Partito Comunista Internazionale

Trump e la mobilitazione degli Stati Uniti per la guerra imperialista

Categorie: Capitalist Wars, USA

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Il 30 settembre, centinaia di generali e ammiragli statunitensi, ovvero l’intero vertice dell’esercito americano, si sono riuniti a Washington DC per un incontro improvvisato e “insolito” con il presidente Trump e il segretario alla Difesa Pete Hegseth. Lo scopo dell’incontro è stato rivelato quando Hegseth ha tenuto un appassionato sermone agli ufficiali, denunciando la degenerazione del Dipartimento della Guerra.

Com’era prevedibile, i propagandisti “liberal” insieme a tutte le altre rubriche di gossip borghesi che  spacciano “notizie politiche” – fingono indignazione nei confronti di Hegseth per il suo presunto consenso ai “crimini di guerra”, dichiarando la sua totale “incompetenza” e attribuendola esclusivamente alla sua presunta “follia fascista/di destra”. Al contrario, noi comunisti sottolineiamo che i commenti minacciosi di Hegseth hanno perfettamente senso alla luce dell’imminente guerra mondiale imperialista e anticipano correttamente tutte le atrocità “in stile nazista” che il capitale americano richiederà per difendere la sua egemonia militare e spingere il peso della distruzione del capitale sul blocco cinese.

Ma c’è anche un altro interessante concetto in  questo incontro: Trump ha apertamente affermato la necessità di una “forza di reazione rapida che possa aiutare a sedare i disordini civili”. Ha persino detto a Hegseth che “dovremmo usare alcune di queste città pericolose come campi di addestramento per i nostri militari”, in riferimento alle recenti proteste in queste città. Trump aggiunge che “questa sarà una cosa importante per le persone in questa stanza [cioè i militari], perché si tratta del nemico interno e dobbiamo gestirlo prima che sfugga al controllo. Non sfuggirà al controllo”. Cosa potrebbe essere questo “nemico interno”, se non il proletariato?

Lo Stato borghese conosce bene i pericoli che gli porrebbe il proletariato insorto; indipendentemente dal fatto che questa mobilitazione aggressiva sia davvero “ottimale” per le esigenze immediate del regime oggi, Trump e Hegseth hanno comunque perfettamente ragione nel riconoscere “il nemico interno”. Che una tale risposta sia adeguata o meno alla situazione “odierna”, sarà sicuramente la risposta dello Stato borghese domani; e potremmo anche dire che i riferimenti brucianti di Trump alla “Terza Guerra Mondiale” sono insolitamente “onesti” per un capo di Stato.

Sarebbe molto ingenuo da parte nostra credere che di fronte a una mobilitazione così apparentemente sproporzionata e aggressiva delle forze repressive dello Stato, ci sia una reale debolezza della democrazia americana. La mobilitazione da parte dell’amministrazione Trump di 4100 uomini armati contro appena 1000 manifestanti disarmati, contribuendo a rafforzare l’immagine di un governo “fascista”, mistifica la natura dello Stato e inganna i lavoratori: da un lato, dà loro la falsa impressione che il potere esecutivo dello Stato sia invincibile, in grado di aggirare e schiacciare ogni singola rivolta. E in secondo luogo, l’intensificarsi dell’oppressione visibile li spinge a rifugiarsi tra le braccia dei politici borghesi di sinistra, che pretendono di ripristinare la democrazia in mezzo a questa follia.

La macchina politica democratica ama presentarsi come vittima di un colpo di Stato da parte dell’oligarchia di Trump con le recenti epurazioni di funzionari statali; ma in realtà non c’è stato alcun colpo di Stato: quello dell’attuale Presidente è un programma assolutamente congruente con gli interessi del Capitale americano, anche se apparentemente avrebbe violato una inesistente democrazia. Quindi questo presunto colpo di Stato trumpiano del 2025, se vogliamo, è stato una buffonata carnevalesca ancora più della “Marcia su Roma” di mussoliniana memoria, perché in quel risvolto storico si era in presenza di un proletariato combattivo e schierato sul fronte di classe, mentre nel caso americano il proletariato era del tutto assente, non c’era nessuna esigenza di reprimere nulla, ma si trattava soltanto di uno scontro tutto interno alla varie frazioni della borghesia per contendersi il controllo della macchina statale.

