele incessanti e stucchevoli a base di deplorazione del ribasso nella autorità dello Stato e nel buon nome d’Italia all’estero, sia la nuovissima ed “eroica” del terrore fascista.
Dopo che i primi mesi del 1921 avevano segnato un ristagno innegabile nella attività di classe del proletariato italiano, e nella intensità e frequenza degli scioperi sia economici che politici, i buoi borghesi nostrali si illudevano che la fosse finita con queste fastidiose manifestazioni di peccaminoso disordine, così preoccupanti per la gente timorata di Dio e dello Stato. Finalmente si era trovato il metodo buono, quello forte; e la organizzazione fascista teneva efficacemente in rispetto scioperanti e scioperaioli di professione.
Dato questo stato d’animo è facile intendere come la esplorazione di movimenti proletari in quasi tutti i grandi centri d’Italia ed in regioni importantissime, abbia sorpreso, sbigottito, indignato la opinione pubblica borghese che trova più che il suo riflesso il suo alimento idiota nella grande stampa quotidiana.
Con maggiore e più feroce voluttà di una volta i borghesi attendono per registrarli esultanti quei risultati dei movimenti di sciopero che siano o possano essere registrati come insuccessi del proletariato e degli elementi rivoluzionari che sono alla testa, e con maggiore livore si invoca da ogni parte la “maniera forte” contro le organizzazioni e i partiti che guidano il movimento.
Il proletariato italiano ha naturalmente contro di sé tutto quello apparato di offesa di classe, e vede inacerbire la campagna contro i suoi interessi e le sue aspirazioni da parte delle autorità statali, dei partiti politici borghesi, della stampa, mentre d’altra parte tutto il periodo attuale di lotte riaperte su vasta scala tra lavoratori e padroni è caratterizzato dalla iniziativa dell’attacco venuta da parte della classe dominante, che nelle campagne ha organizzato e scatenato il fascismo, e colpisce il proletariato industriale dei grandi centri colle serrate e le denunzie dei concordati; tendendo ad un obbiettivo unico, sebbene di complesse aspetti: fiaccare la spinta del proletariato per il mutamento di regime politico, e indebolire la sua organizzazione di resistenza per ottenere a prezzi inferiori il lavoro dell’operaio e del contadino, sperando per tal via di trarsi dalle strettoie terribili della crisi economica.
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Ma la classe degli operai e dei contadini italiani ha, oltre a questo nemico aperto che ha iniziato un grande attacco frontale, un altro nemico altrettanto pericoloso, costituito dai capi che purtroppo ancora ne inquadrano i più grandi effettivi, soprattutto sindacali, ed in parte anche politici. La politica di costoro è quanto di più ignobile si possa pensare: all’audace unità di azione della borghesia e alla manifesta sua volontà di conculcare il grado di influenza a cui il proletariato italiano era giunto, essi non vogliono contrapporre una analoga attitudine di disperata difesa, ma fanno sforzi che hanno evidente sapore di complicità colla reazione capitalistica, per imprimere all’azione proletaria un andamento frammentario, intermittente, discontinuo, per isolare le vertenze e spegnere una dopo l’altra le agitazioni provocate dalla borghesia.
Quindi, mentre la offensiva padronale agisce indubbiamente come un reattivo rivoluzionario sulle masse del proletariato, convincendole della inanità di ogni conquista che non tolga all’avversario di classe le armi del potere statale, e dimostrando illusorio il metodo socialdemocratico della lenta graduale avanzata nel miglioramento delle condizioni di vita proletarie, dall’altra parte i dirigenti sindacali fanno tutto quanto è in loro potere per neutralizzare una tale reazione e per sabotare lo sviluppo dell’azione delle masse che il moltiplicarsi degli attacchi e delle offese avversarie spinge logicamente alla costituzione di una unica falange e di un unico piano di difesa.
Gli ultimi avvenimenti mettono in luce vivissima le benemerenze dei socialdemocratici italiani verso la borghesia, che ha vissuto in queste settimane le ore dello smarrimento e del tremore di anni addietro. L’onda degli scioperi che grandeggiava imponente è stata spezzata sugli scogli dell’opportunismo schierati ad opportuna protezione degli istituti capitalistici.
Alla vigilia del convegno confederale di Verona i capi della Confederazione riuscivano a chiudere lo sciopero metallurgico lombardo, nel momento in cui scioperavano i metallurgici anche nella Liguria, nella Venezia Giulia e in altre località, e si era dovuto minacciare lo sciopero nazionale metallurgico. Essi chiudevano lo sciopero di Milano con una proroga delle condizioni esistenti fino al 31 Dicembre 1921. Atto di disfattismo per tre ragioni: perché non si otteneva, come si faceva credere, la proroga del vecchio concordato, ma la proroga di uno stato di fatto che segnava in quasi tutte le officine una effettiva riduzione di paghe che gli operai avevano già dovuto subire; perché implicitamente rimetteva i criteri delle nuove condizioni da stipulare al primo Gennaio ai risultati della nota commissione di inchiesta sulle industrie proposta dalla Confederazione, col vergognoso principio che le riduzioni del profitto industriale avrebbero giustificato quelle dei salari operai; infine perché si rinunziava allo sciopero nazionale in quanto era risolta la vertenza di Milano, quasi che le vertenze tuttora aperte in altre zone non avessero la stessa importanza.
