Il ricordo delle grandi lotte del passato indica al proletariato cinese la strada per il prossimo assalto rivoluzionario
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Gli scioperi di oggi
Nel 2023, dai dati che circolavano sugli scioperi in Cina, era possibile individuare una tendenza alla crescita delle lotte operaie, con quell’anno che si chiudeva con almeno 1794 “incidenti”, scioperi o proteste dei lavoratori, in aumento rispetto sia al periodo pandemico che a quello pre-pandemico, con le 1389 lotte del 2019.
Nel 2024, invece, veniva registrato un lieve calo rispetto all’anno precedente, con 1509 scioperi registrati, che risultava comunque superiore ai livelli pre-pandemici.
Il 2025 sembra confermare il livello del 2024, con almeno 540 tra scioperi e proteste registrati nei primi quattro mesi dell’anno, determinati principalmente da ritardi nei salari, chiusure di fabbriche e licenziamenti, che si inseriscono in un contesto di peggioramento della situazione economica caratterizzata dalla guerra commerciale con gli Stati Uniti.
Questi dati, piuttosto scarni, che potrebbero essere incompleti nel numero, non forniscono informazioni sul numero degli scioperanti, la durata delle lotte ecc. Pertanto non risulta possibile individuare nell’attuale movimento degli scioperi in Cina che poche indicazioni, che non vanno oltre la ovvia conferma dell’inevitabile lotta del proletariato e una sua crescita negli ultimi anni.
In tale contesto particolarmente significativi sono stati gli scioperi alla BYD, colosso automobilistico tra i produttori di veicoli elettrici più grandi del mondo, che hanno coinvolto migliaia di lavoratori. Le proteste sono scaturite da forti riduzioni salariali e dal mancato rispetto degli accordi stipulati nel 2023, al momento dell’acquisizione da parte di BYD delle attività della multinazionale Jabil. Migliaia di lavoratori nelle fabbriche di Wuxi, una città vicino a Shanghai, e Chengdu hanno scioperato tra fine marzo e inizio aprile 2025.
Questi scioperi alla BYD, per l’importanza del gruppo, il numero dei lavoratori coinvolti e il fatto che lo sciopero si sia sviluppato in due diversi stabilimenti, possono costituire un esempio per le altre centinaia di migliaia di operai cinesi colpiti dalla crisi del capitalismo.
In particolare, la guerra commerciale con gli Stati Uniti sta facendo diffondere in tutta la Cina proteste per chiedere i salari arretrati o contro i licenziamenti in quelle fabbriche che vengono chiuse a causa dei dazi. Secondo le stime degli analisti della Goldman Sachs fino a 16 milioni di lavoratori sono a rischio di licenziamento a causa del crollo delle esportazioni in seguito all’aumento dei dazi commerciali da parte americana.
Ogni aggravamento della situazione economica del paese sarà inevitabilmente scaricato dalla borghesia cinese sulle spalle della propria classe operaia, spingendo sul terreno della lotta di classe centinaia di migliaia di lavoratori per difendere le condizioni di lavoro e di vita. Una ripresa dello scontro di classe su vasta scala porrà al proletariato cinese la necessità di dotarsi di quegli strumenti classisti come già avvenuto nella storia di quel comparto della classe operaia mondiale.
Volgere lo sguardo alle grandi lotte del 1925-27
Esattamente un secolo fa, un impetuoso movimento rivoluzionario iniziò a scuotere la vecchia Cina. Il 30 maggio del 1925, a Shanghai, si ebbe l’uccisione da parte di soldati schierati a difesa della concessione internazionale di alcuni operai e studenti durante una manifestazione. Fu l’episodio che innescò un movimento di scioperi che da Shanghai coinvolse i principali centri cinesi. A Canton, il 23 giugno, le truppe inglesi spararono su un corteo di operai e studenti facendo decine di morti. La reazione proletaria fu immediata, con uno sciopero generale a Canton e Hong Kong. Almeno 100 mila operai abbandonano in massa la colonia inglese di Hong Kong, trasferendosi a Canton, dove circa 250 mila operai erano in sciopero e avevano praticamente il controllo della città. Siamo nel giugno del 1925, ma sarà nel 1927 che, con le insurrezioni proletarie di Shanghai e Canton, il movimento raggiungerà il suo apice.