Naturalmente, la macchina politica della cosiddetta opposizione democratica vorrebbe far credere ai lavoratori americani che è solo la “follia” di Trump a spingere gli Stati Uniti sull’orlo di una guerra mondiale, ma la verità è che i politici non hanno alcun potere reale di decidere questa inevitabilità, almeno non decidono nulla se non piccole fluttuazioni statistiche.

La terza guerra mondiale imperialista è resa inevitabile dalle leggi economiche del capitalismo, in cui nessun “capo di Stato” ha alcun potere indipendente di “decidere” gli interessi economici del proprio Paese e può solo adeguarsi, in modo più o meno efficace. Marx ha descritto le basi economiche di una tale guerra nel Capitale, vol. 3, come la crisi capitalista (in particolare nel capitolo 15): l’inevitabile produzione di un certo eccesso di capitale che richiede la distruzione di tale massa di capitale, crea così una situazione in cui ogni impresa deve impegnarsi in una lotta competitiva per salvare il proprio valore di capitale da questo onere, spingendo per la distruzione di questo surplus di capitale delle imprese più deboli. A un livello geopolitico più alto, ciò si manifesta in una situazione in cui “le guerre di invasione si verificano inevitabilmente [tra Stati e ‘blocchi’ di Stati], con saccheggi e brigantaggio da entrambe le parti, per la divisione dei mercati e la suddivisione e la nuova distribuzione della sfera di influenza del capitale finanziario” (Tesi classiche e valutazioni del partito sulle guerre imperialiste, 1989) .

Questo è infatti ciò che è accaduto nelle guerre imperialiste mondiali del XX secolo. Sintetizzando molto: tutte le colonie europee e persino la stessa Europa occidentale sono state soggette all’imperialismo americano nel periodo 1914-1945, trasformandosi completamente da “grandi potenze” a semplici vassalli. L’egemonia finanziaria e militare americana assorbe così l’80% dei territori mondiali, cacciando completamente i vecchi imperi coloniali europei (anche se alcuni residui resistono ostinatamente) e la stragrande maggioranza delle coste mondiali diventa soggetta alla tirannia incombente delle portaerei americane.

Il blocco “socialista” dell’imperialismo russo, naturalmente, aveva tentato di preparare un attacco contro il più forte imperialismo statunitense per più di 40 anni, ma è stato sconfitto alla fine degli anni ’80, dando luogo a un nuovo momento temporaneo di supremazia “unipolare” degli Stati Uniti.

Questa fase storica è marcata dall’ascesa del capitalismo e dell’imperialismo cinese, e all’alleanza che sembra formarsi rapidamente tra Cina e Russia (che include anche l’Iran e altri Stati dipendenti), come “scudo” dell’Asia contro l’invasione degli Stati Uniti.

Non c’è alcun modo in cui l’ascesa della Cina, economica e militare, possa mai essere compatibile con la prosperità già esistente del potente imperialismo americano che è economicamente costretto a difendere la propria capacità di stabilire le regole dell’accumulazione di capitale globale a proprio favore, ovvero il grande premio che ha conquistato nella seconda guerra imperialista mondiale. E deve difendere il proprio potere militare sulla terra e sul mare, il proprio controllo sulla finanza globale, sulle regole del commercio internazionale: in generale, la propria capacità di dettare i termini commerciali alla Cina e alle nazioni periferiche, piuttosto che lasciare che sia la Repubblica Popolare Cinese a dettare questi stessi termini commerciali agli Stati Uniti e alle stesse nazioni periferiche.

Pertanto è del tutto inutile ipotizzare che i governi degli Stati Uniti o della Repubblica Popolare Cinese vogliano o meno una guerra, e che ci si possa impegnare per una qualsiasi politica “antiguerra”. Anche se quei politici borghesi non ‘vogliono’ entrare in guerra secondo la loro “volontà personale”, le loro mani sono completamente legate dalle leggi economiche del capitalismo che portano inesorabilmente alla guerra. Sottolineiamo inoltre che ciò vale anche per la Repubblica Popolare Cinese, nonostante tutta la sua disgustosa demagogia pacifista.

