Partito Comunista Internazionale

La FAO festeggia i suoi 80 anni. Mai la Merce sfamerà l’uomo. Le risorse della natura come limite del Capitale

Categorie: Agrarian Question

Questo articolo è stato pubblicato in:

La produzione capitalistica sviluppa quindi la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio” (Marx, Il capitale, Libro I Cap. 13 Grande industria e agricoltura)

I dati forniti dal Rapporto SOFI, che monitora lo stato della sicurezza alimentare e nutrizionale nel mondo e pubblicato annualmente dalla FAO, affermano che nel 2024 circa ottocento milioni di persone (o poco meno), ossia circa un settimo dell’intera famiglia umana, soffrono la fame, con una stima di undici milioni di morti all’anno per fame, malnutrizione o cause correlate: praticamente le cifre di quella che può essere considerata la più sanguinosa delle guerre non guerreggiate dell’umanità.

Nei primi anni cinquanta il Partito dedicò una serie di articoli alla questione agraria, come riesposizione della teoria della rendita marxiana, incentrata sulla Sesta Sezione del Terzo Libro del Capitale a conferma che è “proprio sul terreno della questione agraria e dei suoi presupposti teorici“, il motivo centrale della critica marxista del modo di produzione capitalistico, ossia nella sua incapacità di sviluppare “la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale” senza “minare al tempo stesso le fonti primigenie di ogni ricchezza: la terra e il lavoratore” (cfr. Marx, Il capitale, Libro I Cap. 13 “Grande industria e agricoltura”)

Scrive Marx, nel terzo libro de Il Capitale: 

La grande industria e la grande agricoltura gestite industrialmente operano in comune. Se esse originariamente si dividono per il fatto che la prima dilapida e rovina prevalentemente la forza-lavoro, e quindi la forza naturale dell’uomo, e la seconda più direttamente la forza naturale della terra, più tardi invece esse si danno la mano, in quanto il sistema industriale nella campagna succhia l’energia anche degli operai, e l’industria e il commercio, dal canto loro, procurano all’agricoltura i mezzi per depauperare la terra“. 

E “d’altra parte la grande proprietà fondiaria riduce la popolazione agricola ad un minimo continuamente decrescente e le contrappone una popolazione industriale continuamente crescente e concentrata nelle grandi città; essa genera così le condizioni che provocano una incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale prescritto dalle leggi naturali della vita, in seguito alla quale la forza della terra viene sperperata e questo sperpero viene esportato mediante il commercio molto al di là dei confini del proprio paese“.

Pubblicati tra il 1953 e il 1954, su Il programma comunista ( e poi raccolti poi nel volume “Mai la merce sfamerà l’uomo – la questione agraria e la teoria della rendita fondiaria secondo Marx”) è in questi articoli  che ritroviamo, sulla base della solida scienza marxista, la più aspra critica al capitalismo come forma di produzione ben lontana dall’idea ricardiana di sviluppo lineare e di progresso continuo e che, invece, esaurisce le risorse del suolo e rende irrisolvibile il problema dell’alimentazione della popolazione terrena tutta intera. 

Più il capitalismo dissoda ed incivilisce, più costruisce la fame“, 

Il capitalismo non porta che fame” (Mai la merce sfamerà l’uomo)

A distanza di più di cinquanta anni da quando il Partito riespose i capisaldi teorici della questione agraria, essenza e limite dell’attuale modo di produzione, la stessa scienza borghese è oggi costretta a fare il bilancio di due secoli di “sviluppo” capitalistico sorretto dal consumo di combustibili fossili come risorsa energetica dominante, ammettendo suo malgrado, e a posteriori, la insostenibilità del sistema capitalistico.

La constatazione delle gravi contraddizioni in seno al modo di produzione capitalistico vengono però risolte dal regime borghese nell’ambito del capitalismo stesso attraverso l’attuazione di improbabili riforme, piani e progetti che inevitabilmente falliscono perché non arrivano a identificare la reale causa che, in un sistema che produce oltre l’inverosimile, affama milioni di persone.

