La crisi del regime politico negli Stati europei
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La più malsicura instabilità è a doppio titolo la caratteristica dell’assetto dato all’Europa dalla tentata liquidazione della grande guerra: i confini degli Stati vecchi e nuovi sono la cosa meno definibile che si possa concepire, e il regime politico interno di ciascuno Stato grande o piccolo sembra essere deposto sul tavolo operatorio della storia, per subire interventi chirurgici più o meno radicali.
Dei confini non ne parliamo neppure. Fino a poco tempo fa si poteva dire che la geografia è uno degli occhi della storia, oggi deve dirsi che è uno degli occhi della cronaca. La cosa più ignota al 99% dei lettori della stampa politica è dove finisca l’Ungheria e cominci l’Austria, o poniamo, dove finisca l’Italia e cominci la Jugoslavia. Il compilatore di atlanti tirano le loro tavole per misura prudenziale in numero limitatissimo, e il classico gioco estetico dei colori appioppati alla rappresentazione della superficie della ” aiuola che ci fa tanto feroci “, delizia dei nostri anni giovanili, cedono di tanto in tanto il posto a larghe zone bianche per le quali l’alacre pennello del disegnatore deve attendere i faticosi parti della diplomazia internazionale.
In attesa quindi di dare ai lettori della ” Rassegna ” desiderosi di notizie in argomento una carta a colori, unico modo di assolvere il compito che dovrebbe avere in materia un articolo, diciamo brevi cose, e di passaggio, sulla ” politica interna ” dei singoli paesi, e sul travaglio che in essi si svolge per dare nuove basi alla loro costituzione statale.
Nei primi tempi della guerra europea, quando era gioco forza per le classi dirigenti dare in pasto alle folle motivazioni più o meno fantastiche del conflitto, uno degli impieghi più frequenti era di prospettarlo come l’urto di ” due mondi ” politici: da una parte quello dei ” moderni ” stati democratici beneficianti di un regime felicemente liberale e parlamentare, dall’altra quello degli anacronistici regimi assolutisti, teocratici e ” militaristi “. Chi oserebbe contestare, si diceva, la differenza tra l’avanzata democrazia esistente in paesi che si chiamano Inghilterra, Belgio, Francia ( à tout seigneur tout honneur!), Italia, e il reggimento ” medievale ” della Germania, dell’Austria, della Turchia? Chi avesse voluto andare per il sottile poteva chiedersi che differenza vi fosse tra, poniamo, Serbia e Bulgaria; e chi fosse anche stato disposto a passar sopra alle cose di minor peso non poteva chiudere gli occhi dinanzi a quel colosso tra gli alleati campioni della libertà che si chiamava la Santissima Russia degli zar. Era in realtà una faccenda un po’ imbarazzante agli effetti del teorema storico politico di cui sopra, ma quando l’Intesa poté mettere nel conto nientemeno che l’adesione della stellata repubblica di Wilson, con contorno di altre repubbliche americane, le azioni della causa della libertà dovettero salire nelle borse della storia. Ci fu perfino qualche minchione di socialista ” avverso alla guerra “, e per avventura la vera direzione del partito socialista italiano ( come oggi è proposta dai Treves ma come già funzionava nel 1917: direzione, gruppo parlamentare, Confederazione ) in una solenne manifesto, che, quando più in là, e per volontà, dicevano i bene informati, dell’Inghilterra, una rivoluzione fu fatta dal popolo russo ” per liberarsi dallo zar troppo tiepido nemico dei tedeschi “, si lasciò scappar detto: adesso sì che è in gioco la causa della democrazia contro l’autocrazia, e che occorre fare i voti più fervidi perché prevalgano le armi dell’Intesa, consacrate alla vittoria della prima!
I socialisti della sinistra marxista si tennero a ben altro criterio, sostennero che in tanto gli imperi centrali tenevano testa ai loro avversari, in quanto erano modernizzati, democratizzati, e capitalisticamente progrediti, al punto da poter avere quello sviluppo formidabile del militarismo, che il medioevo non sognò neppure, che le autocrazie non raggiunsero nemmeno da lungi, e che la democrazia borghese recò sul teatro della storia, dando nelle guerre napoleoniche i primi saggi dei benefici apportati dal suo avvento. E lo scoppio della conflagrazione militare, nella sua intensità, era in relazione al grado di sviluppo raggiunto dalla società dell’imperialismo capitalistico, che in essa vedeva inscenarsi sua crisi finale, crisi di cui la base, lo sviluppo e lo scioglimento si svolgono sul piano internazionale molto al di sopra, nel loro significato, delle volgari distinzioni e classificazioni dei vari paesi e del preteso ” handicap ” che a ciascuno vogliono infliggere gli interpreti filistei della storia agli effetti di una banale gara in cui li concepiscono impegnati sulla immaginaria pista del ” progresso “.