Tutti i governi degli Stati sanno bene che la “pace” è impensabile (nonostante la loro propaganda), che la competizione tra i colossi capitalisti è la regola dell’epoca dell’imperialismo. Sanno che per loro le uniche “opzioni” sono un mondo dominato dalla Cina o dall’America. In una situazione del genere, chiaramente l’unica scelta per i cinesi è quella di lavorare per una situazione favorevole alla Cina “uber alles”, mirando a distruggere non solo la potenza militare degli Stati Uniti, ma anche degli “alleati” russi di ieri, se l’equilibrio delle forze lo consentisse in qualche modo, ovviamente sottoponendo il più possibile il globo al dominio del capitale finanziario cinese utilizzando le stesse “tecniche” brutali impiegate dagli Stati Uniti.

La compulsione del capitale cinese per l’espansione senza freni della sua industria, dei suoi mercati, delle sue sfere di influenza geopolitica e finanziaria è qualitativamente uguale a quella americana, anche se non ancora quantitativamente. E così la loro “ostinazione”, il loro rifiuto di distruggere il proprio capitale sarà ugualmente corresponsabile dell’imperialismo americano per la prossima guerra mondiale. Non si può escludere che l’imperialismo cinese sferrerà addirittura il primo attacco – un “attacco preventivo” – poiché è convinto che se non agirà in modo deciso, saranno gli Stati Uniti a sferrare il primo colpo e a spostare lo ‘slancio’ della guerra dalla loro parte. In ogni caso, qualsiasi discorso sui presunti “aggressori” sarà solo un ostacolo alla preparazione del disfattismo rivoluzionario tra il proletariato.

È una tesi classica del partito che il capitalismo alterni costantemente modalità di governo “democratiche” e ‘fasciste’ in base alle esigenze di repressione del proletariato. Ma in particolare nel caso dell’attuale amministrazione degli Stati Uniti, affermiamo che l’apparente “ascesa del fascismo” non ha quasi nessuna sostanza reale e serve solo a disorientare politicamente il proletariato. Anche se alcune delle azioni particolarmente “estreme” della seconda amministrazione Trump potrebbero essere utili per mobilitare la nazione e la classe operaia per i futuri compiti della guerra imperialista, non c’è alcuna garanzia che la borghesia manterrà Trump come capofila di questa operazione per sempre. Infatti, come accennato in precedenza, ci sono buoni motivi per credere che lo stile di leadership dell’attuale amministrazione sia addirittura inadatto per alcuni compiti tecnici in tale preparazione, e che la funzione più positiva delle buffonate teatrali di Trump sarebbe quella di rafforzare l’antifascismo americano che oggi si aggrappa ai politici borghesi per ottenere sostegno.

In ogni caso, non c’è motivo per cui il capitalismo statunitense non dovrebbe scaricare Trump quando arriverà il momento giusto, sostituendolo all’ultimo minuto con una figura di Stato più gradevole, tecnocratica e “unificante” per guidare finalmente la nazione americana nella guerra imperialista. È probabile che questo sia il risultato nel lungo periodo di questa situazione confusa, dato che la repubblica americana si è sempre vantata della presunta rettitudine della sua leadership “democratica”, usandola come mandato per l’imperialismo mondiale. Oggi possiamo persino vedere i politici americani prepararsi a questa eventualità ricordando ai lavoratori che il vecchio Roosvelt – predatore imperialista e fascista per eccellenza alla Mussolini – era in realtà il miglior esponente della gloriosa tradizione americana di antifascismo. Nel lungo periodo, queste affermazioni sono solo parte dei preparativi del capitalismo statunitense per lanciare finalmente la guerra imperialista mondiale, una guerra che sarà sicuramente giustificata come una sacra crociata antifascista.