Tali episodi delle lotte di classe in Cina sono stati più volte ricordati negli scritti di Partito, non certo per celebrare vuoti anniversari, ma perchè costituiscono un’esperienza fondamentale per il proletariato rivoluzionario, non solo cinese, che volgendo lo sguardo a quel periodo di dirompente ascesa di lotta e organizzazione può trovare esempi da seguire ancora oggi.
Volgere lo sguardo a quel periodo di ascesa rivoluzionaria significa però individuare le profonde differenze con i mutamenti economici e sociali di oggi, e quindi i diversi compiti che si ponevano ieri e oggi.
In quella Cina arretrata, con una classe operaia poco numerosa rispetto allo sconfinato mondo contadino, dove all’ordine del giorno vi era una rivoluzione nazionale anticoloniale, la Terza Internazionale aveva stabilito chiaramente nelle sue Tesi sulla questione nazionale e coloniale che il vero movimento rivoluzionario era rappresentato “dai contadini poveri e arretrati e dagli operai che lottano per la propria liberazione da ogni specie di sfruttamento”, non quello nazionalista democratico borghese, incapace di realizzare i suoi stessi obiettivi politici e nazionali borghesi. Pertanto, anche nei paesi arretrati come le colonie, era il proletariato che doveva porsi alla testa del movimento rivoluzionario, costituito principalmente dalle vaste masse contadine, diffidando di una borghesia cinese che per il suo ruolo economico, essendosi sviluppata principalmente come borghesia compradora, era strettamente legata all’imperialismo, incapace quindi di condurre fino in fondo una vera lotta per l’indipendenza nazionale. Condizione fondamentale affinché il proletariato cinese potesse condurre la sua lotta alla testa della rivoluzione in Cina e in stretta connessione con la lotta puramente proletaria nei paesi a capitalismo avanzato era la direzione del suo Partito Comunista, forte della sua indipendenza politica e organizzativa. Lo stalinismo sabotò tale prospettiva marxista, imponendo la classica tattica menscevica, lasciando alla borghesia la guida della rivoluzione nazionale e facendo sottomettere il giovane Partito Comunista alla direzione borghese del Kuomintang, attraverso l’ingresso dei comunisti nel partito nazionalista, disarmando in tal modo le generose lotte del proletariato.
Oggi che in Cina non si pone più all’ordine del giorno una rivoluzione nazionale nella quale il proletariato avrebbe da rapportarsi con altre forze potenzialmente rivoluzionarie, è proprio l’esperienza delle sue lotte e della sua organizzazione negli anni Venti del secolo scorso che deve essere recuperata dal proletariato odierno, sì molto più numeroso rispetto al passato, ma schiacciato dalla forza materiale di uno Stato borghese che ideologicamente si tinge ingannevolmente di rosso.
Il poco numeroso proletariato, nel volgere di pochi anni, si era organizzato in sindacati classisti che al primo congresso dei sindacati cinesi nel maggio del 1922 poteva contare su almeno 200 mila aderenti, mentre tre anni dopo, nel maggio del 1925, al secondo congresso, il numero degli iscritti era circa 570 mila. Tale organizzazione classista era cresciuta con il diffondersi degli scioperi nelle aree industriali del paese, che presero avvio all’indomani della fine della prima guerra mondiale, ma che montarono di forza e intensità proprio a partire dal 1925.
Rispetto alle condizioni di un secolo fa, l’attuale contesto economico e sociale vede ribaltate le proporzioni tra il mondo urbano e quello rurale, con la formazione di un numeroso proletariato concentrato in immense metropoli, che continua la sua crescita con il perdurare dello spostamento dei contadini dalle campagne alle città. Ma soprattutto sono mutati i compiti che deve assolvere questo proletariato, che non ha più da caricarsi sulle spalle le incombenze di una rivoluzione doppia, ponendosi alle testa delle sterminate masse contadine, ma ha da condurre la propria rivoluzione monoclassista.
Per assolvere tale compito non ci sono novità dell’ultimo momento da apprendere e applicare, ma è necessario riprendere la strada tracciata da quei primi proletari cinesi che un secolo fa osarono combattere la propria guerra di classe, avendo come obiettivo presa del potere.