Gli Stati democratici hanno vinto. La rivoluzione politica si disegna prima che in questi, negli Stati sconfitti: la Russia, sconfitta tra i vincitori per essere troppo impari alle tremende esigenze della moderna lotta militare, che senza un industrialismo progredito ed una amministrazione statale tanto potente quanto quella delle “democrazie ” occidentali, non può essere condotta nel formidabile crescendo di anni ed anni, la Russia con le sue due rivoluzioni ha preceduto tutti gli altri Stati nelle convulsioni del regime.
Negli altri Stati la situazione politica si presenta tanto più instabile, quanto più su di essi ha gravato il peso della guerra, e, da un lato, quanto più essi avevano ancora bisogno di mettere al corrente delle loro istituzioni con quella delle più progredite democrazie. Il bilancio della guerra sarebbe dunque veramente quello di aver sollecitato e spinto innanzi la parte arretrata dell’Europa e del mondo, essa sarebbe davvero stata una campagna per la diffusione di un programma politico borghese?
Quale sia il bilancio storico dei risultati della guerra non può essere detto limitando le constatazioni a questo punto, e d’altra parte qui non intendiamo discutere la questione dal punto di vista del notissimo sofisma degli ” interventisti “a proposito della ” guerra rivoluzionaria”.
La situazione è dunque tale che nei paesi in cui la democrazia di governo parlamentare non ancora vigeva, il regime politico dell’anteguerra si è dissestato, mentre nei paesi liberali dell’Occidente sembra esistere una certa stabilità.
Ma la visione di questo fatto dev’essere più complessa e dialettica. In realtà la guerra ha dato uno scossone terribile alle basi del reggimento politico in tutti paesi. La formazione di repubbliche borghesi al posto degli imperi e degli staterelli semi assolutisti sconfitti o di quelli storti dallo smembramento dei vinti, non ha significato il raggiungersi di un punto di equilibrio: esso non è che il primo aspetto del processo di rivoluzionamento generale che ha preso le mosse dalla crisi bellica. L’esempio della Russia è il più evidente. Il primo squilibrio, determinato dalle condizioni generali e internazionali create dalla conflagrazione, si è verificato per il governo che appariva più ” arretrato ” nella comune considerazione di cui abbiamo parlato. Ma appunto in ragione del lungo tratto che doveva percorrere, il movimento non si è arrestato nella costituzione di un regime parlamentare borghese, ma è andato oltre non trovando in questa nuova forma delle condizioni di maggiore stabilità. È andato oltre, verso il bolscevismo, che ora non vogliamo considerare come un punto finale di arresto del movimento senza prima aver visto che cosa avviene altrove.
Prendiamo per esempio tipico degli Stati vinti la Germania. Vi è stata, dopo la sconfitta, una ” rivoluzione “, e al posto del kaiserismo vi è la repubblica democratica, con tutte le garanzie liberali copiate dalle costituzioni dell’Occidente vincitore.
Stati più o meno democratici sono sorti un po’ dovunque: Polonia, Ceco-Slovacchia, Austria, ecc. ecc.. In Germania come in tutti questi Stati il punto di equilibrio del regime politico non si è affatto raggiunto. Mentre l’assetto democratico non ha le forze per garantirsi dagli assalti delle forze di ” destra ” gerenti del vecchio regime, esso e in presenza della pressione proletaria che non lo considera come un vantaggio e se ne propone, in forma più o meno cosciente, l’abbattimento.
L’assassinio di Erzberger in Germania, il più clamoroso di una serie di attentati terroristici della ” destra “, area accesa la crisi ad un grado acutissimo. Il proletariato è nelle strette di un dilemma: difendere la repubblica, o attaccare la repubblica per fondare sulle sue rovine il regime dei consigli? Lungo a breve che possa essere il periodo che ci separa da questo attacco proletario, è certo che prima di esso non è dato intravedere un assestamento del regime politico.
