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Lotte in Romania nel Giugno-Luglio. La prospettiva è la rinascita del sindacato di classe

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Il contesto politico ed economico

Nel contesto del pacchetto di austerità presentato dal nuovo governo Bolojan (la fazione del capitale vittoriosa dopo le elezioni di quest’anno), le principali organizzazioni sindacali rispondono con il proprio “pacchetto” di riforme. Gli obiettivi principali hanno riguardato la riduzione del deficit di bilancio pari al 9,3% del PIL, uno dei più alti dell’UE. Il principale bersaglio dei colpi dell’austerità sono i lavoratori del settore pubblico, ai quali saranno significativamente ridotti i bonus salariali, saranno congelati gli stipendi per 2 anni e, in alcuni casi, subiranno un aumento dell’orario di lavoro. È naturale che un tale progetto sia accompagnato dai discorsi della classe capitalista, in cui ci viene presentata la situazione come se la nazione fosse in pericolo e tutti i cittadini dovessero fare uno sforzo collettivo per salvarla dalla rovina. Innanzitutto, va notato che questo debito è stato coperto negli anni in gran parte dai prestiti concessi dai capitalisti a interessi considerevoli: anche il buco di bilancio può essere un affare redditizio!

Se nel 2021 lo Stato rumeno si trovava in una posizione di bilancio relativamente favorevole rispetto alla situazione di oggi, con un debito pubblico di 142,5 miliardi di euro e una crescita economica annuale del 5,7%, condizioni che gli permettevano d’ottenere prestiti con tassi d’interesse del 2-3% (per una spesa totale di 3,4 miliardi di euro, che rappresentava l’1,5% del PIL e il 3,9% della spesa statale); la situazione del 2025 differisce significativamente. Solo nei primi 4 mesi del 2025, la Romania ha speso più di 4 miliardi di euro per debiti, 600 milioni in più rispetto a tutto il 2021! Percentualmente parlando, queste spese hanno rappresentato circa l’8% della spesa totale dello Stato in questo periodo (1,1% del PIL). Il tasso di crescita economica della Romania nel 2025 è anche significativamente più basso rispetto a tre anni fa, stimato tra l’1,6% e l’1,8% dalla Commissione Europea.

Il passaggio a una situazione di bilancio precaria è dovuto in gran parte alla crisi economica mondiale, a cui la Romania non può sottrarsi. Il caso rumeno ha però condizioni specifiche che meritano attenzione. La posizione della Romania come Stato collocato sul fronte orientale della NATO e dell’UE e la dipendenza del capitale rumeno da quello europeo fanno sì che qualsiasi instabilità politica o tentativo di avvicinamento al capitale orientale (rappresentato da Russia e Cina) peggiori la crisi già esistente. Per questo motivo, sia durante il circo elettorale dell’anno scorso, sia di quest’anno, quando le elezioni sono state ripetute, la borsa rumena ha subito fluttuazioni in base alla fazione che sembrava destinata a vincere (ribassi, se i “sovranisti” sembravano vincere, rialzi se una vittoria dei pro-europei sembrava probabile, cosa che alla fine è avvenuta). Già dopo il primo turno delle elezioni presidenziali, lo Stato non riusciva a trovare creditori sul mercato, anche se era disposto a pagare interessi superiori al 7,5%. I tassi a lungo termine raggiungevano il 7,8%. Tuttavia, le ragioni della crisi non sono tanto determinate dalla cosiddetta “crisi politica” dell’ultimo anno, come sostengono alcuni attivisti pro-europei o sovranisti. La tendenza verso un più alto debito pubblico era iniziata in Romania ancor prima della “crisi politica”.

