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Le crisi del capitalismo: un’analisi e una cronaca

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Nel terzo libro de “Il Capitale” si legge come il credito appare il tentativo di superare i limiti del capitale. Marx qui parla del credito «come leva principale in funzione della sovrapproduzione e della speculazione esasperata nel commercio, che forza fino all’estremo limite il processo di riproduzione».

In questo processo gioca un ruolo essenziale il cosiddetto capitale produttivo di interesse, cioè capitale che viene dato in prestito dal proprietario al capitalista industriale. «Con lo sviluppo del capitale produttivo di interesse e del sistema produttivo ogni capitale sembra raddoppiarsi ed in alcuni casi triplicarsi a causa dei diversi modi in cui lo stesso capitale o anche lo stesso titolo di credito appare in forme diverse in mani diverse. La maggior parte di questo capitale monetario è puramente fittizio».

Il capitale ha necessità di una continua ed inarrestabile valorizzazione, ma questa è fondata sul carattere antagonistico della produzione capitalistica e quindi sullo sviluppo effettivo delle forze produttive che devono, in regime capitalistico, garantirne la crescita costante; crescita che è d’altronde un limite a questo stesso sviluppo, che è però sostenuto ed accelerato dal sistema creditizio; «ma al tempo stesso il sistema creditizio accelera le crisi, le violente eruzioni di questa contraddizione e quindi gli elementi della dissoluzione del vecchio modo di produzione». (citato dal III Libro, capitolo 30).

Una difficoltà, questa, una criticità nel processo di riproduzione che lo ostacola in modo grave, quando si verifica per qualunque motivo (ivi compresa qualunque crisi strettamente finanziaria) una mancanza di credito, «è la massa non del capitale inattivo (cioè temporaneamente fuori dal processo di riproduzione) in cerca di investimento, ma del capitale ostacolato nel suo processo di riproduzione, che raggiunge il suo culmine proprio quando anche la mancanza di credito raggiunge il suo culmine».

Qui è descritto il processo inarrestabile della crisi capitalistica, la sua natura che è essenzialmente intrinseca al processo di produzione stesso. Sullo sfondo si mostrano le crisi strettamente finanziarie che prosperano «fino al più puro e colossale sistema di imbroglio e di gioco d’azzardo, nonché lo sfruttamento della ricchezza sociale da parte di pochi». (ibidem).

Per Marx il credito è uno dei principali strumenti con cui il capitale tenta di superare i propri limiti.

Per quanto attiene al processo di riproduzione, mediante il credito, tutto il capitale disponibile e potenziale, quello cioè detenuto non dai capitalisti ma da altri soggetti, spinge la produzione oltre i suoi limiti. E quando il credito si contrae, e la sua disponibilità cala, qualunque sia la ragione, allora la crisi appare come crisi creditizia e monetaria.

In breve, la nostra dottrina correla strettamente crisi del credito e crisi capitalistica, ma evidenzia essenzialmente questa seconda come innesco della prima, che però ne accresce le dimensioni e la gravità. La nostra dottrina sgombra il campo in modo definitivo da giustificazioni di mancanza di moralità, dal richiamo all’individuale brama di guadagno, dagli “errori” causati dalla maledetta “fame d’oro”, dalla scarsa lungimiranza di banchieri e finanzieri che non hanno visto in tempo l’approssimarsi della crisi, ma riporta appunto “la crisi” alla dinamica del capitalismo. 

Ai tempi in cui fu concepito e scritto “Il Capitale” le sue crisi scoppiavano ad intervalli abbastanza costanti, ma non tanto gravi e generalizzate. Nel secolo scorso invece le crisi si sono manifestate a intervalli più lunghi, ma con effetti ben più dirompenti. Il concetto che però è sempre stato espresso tanto dalle autorità economiche degli Stati che dai teorici borghesi di ogni scuola, è che dalla finanza il contagio si è diffuso all’economia “reale”.

Marx denuncia duramente questa teoria, che si fonda sulla convinzione che il capitalismo sia di per sé un sistema neutro, che sviluppa al meglio le potenzialità del lavoro e della tecnica, e trovi la sintesi del suo imparziale funzionamento nel “mercato”, in cui si armonizzano tutti i contrasti tra produttori e utilizzatori. Crisi dovuta “all’eccesso di speculazione e all’abuso del credito”

È la tesi che rovescia completamente il rapporto causa-effetto che fu espressa nel 1858 in relazione alla ricerca delle cause da parte della Commissione inglese incaricata di redigere un rapporto sulla grave crisi di quel periodo, ed è il principio teorico di ogni analisi borghese.