Questa constatazione dobbiamo rifletterla sulla situazione dei paesi occidentali. In essi la forma statale sembra ancora forte perché non è stata costretta a mettersi in movimento attraverso fasi iniziali di trasformazione. Ma il fatto che dove il movimento, per effetto della guerra, è cominciato, non si arresta più, dimostra che in verità la guerra non è la crisi, non consacra la crisi del regime politico per democratico e medioevale per segnare il trionfo territoriale della espansione del liberalismo parlamentare borghese, ma è la crisi di questo stesso regime; e il fatto che lo squilibrio cominci da quei paesi in cui la democrazia ancora non si era appieno esplicata, deve essere considerato per concluderne che il raggiungimento della democrazia, delle forme statali, non è il punto d’arrivo del fenomeno storico, ma un suo punto di passaggio verso ulteriori sviluppi.
Internazionalmente considerata la crisi delle forme statali è la grande crisi che segnerà il passaggio dal sistema democratico borghese al sistema proletario dei Consigli, ed è perfettamente spiegabile che essa si sia iniziata laddove il regime borghese non aveva, costituendo le sue democrazie, costituiti i formidabili fortilizi del dominio capitalista che queste rappresentano, in accordo perfetto col fatto che esso discende dalla ultra avanzata evoluzione del capitalismo mondiale e dai riflessi di questa sulle molteplici situazioni nazionali.
Ma la crisi prenderà appieno i suoi veri caratteri quando il disagio e il tremolio che caratterizzano il regime statale nel centro e nel sud Europa avrà guadagnato l’Occidente.
Allora il processo rivoluzionario, cui la guerra ha dato l’ultima spinta, assumerà i suoi grandiosi caratteri specifici, e volgerà rapidamente nella affermazione mondiale del comunismo.
Il quale, nella dialettica della storia, si estenderà nel suo costituirsi economico prima in quei paesi che ai giudizi apparenti sembravano più lontani dall’essere assaliti dall’inizio della crisi rivoluzionaria politica, e come dalla internazionale rovina del capitalismo nella sua mondiale unità si è originato, così internazionalmente nella unicità di un grandioso sviluppo costruirà il nuovo assetto dell’economia.
La guerra imperialista scoppiò quando la crisi industriale e commerciale sorta in America ( 1913 ) incominciava ad invadere l’Europa.
Lo sviluppo normale del ciclo industriale fu interrotto dalla guerra che divenne essa stessa il più potente fattore economico. La guerra creò per le branche fondamentali dell’industria un mercato quasi illimitato completamente al sicuro da ogni concorrenza. Il grande compratore non aveva mai a sufficienza di ciò che gli si forniva. La fabbricazione di mezzi di produzione si trasformò in fabbricazione di mezzi di distruzione. Gli articoli di consumo personale venivano acquistati a prezzi sempre più elevati da milioni di individui che non producevano nulla e non facevano altro che distruggere.
Questo era il sistema della distruzione, ma in virtù delle mostruose contraddizioni della società capitalistica, questa rovina prese la forma dell’arricchimento. Lo Stato lanciato a prestiti su prestiti, emissione su emissione e, dai bilanci calcolati a milioni si passò ai miliardi. Macchine e costruzioni si usavano senza essere sostituite. La terra era mal coltivata. Costruzioni necessarie nelle città e sulle ferrovie erano arrestate. Nello stesso tempo il numero dei valori di Stato, buoni di credito e del tesoro, aumentò senza posa. Il capitale fittizio si gonfiò nella stessa misura in cui il capitale produttivo veniva distrutto. Il sistema del credito, mezzo di circolazione delle merci, si trasformò in mezzo di mobilizzazione per la guerra, dei beni nazionali, compresi quelli che dovranno essere creati dalle venture generazioni.
Per timore di una crisi che avrebbe potuto essere una catastrofe, lo Stato capitalistico agì dopo la guerra nello stesso modo che durante la medesima: nuove emissioni, nuovi prestiti, regolamentazione dei prezzi di vendita e di acquisto degli articoli più importanti, garanzia dei profitti, derrate a prezzi ridotti, diverse gratificazioni in aumento ha gli stipendi ed ai salari, e con tutto ciò, censura militare e dittatura dei gallonati.
( dalle tesi sulla Situazione mondiale ed i compiti dell’ Internazionale Comunista ).