La teoria della rendita di Marx, che considera sia la rendita differenziale che quella assoluta “vale a stabilire in modo irrevocabile la limitatezza storica della maniera capitalistica di sciogliere il rapporto tra produzione e consumo delle collettività umane: le necessità alimentari di queste non saranno mai risolte dal processo dell’accumulazione del capitale, per quanto possa procedere la tecnica, la composizione organica del capitale, la massa di prodotti ottenibili dallo stesso tempo di lavoro. Necessariamente al moderno antagonismo di classi sociali corrisponde la formazione di sopraprofitti, il nascere di rendite assolute, l’anarchia e lo sperpero nella produzione sociale. La equazione capitalismo uguale fame è irrevocabilmente stabilita. […] Per quanto la sfera della produzione degli alimenti sia fondamentale nella dinamica di ogni società, la teoria marxiana della rendita è parte centrale della descrizione del modo di produzione capitalista: diremo che ne è dal punto di vista rivoluzionario e antipossibilista la parte decisiva“. (da “Mai la merce sfamerà l’uomo”).

La teoria della rendita dimostra, quindi, senza dubbi di sorta che nel caotico e insensato modo di produzione capitalistico, basato su un indefinito numero di atti mercantili individuali, che comportano sperpero di una grande parte del prodotto sociale, è impossibile la soddisfazione dei bisogni secondo una utilità sociale. Il capitalismo è l’epoca della soddisfazione dei bisogni artificiali, e dell’insoddisfazione di quelli primari.

La fondazione e lo svolgimento della moderna produzione capitalistica industriale, col mobilitare nuove immense forze produttive, hanno anche apportato fra gli uomini innumeri tipi di nuovi bisogni e di nuovi consumi. Ma tutto ciò non toglie che base fondamentale della soddisfazione delle necessità vitali nella società sia il prodotto naturale della terra agricola.

La vicenda dei rapporti tra produzione agraria e produzione industriale offre una delle più evidenti dimostrazioni della insensatezza e della assurdità che stanno alla base del sistema capitalistico e dell’epoca borghese“. (Terra acqua e sangue, «Battaglia Comunista», n. 22, 1950)

La teoria della rendita, nello stabilire la formazione del prezzo di mercato del grano, cioè della «pianta fondamentale» e dunque delle sussistenze alimentari in generale, dimostra che, nonostante il «grandeggiare della produzione capitalista non si arriva ad alimentare la specie umana, per alto che divenga il livello delle forze produttive».

L’ingranaggio del sistema capitalistico, nel quale la grandezza del plusvalore dipende dalla composizione organica e tecnica del capitale, sospinge incessantemente ed inesorabilmente capitale e lavoro verso l’industria in cui, nonostante la generale discesa storica del saggio di profitto, determinata da un grado tecnologico sempre migliore, la massa sociale del profitto può crescere enormemente col crescere del capitale globale. I prezzi dei manufatti industriali si abbassano rendendo possibile l’accesso ai beni accessori che nell’epoca dell’artigiano erano proibitivi alla maggioranza degli esseri umani.

Questo processo è, invece, bloccato nell’agricoltura non solo dal monopolio privato della terra ma anche e principalmente dalla livellazione mercantile che determina i prezzi in base ai costi del terreno più sterile e  dalla relazione sfavorevole popolazione-terra ossia dal fatto che la terra è una risorsa finita e non riproducibile. Il prezzo di mercato regolatore dei prodotti agrari, viene “inchiodato” sul prezzo di produzione nelle condizioni più svantaggiose (cioè dipende dal prezzo di produzione sul peggior terreno) più ancora un altro margine di aumento che costituisce la rendita assoluta. Sfamarsi o accedere a generi alimentari di qualità per i più diviene un lusso.

La teoria della rendita deve applicarsi, però, non alla sola agricoltura, ma a tutte le forze naturali. 

