Iran – le classi popolari sotto il feroce tallone di un’aristocrazia moderna
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Il regime dello Scià Reza Palhavi risponde con la più dura repressione alle lotte che la classe operaia e le masse sfruttate dell’Iran stanno conducendo per la loro emancipazione.
Nel luglio scorso ben sedici operai della fabbrica tessile di Sciabi (Iran Sett.) sono stati uccisi e 70 feriti durante duri scontri che hanno visto gli operai di questa fabbrica, in sciopero per la difesa del salario e contro il brutale sfruttamento, opporsi vittoriosamente all’attacco della polizia del regime, cedendo soltanto dopo una dura lotta, di fronte alla brutale repressione ed alla occupazione, proseguita alcuni giorni, dello stabilimento da parte dell’esercito.
E’ di questi giorni la notizia che nove rivoluzionari sono stati fucilati mentre altri cinque sono stati uccisi durante una operazione di polizia. Questo mentre più di 50.000 «politici» sono incarcerati e torturati dalla SAVAK, la polizia politica iraniana.
La vecchia classe fondiaria che tiene ancora saldamente in mano il potere politico in Iran servendosi di un impero che vanta addirittura una continuità storica con quello di Ciro il Grande, difende i suoi interessi, basati sul brutale sfruttamento di immense masse contadine ridotte alla miseria ed alla fame e sulla ricchezza di un sottosuolo ricco di petrolio, con i più perfezionati metodi repressivi, forte di un esercito che grazie alle armi comprate dai paesi imperialisti si appresta a divenire uno dei più potenti del mondo.
D’altra parte la ingorda borghesia persiana è alleata con la classe fondiaria nello sfruttamento del giovane proletariato urbano e rurale. Essa di fronte ai profitti che riesce ad intascare con così poca fatica si mostra vigliacca ed inconcludente a livello politico e rinunzia volentieri ad ogni pretesa di comando, lasciando nelle rudi e forti mani delle classi fondiarie le leve del potere.
L’intensificarsi della repressione però dimostra anche la debolezza del regime di fronte alla lotta che gli operai, i contadini poveri e senza terra, il sottoproletariato ed il semiproletariato delle città, la piccola borghesia rivoluzionaria stanno conducendo in difesa delle loro miserabili condizioni di vita.
Il sacrificio dei migliori combattenti è sempre stato il prezzo che ogni classe ha dovuto pagare per la propria emancipazione. I proletari iraniani uccisi dallo spietato regime dello Scià vanno ad aggiungersi alle migliaia e migliaia di operai morti nel cammino della rivoluzione comunista. I comunisti non hanno da protestare contro la crudeltà delle classi reazionarie; in troppe occasioni esse hanno dimostrato la loro spietata ferocia e la loro determinazione nel difendere ad ogni costo i loro sporchi privilegi.
Non chiedono neppure la “solidarietà dell’opinione pubblica democratica” poiché sanno quanto vale la distaccata compassione del piccolo borghese ben pasciuto.
Un solo mezzo può fermare la mano criminale dello Scià di Persia, come quella di ogni regime borghese, la ripresa della lotta rivoluzionaria ed internazionale della classe operaia, nella quale il proletariato occidentale si troverà fianco a fianco col giovane proletariato e con il contadiname povero dell’Iran per abbattere il potere delle classi fondiarie e della borghesia vigliacca e rinunciataria ed instaurare la dittatura proletaria e il terrore rosso contro le classi abbattute.
La risposta ai crimini del feroce regime iraniano la daremo allora, col fucile in mano, coll’odio che ogni proletario porta nel suo cuore per la vita da cane che è costretto a condurre in questo fetido regime.