I congressi politici in Italia
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Ottobre 1921; il mese dei congressi.
La vita parlamentare italiana non riesce, l’abbiamo detto più volte, a trovare un punto di equilibrio su cui possa fondarsi la costituzione stabile di quell’aspetto esteriore dell’apparato governativo, che è il gabinetto. E quindi in questa autunnale parentesi dell’attività parlamentare, mentre d’ogni parte si progettano nuovi partiti, si radunano a congresso tre dei partiti esistenti i cui raggruppamenti parlamentari più sono tormentati dal dubbio e dall’incertezza nella scelta del loro atteggiamento tattico: socialisti, popolari, fascisti.
Nella profondità delle cause a quel risale la crisi dell’istituto parlamentare, questo ripiego pregno ridicolmente di omaggio formale ai canoni della democrazia, di consultare partiti, organismi politici operanti come suol dirsi né ” Paese”, circa i problemi di movimento dei rispettivi gruppi parlamentari, lungi dal poter condurre a soluzioni originali, non influirà neppure minimamente sulle situazioni quali già sono costituite e quali già vanno svolgendosi per effetto di ben altri influssi.
Questi partiti ” organizzati ” sembrano avere un peso maggiore sull’andamento delle cose di governo, ma non lo hanno tanto perché riposano su reali forze sociali e il loro indirizzo possono definire attraverso congressi di partito, quanto perché l’organizzazione da loro una maggiore forza elettorale, ed ai gruppi dei loro deputati una maggiore influenza numerica parlamentare.
I tentativi quindi di chiedere all’assise dei partiti da via di uscita dal groviglio parlamentare, non serviranno che ad accumulare gli alibi della libertà di tattica per i più scaltri navigatori delle torbide acque di Montecitorio.
Non è un paradosso che oggi l’unico partito che possa vivere come tale è quello che non elabora manovre parlamentari ma a per programma lo sbaragliamento del parlamentarismo democratico: il nostro Partito.
Il congresso socialista, testè chiusosi, offre la prima prova a queste nostre considerazioni.
Il partito socialista sembrava tormentato in modo lancinante dal problema dell’impiego della esuberante sua forza parlamentare, e dal dubbio se questa dovesse restare sul terreno di una intelligenza negativa e cocciuta; spostarsi verso una più abile applicazione positiva, ma indiretta, della sua influenza, o addirittura portarsi sul terreno della diretta compartecipazione alla politica di governo.
Su questo problema il congresso ha discusso, ha conteso, sì è esaltato, ha tumultato, facendo credere che nel seno del partito se ne sarebbero avute lepri drammatiche ripercussioni ma poi ha finito col chiudersi lasciandole cosa esattamente allo stesso punto di prima, ossia in moto sulla stessa via di prima. La destra collaborazionista non si è preoccupata neppure per un momento della prevedutissima vittoria numerica di una intransigenza apparente: essa sa benissimo che il problema di ordine parlamentare, si risolverà sul terreno della funzionalità dell’istituto parlamentare. Questo vive per la difesa e la preservazione del presente apparecchio governativo borghese.
Un partito, se non è rivoluzionario non concorre a formare, ma viene inconsapevolmente guidato, dal gioco delle forze d’inerzia del regime, se è rivoluzionario può avere un’influenza politica diretta fin quando sta sulla piattaforma della lotta contro le istituzioni, ossia contro quelle istituzioni che sono caratteristiche del regime, la cui sopravvivenza rappresenta il pernio della sua difesa. Oggi queste istituzioni sono rappresentate dall’apparecchio della democrazia parlamentare: di fronte a queste si può porre un problema di politica diretta e reale di partito sul dilemma: lavorare con essere o contro di essere; e tale problema fu posto e sciolto a Livorno. La discussione di partito a Milano sulla prassi del gioco parlamentare non poteva essere che una stupida logomachia; e l’affermazione di maggioranza sulle bolse filosofazzioni di Baratono e sulle ruffianerie tattiche di Serrati manca di ogni senso politico concreto; ed in essa la democrazia interna di partito non ha altra parte che quella di integrare a rovescio la colossale frode della democrazia statale istituzionale, ormai deforme coperchio della dittatura borghese.
E si avrà fra pochi giorni il congresso popolare.
Il problema qui si pone in modo diverso. Il partito ha già accettato la responsabilità del potere e riaffermerà naturalmente il suo carattere di partito di governo, senza velleità di proclamare intransigenza che preclude la via alle coalizioni.