La stessa regola che vale per il terreno meno fertile vale infatti anche per “il minerale più spregevole e quindi la meno fertile miniera, regola il mercato generale“, e cioè “regolano bene il prezzo internazionale“, che “ci farà pagare profumatamente” “il rentier della coltivazione” di combustibili e minerali più pregiati, “nido caldo del sopraprofitto capitalista sulle materie prime della morte civile e militare” (da “Nel dramma della terra parti di fianco”, da Il programma Comunista, 14-28 maggio 1954)

Come su accennato i rigorosi teoremi marxisti sulla rendita riescono, dunque, a rendere conto anche dei recenti (dal partito anzitempo annunciati) fenomeni, tipici del capitalismo nella sua fase del monopolio e dell’imperialismo, perché furono sin dalla loro enunciazione applicati non alla sola agricoltura, ma a tutte le forze naturali: valgono, quindi, anche per la economia della macchina a carbone o benzina; di quella idroelettrica e della motrice nucleare, tutte basi di sovraprofitti e monopoli e di parassitismi redditieri, che esacerbano lo squilibrio e la disarmonia intrinseche alla forma sociale capitalistica.

Già in “Vulcano della produzione o palude del mercato?” pubblicato su Il Programma Comunista, al n. 13, 9-23 luglio 1954 e n. 19, 15-29 ott.1954, scrivevamo: 

è bene precisare che il sopraprofitto in agricoltura non è il solo tipo di sopraprofitto che appare nella società capitalistica tipica, e si trasforma in rendita goduta dalla classe dei proprietari fondiari, una delle tre classi base nel nostro modello. 

Sopraprofitto e rendite analoghe si hanno per coloro che dispongono, con lo stesso titolo di proprietà della terra agraria, di cadute naturali d’acqua, di miniere, di giacimenti di ogni genere, e di suoli edificatori nonché di fabbricati e manufatti diversi necessari agli imprenditori industriali.

In tutti questi casi l’organizzazione della società borghese, fondata sulla sicurezza del patrimonio privato, forma e garantisce una serie di monopoli, che sono insiti alla sua natura. Non è quindi la concorrenza libera il carattere di base dell’economia borghese ma il sistema dei monopoli, che permette di vendere tutta una gamma di prodotti, tra cui quelli preminenti della terra agraria e dell’industria estrattiva, a prezzi superiori al valore ossia alla somma di sforzo sociale che essi costano“.

La questione agraria nei reali termini marxisti non significa dunque solo terra, contadini e proprietari, ma significa teoria della rendita, ovvero ripartizione del plusvalore, nelle forme del moderno capitalismo monopolistico e parassitario. Vengono dunque individuati, anticipando con la forza della teoria gli ineluttabili scenari storici odierni, i beni oltre a quelli agrari non riproducibili capitalisticamente, come lo sono risorse naturali quale ad esempio il petrolio.

Dunque nel sistema di produzione capitalistico come il prezzo dei prodotti agrari è determinato oltre che dal valore della rendita assoluta anche dalla legge del “terreno peggiore” (cioè i benefici dati dal progresso tecnologico e dall’aumento di produttività, sono bloccati in questo settore dalla barriera della rendita, che impedisce ogni compensazione tra i prezzi industriali ed agrari) anche per le risorse energetiche, che sono di differente qualità e potenza energetica e che sono ripartite in aree geologiche diversamente accessibili e hanno dunque costi di estrazione e commercializzazione estremamente differenziati,  si determina una enorme rendita differenziale.

Con il suo sviluppo nel Capitalismo aumenta, quindi, sempre più il dominio della rendita e di pari passo il tributo che la classe proletaria versa sotto forma di sovrapprofitti alla classe proprietaria.

Il Partito, anticipava di decenni il problema “ecologico, ossia il dissidio tra Capitale e natura a cui tanto ipocritamente tiene l’odierno borghese, prevedendo l’impossibilità di un mantenimento, in regime capitalistico, dell’equilibrio tra la specie umana e il resto del mondo:

Si tratta di vedere se il ciclo degli scambi tra l’ambiente naturale con le sue riserve di materia-energia e la specie vivente tende a raggiungere un’armonia di equilibrio dinamico (teoricamente indefinita), o tende a cadere in un progressivo sbilancio e quindi a divenire insostenibile, in tempo storico, determinando regressione e fine della specie” (da Mai la merce sfamerà l’uomo).