Nell’attuale fase storica il culmine di questo processo di imbonimento è ciò che prepara i lavoratori degli Stati occidentali, a massacrare senza rimorsi molti milioni di proletari della fazione “fascista” avversaria. È a questo fine che sia il regime americano che quello russo, ai quali ora si è aggiunto quello cinese, hanno lavorato per oltre 70 anni, proprio denunciando costantemente i loro rivali come fascisti e sostenendo sé stessi come democratici. Soprattutto nel caso dei lavoratori americani – che saranno sicuramente arruolati nel conflitto globale per servire ancora una volta come “guardia bianca”, occupando i territori nemici e impedendo la ribellione della classe operaia al loro interno – le uniche opzioni disponibili per loro sono diventare la guardia rossa della futura rivoluzione o la guardia bianca che impedisce e distrugge questa rivoluzione.

Di fronte a un tale casus belli, tutta l’estenuante agitazione dei lavoratori americani per l’antifascismo, concentrata interamente sulla sostituzione di Trump o del Partito Repubblicano con leader più “competenti” e democratici della nazione, non avrà portato ad altro che a inquadrare i lavoratori nella “guardia bianca” della futura guerra imperialista mondiale. Che sia un “trumpista” o un “anti-trumpista” – o qualche altra futura abominazione politica – a guidare l’avanguardia nella prima battaglia, non ha davvero alcuna importanza. Entrambi i partiti sono totalmente uniti nel loro obiettivo di mantenere il proletariato americano subordinato al fronte nazionale.

Oggi è comune nella politica americana parlare con nostalgia di un ritorno agli anni ’50, la presunta prosperità del periodo post-seconda guerra mondiale, e questo è incoraggiato dall’establishment politico proprio perché rappresenta l’opposto di ciò che la classe operaia dovrebbe credere. La cosiddetta prosperità degli anni ’50 era il risultato della corruzione opportunistica del movimento operaio, della fusione dei “partiti dei lavoratori” e delle dirigenze sindacali con lo Stato imperialista in guerra.

La retorica antifascista su Trump serve solo a peggiorare il miasma della nostalgia per questo orientamento imperialista-opportunista, e non possiamo escludere la reale possibilità che l’eventuale leader del primo attacco nel prossimo conflitto globale sarà modellato sul modello “Roosevelt” che oggi viene tanto lodato. La recente vittoria del “socialista democratico” Zohran Mamdani è un buon esempio di tale preparazione socialdemocratica prefigurata in anticipo, in cui i Democratici si stanno chiaramente preparando a mettere in scena un ritorno, se fosse necessario guidare la guerra imperialista sotto la loro direzione: il proletariato sarà condannato se si fiderà di loro. La classe operaia americana e mondiale non ha alcuna possibilità di fermare una guerra del genere (o anche solo di attenuarne l’impatto) attraverso la misera politica borghese del “lavorare all’interno del sistema”, perché l’imperialismo è spinto alla guerra indipendentemente da chi sia nominalmente al comando. Pertanto, la sua sovrastruttura politica serve solo a disinnescare e reindirizzare le energie proletarie, rafforzando alla fine lo sforzo bellico.

La borghesia ha una flessibilità più che sufficiente per sostituire la propria “maschera” politica quando sarà il momento di chiamare alle armi, ma per ora il grottesco carnevale dell’amministrazione repubblicana e degli aspiranti “Matteotti” che lo combattono sono ancora molto utili al suo scopo.Finché la classe operaia non si libererà da questo controllo, l’appello alla classe operaia di “difendere la democrazia” internamente si trasformerà senza soluzione di continuità nell’appello a “difendere la democrazia” all’estero, per distruggere la minaccia cinese al potere imperialista americano. L’unica cosa che alla fine verrà distrutta non è il “fascismo imperiale”, che oggi è una piaga veramente universale da Washington a Pechino, ma piuttosto la massa di capitale in eccesso che attualmente sta soffocando i pori del capitalismo globale; l’intero sistema si prolungherà così per almeno un altro mezzo secolo, infuso con il fresco sacrificio di sangue di centinaia di milioni di proletari. L’unico modo per evitare questa catastrofe è che la classe operaia si affidi esclusivamente alle proprie forze, si liberi dalle tentazioni a breve termine e dai pericoli a lungo termine dell’opportunismo in campo politico ed economico e abbandoni i fronti nazionali.