Vi sarebbe il problema della collaborazione o meno con il partito socialista. Ma la vittoria di Serrati viene in buon punto a togliere ai congressisti popolari la preoccupazione di rispondere a tale quesito, e a lasciare opportuna libertà di manovra ai caporioni parlamentari del partito nello svolgersi di quelle situazioni che dal punto di vista formale il voto di Milano avrebbe reso impossibile.
Si crede seriamente possibile che i più grandi partiti che fanno del parlamentarismo diretto, ossia non hanno un programma di demolizione rivoluzionaria, ma aggregano in sè mille interessi da soddisfare con le pressioni parlamentari di deputati o di gruppi sul terreno contingente, si immobilizzino con voti di congresso in posizioni tali che mentre renderebbero impossibile il gioco della costituzione dei gabinetti, toglierebbero per questo stesso fatto ai partiti tutto il loro peso politico?
Con la stessa tranquillità i Turati e i Meda possono serenamente assistere alle logorree interminabili dei rispettivi congressi, assemblee illuse di avere un potere deliberante che influisca sulle cose della vita politica, ma troppo pronte a decomporsi in gruppetti ed in persone che si muovono per effetto di interessi totalmente legati alla vile meccanica di dettaglio della corrente azione parlamentare.
Ed avremo anche il congresso fascista.
Qui la questione sembra posarsi in modo diverso; deve o meno il fascismo diventare un partito?
Il movimento fascista si pone questa domanda dopo essersi già costituito un gruppo parlamentare, e nel momento stesso nel quale convoca un congresso con tutta la messa in scena di rito.
Si può senz’altro sorridere di quelli che nella configurazione in partito sognano un fascismo quale movimento di rinnovazione dotato di un suo programma proprio, rappresentante di forze vive nell’ambiente sociale. Se il fascismo vuole diventare partito, non lo farà per assumersi la gerenza di una rinnovazione, e nemmeno, ci si passi la parola, di un “rinvecchiamento” del regime. Esso andrà a prendere un posto tra i tanti gruppi gruppetti dello scenario parlamentare: ecco tutto.
E ancora una volta, la via da prendere non è rimessa all’arbitrio di una costituente congressuale. Se il fascismo si cristallizza nelle forme tradizionali di un partito dell’ordine, ciò è in grazia del gioco delle forze difensive del regime. L’assetto borghese si difende con un doppio metodo: l’inganno parlamentare democratico, e la repressione violenta. Finché basta il primo a trattenere le masse con i suoi raggiri dall’assalto alle istituzioni, non vi è il luogo ad impiegare secondo. Quando il proletariato muove alla lotta diretta rivoluzionaria contro la democrazia parlamentare, per la sua dittatura, allora la borghesia deve ricorrere alla reazione armata. Il fascismo è una felice sintesi dei due metodi. L’apparecchio statale conserva la maschera democratica, mentre una organizzazione borghese solo apparentemente ad esso estranea affronta gli operai rivoluzionari.
Nella fase attuale della lotta in Italia l’azione del fascismo ha raggiunto un grande risultato in senso antirivoluzionario: quello di riportare definitivamente il partito socialista nei quadri istituzionali. La borghesia conviene, finché un attacco proletario non si sferri, lasciar lavorare l’opportunismo socialdemocratico e ringuainarela rivoltella fascista. Di qui l’assorbimento del fascismo in qualunque partito parlamentare che ben può sollazzarsi dell’inutile rompicapo: schierarsi a destra o a sinistra?
Si comprende che la organizzazione fascista di battaglia, lasci il residuo psicologico nei suoi componenti, di considerarsi fine a se stesso, con mezzo di un programma è di una idealità autonomi dalle tendenze e dalle leggi di conservazione borghesi.
Ma ciò non toglierà che la parlamentarizzazione del fascismo avvenga, e che esso divenga formalmente un partito politico, che sarà lungi dall’avere la forza che farebbe presumere l’estensione dell’inquadramento della lotta.
I più bollenti professionisti di questo, privati dei consensi dei mezzi di cui dispone l’organizzazione ufficiale borghese, morderanno il freno, ma non avranno che ad attendere, per rompere gli ozi della molle politica parlamentare, il segno non lontano dall’assalto della piazza proletaria al crollante edificio della democrazia borghese.
Allora le squadre fasciste si identificheranno ancor meglio anche se al governo vi fossero i socialisti! – con i reparti delle forze regolari statali. Ma allora non vi sarà lo scioglimento consistente nel riadescamento dell’assalitore proletario alle insidie delle legalitarismo borghese: una delle due schiere dovrà passare sugli avanzi dall’altra, e la democrazia, deposta ogni ruffiana menzogna umanitaria, si ubriacherà di sangue, o con il sangue sarà affondata dalla titanica implacabile stretta della Dittatura rivoluzionaria.