La Romania è entrata nella procedura per deficit eccessivo dell’UE già dal 2020, ma non è riuscita a raggiungere gli obiettivi concordati con Bruxelles se non nel 2021. Nel 2024 il deficit della Romania era il più alto dell’UE, pari al 9,3% (l’obiettivo era 2,9%). Il tasso medio di interesse annuo in quegli anni è stato superiore al 6%. La previsione UE del deficit rumeno per quest’anno è dell’8,6% (l’obiettivo è del 7%). Nel marzo 2025, il debito pubblico supera il 55% del PIL, la Romania paga gli interessi più alti dell’UE (7,8%, leggermente diminuiti dopo la vittoria presidenziale della fazione “pro-UE”) e ha anche il più alto livello di inflazione dell’Unione. La stampa borghese dà la colpa alla cosiddetta “classe politica”, che avrebbe interesse a spendere i fondi pubblici in aiuti sociali per mantenere fedele il proprio elettorato. Allo stesso modo gli economisti sostengono che la “ricetta” del successo sia la riduzione della spesa statale. Una  motivazione simile (incolpare la classe politica) la troviamo anche tra i leader sindacali. La differenza è che questi ultimi non predicano l’austerità, ma vi si oppongono in modo superficiale e demagogico. Tutte queste fazioni hanno una cosa in comune: difendono il sistema che schiavizza i lavoratori, il capitalismo. La differenza sta nella tattica, non nei contenuti.

Ma chi è, dunque, responsabile di questo deficit? Se diamo credito ai media, il buco si sarebbe formato a causa del numero troppo elevato di funzionari pubblici, così come dalla corruzione dei politici. Alcuni giornalisti borghesi più onesti menzionano l’evasione fiscale, stimata al 10% del PIL. Ma a chi serve il mancato pagamento delle tasse? Chi corrompe i politici? Sicuramente non i lavoratori del settore pubblico! Si tratta di membri della classe capitalista, che vogliono spartire meno plusvalore con lo Stato, arrivando ad assumere lavoratori senza contratto, a creare società fantasma e ad evitare qualsiasi controllo da parte dello Stato. Ad esempio, l’ANAF (Agenzia Nazionale di Amministrazione Fiscale) ha scoperto che decine di migliaia di aziende rumene sono registrate allo stesso indirizzo!

Poiché una eventuale opera “moralizzatrice” dello Stato potrà colpire anche qualche borghese ci viene continuamente ripetuto che “siamo tutti sulla stessa barca”. Tutti gli economisti borghesi con un briciolo di sincerità riconoscono che l’aumento dell’IVA su tutti i beni, così come l’imposta sul fatturato delle banche, si tradurranno nello spostamento delle spese aggiuntive sulle spalle dei lavoratori tramite l’aumento dei prezzi. L’aumento del prezzo delle abitazioni (che già ha raggiunto un livello inaccessibile) insieme all’aumento dell’IVA (dal 9 al 21% per le abitazioni sotto i 130.000 euro e dal 19 al 21% per le altre) e l’aumento dei tassi sui prestiti, peggioreranno ulteriormente il problema abitativo. La liberalizzazione del mercato energetico, eliminando i sussidi statali per il consumo di elettricità, porterà addirittura al raddoppio delle bollette energetiche per alcuni consumatori!

Tutte queste misure di austerità si applicano in un contesto già precario per molti rumeni, così che, – secondo il sindacato BNS – nel 2024:

«- un rumeno su 5 era colpito dalla povertà,

– un rumeno su 6 non aveva accesso ai beni ed ai servizi essenziali,

– 382 euro al mese è la soglia di povertà, 3 milioni e mezzo di persone si trovavano al di sotto di questa soglia,

– il 14,5% delle famiglie aveva accumulato ritardi nel pagamento delle bollette, contro il 6,9 della media UE,

– il prezzo dell’energia era il quinto più alto dell’Unione Europea, a parità di potere d’acquisto».

Le reazioni alle riforme di austerità sono arrivate da parte dei sindacati più influenti, come Cartel ALFA, CNSLR-Frăția, SANITAS, e quelli dell’istruzione (ALMA MATER e SPIRU HARET). 

Nonostante la presunta unanime opposizione all’austerità, le misure adottate dai sindacati rumeni per contrastare il pacchetto fiscale imposto dal governo non sembrano andare oltre il carattere di piccoli scioperi che durano solamente alcune ore. Tali proteste, tuttavia, hanno portato migliaia di lavoratori in strada, ed hanno coinvolto lavoratori appartenenti a settori come l’igiene ambientale, l’istruzione, il settore finanziario, la sanità, e minacce di ulteriori proteste arrivano anche da parte della Società dei Trasporti di Bucarest. La maggior parte delle proteste aveva un’unica rivendicazione: mantenere i bonus, come quelli concessi ai lavoratori che operano in condizioni usuranti. Si sono sentite voci che chiedevano “di tassare il capitale e le grandi proprietà, non i lavoratori”.