Come per la crisi immobiliare del 2007 negli USA, la caduta degli investimenti delle imprese dovuta principalmente ad un eccesso di capacità produttiva, cioè la sovrapproduzione, precede lo scoppio della bolla creditizia che prima la maschera, e poi, quando esplode, sembra, ma a torto, di esserne la causa.

E parimenti le ricette teoriche e pratiche messe in atto perché “questa volta” il disastro non si verifichi più sono le più disparate e fantasiose; salvo casi particolari che hanno consentito al più potente imperialismo di operare oltre i limiti del proprio debito statale.

Il ciclo del credito che si sviluppa oltre le necessità della produzione e viene impiegato in gran copia anche per la speculazione finanziaria è comunque un fenomeno già noto ai tempi di Marx, ben conosciuto fino dai tempi de “Il Capitale”: l’attività speculativa viene messa in atto per ottenere livelli di profitto non altrimenti raggiungibili. Marx già evidenziava che «tutte le nazioni a conduzione capitalistica vengono colte da una vertigine nella quale vogliono far denaro senza la mediazione del processo di produzione». Questo mondo iridescente, senza sostanza materiale, senza che la produzione di merci e il meccanismo di valorizzazione del capitale abbia luogo, nella sostanza non è qualcosa che presenti caratteristiche diverse rispetto alle grandi crisi finanziarie del  ‘900 e a quelle del nuovo millennio.

Un dato comune ad ogni crisi del credito, sia questo rivolto alla produzione, o alla pura speculazione finanziaria, è la cosiddetta (definizione di lord Keynes) trappola della liquidità: condizione per cui, anche con tassi di interesse molto bassi, non viene fatto ricorso al credito, il denaro non viene speso né investito a fini produttivi, ma tesaurizzato.

In tutte le crisi del credito si verifica questo comportamento da parte dei detentori di capitale monetario. Leggiamo da “Accumulazione di capitale monetario”, III libro de “Il Capitale”, cap. 26: «Per quanto attiene la tesaurizzazione delle banche durante la crisi del 1847 […] Poiché la Banca era costretta ad aumentare sempre di più il suo saggio di interesse, le apprensioni divennero generali; le banche di provincia accrebbero le riserve di denaro in loro possesso e parimenti le loro riserve di banconote […]. La conseguenza fu così una tesaurizzazione generale […]».

Ma la caduta di capitale fittizio, cioè Titoli di Stato, azioni, ed in generale ogni altro tipo di investimento speculativo-finanziario non comporta distruzione reale di capitale, ma semplicemente “un trasferimento della ricchezza da una mano ad un’altra”, il che significa che i crolli nel comparto della finanza non sono distruzioni di capitale, che possono far ripartire il ciclo di accumulazione del capitale, ed in sostanza, l’economia reale.

La soluzione messa ogni volta in atto per rimediare o almeno tener sotto controllo il processo della crisi è sempre quello di trasformare il debito privato (il “debito” è l’altra faccia del “credito”; dove c’è l’uno, c’è evidentemente anche l’altro) in debito pubblico, o, come si dice “sovrano”. Lo Stato impegna risorse di cui dispone, o che non ha, e che reperisce nei modi abituali, imposizioni fiscali più dure, emissione di titoli di debito, e così via, aumentando le condizioni per una crisi ulteriore.

Questo in generale, ma nel secondo dopoguerra una condizione tutt’affatto particolare dello schieramento imperialistico mondiale ha reso possibile ad uno Stato dilatare oltre misura il limite della possibilità della crisi finanziaria ed ha permesso di mettere in atto misure di contenimento che in altre condizioni avrebbero provocato una crisi non altrimenti controllabile, sul tipo di quella del 1929.

È evidente che in questa situazione, per gli Stati Uniti il predominio del dollaro come divisa generale di conto è essenziale, ed essenziale è mantenere in ogni modo le condizioni politiche (che significano anche militari) che questo privilegio da primo imperialismo mondiale consentono. Quanto ancora possano durare, non è dato, per ora, quantificare. Ma il processo di erosione non si arresta, e parimenti si irrigidisce l’atteggiamento bellico americano.

Il futuro è quindi necessariamente “guerra”, quando, insieme alle condizioni di crisi generale ed irreversibile del capitalismo, crollerà del pari il predominio finanziario USA.