Il consiglio nazionale confederale scartò la proposta di sciopero generale dei comunisti, allegando che sul precedente di Milano tutte le vertenze si sarebbero risolute. Ma in realtà continuavano e continuano le agitazioni di altre categorie, tra cui soprattutto quella dei lanieri di tutta Italia che scioperano da quattro mesi senza che l’organizzazione si decida a dare una degna risposta all’intollerabile contegno provocatore degli industriali di questa categoria.
All’indomani del Convegno di Verona si scatenò lo sciopero generale politico antifascista a Roma, che pose in agitazione i ferrovieri. Per solidarietà ai ferrovieri romani scioperarono quelli del mezzogiorno. Intanto tutte le organizzazioni proletarie della Liguria, sotto la spinta delle masse, proclamavano lo sciopero generale di solidarietà coi metallurgici mentre a Trieste si andava verso la riapertura dello sciopero generale, già scoppiato tre settimane addietro anche per la solidarietà ai metallurgici e chiusosi con una proroga.
La temperatura della lotta proletaria saliva irresistibilmente, e i fatti mettevano in evidenza la bontà dell’atteggiamento dei comunisti italiani, di andare sulla via della organizzazione di una azione unica di tutto il proletariato. Ma qui interviene a dare coraggio alla pavida borghesia – più efficace ancora dell’opera delle brutali schiere fasciste che rinculano, sia pure transitoriamente, dinanzi allo slancio proletario – la vergognosa politica dei capi dei sindacati italiani.
Finito lo sciopero generale a Roma, colla ripresa del servizio anche da parte dei ferrovieri, restano in lotta i ferrovieri del napoletano poiché in quella zona l’autorità ferroviaria pretende fare quello che a Roma non si è fatto: consumare rappresaglie e licenziare gli avventizi. Il C.C. del sindacato ferrovieri – composto di anarchici, sindacalisti e socialisti – già sconfessato alla unanimità dalla massa ferroviaria romana che voleva indurre a riprendere il lavoro prima della fine dello sciopero generale – lascia indifesi gli scioperanti del napoletano, e non osa prendere un atteggiamento virile. È allora che il governo, incoraggiato da questa tattica di viltà, pronunzia l’espulsione di tre capi del movimento di Napoli, in base al famigerato “articolo 56” contro cui già si delineava da parte dei ferrovieri il vivissimo proposito di un movimento per abolirlo. Sarebbe il momento della lotta generale: il successo dello sciopero ferroviario sarebbe immancabile, ma i dirigenti del sindacato rinculano e ordinano ai ferrovieri napoletani di riprendere lavoro per “rinviare la battaglia”. Invano il comitato ferroviario comunista rappresentante di una forte minoranza di organizzati lancia ai dirigenti la proposta formale dello sciopero, invano un referendum segreto dà alla tattica dello sciopero una grande maggioranza…
Intanto si chiude anche lo sciopero generale della Liguria perché si addiviene ad un concordato tra industriali e organizzatori di metallurgici. Da notare che questa volta sono in presenza non solo i rappresentanti della Federazione dei metallurgici aderente alla confederazione del lavoro, ma quelli altresì del sindacato meccanici aderente alla Unione sindacale. Eppure questa volta il patto è peggiore di quello di Milano. Non solo si conchiude il movimento proprio nel momento in cui le organizzazioni della Venezia Giulia, trascinate dalla situazione e dall’esempio di Genova, scendono in lotta collo sciopero generale, non solo la proroga non è al 31 dicembre ma ad una data anteriore che sarà fissata dal…Ministro del lavoro, mediatore tra le parti, ma questa volta la proroga dei salari vigenti non è un semplice rinvio della quistione di merito di sostenere l’integrità dei salari, ma già vi sono le basi del nuovo concordato, che verrà stipulato in seguito, di cui non si sanno le clausole, ma che certo è sulla base del principio di ridurre i salari, e che si discuterà mentre gli operai della Liguria, che meravigliosamente hanno risposto all’appello, sono tornati delusi al lavoro!
Restano in lotta i metallurgici e gli operai di tutte le categorie della Venezia Giulia, contro cui si appuntano ormai tutte le armi della reazione più livida. A Milano, a Genova, i capi sindacali dopo aver tradito vanno blaterando di aver condotto i lavoratori alla vittoria; ma a Trieste le organizzazioni sono dirette dal partito comunista, e dopo averle due volte pugnalate alla schiena si aspetta la loro eventuale sconfitta per gioirne allato della borghesia come di una disfatta dei comunisti.
Tuttavia i pompieri confederali non hanno domato l’incendio. Domani le sue fiamme guizzeranno ancora irresistibili e per i primi avvolgeranno essi stessi. Man mano che essi salvano la classe borghese a prezzo di tradimenti, i bonzi sindacali si svelano sempre più ai lavoratori, ed i fatti insegnano a questi che per l’affasciamento di tutte le forze di difesa e di attacco del proletariato d’Italia, che non sono per nulla domate, è necessario lottare sui due fronti: contro lo sfruttamento e la prepotenza padronale, e contro la vile insidia della complicità inqualificabile dei socialdemocratici.
Contro gli uni e gli altri, il Partito Comunista, e i lavoratori comunisti, ambiscono non l’onore, ma la responsabilità di essere nelle prime file.