Una protesta che merita attenzione speciale è quella dei lavoratori dell’Istruzione, che, pur rappresentando fino ad oggi un settore pubblico sottofinanziato, è stato uno dei più colpiti dal nuovo pacchetto di misure.

Le proteste dei lavoratori dell’istruzione

La Federazione dei Sindacati Liberi dell’Istruzione, la Federazione dei Sindacati dell’Istruzione “SPIRU HARET” e la Federazione Nazionale Sindacale “ALMA MATER” hanno dichiarato la loro opposizione alle misure economiche dello Stato, ma con quale strumento? Proteste destinate a sollecitare un dialogo sociale, non veri scioperi. Così, il 18 giugno 2025, nelle scuole preuniversitarie, negli istituti di istruzione superiore, nelle biblioteche centrali universitarie e negli istituti di ricerca, i membri del sindacato hanno protestato durante le attività svolte sul luogo di lavoro, indossando un segno distintivo (fascia, badge ecc.). I sindacati dell’istruzione si dichiarano contrari all’aumento non retribuito di due ore a settimana del lavoro di docenza (che attualmente è di 20 ore per gli insegnanti e di 16 per gli educatori), all’eliminazione delle indennità per i docenti con dottorato (aumento del 50% del salario minimo nazionale) e alla riduzione del personale negli istituti nazionali di ricerca e sviluppo, misure che fanno parte dell’intero pacchetto di austerità del nuovo governo.

La protesta del 18 giugno si è trasformata in uno “sciopero bianco”, senza interruzione dell’attività dei lavoratori. Tale forma è spesso applaudita dai giornali borghesi perché non interrompe il normale funzionamento delle imprese. Ma proprio per questo motivo, uno sciopero del genere non avrà alcun effetto. Finché la riproduzione del capitale non è intaccata, la classe capitalista non si sentirà minacciata in alcun modo.

Questi sono gli stessi sindacati che due anni fa hanno bloccato lo sciopero generale dell’istruzione, senza che nessuna delle rivendicazioni dei docenti venisse effettivamente ottenuta. La strategia usata da questi sindacati e non solo è quella di demoralizzare il proletariato mandandolo a scioperi, proteste e manifestazioni preordinati in modo da garantirne il fallimento, cercando così di far passare l’idea che non sia abbastanza forte e che le sue rivendicazioni non debbano superare lo stadio delle negoziazioni con i datori di lavoro.

Un fatto significativo legato a questo evento è che, dopo l’annullamento dello sciopero, si sono sentite voci tra i lavoratori che chiedevano la creazione di nuovi sindacati “liberi”, cosa che mostra che una parte della classe lavoratrice rumena comprende il ruolo che i sindacati attuali hanno nel mantenere il proletariato nella schiavitù salariale. Tuttavia, al momento della stesura di questo testo, non sappiamo se siano state intraprese misure in tal senso per rilanciare le organizzazioni di lotta economica della classe lavoratrice da parte di gruppi indipendenti di proletari.

Le proteste dei docenti continuano, coinvolgendo migliaia di lavoratori che minacciano un nuovo sciopero generale all’inizio dell’anno scolastico autunnale.

Cartel ALFA, BNS. E la “equità fiscale”

Il 12 giugno 2025 la Confederazione Nazionale Sindacale Cartel ALFA ha organizzato una protesta al Palazzo Cotroceni, sede della Presidenza della Repubblica, per richiamare l’attenzione sul fatto che lo Stato rumeno intende mettere pressione finanziaria sulla classe lavoratrice per cercare di salvarsi dalla crisi economica in cui il paese scivola lentamente. Naturalmente, la crisi economica stessa non può essere prevenuta dall’intervento statale a causa della natura del sistema capitalistico, ma lo Stato ha chiaramente interesse a uscire dalla crisi con un bilancio finanziario quanto più gestibile possibile.