Il nostro lavoro rivoluzionario esamina con regolarità la situazione produttiva e commerciale del capitalismo, secondo i vari Stati e le loro economie. Qui vogliamo dare un cenno all’altra componente della crisi, quella legata in modo particolare alla finanza; e se vogliamo trattare delle crisi capitalistiche di questo secondo dopoguerra, si deve partire dalla fine degli anni ’60. L’epicentro, come nel ’29, è sempre lo Stato del primo imperialismo mondiale, per una anche sommaria descrizione di queste turbolenze, il punto di partenza sono le vicende finanziarie degli USA.

È in quel periodo che si chiude la fase di crescita economica postbellica e l’economia americana torna a sviluppare la propensione al debito. L’impiego del “capitale produttivo di interesse” segna una crescita sempre più imponente, e in parallelo con la crescita della leva del credito, cresce l’instabilità finanziaria; nel periodo da 1945 al 1975 negli USA non si erano verificate mai crisi bancarie, che invece si riaffacciano nel decennio seguente. Con l’abbandono del Gold Standard nel 1971 il processo di finanziarizzazione procede senza freni, ed il dollaro diventa la moneta fiduciaria, inondando il mondo. Il suo ruolo si consolida nel 1973 con la crisi petrolifera, e divenuto moneta mondiale al posto dell’oro, assume anche il ruolo di moneta-rifugio in tutte le tempeste finanziarie che scuotono gli altri Stati. Parimenti viene liquidato il sistema di leggi e disposizioni che era stato costruito per evitare un nuovo ’29, togliendo i limiti posti all’attività speculativa bancaria.

E cominciarono i fallimenti delle casse di risparmio americane, con il solito sistema di “recupero”, l’intervento statale che gonfia il debito pubblico. Nel resto del mondo le crisi continuano ad esplodere. Negli anni ’90 lo scoppio della bolla finanziaria del Giappone che entra in una stagnazione di oltre un decennio; nel ’97 entrano in crisi i paesi del sud-est asiatico, detta la crisi delle “Tigri Asiatiche”, crisi borsistica provocata da una speculazione senza freni, e l’anno dopo anche la Russia è colpita con violenza. Grandi capitali che fuggono dalle borse asiatiche ed europee e si “rifugiano” a Wall Street, dando esca nel 2000 alla bolla delle “dot com”, la “new economy” con speculazioni vertiginose sulle tecnologie emergenti.

È un parossistico ciclo del credito che ha ridotto drasticamente, per necessità oggettiva di profitto, il sostrato della produzione, ciclo che non consente più, in generale, i profitti che un sistema in decomposizione abbisogna per continuare a vivere.

Il crack borsistico della “new economy” viene riassorbito in tempi brevi, dopo il solito gigantesco passaggio di denaro da “sciocchi” a “furbi”, e la recessione americana del 2001 ha termine dopo il solito sistema di grandi masse di liquidità messe a disposizione dalle finanze statali. Questa politica monetaria è stata resa possibile, in questa fase, da due condizioni particolari: bassi livelli di inflazione, e quindi tassi di interesse ai minimi valori del periodo, e ruolo di valuta di riserva internazionale del dollaro.

Il saldo commerciale degli Stati Uniti è in passivo dal 1976, e qualunque sistema economico in queste condizioni di espansione del credito avrebbe pagato con una profonda crisi del debito, evitata appunto dal ruolo che la divisa statunitense gioca nel mondo. Così gli Stati Uniti d’America si sono potuti permettere di emettere moneta (attualmente in forma smaterializzata, digitale, ma questo non cambia assolutamente la sostanza del processo) senza vincoli di bilancio.

Nei primi anni 2000 i bassi tassi di interesse, legati alla enorme disponibilità di denaro alimentano tanto il credito che la bolla immobiliare, comparto sul quale si sono stipulati mutui in quantità enormi.

Quando, a cominciare dal 2006, i prezzi degli immobili hanno iniziato fisiologicamente a calare, è scoppiata la crisi dovuta all’impossibilità di onorare i mutui contratti. Prima sulle finanziarie che avevano aperto quelle posizioni e poi le banche esposte che sono prima entrate “in sofferenza” poi sono crollate; il fallimento della Lehman Brothers ne è un esempio lampante.