La fase del capitalismo studiata dal Partito più di cinquant’anni fa (mentre anche il Partitaccio perseguiva politiche produttivistiche e di occupazione a costo di deterioramento dell’ambiente e della salute umana e animale), era già la fase dei disastri ecologici e ambientali, dello sfruttamento, del depauperamento erosivo e del saccheggio delle risorse naturali. 

Il Capitale “freddo mostro del lavoro materializzato“, ha covato in seno la sua maledizione che lega indissolubilmente la scienza e il progresso tecnologico all’aggiogamento dell’uomo anzichè alla sua reale liberazione e allo sfruttamento indiscriminato della natura e degli animali anziché ad una loro pacifica cooperazione con la specie umana. Nel Capitalismo “il trattamento consapevole e razionale della terra come eterna proprietà comune, come condizione inalienabile di esistenza e di riproduzione della catena delle generazioni umane che si avvicendano, viene rimpiazzato dallo sfruttamento, dallo sperpero delle energie della terra” (Libro terzo de Il Capitale).

Scrivevamo in “Definizione da Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica monolitica costruzione teorica del marxismo” pubblicato su Il Programma Comunista n.19 del 1957:

Negando ai controrivoluzionari contemporanei di Ricardo, che amoreggiavano col Medioevo feudale, e a quelli contemporanei nostri, che amoreggiano colla vetusta ormai società del Capitale, ogni diritto a dare vita al lavoro oggettivato, all’Automa meccanico, noi lo disonoriamo per il motivo che lo disonorava Ricardo; ma la grandezza dialettica della nostra costruzione è che una volta chiuso, in un nuovo cataclisma rivoluzionario, il ciclo che Ricardo vedeva eterno, il freddo mostro del lavoro materializzato muta il suo volto, il suo compito ed il suo destino; riprende (se così osiamo dire in presenza di una stupenda formulazione di cui Marx credette dopo spegnere alcune luci abbaglianti) un’anima nuova ed umana, risuscita dal pianto e dal lutto delle generazioni schiacciate dai sistemi di classe, rompe la maledizione che legava Scienza e oppressione sociale, e lascia stringere il legame tra il sapere della specie, conquistato in una inenarrabile serie di lotte, e il benessere sicuro dell’uomo sociale, dell’uomo-specie, libero dalle miserie, dalle infamie individualiste, privatiste, soggettiviste. Forse anche al romanticismo doveva Carlo Marx pagare per noi un tributo se del lavoro vivo fece un morto oggetto, e lo riscattò poi con linguaggio da profeta a dono di felicità e di vita. Ma non fu quella una civetteria hegeliana come egli scrisse più tardi senza pentirsene, bensì potente scienza sperimentale, se oggi con le sue pagine rispondiamo alle mancanze e ai vaneggiamenti di una forma sociale che è giunta alla putrefazione. Ed esse vibrano di verità, e benché secolari, mandano una luce attuale ignota alle elucubrazioni di questo tempo.

Resti a noi e a chi legge inteso che capitale fisso, macchina, sistema automatizzato di macchinario, impianto produttivo, strumento di produzione in forma capitalistica, lavoro oggettivizzato o morto sono, nel corso della trattazione, termini equivalenti“.

Non esistono interventi taumaturgici per tamponare la fame, sotto il giogo del Capitale; mai la merce sfamerà l’uomo. Solo l’economia comunista, liberatasi dai vincoli mercantili, pianificata come progetto di liberazione dell’uomo assicurerà il compimento dei suoi bisogni e di coesistenza fruttuosa con la natura e tutte le sue risorse.

E’ la prospettiva del Partito, visibile agli «esploratori del domani», l’unica possibile per la realizzazione della reale salvezza: il Comunismo inteso come piano sociale unitario misurato da quantità fisiche non dei singoli individui, non di una classe, e neanche di un’intera società, ma della specie, “definita da una vita senza morte, che coltiva, gestisce e trasmette a se stessa la natura organizzata, l’attrezzata scorza del pianeta, senza soluzioni di tempo“.”Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo“. “Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive“. (Marx, Il Capitale, Libro III)