Alcune delle rivendicazioni della Confederazione – tratte dal comunicato apparso sul proprio sito internet – sono le seguenti (grassetto non nostro):

«- Una riforma fiscale equa, in cui il carico sia distribuito correttamente tra capitale e lavoro;

– L’immediata sospensione delle misure di austerità;

– Un dialogo sociale reale e inclusivo, con la partecipazione di tutti gli attori – sindacati, imprenditori e società civile;

– Una Presidenza attiva, che medi i conflitti sociali e garantisca la giustizia sociale».

La risposta della confederazione sindacale Cartel ALFA all’inevitabilità della crisi (presentata non come logica conseguenza del ciclo infernale di sovrapproduzione capitalista, ma come cattiva gestione di un apparato amministrativo arretrato) allo scopo di «migliorare e modernizzare il dialogo sociale a tutti i livelli» è, in fondo, un richiamo a migliorare il metodo di gestione delle risorse statali. In altre parole, i leader del sindacato non parlano per il proletariato, ma per la borghesia; Cartel ALFA rappresenta un altro braccio della società capitalista, ma tanto più insidioso, considerando il ruolo che i leader di questo sindacato devono giocare al momento, cioè quello di rappresentanti dei lavoratori.

Abbiamo quindi a che fare con le stesse illusioni democratiche in cui cade vittima il proletariato in assenza di una direzione rivoluzionaria comunista. Non si tratterebbe di classi con interessi completamente opposti, ma di più gruppi che dovrebbero sedere allo stesso tavolo di discussione, con l’arbitro che sarebbe il Presidente eletto “in modo democratico”.

Inoltre, la confederazione ci informa che «la risposta delle autorità consiste in misure di austerità, nonostante le prove chiare che il problema del deficit è essenzialmente determinato dall’incapacità di riscossione e da un sistema fiscale retrogrado che non assicura entrate sufficienti per sostenere adeguatamente l’infrastruttura pubblica e le spese necessarie al funzionamento dell’apparato statale».

Si afferma anche che i servizi pubblici sono sottofinanziati e che l’apparato statale, lontano dall’essere troppo gonfio, è sottodimensionato rispetto alla media dell’Unione Europea. Problemi di sottofinanziamento nei settori come istruzione, sanità e ferrovie sono indiscutibili. Ad esempio, i finanziamenti di bilancio per le ferrovie, pur essendo minimi fino ad ora (infrastruttura e convogli vecchi di decenni), sono stati inferiori nel 2025 rispetto all’anno precedente, mettendo la società a rischio di fallimento. In risposta, la società ferroviaria statale CFR ha introdotto la settimana lavorativa di 4 giorni, con una riduzione salariale di 262 euro per 1.431 dipendenti delle sezioni con traffico ridotto.

Il sistema fiscale è inoltre in uno stato deplorevole, così che ci vorrebbero almeno due anni per implementare una tassazione progressiva, contro la quale ora si scagliano le federazioni imprenditoriali. Vari studi, finanziati dai capitalisti, mostrano che la flat tax è stata molto benefica per la Romania! Questi studi dimenticano però di menzionare che la Romania è tra i quattro paesi UE senza un sistema di imposizione progressiva. La flat tax, insieme a una legislazione che impedisce l’organizzazione dei lavoratori e lo scatenamento di scioperi, ha aiutato a trasformare la Romania in un terreno fertile per investimenti di capitale. Un grande aiuto ai capitalisti è stato anche il basso costo del lavoro di cui possono godere in Romania, dato che, nel 2025, i salari dei lavoratori rumeni (comprensivi dei contributi sociali) erano il 37% della media UE.

L’appello di un’altra confederazione sindacale, il Blocco Nazionale Sindacale, propone un confronto più dettagliato tra le tasse dei paesi europei e porta anche un pacchetto di proposte più concrete, ma che non superano i limiti dell’orizzonte borghese. Questa, nello spirito dei “valori civili europei”, giustifica la sua opposizione alle misure di austerità (non siamo ancora in una crisi abbastanza grave da indurre i leader sindacali a sostenere l’austerità, al contrario fingono di mostrare un sostegno al proletariato non organizzato politicamente attraverso richieste economiche) con slogan legati ad una riforma dello Stato, con l’obiettivo del “progresso”, della “modernizzazione” e dell'”efficienza”. Così, oltre alla richiesta di mantenere l’IVA al livello attuale, il BNS propone controlli più rigorosi contro il lavoro nero (700.000 rumeni lavorano oggi senza contratti regolari e senza alcuna assicurazione sociale), la riduzione delle indennità elevate dei membri dei consigli di amministrazione, la tassazione delle multinazionali sui profitti (così come il divieto di esternalizzazione dei profitti alle società madri).