Questa la crisi dei mutui “subprimes”, cioè mutui, ovvero concessione di fondi, senza titoli certi a garanzia; anno 2008. Ancora una volta il ricorso ad un sofisticato sistema di salvataggio sempre a carico dello Stato ha consentito di riassorbire la crisi, durata oltre un anno. Crisi che però si propagò negli anni seguenti in Europa, quando “i debiti sovrani crebbero, con l’ampliamento dei differenziali di rendimento dei titoli  (i famosi “spread) e l’assicurazione di rischio sui credit default swap, tra questi paesi e gli altri membri UE, per lo più la Germania”; in altre parole, quando gli Stati col debito più alto (rapportato al PIL) iniziarono a pagare cifre insostenibili per onorare i termini fiscali del meccanismo finanziario di “assicurazione” contro “il default”, in parole povere, il “fallimento”.

La storia di questa crisi secondaria finisce con la solita soluzione, l’accordo nel 2011 incrementando di oltre 1000 miliardi di euro il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (EFSF) istituito nel 2010 con una dotazione di 750 miliardi di euro. La divisa “Euro” rimase così stabile nei confronti delle monete dei principali partner commerciali della UE. 

Questa vicenda, dal 2008 al 2011 evidenzia bene come l’esplodere della crisi nel campo dell’economia produca a cascata crisi ancora più violente in quello della finanza, che si propagano poi anche fuori dai confini nazionali dell’area in cui per prima si è prodotta.

Accenniamo qui solo di sfuggita alla crisi produttiva e finanziaria indotta dalla pandemia di Covid formalmente riconosciuta a dicembre del 2019 e deflagrata nel 2020, con la sospensione di gran parte delle attività economiche, con effetti violenti sui mercati delle materie prime e con tutta una serie di effetti che, a due anni dalla dichiarazione di uscita dall’emergenza e quindi di ripresa delle attività capitalistiche, ancora nel 2025 non è stata del tutto superata, ed anzi ha condotto all’aumento delle disponibilità degli Stati con l’incremento dei fondi per controllare ed uscire dall’emergenza.

Anche il comparto edilizio in Cina, nelle stesse condizioni della crisi “subprimes”, ha portato al fallimento del colosso immobiliare cinese Evergrande che è stato il simbolo della crescita economica del paese, crollato a fronte di un indebitamento di oltre 300 miliardi di dollari in seguito alla crisi del settore immobiliare. Le analogie con i fallimenti di Freddie Mac e Fannie Mae, i due colossi finanziari erogatori dei famigerati mutui senza titoli di garanzia, sono evidenti.

Evergrande non ha potuto onorare la sua esposizione nel 2021, la sua liquidazione è stata decretata nel gennaio del 2024, ed è stata eliminata dai listini borsistici nell’agosto 2025. A catena, altri colossi dell’immobiliare, come Country Garden e Sunac sono stati travolti dal crack, lasciando milioni di acquirenti con mutui da pagare ed appartamenti non consegnati.

Dal 2021, dopo quattro anni gli effetti non sono stati ancora del tutto riassorbiti. E molte amministrazioni provinciali si trovano ancora in una sorta di trappola finanziaria, incapaci di pagare i debiti accumulati in anni di boom edilizio.

È un meccanismo classico delle crisi capitalistiche. “I governi non investono, le imprese non costruiscono, le famiglie non comprano”, come sentenziano i soloni dell’economia, credendo di aver scoperto chissà cosa.

Certo lo Stato cinese ha altre potenti risorse, ma ne traiamo la riconferma della crisi finanziaria a seguito di quella della produzione. Esattamente come previsto dalla nostra scienza economica.

Le contraddizioni nel campo della finanza e nel processo di produzione non si sono certo attenuate, anzi emergono con sempre maggior virulenza. Il debito degli Stati cresce in modo sempre più accelerato, e gli interventi nel campo della finanza continuano ad aumentarlo, senza che si inverta la tendenza.  Guerre e scontri testimoniano la gravità irreversibile della crisi ormai ventennale. 

Non siamo facili profeti di sventura, né abbiamo la presunzione di fornire “date precise” al crollo economico di questo mondo fondato sul profitto ad ogni costo. Ma non possiamo non vedere quanto si stia avvicinando il redde rationem, quanto le continue guerre e scontri, effetti “politici” in senso lato, in questa fase terminale distruggono tutte le certezze politiche ed economiche del mondo ed aprono di nuovo le condizioni per la ripresa del moto di classe.

Ciò che ancora manca è il partito della rivoluzione, il Partito Comunista; senza il quale ogni movimento della classe dei senza riserve, per quanto violento e coraggioso sia, non ha speranza di poter sconfiggere il mostro della guerra mondiale.