Naturalmente, una maggiore tassazione del capitale e l’efficientamento dell’apparato statale non saranno mai la nostra rivendicazione! I “compromessi da entrambe le parti” spesso significano compromessi solo per i lavoratori. Non sogniamo un’armonia fittizia tra capitale e lavoro, ma l’abolizione delle relazioni di produzione capitaliste. Tuttavia, ciò non significa che rivendicazioni volte a migliorare le condizioni di vita e di lavoro del proletariato e le lotte economiche per attuarle non siano importanti. Al contrario, riconosciamo la loro necessità per unire il proletariato nella difesa del salario e dei propri diritti. Sicuramente il ruolo storico dei sindacati non è esaurito, né lo sarà a seguito di una rivoluzione socialista.

In era imperialista, le lotte economiche si trasformano – molto più rapidamente che in passato – in lotte politiche, poiché il loro sviluppo e generalizzazione entra in conflitto diretto con le fondamenta del regime capitalista. Di conseguenza, qualsiasi organizzazione sindacale si confronta subito con la questione del suo atteggiamento verso lo Stato capitalista. Deve o accettare di limitare la lotta proletaria entro i limiti della legalità – restringendola e soffocandola così per conservare l’ordine esistente – oppure superare i limiti della legalità borghese ed entrare nel campo rivoluzionario. Ciò implica l’estensione, l’intensificazione e la generalizzazione della lotta dei lavoratori per difendere le loro condizioni di vita.

Affermammo, nella nostra Piattaforma del 1945, che la funzione sindacale è completa solo quando il partito politico di classe guida le organizzazioni sindacali.

Il proletariato rumeno si trova in una situazione critica. In assenza di un proprio organo, il Partito politico di classe, è costretto a inginocchiarsi e a capitolare di fronte alla continuazione del suo sfruttamento in modi ancora più crudeli. Ma questa spirale di deterioramento delle proprie condizioni continuerà finché il proletariato non sarà costretto dalla fame e da altre privazioni a reimpossessarsi delle classiste organizzazioni di lotta economica, nel futuro guidate dal Partito Comunista.

Perché? In era imperialista, ed a causa della debolezza del movimento comunista, lo Stato riesce a contenere i settori più combattivi del movimento operaio ed a sussumere la forma sindacale, così da rivolgerla contro il proletariato. Se l’atteggiamento, nell’infanzia del capitalismo, era combattere qualsiasi tentativo di organizzazione proletaria, questo è cambiato, dopo le vittorie ottenute dai lavoratori sul piano economico, in una tolleranza verso i sindacati e infine nella loro integrazione organica nelle strutture statali. Così, il sindacato viene trasformato da arma del proletariato in suo guinzaglio, uno dei molteplici legami che lo legano allo Stato borghese.

Cosa fare? Il partito di classe, il Partito Comunista Internazionale, come cervello sociale della propria classe, ha il dovere di facilitare il processo di rinascita dei sindacati di classe.

In Romania, dopo il crollo del regime di Ceaușescu, lo Stato ha sostituito i sindacati statali con sindacati formalmente indipendenti. Per questo motivo, la possibilità che una frazione di lavoratori militanti cresca numericamente all’interno di un sindacato per poi assumere il controllo dell’organizzazione (con la forza) è bassa, ma non nulla. Comunque, che il sindacato di classe rinasca o dalla riconquista di quelli esistenti, oppure ex novo, il Partito organizzerà al suo interno frazioni comuniste in prospettiva di assumerne la direzione.

In effetti, la massa dei lavoratori rumeni vede ancora nelle federazioni sindacali attuali armi per difendere le proprie condizioni di lavoro; il ruolo dei comunisti è di essere presenti nei sindacati attuali, opponendosi con forza a qualsiasi decisione della burocrazia sindacale contraria agli interessi della classe lavoratrice.